giovedì 24 settembre 2020

Recensione: "La gita del terrore", di Katherine Arden

Udite, udite, fan di Katherine Arden: il delizioso libro horror per bambini "La gita del terrore" (traduzione italiana di "Small Spaces") uscirà in Italia il prossimo 6 ottobre! Una lettura elettrizzante e spaventosa, in perfetto stile Halloween, da gustare preferibilmente davanti a una bella tazza di cioccolata calda e/o in compagnia dei vostri esuberanti pargoletti... 

Avevo già pubblicato la mia recensione un po' di tempo fa, ma approfitto volentieri dell'occasione per rispolverare il vecchio articolo e tornare a consigliarvi questo eccezionale "middle grade" (ossia adatto a giovani lettori dagli 11 anni in su) firmato dalla straordinaria autrice dell'ormai popolarissima "Winternight Trilogy"! ^^


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"Ollie ha undici anni, e da quando la sua geniale e avventurosa mamma non c'è più, si sente sempre un po' fuori posto nel mondo. Il suo unico rifugio è la lettura. Così, quando vede una sconosciuta che sta per gettare un piccolo libro nero nel torrente, d'impulso decide di salvarlo: glielo ruba e scappa via. In una notte di pioggia e vento inizia a leggere l'inquietante storia di un patto d'amore maledetto racchiusa tra le pagine del misterioso libriccino. Il giorno dopo scopre che la meta della gita di classe è proprio la fattoria della storia, un luogo che esiste davvero e che rivelerà un passato di misteri e sparizioni inspiegabili. Durante il viaggio di ritorno dalla fattoria il pullmino sul quale viaggiano Ollie e i suoi compagni si ferma... Mentre cala il buio e si alza una strana nebbia, sull'orologio rotto di Ollie, un ricordo della mamma, compaiono un conto alla rovescia e un messaggio inequivocabile: via! C'è sempre una qualche storia di fantasmi. Che ci piaccia a no. Ovunque tu vada in questo enorme, terribile mondo meraviglioso troverai sempre una storia di fantasmi ad aspettarti. A volte inventata, a volte no."

La mia recensione: 

La gita del terrore” è un romanzo horror per bambini scritto dall'autrice americana Katherine Arden. Se questo nome vi suona familiare, probabilmente è perché vi ho parlato di lei alcuni mesi fa, attraverso le recensioni dei suoi splendidi retelling in salsa storico/fiabesca “L'Orso e l'Usignolo”, “La ragazza nella torre” e "L'inverno della strega".
La gita del terrore” è un libro profondamente diverso dalla “Winternight Trilogy”. Personalmente l'ho trovato delizioso, la perfetta lettura “brividosa” autunnale da divorare tutta d'un fiato... Ma vi avverto: il lettore ideale di questo romanzo non supera i 12, 13 anni d'età.
Da un certo punto di vista, leggere “La gita del terrore” mi ha permesso di tornare indietro con la mente ai tempi delle scuole medie, vale a dire ai giorni (niente affatto spensierati) in cui mi consideravo un'avida consumatrice della collana “Piccoli Brividi”.
A differenza di Stine, però, la Arden non scrive solo per intrattenere, divertire e cercare di catturare un pubblico che risulti il più variegato e vasto possibile. Credo che la Arden abbia confezionato questo gioiellino soprattutto perché aveva qualcosa di prezioso da comunicare, un piccolo frammento di infanzia e terrore e meraviglia da regalarci, e tutto il talento necessario a riuscirci. Fra le pagine di questo libro troverete un cast di personaggi strepitosi, una qualità stilistica superiore alla media e un nucleo tematico dallo sconfinato potenziale emotivo.
Il romanzo della Arden si svolge, in un certo senso, “a cavallo” fra i generi horror fantasy, e questo è stato senz'altro un altro aspetto che ha risvegliato il mio entusiasmo. Provate a pensare a questo libro come a una sorta di "Labyrinth'' dei giorni nostri, se ci riuscite, combinato a qualche elemento in stile “Spiderwick: le Cronache”, e con un piacevole tocco di “I Kill Giants” nel mezzo.
Se la Disney, la Dreamworks, o qualsiasi altra compagnia esistente sulla faccia del pianeta decidesse mai di acquistarne i diritti e realizzarne un adattamento cinematografico, state pur sicuri che ne verrebbe fuori un film d'animazione assolutamente imperdibile!



PS: se siete alla ricerca di altri bellissimi libri horror per bambini e ragazzi (dai 10 anni in su), non dimenticatevi di dare un'occhiata a QUESTA lista! ;D

 

martedì 22 settembre 2020

Recensione: "Away" (prima stagione - Netflix 2020)

 


Away” è una serie televisiva di genere drammatico e sci-fi, rigorosamente in quest’ordine. La prima stagione si compone di dieci episodi ed è disponibile su Netflix.

La trama verte attorno alle vicissitudini personali e professionali di Emma Green (Hilary Swank), comandante della prima missione spaziale intenzionata a far sbarcare su Marte un equipaggio in carne e ossa. Ovviamente la sfida presenterà immense complicazioni; oltre alle difficoltà tecniche, logistiche e politiche, gli astronauti protagonisti (provenienti dai più disparati angoli della Terra) dovranno infatti confrontarsi con attriti personali, differenze culturali, disturbi psicologici di varia natura... per non parlare della terribile nostalgia di sapersi “lontani”, intenti a fluttuare ad anni luce di distanza dalle persone amate.

Malgrado i difetti, “Away” si è rivelata una serie interessante. Per essere una “space opera” è un po’ atipica; ad esempio, la sceneggiatura tende a concentrare sulle relazioni personali dei vari personaggi lo stesso livello di attenzione che dedica alle minacce “spaziali” e alla costante lotta per la sopravvivenza a cui deve sottoporsi l’equipaggio. Ma mentirei se vi dicessi di non aver apprezzato questo risvolto; del resto, mi considero una grande fan di film come “The Martian” o “Gravity”, a cui secondo me la serie con Hilary Swank deve la sua principale ragion d’essere (una tesi confermata anche dal taglio spettacolare, nettamente cinematografico, della fotografia e del montaggio). Pellicole ironiche, commoventi e/o intimiste, ricche di ottimismo e di speranza per il futuro, così diverse nello spirito dagli shows in streaming che in questo momento vanno tanto per la maggiore.

Badate, l’elemento “adrenalinico” è comunque presente e ben sviluppato all’interno di questi primi dieci episodi. Ho trovato la visione di “Away” coinvolgente e ricca di emozioni, malgrado un paio di prevedibili cadute di tensione qua e là. Semmai avessi avuto bisogno di una conferma del fatto che gli esseri umani non sono stati geneticamente programmati per prosperare nello spazio, bè... diciamo che “Away” spiega in termini abbastanza eloquenti per quale motivo Ridley Scott non avrebbe avuto veramente bisogno di inserire Alien all’interno del suo film, per riuscire a girare un claustrofobico survival horror.

Sotto altri punti di vista, non posso negarlo, “Away” mi è parso un po’ troppo prevedibile – un po’ troppo deciso a sbloccare i nostri dotti lacrimali e a fare del politically correct il proprio asso nella manica.  Probabilmente non aiuta il fatto che il personaggio della Swank, protagonista assoluta assieme al marito Matt (Josh Charles), sembri studiato a tavolino per conquistare e impressionare il pubblico. Peraltro (non è che esistano molti modi per girarci attorno), secondo me il personaggio della figlia, l’adolescente e biondissima, intelligentissima, educatissima, perfettissima Alexis (Talitha Eliana Bateman), è una vera e propria spina nel fianco! Ho trovato noioso e insopportabilmente retorico il 90% delle sue scene; da standing ovation, invece, il nutrito cast di comprimari, dal burbero veterano Misha (Mark Ivanir) all’inflessibile chimica cinese Lu (Vivian Wu), dal timido botanico Kwesi (Ato Essandoh) al riservato co-pilota Ram (Ray Panthaki).

Ultima (e forse peggiore) causa di rimostranze, la fuggevole impressione che “Away” abbia già esaurito parte del proprio potenziale. Ha un finale che funziona, e la cosa di per sé potrebbe rappresentare un eccellente punto a favore; ma in caso di rinnovo, onestamente faccio fatica a immaginare il genere di sorprese che gli sceneggiatori potrebbero estrarre dal cilindro. Anche se potrei sbagliarmi...

Un buon prodotto, insomma, nel complesso, questo “Away”. A volte si sforza troppo e, a partire dal settimo episodio in poi, la sceneggiatura prende a riciclare il proprio canovaccio con una certa insistenza; ma il cast è eccellente, le tematiche attualissime, il ritmo impeccabile. Se vi piacciono le storie di fantascienza, e vi sentite particolarmente in vena di imbarcarvi per un lungo, catartico viaggio emozionale, secondo me potreste aver trovato la serie che fa per voi!


Giudizio personale:

7.2/10


domenica 20 settembre 2020

Recensione: "Le Segnatrici", di Emanuela Valentini

 

Potete acquistarlo QUI

"Il ritrovamento delle ossa di Claudia, bambina scomparsa ventidue anni fa, richiama a Borgo Cardo, nell'Appennino emiliano, Sara Romani, chirurgo oncologico di stanza a Bologna. Per lei il funerale è una pericolosa occasione di confronto con un passato da cui è fuggita appena ne ha avuto la possibilità. Al ritorno nella routine bolognese, il desiderio è quello di dimenticare. I segreti, gli amici d'infanzia rimasti inchiodati a una realtà carica di superstizioni e pregiudizi, le ossa di una compagna di giochi riemerse da un tempo lontano. Finché scompare un'altra bambina: Rebecca. Sara ha avuto giusto il tempo di conoscerla. Dopo il funerale Rebecca le ha curato una piccola ferita secondo l'antica tradizione della segnatura e adesso Sara è in debito con lei. Un legame che sa di promessa. Un filo rosso che unisce il passato di Sara, schiava della convinzione di dover salvare tutti, con un incubo appena riemerso dall'oblio. Mentre il paese si mobilita per ritrovare Rebecca, la donna è costretta a tornare. È l'inizio di una discesa negli inferi dell'Appennino, un viaggio doloroso nelle storie sepolte nel tempo attraverso strade, boschi, abitazioni e volti che lei aveva imparato a cancellare dalla memoria, e che ora diventano luoghi neri in cui cercare una bambina innocente. Quale oscuro mistero si cela dietro la secolare tradizione delle segnatrici? In una sfrenata corsa contro il tempo per scoprire chi ha rapito Rebecca e riuscire a salvarla prima che sia troppo tardi, Sara dovrà scendere a patti con una parte di sé messa a tacere ventidue anni prima. A costo di perdersi nel labirinto dei ricordi e non trovare più la via d'uscita."


Dopo “La bambina senza cuore”, avevo completamente perso le tracce dell’autrice Emanuela Valentini. Non posso dire di averlo fatto di proposito… ma forse nemmeno il contrario, considerando lo scarso livello di interesse che quel piccolo romanzo gotico mi aveva suscitato. Se oggi vi propongo la recensione de “Le Segnatrici”, è soprattutto perché la trama di questa sua nuova uscita estiva è riuscita a risvegliare la mia curiosità, nonostante tutto.

Un thriller infarcito di folclore e suggestioni televisive, influenzato da mille riferimenti alla cultura pop e dall’indiscutibile passione della Valentini per le serie originali Netflix (che cosa aspettano a trarne un adattamento, è quello che mi chiedo io?). Ho ascoltato “Le Segnatrici” su Storytel nell’arco di un periodo abbastanza lungo, e confesso che nel complesso si è trattato di un’esperienza estremamente piacevole. Non memorabile, e sinceramente neanche particolarmente originale, ma confortevole, come una vecchia coperta dal profumo rassicurante e familiare; l’ennesima variazione su un tema che ormai saremmo in grado di ripercorrere anche nel sonno: un inquietante serial killer rapisce bambine e le fa sparire per sempre in un isolato borgo di montagna. La protagonista, un giovane medico di nome Sara, ha un trauma sepolto nel passato che la spinge a indagare nonostante il pericolo e le possibili ripercussioni personali; si imbarcherà in una crociata che la indurrà a inimicarsi una buona parte della cittadinanza locale, nonché a rischiare di calamitare su di sé le attenzioni del brutale assassino.

Ho trovato lo stile della Valentini leggermente migliorato, dai tempi de “La bambina senza cuore”. Continuo a pensare – come lo pensavo allora – che la ragazza abbia del potenziale; quello che non ha è il senso della misura e la capacità di scrivere dei dialoghi anche solo remotamente credibili, dal momento che tutti i suoi personaggi (per lo più rudi montanari) si esprimono come personaggi di un’opera teatrale (una tragedia epica, nello specifico, tant’è che continuavo a sorprendermi di non sentirli parlare in pentametri giambici). Ma l’intreccio de “Le Segnatrici” è sicuramente molto curato; la prosa della Valentini è avvincente, immersiva, e l’ambientazione (senz’altro il mio ingrediente preferito del libro) è stata costruita in maniera suggestiva e magistrale, grazie anche all'efficace innesto di elementi tratti dalla letteratura e dal cinema gotico. Certo: non è realmente un piccolo paese dell’Emilia Romagna, quello descritto dalla Valentini; è una copia-carbone dei millecinquecento borghi dell’entroterra americana di cui siamo soliti leggere nei romanzi di Stephen King o chi per lui, ma tant’è: se volete leggere “Le Segnatrici” perché amate il realismo e le crime story, vi conviene lasciar perdere dal principio. Anche perché l’identità del colpevole si capisce da metà storia e il finale arriva più come una consolazione che come un’epifania.

Leggete piuttosto “Le Segnatrici” se amate il giallo vecchio stampo, i telefilm polizieschi e la antiche leggende del nostro Paese. Leggetelo se avete bisogno di un’avvincente distrazione dalle vostre preoccupazioni quotidiane, se vi piacciono i brividi di mezza estate e se vi considerate delle fiere sostenitrici dei bei personaggi femminili di stampo anticonvenzionale, forti e dallo spiccato piglio moderno. Se state leggendo questa recensione, sulle pagine di questo blog, do praticamente per scontato che sia così! ;D 

Giudizio personale:

7.0/10



venerdì 18 settembre 2020

"Il futuro di un altro tempo": in arrivo a marzo il libro di Annalee Newitz sui viaggi nel tempo...

Il 2020 non è stato un buon anno per nessuno, ma per lo meno dal punto di vista delle uscite sci-fi in libreria non abbiamo nulla di cui lamentarci. In Italia la Mondadori ha pubblicato di recente “Murderbot” di Martha Wells (ne parleremo prossimamente in una recensione dettagliata), mentre la prossima settimana arriverà in libreria “Dormire in un mare di stelle” di Christopher Paolini (idem come sopra).

Il libro che oggi voglio segnalarvi si chiama invece “Il futuro di un altro tempo”, ed è un promettente romanzo fantascientifico sui viaggi nel tempo. L’autrice si chiama Annalee Newitz e questo è il suo secondo romanzo; il suo libro d’esordio, “Autonomus” è stato pubblicato dalla Fanucci, il medesimo editore che provvederà a tradurre anche “The Future of Another Timeline”.


Data di uscita stimata: 

19 novembre 2020

Potete acquistarlo QUI

“1922: Dopo un concerto punk femminista "Riot grrrl", la diciasettenne Beth si ritrova con il cadavere del suo amante di quella sera in macchina. Le sue amiche l'aiutano a nascondere il corpo... 2022: determinata a usare i viaggi nel tempo per creare un futuro più sicuro, Tess ha dedicato la sua vita a visitare momento storici del passato e a combattere per cambiarli. Ma ora, un gruppo di viaggiatori del tempo vuole fermarla... Come si uniranno le vite di Beth e Tess? Quale ruolo avranno nel sottile filo che lega il passato e il futuro?”


Il futuro di un altro tempo” è stato descritto da molti come un romanzo “punk rock”; per citare la recensione riportata sul il sito NPR, si tratterebbe di “una meditazione a forma di bambola matryoshka sull’inutilità e la necessità della violenza, agghindata con Doc Martens e fermagli nei capelli, immersa in un contesto di referenze pop (sia vere che immaginarie) mentre espone centinaia di anni di misoginia e cultura dello stupro.

Che per la vostra Sophie equivale a dire: porca paletta, questo libro deve essere mio a tutti i costi! XD

Fra l’altro, oltre ad annoverare un discreto numero di fan fra alcuni popolari autori di speculative fiction (Ken Liu, Nicola Griffith, Saladin Ahmed…), il romanzo è stato elogiato anche da un’attrice di cui tutti voi – nerd appassionati e leali che non siete altro – avrete senz’altro sentito parlare: mi sto riferendo ad Amy Acker, un’icona leggendaria per qualsiasi fan di Joss Whedon e/o appassionato di serie tv di fantascienza.




mercoledì 16 settembre 2020

Recensione: "The Year of the Witching", di Alexis Henderson

 

Potete acquistarlo QUI in inglese

“Nelle terre di Bethel, in cui la parola del Profeta è legge, la stessa esistenza di Immanuelle Moore viene considerata una blasfemia. L’unione di sua madre con un forestiero di un’altra razza scaglia la sua famiglia, un tempo prestigiosa, nella disgrazia, così adesso Immanuelle fa del suo meglio per adorare il Padre, seguire il Santo Protocollo e condurre una vita di sottomissione, devozione e assoluta conformità, come tutte le altre donne del suo insediamento.Ma c’è qualcosa che la attrae nel bosco proibito di Darkwood, in mezzo agli alberi che circondano Bethel, in cui un tempo il primo profeta diede la caccia alle quattro streghe della leggenda. Si dice che i loro spiriti aleggino ancora nel bosco, e un bel giorno saranno proprio loro a elargire a Immanuelle un dono inaspettato: il diario di sua madre, morta da tempo, che prima della sua nascita cercò rifugio in quello stesso santuario…”

 

Purtroppo non mi vengono in mente molti modi per girarci attorno: "The Year of the Witching", romanzo horror autoconclusivo di Alexis Henderson, è il classico YA travestito da libro per adulti. L’opera può contare su una suggestiva atmosfera sospesa fra incubo e realtà e su un paio di scene da brivido scritte in maniera dolorosamente magistrale; l’intreccio vanta anche una serie di solidi riferimenti “visivi” al film "The Village" e qualche apocalittica pacchianata biblica ad alto tasso di spettacolarità hollywoodiana. Lo stile è decente, soprattutto considerando che si tratta di un romanzo d’esordio; personalmente avrei limato qualche descrizione qua e là per smorzare l’impatto soporifero della parte centrale, ma va da sé, si tratta di una mia opinione personale, e come tale lascia il tempo che trova.

Per il resto, potete aspettatevi la classica protagonista emarginata che tutti vogliono sposare/farsi/l'una e l'altra cosa; un vecchiaccio lascivo che la minaccia in continuazione; un giovane aitante e illuminato pronto a tutto pur di difendere il suo onore; una migliore amica dal destino tragico e qualche strega di foggia mostruosa buttata qua e là, tanto per non farci mancare niente. A livello di ritmo e (soprattutto) di struttura narrativa, “The Year of the Witching” presenta tanti di quei problemi che non vale neanche la pena soffermarsi qui a citarli tutti. Il primo capitolo è grandioso, probabilmente perché è l’unico che la maggior parte degli editori ormai si prendano la briga di leggere prima di chiudere un contratto. Il secondo traballa, il terzo ammorba, il quarto è una tortura. Da lì in poi, per quanto mi riguarda, è tutta una discesa.

Non sarei comunque stata così severa nel mio giudizio di fine recensione, se “The Year of the Witching” non veicolasse un messaggio di fondo talmente antitetico alla mia natura da rappresentare praticamente una sorta di mio anatema personale. Mi sembra infatti che questo libro, oltre a essere pizzoso e banale, sia popolato da uno stuolo di personaggi inutili e senza spina dorsale; l'esatta antitesi di ogni libro mai scritto da N. K. Jemisin (come sapete, praticamente una dea ai miei occhi...) e di ciò che nel 2020 avverto il bisogno di leggere, sia come donna che come appassionata di speculative fiction.

Ora, non sono una lettrice che si offende facilmente - ormai mi conoscete abbastanza da saperlo, credo. Eppure penso che "The Year of the Witching" sia un libro offensivo. La cosa buffa è che, nel suo disperato tentativo di restare al di sopra delle parti e farsi portavoce di un concetto di "modernità" del tutto anacronistico (immaginate tutti i personaggi "buoni" seduti in cerchio a cantare kumbaya, my lord...), il romanzo horror/YA di Alexis Henderson non fa altro che depotenziare le sue tematiche e trasformarsi in un blando concentrato di deludenti stereotipi passivo-aggressivi.

Non fatevi ingannare dalla trama riportata sul retro di copertina: "The Year of the Witching" è offensivo soprattutto nei confronti delle donne - perché si finge femminista, quando in realtà non fa altro che proporre un modello patriarcale al posto di un altro. È offensivo per il lettore, nel senso più generico del termine, perché per tutto il tempo gli si chiede di fare il tifo per una congrega di pedofili e fanatici misogini con il cervello bacato, come se fosse normale aspettarsi empatia e simpatia nei confronti di una comunità che permette ai vegliardi di sposare quante più ragazzine fertili possibile per poi inseminarle – letteralmente – fino alla morte, o di bruciare la gente in piazza perché sì. È offensivo perché nasconde la testa sotto la sabbia e si limita a starnazzare "i bambini, chi salverà i bambini?", come se fossero le streghe il Grande Problema di questo mostruosa società distopica pseudo-biblica partorita dalla morbosa immaginazione della Henderson. Come se nella sua testa fosse legittimo punire e distruggere i mostri – chi ha subito, chi ha deciso che non subirà più - ma non chi li ha creati.

Mi ha suscitato antipatia, l’ignavia camuffata da liberalismo di questo libro; posso dirlo? Se l’unica possibile alternativa concepita dalla Henderson al fanatico fondamentalismo professato dai personaggi dev’essere un fondamentalismo di tipo moderato, posso affermare in tutta tranquillità di non voler mai più leggere altro di suo. Non dico altro per evitare di spoilerare il finale a qualcuno, ma credetemi: altro che “The Handmaid’s Tale” o “The Witch”! Se avessi una figlia adolescente e la trovassi con questo libro in mano, la prenderei a calci nel didietro. Abbiamo bisogno di allevare sognatrici, idealiste e combattenti, adesso. Non di tornare a volare basso. Non di donnette che si affidano al buon cuore del Principe Azzurro e che accettano di unirsi alla caccia alle streghe (donne forti e ribelli: buuuu, che paura!) perché sicuramente lui sarà in grado di gestire il potere meglio di loro.

Le minchiate da smidollati lasciamole da parte per una generazione che non si ritroverà a fare i conti con disastri ambientali, carenza di infrastrutture ed estremismo di destra, magari. Le favole di cui abbiamo bisogno adesso sono altre; o almeno, questo è il modo in cui la vedo io.


Giudizio personale:

4.0/10



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