Uno dei
motivi per cui ho sempre amato così tanto il fantasy è che, a differenza di tantissimi altri, questo particolare
genere letterario si è dimostrato capace di re-inventarsi, evolvere e
perfezionarsi tantissimo nel corso degli ultimi venti/dieci anni.
I Padri
Fondatori (e le Madri Fondatrici) del fantasy hanno senz’altro contribuito a gettare
le basi e a influenzare gli elementi della prosa di quella che, al giorno
d’oggi, potrebbe tranquillamente venire descritta come la generazione più promettente e potenzialmente rivoluzionaria di
autori di genere di cui si abbia mai avuto notizia.
Senza Tolkien (o Pol
Anderson, o Ursula Le Guin, per citarne solo tre fra i più incisivi…), la letteratura fantastica non avrebbe
mai potuto superare certi scogli, disintegrare tabù, sfidare convenzioni e
conquistare centinaia e centinaia di cuori in tutto il mondo; su questo, in
particolare, credo che possiamo tranquillamente definirci tutti d’accordo.
Ma il punto
è che, grandi nomi a parte, il “picco massimo” a cui i lettori potessero
aspirare, negli anni ’80 o ’90 del secolo scorso, non arrivava neanche a
sfiorare le vette di profondità e attualità che alcuni odierni nomi
“eccellenti” sono in grado di garantirci oggi con le loro opere e le loro saghe
innovative.
Eh, sì: non
si può negare il fatto che la qualità
media dei romanzi fantasy (soprattutto non YA) sia riuscita a lievitare in
maniera impressionante in questa recente spanna di tempo… Anni fa il pubblico
avrebbe potuto citare (soprattutto in Italia) praticamente quasi solo
Salvatore Terry Brooks e la premiata ditta Weiss and Hickman fra gli indomiti difensori e
detentori dello stendardo del genere, mentre
oggi possiamo contare sulla potenza simbolica e sulla straordinaria sensibilità
creativa di menti brillanti, fluide e dinamiche come quelle di N. K. Jemisin, Catherynne Valente, Caitlin Kiernan, Robin Hobb, Mark Lawrence, Nail Gaiman, Naomi Novik, Seanan McGuire, Jacqueline Carey… e questi sono
soltanto alcuni dei nomi più significativi e interessanti del panorama
fantastico attuale.
Stiamo
parlando di gente che è riuscita felicemente a liberarsi dalle catene del cliché
e dal fitto e insidioso sottobosco rappresentato dalle (tante) convenzioni
imposte dal genere, per elaborare in chiave personale tutto ciò che di buono e
giusto il fantasy è sempre stato in grado di offrire ai suoi lettori, e imparare
a creare qualcosa di completamente innovativo; storie magnifiche, intense,
appassionate e NUOVE, capaci di trascinare il lettore moderno all’interno delle
sue pieghe e di relazionarsi con lui/lei in maniera molto più intima e
convincente.
Da questo
punto di vista, leggere “La Via dei Re”,
primo capitolo delle decantatissime “Cronache
della Folgoluce” di Brandon
Sanderson, per me ha rappresentato una sorta di passo indietro, oltre che una
cocente, amarissima delusione personale.
Forse, se il libro fosse stato pubblicato nel 1990, anziché nel 2012, il resto della mia recensione avrebbe potuto seguire tutta un'altra linea di pensiero... ma poiché così non è, immagino che mi toccherà interpretare la parte della solita Pecora Nera e stendere qui le mie considerazioni personali, nero su bianco e senza attenuanti di sorta.
Forse, se il libro fosse stato pubblicato nel 1990, anziché nel 2012, il resto della mia recensione avrebbe potuto seguire tutta un'altra linea di pensiero... ma poiché così non è, immagino che mi toccherà interpretare la parte della solita Pecora Nera e stendere qui le mie considerazioni personali, nero su bianco e senza attenuanti di sorta.
Vi prego di
non fraintendermi: non è che non sia perfettamente consapevole delle
straordinarie potenzialità del Sanderson narratore… E’ solo che non riesco a
credere di essermi dovuta sorbire un tal cumulo di luoghi comuni, passaggi
macchinosi e personaggi costruiti a tavolino per incarnare ogni singolo
stereotipo del fantasy “epico” che sia mai stato concepito da mente umana dagli
albori dell’umanità a oggi!
Probabilmente
la trama, da sola, avrebbe dovuto costituire un sufficiente campanello
d’allarme:
"Rimpiango i
giorni precedenti all'Ultima Desolazione. L'epoca prima che gli Araldi ci
abbandonassero e i Cavalieri Radiosi si rivoltassero contro di noi. Un tempo in
cui c'era ancora la magia nel mondo e l'onore nel cuore degli uomini. Il mondo
divenne nostro e noi lo perdemmo. Pare che nulla costituisca una sfida per le
anime degli uomini quanto la vittoria stessa. Forse quella vittoria è stata
un'illusione fin dall'inizio? I nostri nemici si resero conto che quanto più
duramente si battevano, tanto più resistevamo? Ci sono quattro persone che noi
osserviamo. Il primo è un chirurgo, costretto a mettere da parte la guarigione
per diventare un soldato nella guerra più brutale del nostro tempo. Il secondo
è un assassino, un omicida che piange mentre uccide. La terza è una bugiarda,
una giovane donna che indossa il mantello di una studiosa sopra il cuore di una
ladra. L'ultimo è un alto principe, un condottiero i cui occhi si sono aperti
sul passato mentre la sua sete di battaglia va scemando. Il mondo può cambiare.
L'uso dei Flussi e degli Strati può tornare; la magia dei giorni antichi può
essere di nuovo nostra. Queste quattro persone ne sono la chiave. Una di loro
può redimerci. Un'altra ci distruggerà."
Certo, “La Via dei Re” si svolge
indubbiamente all’interno di una cornice sontuosa, sullo sfondo di un’ambientazione magniloquente e
ricchissima di dettagli. Ma questo è, a conti fatti, più o meno tutto ciò che
sono in grado di riportare a favore dell’esordio di questa monumentale (e
apparentemente classicissima) saga fantastica.
Avete
presente quando i vostri amici iniziano a punzecchiare e a prendere
bonariamente in giro la vostra abitudine di leggere libri che, a loro avviso,
sarebbero molto più indicati per un pubblico di preadolescenti nerd in piena
fase di sviluppo? Ecco: dal mio punto di vista personale, “La Via dei Re” espone il fianco a questo
genere di critica in maniera esemplare, incarnando per antonomasia il concetto
stesso di “libro fantasy acerbo che non offre alcuna stimolo intellettuale e non
conosce minimamente il significato delle parole ‘maturità’, ‘complessità’
o ‘ironia’. La seriosità melodrammatica di Sanderson, unita a una scarsissima
volontà di approfondire la componente psicologica o di incalzare il ritmo della narrazione a un passo quanto meno umanamente sostenibile, non fanno altro
che acuire questa sgradevole e irritante sensazione di “vecchiume”.
In realtà,
la trama de “La Via dei Re” può a stento essere definita come tale: i personaggi
si limitano a trascinarsi di qua’ e di là nell’espletamento delle loro
ordinarie funzioni quotidiane; gli antagonisti non riescono a emergere in
nessun momento specifico della narrazione; il finale risulta di una banalità
talmente sconcertante e apatica da lasciare a corto di parole.
Le prime
300/400 pagine del romanzo sono un’incomprensibile agonia di nomi
impronunciabili, posti dalle nomenclature altisonanti e date di cui non
potrebbe fregarci meno manco se si trattasse della lista della spesa privata di
Gargamella. Le successive 800 sono semplicemente noiose, ridondanti e
ripetitive; come se Sanderson fosse pronto a sottovalutare in ogni momento
l’intelligenza del lettore, ostinandosi a riempire il libro, paragrafo dopo
paragrafo, di ogni sorta di irritante “spiegone” e dettaglioso riferimento ai
“profondi” conflitti emotivi relativi a uno degli innumerevoli, nobili e impagabili
salvatori (maschi, bianchi, eterosessuali) che affollano il suo romanzo.
Tutto
questo, badate bene, per non andare a parare da nessuna parte… Insomma, da un
punto di vista personale, amici miei, non credo che mi sentirei mai di tessere
le lodi di un autore che ha intenzione di usare 10 volumi da millemila pagine
per raccontare una storia che avrebbe potuto benissimo svolgersi nell’arco di
una normalissima trilogia. Del resto, ossessionarmi a furia di pedanteria e
nerdosissima cavillosità meccanica non si è mai rivelata la strada giusta per conquistarsi
le mie simpatie.
In estrema sintesi: A mio avviso, "La Via dei Re" può essere descritto come un ampolloso e ambizioso giocattolone dedicato agli appassionati
di fantasy particolarmente “tradizionalisti” e nostalgici. Consigliato ai fan
di saghe monumentali e lasche come “La
Ruota del Tempo”, e a tutti i videogiocatori particolarmente affezionati al
concetto di “open world”. Ma chiunque sia anche solo parzialmente interessato
ad altri fattori cardini della narrazione (personaggi, ritmo, trama,
significato…) farebbe forse bene a starne il più possibile alla larga.
Praticamente quello che ho provato ogni volta che go letto Sanderson. Ho veramente paura per La Ruota del Tempo :(
RispondiEliminaPer me, invece, questa è la prima grossa "cantonata" firmata Sanderson: già il quarto libro della serie "Mistborn" mi aveva un po' deluso, a dire il vero, ma non certo a questi livelli... :(
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