venerdì 10 luglio 2020

Recensione: "The Ones - La Profezia dei Prescelti", di Veronica Roth

Attenzione: la seguente recensione fa riferimento all'edizione originale in lingua inglese del libro!


"Fin dalla sua prima comparsa, l'Oscuro non ha fatto che generare panico e caos. Entità malefica incredibilmente potente, ha provocato eventi catastrofici capaci di radere al suolo città intere e spezzare migliaia di vite innocenti. Gli unici in grado di sconfiggerlo, a quanto scritto in una profezia, potrebbero essere cinque ragazzini, Sloane, Matt, Ines, Esther e Albie, i Prescelti.
Prelevati dalle loro case da un'agenzia governativa, vengono sottoposti a un training durissimo in cui viene insegnato loro l'uso della magia, indispensabile per affrontare la missione che li attende. La lotta con l'Oscuro prosegue per anni, ma alla fine ne escono vincitori. Tutto il mondo a questo punto può tornare piano piano alla normalità... tutti tranne loro, soprattutto Sloane, che più dei compagni fatica a rimettersi in sesto. I segreti che nasconde non solo la tengono agganciata al passato ma la allontanano inevitabilmente dalle sole quattro persone al mondo in grado di capirla. Subito dopo la celebrazione del decimo anniversario della gloriosa vittoria sull'Oscuro che vede ancora una volta riuniti i cinque Prescelti, accade l'impensabile: uno di loro muore. E quando i restanti quattro si riuniscono per celebrarne il funerale, fanno una tremenda scoperta: hanno commesso il grave errore di sottovalutare l'Oscuro. Il suo obiettivo finale, infatti, è sempre stato molto più grande di quanto loro, il governo e persino la profezia avessero previsto, e questa volta resistergli potrebbe costare a Sloane e ai suoi compagni molto più di ciò che hanno ancora da dare..."


Se dipendesse da me, "The Ones - La Profezia dei Prescelti" entrerebbe immediatamente a far parte di qualsiasi corso di scrittura creativa, in qualità di argomento obbligatorio.
Lo trovereste inserito nel programma alla voce "Ecco quello che succede quando vi sedete a scrivere senza uno straccio di idea, amore per il vostro lavoro o strategia a lungo termine".
Se volete assicurarvi di firmare un romanzo schizofrenico, selvatico, nevrotico, affetto da sindrome bipolare e totalmente fuori controllo... be', voi seguite l'esempio della Roth, e vedrete che riuscirete a centrare il vostro obiettivo senza problemi!

Mi dispiace: giuro che mi sarebbe piaciuto iniziare a parlare di "The Ones" con un mix di serietà e pazienza, magari addirittura di entusiasmo, senza essere costretta a ricorrere all'arma (peraltro a doppio taglio) dell'ironia e del sarcasmo, ma... Onestamente non riesco a capire per quale diamine di motivo un'autrice del calibro (commerciale, se non altro...) di Veronica Roth sia stata completamente abbandonata dal suo staff di supporto editoriale in quest'avventura e lasciata alla mercé di un progetto che ha finito con il trasformarsi dell'equivalente letterario di un giardino invaso dalle erbacce e rosicchiato dalle talpe.

"The Ones - La Profezia dei Prescelti" è un romanzo che fa fatica anche solo a individuare il suo pubblico, per quanto mi riguarda.
Il libro esordisce nelle accattivanti tonalità grigio-scure di un graffiante urban fantasy per adulti in stile "La Nona Casa", per poi fare il verso allo YA "Steelheart" di Brandon Sanderson (con cui condivide un grosso frammento di trama e perfino l'ambientazione...) e cominciare a inserire tropes da classico bestseller per adolescenti come se non ci fosse un domani. 
Accenna subdolamente a promettenti risvolti psicodrammatici e al tema del trauma come colonna portante del suo intreccio, alludendo a questioni serie e non lesinando risvolti importanti (facendo chiaramente riferimento a titoli iconici quali "Siamo Tutti in Ordine" di Daryl Gregory e "Every Heart a Doorway" di Seanan McGuire) salvo poi ritrovarsi a inserire quello che sembra un capitolo scartato e riadattato della trilogia di "Divergent": acerbo, sincopato, fracassone e inutilmente plateale.

Ci presenta il quadretto di questa protagonista trentenne, cinica, misteriosa, sfregiata dalla vita. Ma i suoi schemi mentali sono gli stessi di Tris, teenager ribelle alle prese con l'ennesima rivoluzione, e con la necessità di trovare il suo posto in un mondo che non la non la capisce, e con l'amletica domanda "quale diavolo di maschio alfa credete che farei bene a rimorchiarmi quest'oggi?".
Peggio ancora: la Roth allude, attraverso la stessa scelta del titolo di questa sua nuova opera, alla presenza di ben cinque prescelti; vale a dire di cinque potenziali comprimari in grado di aggiungere il proprio tocco di unicità alla narrazione, ciascuno con un proprio background e un suo punto di vista particolare sulla vicenda.
E invece no, le luci dei riflettori restano puntate su Sloane per tutto il tempo, azzerando ogni prospettiva e imprigionando ciascuno di questi personaggi all'interno di una gabbia dalle sbarre inoppugnabili: la migliore amica festaiola, l'ex fidanzato fustacchione, la lesbica nevrotica e il sensibile cucciolone dal cuore d'oro.
Cinque prescelti: cinque semplici accessori, dei meri ornamenti volti a mettere in risalto l'arco narrativo della protagonista.

Non intendo spoilerarvi nulla dal punto di vista della trama, perché l'obiettivo delle mie recensioni è sempre stato quello di descrivervi la mia personale esperienza di lettura, e non quello di convincervi ad acquistare o non acquistare un libro.
Ma quando avrete letto "The Ones - La Profezia del Prescelti", pretendo che torniate qui a raccontarmi del monumentale facepalm che vi capiterà di affibbiarvi non appena vi imbatterete in un certo twist di inizio seconda parte.
Che non ha senso ed è una totale delusione e viene sbattuto in faccia al lettore senza il minimo accenno di grazia, tatto o semplice accortezza narrativa. Si presuppone che la Roth sia un'autrice professionista, seguita, stimata e supportata da un piccolo esercito di esperti dell'industria, dall'editing al marketing, passando per la correzione di bozze e il proofreading.
Perciò non me ne starò qui a far finta che abbia scritto "The Ones" con passione, dedizione e competenza. Francamente, credo che una panzana del genere costituirebbe più un insulto alle sue doti che altro...


Giudizio personale:
2.5/10



martedì 30 giugno 2020

Recensione: "Ballata dell'Usignolo e del Serpente", di Suzanne Collins


libri distopici 2020 - hunger games - prequel

"È la mattina della mietitura che inaugura la decima edizione degli Hunger Games. A Capitol City, il diciottenne Coriolanus Snow si sta preparando con cura: è stato chiamato a partecipare ai Giochi in qualità di mentore e sa bene che questa potrebbe essere la sua unica possibilità di accedere alla gloria. La casata degli Snow, un tempo potente, sta attraversando la sua ora più buia. Il destino del buon nome degli Snow è nelle mani di Coriolanus: l'unica, esile, possibilità di riportarlo all'antico splendore risiede nella capacità del ragazzo di essere più affascinante, più persuasivo e più astuto dei suoi avversari e di condurre così il suo tributo alla vittoria. Sulla carta, però, tutto è contro di lui: non solo gli è stato assegnato il distretto più debole, il 12, ma in sorte gli è toccata la femmina della coppia di tributi. I destini dei due giovani, a questo punto, sono intrecciati in modo indissolubile. D'ora in avanti, ogni scelta di Coriolanus influenzerà inevitabilmente i possibili successi o insuccessi della ragazza. Dentro l'arena avrà luogo un duello all'ultimo sangue, ma fuori dall'arena Coriolanus inizierà a provare qualcosa per il suo tributo e sarà costretto a scegliere tra la necessità di seguire le regole e il desiderio di sopravvivere, costi quel che costi."



Chi è il Serpente?
Chi è l’Usignolo?
Probabilmente non sarò la persona più sveglia del mondo, ma la verità è che ho impiegato un bel po’ per trovare la risposta a questa domanda.
Il prequel di “Hunger Games” è stato accolto dai fan della saga con un’abbondante (e quasi doverosa) dose di diffidenza. Non faccio fatica a confessare di aver fatto parte della schiera di quelli che si sono lasciati scappare un sospiro di delusione, il giorno in cui hanno scoperto che il nuovo libro di Suzanne Collins sarebbe stato dedicato alle avventure del Presidente Snow da giovane. Eppure ho acquistato lo stesso la mia bella copia di “Ballata dell’Usignolo e del Serpente”, più che altro per amor di completezza…
La volete sapere una cosa?
Odiosità e ovvio viscidume del protagonista a parte, credo che questo potrebbe benissimo essere il miglior romanzo della saga.

Ballata dell’Usignolo e del Serpente” ha una struttura singolare, che lo pone al riparo eventuali paragoni con altri illustri YA del momento. E’ un libro corposo, che si muove a un ritmo tutto suo e che riesce a fare del ribaltamento di prospettiva il suo fiore all’occhiello. Per l’occasione la Collins rinuncia, quasi completamente, all’azione adrenalinica e palpitante che aveva caratterizzato “Il Canto della Rivolta”, ai plateali momenti di commozione ed empatia e coraggio ai quali ci aveva abituato nell’arco della saga di Katniss, per dedicarsi alla stesura di una storia molto più complessa e matura, una vera e propria “biografia del villain”. 
Un libro che in fondo tende a rispecchiare molte delle virtù del nostro (detestato) Coriolanus: intelligenza, acume, aggressività, perspicacia. A queste doti aggiungerei introspezione e coraggio; due virtù di cui il nostro futuro Presidente di sicuro non tende a farsi esattamente portavoce, ma che il romanzo riesce a incarnare in pieno.

I nodi tematici de “La Ballata dell’Usignolo e del Serpente” (guerra, filosofia, politica, etica…) continuano comunque a incontrarsi e scontrarsi con i loro poli opposti, infondendo una vivacità peculiare all’interno della narrazione. L’autrice continua a porre l’accento sulla vitalità dei violenti contrasti in atto a Panem, perfino a guerra finita, ma lo fa in una maniera molto più sottile ed efficacie del solito, continuando a ribadire la necessità di trovare un equilibrio (un equilibrio: non un freno) all’eterna diatriba. E così si sofferma a descrivere, fin nel più minuzioso dettaglio, i luculliani banchetti serviti all’Accademia e le scoraggianti privazioni cui vengono sottoposti i tributi; la ferrea volontà di controllo emotivo di cui si fanno portavoce i compagni di studi di Corialanus e gli esplosivi momenti di raccolta sociale creati dalla musica dei Covey… la ragione e il cuore; la mente e i sentimenti: gli uni e gli altri difettosi, incerti, eccessivi, in quanto brutalmente privati della loro regolare controparte.

Dal punto di vista della costruzione dei personaggi, il prequel riesce indubbiamente a gettare una luce di credibilità sulla figura del protagonista. Il giovane Snow: un uomo a suo modo affascinante, arrogante, manipolatore, ambizioso, ossessionato dal potere e talmente terrorizzato dai propri bisogni inconsci da cominciare a trasformarsi, a poco a poco, nell’orrido sfruttatore di paure collettive che abbiamo conosciuto attraverso le pagine della trilogia originale. Senza mai spingersi al punto di giustificare le sue nefandezze, le piccole e grandi meschinità e ipocrisie, ma mettendone piuttosto in rilievo le debolezze, le vulnerabilità, i risvolti umani.

L’unico appunto che mi sentirei di fare alla Collins in questa occasione è che – tanto per cambiare – i suoi innumerevoli personaggi secondari tendono a farsi dimenticare nel giro di un battibaleno. A lettura ultimata, non sarei in grado di citare il nome di un solo tributo, ad esempio. 
In quanto ai compagni di corso di Coriolanus, li confondevo continuamente fra loro (con l’ovvia eccezione di Seianus) e facevo una fatica del diavolo per riuscire a ricordarmi anche un singolo dettaglio relativo al loro aspetto, fisico o caratteriale.
Lode e onore, invece, alla protagonista femminile de “La Ballata dell’Usignolo e del Serpente” (temevo sarebbe stata una sorta di proto-Katniss, e invece sono rimasta piacevolmente colpita dall’originalità del suo personaggio...) e all’approfondimento del world building: finalmente, signore e signori, la geografia e la genesi di Panem hanno cominciato a farsi molto, molto più chiari…



Giudizio personale:
8.0/10



sabato 20 giugno 2020

Recensione: "La Ragazza Falco" di Joseph Elliott

libri fantasy per bambini - Mondadori - mitologia celtica

Shadow Skye, Vol. 1

"Agatha è un Falco, impavido e fiero. Con orgoglio pattuglia le mura della sua enclave per sventare gli attacchi dal mare: è il suo compito sebbene qualcuno nel suo clan insinui che non dovrebbe averne uno per via della condizione con cui è nata. Jaime, riflessivo e ansioso, è una Manta ma ha il terrore del mare. Sulle sue spalle pesa un'enorme responsabilità: rinnegando il divieto di sposarsi che vige da generazioni sull'isola di Skye, gli anziani hanno offerto la sua mano a una ragazza di un vicino clan per rafforzare le alleanze. In realtà tacciono una minaccia che significherebbe la fine per tutti loro. Quando il nemico li assale, uccidendo e rapendo i sopravvissuti sotto i loro occhi, Agatha e Jaime intraprenderanno un pericoloso viaggio fino in Norveg per salvarli. Ma prima dovranno attraversare la Scotia, l'arcana terraferma dove, dopo la peste, si dice siano morti tutti e si aggirino solo terribili bestie e le ombre assassine. Non sanno che qualcuno è ancora vivo, né che il segreto dono di Agatha potrà cambiare le loro sorti..."



"La Ragazza Falco" è un libro fantasy per giovanissimi lettori scritto dall'autore britannico Joseph Elliott.
La trama, incalzante e infarcita di gustosi riferimenti alla mitologia celtica, si dimostra sin dalle sue prime battute estremamente interessante e coinvolgente.

La prima virtù de "La Ragazza Falco" che tende a saltare all'occhio, secondo me, ha a che fare con l'inarrivabile singolarità delle sue voci narranti: nell'ordine, una temeraria quindicenne affetta da Sindrome di Down, un ragazzino coraggioso e gentile dal fisico vagamente rachitico, e una ragazza misteriosa completamente in preda al delirio.
"La Ragazza Falco" riesce in questo modo a confermare una tesi di cui io mi sono sempre fatta fiera sostenitrice: vale a dire che a volte basta prendere un intreccio di stampo "tradizionale" (due giovani eroi, una terra piagata dalla guerra, una terrificante quest attraverso una landa selvaggia...) e affidare la narrazione a un punto di vista completamente nuovo, fresco e convincente per riuscire a ottenere un effetto inaspettato e sorprendentemente efficace.

Fra l'altro, l'originalità delle voci permette di sperimentare (personalizzare?) anche nel contesto dell'ambientazione e delle tonalità della narrazione.
La sincerità estrema e spiazzante di Agatha, ad esempio, si sposa bene con la brutalità disarmante e implacabile di alcune particolari svolte dell'intreccio.
Il world building de "La Ragazza Falco" non può che trarre beneficio da queste taglienti asperità, da queste incontrollate esplosioni di violenza e furore... Le sfumature che Elliott è stato in grado di introdurre all'interno del suo romanzo per ragazzi fanno senz'altro onore alle sue doti di scrittore, insomma, anche se ovviamente qualche piccola discrepanza stilistica può essere riscontrata senza troppe difficoltà, soprattutto nell'arco dell'ultimo quarto del libro.

Questa leggera "aritmia" si lascia perdonare facilmente, soprattutto considerando la piacevolezza e la scorrevolezza di un volume che, sotto molti punti di vista, si presenta come un vero e proprio "blockbuster" su carta stampata per lettori (pre-)adolescenti.
Un blockbuster in cui tutti i protagonisti presentano un qualche grado di disabilità, per mentale o fisica che sia. E il bello è che nessuno di loro si sforza di fingere che sia sempre facile convivere con queste situazioni all'interno di un contesto sociale che non tende certo a concedere grandi possibilità a chi è diverso dalla maggioranza... Ma nessuno di loro si arrende, e nessuno di loro rinuncia ai suoi obiettivi, e nessuno di loro prende anche solo in considerazione l'idea di dichiararsi sconfitto in partenza.

Insomma, per essere un romanzo d'esordio, "La Ragazza Falco" mi è sembrato un libro sorprendentemente solido e grintoso, traboccante di energia, speranza e buoni sentimenti.
Non ci resta che aspettare di scoprire quali altri terrificanti pericoli Jaime e Agatha verranno chiamati ad affrontare nel prossimo volume, "The Broken Raven" (in uscita negli USA il prossimo anno), per proteggere ancora una volta la loro amata isola di Skye! :)


Giudizio personale:
7.5/10


lunedì 15 giugno 2020

Recensione: "The Mermaid, The Witch and the Sea" di Maggie Tokuda-Hall



Disponibile in inglese

"A bordo della nave pirata Dove, una ragazza di nome Flora assume l'identità di un uomo chiamato Florian per riuscire a guadagnarsi il rispetto e la protezione del resto della ciurma. Per Flora, ex orfana di strada perennemente alla mercé dei pericoli del ghetto, la brutale vita di un pirata rappresenta l'unico mezzo di sopravvivenza. Il suo motto è "non fidarti, non legarti, e non provare sentimenti". Ma nel corso di quest'ultimo viaggio, mentre i pirati si preparano a vendere il loro ultimo carico di benestanti passeggeri al mercato degli schiavi, Flora comincia a sentirsi attratta da Lady Evelyn Hasegawa, che si è imbarcata contro la sua volontà per portare a compimento il matrimonio combinato che i suoi genitori hanno programmato per lei. 
Flora non si aspetta di finire sotto l'ala protettiva di Evelyn, e Evelyn non si aspetta di cominciare a sviluppare un legame così intenso con il pirata Florian... Presto la strana coppia metterà in moto una catena di eventi che la porterà a salvare una sirena in catene (bramata per il suo sangue, che causa agli uomini straordinarie visioni e la perdita di ricordi sconvenienti) e a coinvolgere nei loro disperati piani di fuga il misterioso Pirata Supremo, una strega opportunista e il Mare stesso..."



"The Mermaid, the Witch and the Sea" è uno YA fantasy autoconclusivo scritto dall'autrice Maggie Tokuda-Hall.
Per quanto promettente la sinossi possa sembrare, devo confessare di non averlo amato poi molto... Fra poco cercherò di scendere nel dettaglio, ma la versione breve è che ho avuto l'impressione di trovarmi alle prese con un libro per bambini di otto anni infarcito di tematiche forti (colonialismo, guerra, violenza sessuale identità di genere, e chi più ha, più ne metta...) trattate senza alcun tipo di filtro, grazia o profondità.

Il punto è che mi aspettavo di trovarmi alle prese con una lettura leggera, divertente e piacevole OPPURE con un romanzo più serio munito di personaggi plausibili e di una trama vagamente sofisticata... Invece mi sono ritrovata a sbadigliare dietro le pagine di una storia dalla trama banale e dal messaggio forzato, un'opera completamente priva di world building, sistema magico o introspezione psicologica.
La tendenza moraleggiante e "didattica" dell'autrice, da questo punto di vista, non contribuisce certo a risollevare la situazione... soprattutto dal momento che le sue protagoniste difficilmente potrebbero candidarsi al Premio Nobel 2020 per l'Altruismo e la Sensibilità.

L'intreccio e il ritmo di "The Mermaid, the Witch and the Sea", dal mio umile punto di vista, risultano completamente scombinati.
La centralissima storia d'amore si basa su un instalove completamente imposto dall'alto (dal momento che Evelyn e Flora non dimostrano di avere il benché minimo grado di affinità) e gli eventi si avvicendano in maniera molto fluida e caotica, apparentemente senza alcun nesso di causa-effetto.
Le prime 80 pagine del libro scorrono in maniera piacevole e riescono a catturare l'attenzione, questo è certo. Mi sono piaciuti anche i racconti della strega, delle brevi fiabe a sfondo mistico-naturale che nel complesso non sono hanno assolutamente niente a che fare con la trama o i personaggi.
Peccato che il resto di "The Mermaid, the Witch and the Sea" tenda a somigliare più che altro al lungo, terrificante strascico di una giornata trascorsa sotto il sole accecante di metà estate. Nel senso che potrebbe facilmente finire col provocare emicrania, prurito alla nuca e quel caratteristico senso di soffocamento che ti prende alla gola quando scopri che il tuo migliore amico ha intenzione di sposarsi all'aperto nel cuore di agosto, e tu sai di non avere la benché minima possibilità di scamparla.. .

Su Evelyn non mi soffermo a dire niente, perché in pratica è soltanto un love interest il cui POV viene buttato lì per riempire un po' di pagine.
Per tutto il tempo sentiamo tessere le sue lodi in maniera sperticata (Evelyn è bellissima, generosissima, modestissima, simpaticissima, adorabilissima e bla, bla,bla) senza che per tutto il libro ci capiti mai di assistere a un effettivo atto di gentilezza da parte sua o di leggere una sua linea di dialogo anche solo remotamente brillante.
Sospetto del resto che la Tokuda-Hall abbia scritto questo libro soprattutto perché ci teneva molto a far capire al pubblico cosa significhi sviluppare un'identità di genere di tipo non binario. Se è così - mi dispiace dirlo- ma ha fallito anche in questo.
Perché la verità è che sono uscita dalla lettura di "The Mermaid, the Witch and the Sea" ancora più confusa e smarrita di prima in merito all'argomento.

Forse perché l'arco narrativo/viaggio di scoperta di Flora/Florian non è riuscito a convincermi del tutto.Voglio dire, in fondo stiamo parlando di un'orfana che, in tenerissima età, viene strappata dalla strada e portata a bordo di una nave pirata.
Flora non aveva mai messo in dubbio la propria identità prima; ma dal momento che gli spietati energumeni che dettano legge sul vascello la violenterebbero un giorno sì e l'altro pure se sospettassero di avere una ragazza nella cuccetta in fondo alla loro, il nostromo le ordina di travestirsi da ragazzo e di cominciare a farsi chiamare "Florian".
Ora, nel corso del libro la Tokuda-Hall si sofferma a sottolineare in più di un caso l'estrema difficoltà di Flora nel portare avanti questa "recita" (che, ribadisco, le è stata completamente imposta dall'esterno e non è nata da alcun dubbio di natura personale circa il proprio genere di appartenenza). Per anni, Flora viene costretta dai pirati ad alterare il timbro della sua voce, a modificare il suo modo di parlare e a imitare la camminata degli uomini che la circondano. Tutte cose che apprende con fatica, che la fanno sentire a disagio e che non le vengono affatto naturali. Il tutto sempre nel timore di venire smascherata, sempre nel terrore incondizionato di poter andare incontro a qualche terribile violenza. Il che mi fa sospettare (ma giusto un pochino, eh?) che alla base dei suoi dubbi circa il proprio "vero" genere di appartenenza potrebbe anche nascondersi un trauma, e pure uno di quelli belli grossi, quanto a questo.

Dopo tutta una serie di peripezie, si da il caso che la nostra co-protagonista finisca per ritrovare la libertà.
Sennonché, dopo anni e anni passati a interpretare il ruolo di un marinaio di sesso maschile, Flora/Florian capisce di non riuscire a scegliere una sola delle sue identità, perché ormai entrambe fanno parte di lei/lui, e per tornare intera/intero bisogna imparare ad accettarle tutte e due.
Il che mi starebbe più che bene, se non fosse che a un certo punto l'autrice se ne esce a sostenere il seguente concetto: da questo momento in avanti, ogni volta che avrà bisogno di sentirsi forte, inaccessibile e coraggioso/a, lui/lei sceglierà di farsi chiamare "Florian"; ogni volta che avrà bisogno di mostrare sensibilità e empatia nei confronti del prossimo, lui/lei tornerà invece a essere "Flora".

???

Magari non sono riuscita ad afferrare bene il punto, ma la verità è che se la mettiamo in questi termini, a me sembra quasi che sia la Tokuda-Hall ad avere sviluppato un concetto alquanto limitato dei concetti di mascolinità e femminilità.
Ma tipo che mia nonna ha delle idee molto più moderne al riguardo, dal momento che di sicuro non avrebbe nulla da ridire a proposito di una donna temeraria o di un uomo che si mostra partecipe dei dolori altrui... Di sicuro non comincerebbe a mettere in dubbio la loro identità o a farli sentire inadeguati.
Non sto facendo delle infide insinuazioni a favore di J. K. Rowling e delle sue abominevoli sparate vigliacche sui social, badate bene. Quello della fluidità di genere potrà anche essere un argomento che non comprendo (ancora) del tutto, ma nutro il massimo rispetto nei confronti delle scelte di persone costretta a lottare ogni giorno con le unghie e con i denti per riuscire a trovare il proprio posto in un mondo infettato da un'ondata di bigottismo e pregiudizio dopo l'altra.

Dico solo che la rappresentazione messa in scena dalla Takuda-Hall in questo libro mi è sembrata più controproducente che altro: se proprio devi trattare una tematica in maniera forzata e completamente priva di attinenza con il resto della tua trama, per amore della Sacra Madre Terra, cerca almeno di farlo in maniera accurata...
Altrimenti, a fine giornata la cara, vecchia J. K. avrà anche fatto l'ennesima figura meschina, ma sarà ancora una volta una scrittrice dieci volte migliore di te.
Fra parentesi, mi stupirebbe molto venire a sapere che la Takuda-Hall si sia degnata di leggere anche un solo libro fantasy nel corso degli ultimi dieci anni.
Ed ecco perché mi vedo costretta a bocciare in pieno "The Mermaid, the Witch and the Sea": la prossima volta, Maggie, ti prego... Cerca di fare i tuoi compiti a casa, almeno una volta ogni tanto. 
Ti auguro ogni bene e farò ancora il tifo per te, ma per ora il tuo libro rappresenta di gran lunga la mia peggiore lettura del 2020.


Giudizio personale:
2.5/10


lunedì 8 giugno 2020

Recensione: "La Città di Ottone", di S. A. Chakraborty


Attenzione: la seguente recensione fa riferimento all'edizione originale in lingua inglese del libro!

Mondadori - the city of brass - libri fantasy ambientati nel deserto

Daevabad Trilogy, Vol. 1

"Egitto, XVIII secolo. Nahri non ha mai creduto davvero nella magia, anche se millanta poteri straordinari, legge il destino scritto nelle mani, sostiene di essere un'abile guaritrice e di saper condurre l'antico rito della zar. Ma è solo una piccola truffatrice di talento: i suoi sono tutti giochetti per spillare soldi ai nobili ottomani, un modo come un altro per sbarcare il lunario in attesa di tempi migliori. Quando però la sua strada si incrocia accidentalmente con quella di Dara, un misterioso jinn guerriero, la ragazza deve rivedere le sue convinzioni. Costretta a fuggire dal Cairo, insieme a Dara attraversa sabbie calde e spazzate dal vento che pullulano di creature di fuoco, fiumi in cui dormono i mitici marid, rovine di città un tempo maestose e montagne popolate di uccelli rapaci che non sono ciò che sembrano. Oltre tutto ciò si trova Daevabad, la leggendaria città di ottone. Nahri non lo sa ancora, ma il suo destino è indissolubilmente legato a quello di Daevabad, una città in cui, all'interno di mura metalliche intrise di incantesimi, il sangue può essere pericoloso come la più potente magia. Dietro le Porte delle sei tribù di jinn, vecchi risentimenti ribollono in profondità e attendono solo di poter emergere. L'arrivo di Nahri in questo mondo rischia di scatenare una guerra che era stata tenuta a freno per molti secoli."


"La Città di Ottone" è il primo libro della trilogia fantasy "Daevabad", scritta dall'autrice S. A. Chakraborty.
Un paio di mesi fa abbiamo parlato del fatto che Edgar Wright e Joe Cornish proveranno a produrre un adattamento televisivo del romanzo da distribuire su Netflix. Vi ricordo anche che la traduzione italiana dovrebbe esordire nelle nostre librerie il prossimo 16 giugno, a opera della casa editrice Mondadori.

E...
Non so: una parte di me comincia a sospettare di aver voluto cominciare la recensione de "La Città di Ottone" con un mucchio di dettagli tecnici perché in realtà questo libro mi ha lasciato abbastanza indifferente, per lo meno dal punto di vista emotivo.
Mi dispiace anche un sacco doverlo ammettere, fra parentesi, dal momento che l'idea alla base dell'ambientazione è brillante e nutro senz'altro un grande senso di rispetto nei confronti del desiderio dell'autrice di regalare ai lettori un world building basato su un contesto culturale completamente diverso dal nostro.

Ciò premesso, mentirei se affermassi di aver trovato "La Città di Ottone" notevole sotto un qualsiasi altro aspetto. La trama è quella di un qualsiasi YA fantasy moderno, e difatti continuo a non capire perché la gente si ostini a definirlo un libro per adulti.
I personaggi mi sono sembrati relativamente credibili; dico "relativamente" perché, per essere una città popolata da ultracententenari jinn dotati di fenomenali poteri cosmici, alla fine Daevabad mi è parsa per lo più abitata da personaggi in preda a desideri e ambizioni prettamente terreni... Con un paio di picchi adolescenziali non indifferenti, soprattutto in relazione ai tre vertici del triangolo Nahri-Dara-Ali.
La protagonista de "La Città Segreta" è la figlia segreta di Lila Bard e una qualsiasi Mary-Sue da libricino, e gli eroi maschili sono evidentemente stati modellati sul classico stampo "bel tenebroso tormentato da un tragico passato vs migliore amico serio e responsabile che-a-te-ci-tiene-per-davvero."
Non esistono personaggi femminili al di fuori della protagonista, anche se presumo - spero - che questa situazione possa poi andare a migliorare nel corso dei volumi successivi.

Sospetto comunque che molti di voi riusciranno ad apprezzare questo romanzo in modi che a me sono completamente sfuggiti.
L'ambiguità morale dei jinn (e in fondo, di Nahri stessa...) mi ha piacevolmente sorpreso, questo sì. All'interno de "La Città di Ottone" è difficile trovare un vero "cattivo", così come risulta praticamente impossibile individuare un personaggio che non ti faccia saltare la mosca al naso per almeno un milione di ragioni diverse. Tutti hanno le loro ragioni per comportarsi da bastardi figli di buona donna, e apprezzo il fatto che la Chakraborty non sia sentita in dovere di chiedere scusa per nessuna delle loro mancanze e dei loro difetti.

Ciò non toglie che la lettura de "La Città di Ottone" mi abbia fatto sbadigliare come se l'insonnia di cui non ho mai sofferto fosse diventata d'un tratto la più cara e dolce amica.
Sicuramente sarò stata una delle poche al mondo a pensarla così. Ma per me, ad esempio, le particolareggiate, incessanti descrizioni di gioielli e capi di vestiario vari ed eventuali si sono rivelate estremamente monotone, e anche poco significative dal punto di vista comunicativo (nel senso che riuscire a immaginare nei minimi dettagli la sfumatura turchese di questo o quel diadema non mi ha minimamente aiutato a entrare in sintonia con la psicologia di nessuno).

L' inclinazione smodata a riversarci addosso una spropositata dose di infodump nei momenti più assurdi mi ha fatto precipitare nell'apatia totale. Per di più anche le prolisse sequenze descrittive di ambienti e utensili assortiti mi sono sembrate ripetitive, ridondanti, esagerate. Non so se procedere per accumulo possa mai rivelarsi una tecnica vincente; suppongo che la Chakraborty abbia cercato in ogni modo di lanciare un incantesimo immersivo sui suoi lettori, ma le sue scelte stilistiche, su di me, hanno finito piuttosto per esercitare l'effetto contrario.
E in fondo anche il fatto che la trama completa de "La Città di Ottone" - un bel romanzone di 500 pagine e passa - possa praticamente riassumersi in tre paragrafi scarsi di sinossi la dice lunga sul ritmo che la Chakborty ha ritenuto opportuno impartire alla sua narrazione, o almeno questa è l'impressione che ne ho avuto io...

Leggerò i sequel, quindi?
Mmm... Difficile a dirsi.
Forse si. Probabilmente no. Di sicuro non mi precipiterò domani a ordinare "Kingdom of Copper".
Come sempre, amici lettori, aspetto di scoprire la vostra opinione nei commenti! ^^


Giudizio personale:
5.5/10


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