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giovedì 7 aprile 2022

Recensione: "The Justice of Kings", di Richard Swan

L’autore esordiente Richard Swan firma il romanzo fantasy grimdark “The Justice of Kings”, primo volume della trilogia “Empire of the Wolf”.

Un libro dalla trama piuttosto convoluta e interessante, che tuttavia non si rivela minimamente sufficiente a compensare la somma dei suoi (pantagruelici) difetti: uno stile asettico e pasticciato, un world-building inconsistente, personaggi clonati, una narratrice odiosa e un paternalismo di fondo che farebbe cadere le braccia persino a un personaggio maschile inventato da Brandon Sanderson...

 

Empire of the Wolf, Vol. 1

Potete acquistarlo QUI in inglese



La trama

Sir Konrad Vonvalt incarna la Giustizia dell’Imperatore; in qualità di rappresentante della legge, ha sempre potuto contare su una verità inconfutabile: la sua parola è sacra.

L’uomo viaggia attraverso le zone più remote e selvagge dell’Impero, con il compito di assicurarsi che la legge venga rispettata, a qualsiasi costo e, soprattutto, attraverso qualunque mezzo necessario: che si tratti della sua spada, degli arcani segreti tramandati dal suo Ordine, o dalla sua enciclopedica conoscenza dei codici civili e penali che sostengono l’Impero.

Ma poi un passante riviene il corpo di una nobildonna sulla sponda di un fiume, e Vonvalt viene chiamato a investigare.

Per la prima volta dall’inizio del suo incarico, si ritrova quindi ad affrontare un caso complesso e la possibilità di una cospirazione in grado di sfidare apertamente la sua autorità, fino a quel momento considerata inviolabile.

Perché, dietro l’omicidio della donna, potrebbe nascondersi un piano criminale in grado di scatenare un’ondata di violenza senza precedenti attraverso l’Impero...

 

Un giallo dalle sfumature... grimdark?

Spezziamo subito una lancia in favore di “A Justice of Kings”, e diciamo le cose come stanno: i primi capitoli del libro sono molto originali e promettenti, e lasciano sicuramente intravedere del potenziale per molte avventure future.

Il romanzo di Richard Swan, infatti, comincia come una sorta di stuzzicante “giallo” alla Agatha Christie in un contesto fantasy, fra indizi da raccogliere, piste da seguire e testimoni da interrogare.

Una premessa che mi aveva riempito di entusiasmo: nelle giuste circostanze, l’assoluta novità della formula avrebbe potuto addirittura dare i natali al precursore di un sottogenere completamente nuovo, ragazzi!

Un’idea supportata, peraltro, anche dalla peculiare scelta del narratore intrapresa da Swan: in “A Justice of Kings”, infatti, gli eventi vengono narrati in prima persona, ma non dal punto di vista del protagonista... a fornire un resoconto dei fatti provvede, piuttosto, una giovane donna che svolge le funzioni di assistente e collaboratrice personale, un’orfana di guerra chiamata Helena Sedanka.

Se proviamo a pensare a uno dei più famosi esempi di narratore allodiegetico  della storia della narrativa... bè, scommettiamo che “Sherlock e Watson” saranno fra le primissime parole che vi balzeranno in mente?

Purtroppo, tutto l’appeal della premessa tende a sgretolarsi dopo un centinaio di pagine, o giù di lì; vale a dire nel momento preciso in cui Swan decide di fare dietrofront e trasformare il suo romanzo in una fotocopia sbiadita di “The Witcher”.

Una cambio direzione che, secondo me, serve soltanto a scagliare la sua opera nell’abisso della mediocrità.

Tanto più che né i suoi personaggi (piattissimi e irritanti, quanto non apertamente odiosi...); né il world-building darkettone (evidentemente ispirato a videogiochi in stile Skyrim e Dragon Age) riescono a tenere viva l’attenzione del lettore per più di tre o quattro paragrafi di fila.

 

Helena Sedanka e il mondo degli stereotipi di genere

Se qualcuno provasse innestare una parte del patrimonio genetico del dottor House nel corpo di un clone di Geralt di Rivia, probabilmente otterremmo un personaggio molto simile a Vonvalt.

Oddio, in realtà, per portare a casa il risultato, dovremmo prima assicurarci di sottrarre tutto l’acume, l’umanità e il sarcasmo del personaggio interpretato da Hugh Laurie, e sostituirli con un carico di ombrosità, demenza e gigioneria completamente ingiustificati (ecco: mi sa che queste tre qualità, il nostro ipotetico “doppleganger” potrebbe tranquillamente ereditarle dal suo altro “genitore! XD)

Helena, dal canto suo, è un personaggio anche peggiore. Trascorrere del tempo “intrappolati” dentro la sua testa si è rivelato frustrante e, francamente, anche "un tantino” offensivo.

A parte il fatto che “The Justice of Kings” non passerebbe un semplice Test di Bechdel neanche in un milione di anni, il problema è proprio che questa cosiddetta “eroina” di Swan riesce a incarnare ogni singolo stereotipo femminile mai concepito.

Irrazionale, bisbetica, gelosa, isterica, lagnosa... Ed ecco che, guarda caso, i personaggi maschili si trovano continuatamente costretti a stomacare le evidenti lacune di Helena in preda alla virtuosa compostezza e alla granitica condiscendenza di un vero proprio fondatore del patriarcato!

Nel sequel, mi aspetto di imbattermi come minimo in un paio di “simpatiche” battute sul suo ciclo mestruale e sulla sua assoluta incompatibilità di carattere con qualsiasi altra donna mai nata sotto il sole.

Come se non bastasse, Swan insiste ad appiccicare addosso alla sua Helena una storyline romantica melodrammaticissima e sconclusionata, peraltro con un soldatino che è praticamente un manichino, uno scaldaletto senza faccia che il protagonista andrà, senz’ombra di dubbio, a sostituire nel corso dei prossimi volumi.

Anche se Vonvalt è, al tempo stesso, una sorta di figura paterna per Helena; anche se è il suo datore di lavoro, il suo benefattore e, in definitiva, l’unica cosa che la separa da un futuro a base di fame, stenti e violenza.

Mmm...

Non so voi, ma se fossi in Richard Swan, io una quindicina di minuti a studiare il significato, le implicazioni e le conseguenze del movimento #MeToo, magari li dedicherei anche.

Così... a titolo di ricerca “preventiva”, diciamo! XD

 

Stoccata finale

Dal canto suo, la tematica che il romanzo si propone di eviscerare – il rapporto fra Stato e Chiesa; l’immortale contrapposizione fra diritto canonico ed ecclesiastico – mi è sembrata abbastanza solida e interessante.

Il parallelismo fra la storia del mondo fittizio inventato da Swan e quella dell’Impero Romano ha suscitato la mia curiosità; anche se non saprei dirvi fino a che punto, dal momento che anche questo punto di forza viene continuamente messo in ombra da una narrazione acerba e traboccante di infodump, foreshadowing, deus ex machina e chi più ne ha, più ne metta.

In definitiva, la mia opinione generale (non richiesta) tende a vertere su un semplice punto: se Swan intende continuare a lavorare (e, soprattutto, prosperare...) nel campo della fiction, magari farebbe anche bene ad ampliare le sue conoscenze e a imparare a padroneggiare le più basilari tecniche dell’arte della storytelling: show, don’t tell; colpi di scena; tropes; eccetera, eccetera.

E leggere qualche libro fantasy in più, magari.

Perché non dubito che potrebbe trasformarsi in un eccellente scrittore di saggistica, un giorno.

Un brillante autore di testi a sfondo legale, o di qualsiasi altro argomento gli salti in mente di appassionarsi.

Oppure, chissà, potrebbe scrivere un fantastico secondo romanzo... Qualcosa mi dice che lo scopriremo presto! ;D





lunedì 4 aprile 2022

Recensione: "Delilah Green doesn't care", di Ashley Herring Blake

Per riprenderci dalle fatiche del lunedì, lasciamo che sia la recensione della deliziosa rom-com saffica “Delilah Green doesn’t care” a inaugurare la nostra settimana!

Una commedia romantica effervescente, spassosa e all’insegna dell’ottimismo più sfrenato, firmata da Ashley Herring Blake, già autrice dei romanzi YA “Girl Made of Stars” e “Hazel Bly and the Deep Blue Sea”...

 


Bright Falls, Vol. 1

Potete acquistarlo QUI in inglese

 

La trama

Delilah Green ha giurato a se stessa che non sarebbe più tornata a Bright Falls.

Dopotutto, lì non c’è più niente per lei; nulla, a parte i ricordi di un’infanzia trascorsa all’insegna della solitudine e dell’indifferenza, e di una matrigna e di una sorellastra che, a suo avviso, hanno sempre fatto del loro meglio per respingerla e tagliarla fuori.

La vita di Delilah è a New York, adesso, e passa attraverso la sua carriera di fotografa (finalmente avviata incontro a una direzione promettente...), oltre a includere un letto a due piazze che non è costretta a occupare da sola neanche per una notte.

Certo, si tratta di una donna diversa ogni volta, ma questo, in fondo, si intona benissimo alla sua visione della vita: nessuna relazione, nessuna responsabilità, nessuna possibilità di ritrovarsi con un cuore spezzato.

Ma poi Astrid, la sorellastra in questione, la “incoraggia” caldamente ad accettare un lavoro: occuparsi delle fotografie nel corso del suo imminente matrimonio con un medico facoltoso.

Delilah vorrebbe rifiutare, ma fra la necessità di incassare un sostanzioso assegno e una vagonata di sensi di colpa, la frittata è fatta: contro ogni buon senso, eccola di nuovo nella sua vecchia cittadina dimenticata da dio, quella che un tempo era solita chiamare “casa”.

La stessa sera, succede qualcosa di molto strano: Delilah si imbatte in Claire Sutherland, una delle migliori amiche di sua sorella. Claire, che ai tempi del liceo faceva parte della “cricca” di mean girls da cui Delilah ha sempre cercato di tenersi lontano... e che, adesso, sta facendo del suo meglio per allevare una figlia da sola, mentre affronta i capricci di un ex inaffidabile e cerca di tenere a galla una piccola libreria.

Claire e Delilah si conoscono da anni, e fra loro non è mai corso buon sangue, per cui non è assolutamente possibile che fra di loro scatti improvvisamente qualcosa... O sì?

Mentre formano un’alleanza per impedire ad Astrid di compiere il più grosso errore della sua vita – sposare un arrogante buono a nulla – Delilah e Claire si ritroveranno a fare con i reciproci difetti, un’attrazione insopprimibile, e... parecchie scintille!

 

Un pizzico di felicità

Ogni tanto, ho bisogno anch’io di affidarmi alle pagine di un confortevole ed elettrizzante “feel-good book”; qualcosa in grado di trasportarmi a duecentomila anni luce di distanza dalla mia vita quotidiana e da qualsivoglia tematica scottante, il porto sicuro in cui fermarmi a riprendere il fiato e a recuperare le forze .

“Delilah Green doesn’t care” ha rappresentato esattamente questo per me, e non mi imbarazza minimamente affermare che ne ho amato OGNI. SINGOLO.CAPITOLO.

Siamo ancora all’inizio dell’anno, per cui non voglio sbilanciarmi, ma sospetto già che quella di Ashley Herring Blake sarà la mia commedia preferita del 2022; un po’ come accadde con “One Last Stop” per il 2021, insomma.

Il romanzo offre, sopra ogni cosa, la cronaca di una storia d’amore contemporanea, briosa e travolgente; un canovaccio basato su uno dei più classici cliché del genere (quello degli opposti che si attraggono), fortunatamente privo di risvolti eccessivamente drammatici o “angoscianti”.

Claire e Delilah sono protagoniste divertenti, sexy e ricchissime di difetti; l’alchimia fra di loro non può essere messa in discussione neanche per un secondo e, anzi, sfido qualsiasi lettore/lettrice a negare l’assurdo carico di energia “ormonale” che caratterizza ogni loro interazione.

Voglio dire, una super-mamma nerd dall’indole dolcissima e dal piglio battagliero, e una bad girl dalla battuta pronta e il look alla Faith Lehane/Wynonna Earp?

E come si fa, a non fare il tifo per una ship così? XD


La chiave del successo

Ho sempre pensato che il segreto del successo, per una commedia romantica che si rispetti, risieda almeno al 50% nella qualità dei suoi dialoghi e nella natura accattivante dei suoi personaggi secondari.

In “Delilah Green doesn’t care”, ad esempio, mi sono imbattuta in quel particolare tipo di comprimario che ti spinge a tuffarti fra le pagine come fra le braccia spalancate di un vecchio amico.

I dialoghi, dal canto loro, sono irresistibili, e l’atmosfera “confortevole” mi ha fatto immediatamente fatto pensare a una certa serie tv di Amy Sherman-Palladino. Dopotutto, non è difficile vedere Bright Falls come una sorta di Stars Hollow in versione 2022; se vi è mai capitato di vedere anche un solo episodio di “Una mamma per amica”, sospetto che capirete immediatamente di cosa sto parlando.

Al di là del romance, comunque, la cosa che ho amato di più è stata sicuramente la sottotrama dedicata all’esplorazione del delicato rapporto fra Delilah e Astrid; una relazione difficile, commovente e quasi dolorosa che, con un pizzico di fortuna, Ashley Herring Blake tornerà a esplorare nel corso di “Astrid Parker doesn’t fail”, il secondo volume della serie!

 



lunedì 28 marzo 2022

Recensione: "Dead Silence", di S. A. Barnes

“Dead Silence” è un elettrizzante libro horror/sci-fi di S.A. Barnes, ambientato nello spazio profondo e ispirato ad alcuni fra i più grandi classici della narrativa e del mondo del cinema: “Shining”, “Titanic”, “Alien”, “Gravity”...

Un survival horror che è praticamente un blockbuster, e che, tuttavia, riesce a elevarsi al di sopra della stragrande maggioranza di titoli affini grazie all’impeccabile uso del suo narratore inaffidabile, alla sua inquietante atmosfera claustrofobica e allo sviluppo di una trama talmente incalzante e coinvolgente da rischiare seriamente di creare dipendenza!


Potete acquistarlo QUI in inglese


La trama

Claire Kovalik è a un passo dal ritrovarsi senza lavoro. La sua figura professionale, ormai, è diventata obsoleta: ben presto, la sua squadra di “riparatori” spaziali verrà sostituita da un sistema automatizzato, e a lei non resterà altro da fare se non tornare sulla Terra e rassegnarsi a un impiego d’ufficio dietro una comoda scrivania.

Ma, nel bel mezzo della sua ultima missione fra le stelle, la squadra di Claire intercetta un segnale di soccorso proveniente da una nave sconosciuta.

Claire, che non ha più nulla da perdere (e nessun desiderio di rimettere piede sulla Terra), decide di investigare.

Il team fa quindi una scoperta scioccante, e si imbatte nell’Aurora, una famosa nave spaziale da crociera scomparsa, nel pieno del suo viaggio inaugurale, insieme al suo carico di personalità di spicco, membri dell’alta società e piccole celebrità del mondo dello spettacolo.

Un incidente avvenuto vent’anni prima, e di cui mai nessuno era riuscito a svelare il mistero.

Poiché nello spazio vige una regola su tutte – “chi lo trova, se lo tiene” – Claire e il resto della squadra decidono di sbarcare sul ponte della Aurora e procurarsi le prove necessarie a rendere legale e vincolante il loro ritrovamento.

Ma basta un’occhiata per rendersi conto che, a bordo dell’Aurora, c’è qualcosa che non quadra.

Sussurri nell’oscurità. Ombre in movimento. Messaggi inquietanti scribacchiati con il sangue.

Claire dovrà lottare con le unghie e con i denti per rimanere aggrappata alla propria sanità mentale, ma anche per scoprire cos’è veramente accaduto a bordo dell’Aurora... prima che il suo equipaggio vada incontro allo stesso destino.

 

“Dead Silence”: la recensione

L’immagine che apre il romanzo di S. A. Barnes è talmente primordiale ed espressiva da rendere immediatamente chiaro quale sarà il tema della narrazione: un’istantanea della sua protagonista, Claire, sospesa nello spazio. Un cavo sottilissimo costituisce il suo unico legame con la sua nave e, soprattutto, con le persone che la aspettano a bordo.

Claire tiene molto al suo equipaggio. Li considera quasi una famiglia; l’unica che le sia rimasta, dopo che un’esperienza traumatica della sua infanzia le ha portato via tutto il resto... anche se lei dubita seriamente che i suoi colleghi siano disposti a vederla allo stesso modo.

Ma, ormai, Claire sta per perdere il lavoro, insieme a ogni speranza di continuare a fare quello che ha sempre desiderato, o di vivere come ha sempre sognato. Così, a poco a poco, il suo collegamento con la realtà, comincia a farsi più fragile e intermittente; ed ecco che la mano della donna comincia a spostarsi -  dapprima timidamente, poi sempre con maggior convinzione - verso il cavo che le impedisce di perdersi definitivamente fra le stelle.

Sganciarlo potrebbe rappresentare un piccolo passo per l’umanità, un grande passo per il suo sogno inconfessabile di rinunciare a tutto e lasciarsi scivolare via nell’oscurità una volta per tutte...

“Dead Silence” comincia così, all’insegna dell’eterna dicotomia fra l’istinto di sopravvivenza e il desiderio di morte; fra la voglia di lottare e la tentazione di piegare le ginocchia e rimanere a terra.

Un’immagine vividissima, viscerale e universale, che mi ha scaraventato al centro della narrazione con la forza di un motore propulsore, incoraggiandomi a divorare i capitoli del romanzo uno dopo l’altro...

 

In the dark...

Ma sia messo agli atti il fatto che “Dead Silence” si propone di essere, sopra ogni altra cosa, un romanzo deliziosamente terrificante; la storia di una nave spaziale infestata che galleggia a centinaia di milioni di anni luce da tutto ciò che la nostra specie conosce, di cui ha bisogno per sopravvivere e prosperare.

Nel corso del suo romanzo, S. A. Barnes riesce a regalarci parecchi jump scares, quasi tutti efficaci, e lo fa con la grazia consumata di un’autentica maestra del brivido.

Dopotutto, durante la lettura, la suspense comincia ad avvolgersi intorno al petto del lettore come una specie di coperta bagnata; e quel senso di ansiosa aspettativa, di febbrile anticipazione, non fa altro che crescere esponenzialmente con lo scorrere dei capitoli – e, chiaramente, delle scioccanti rivelazioni che attendono l’equipaggio a bordo dell’Aurora.

Claire, dal canto suo, incarna una protagonista al tempo stesso forte e vulnerabile. I suoi punti di debolezza controbilanciano perfettamente le sue qualità, per cui il lettore viene scaraventato in un vortice di dubbio costante: riuscirà la donna a superare le mille (e agghiaccianti) prove che la aspettano fra i tetri corridoi dell’Aurora? Oppure soccomberà alle sue paure, lasciandosi definitivamente consumare dai suoi demoni?

Il suo conflitto interiore è talmente realistico, talmente convincente, da evocare in chi legge uno stato di imprevedibilità assolutamente magnetico.

Per scoprire il finale, puoi soltanto continuare a leggere fino a perdere ogni cognizione del tempo, e rassegnarti all’idea di trascorrere una paio di notti insonni.

Ma ne vale la pena...

Insomma, se vi piace il genere, se pensate che film come “Sunshine” e “Prometheus” siano fin troppo sottovalutati, provate a leggere “Dead Silence”: vi lascerà senza fiato! ;D



venerdì 25 marzo 2022

"Una Porta Per Ogni Cuore": recensione, trama e data d'uscita italiana del libro fantasy di Seanan McGuire

Un meraviglioso libro fantasy della mia autrice preferita sta finalmente per approdare in Italia, e io mi ritrovo stranamente emozionata a suo beneficio: “Una Porta Per Ogni Cuore”, di Seanan McGuire, sarà disponibile in libreria a partire dal 26 aprile 2022...

Pronti a tuffarvi in un autentico oceano di mondi impossibili? *____*

  

Potete acquistarlo QUI in italiano


La trama

Nelle giuste circostanze, bambini di ogni angolo del mondo hanno sempre continuato a scomparire: scivolando attraverso le ombre raccolte sotto il letto, o sul retro di un guardaroba; ruzzolando giù per la tana di un coniglio o lungo un vecchio pozzo, per emergere… da qualche altra parte.

Ma le terre incantate hanno poco bisogno di bambini terribilmente a corto di miracoli.

Nancy ha visitato uno di questi mondi, una volta, ma adesso è tornata. Le cose che ha sperimentato mentre era lì, l’hanno... cambiata. Ma, forse, non è neanche solo questo: forse il problema è che la parola “casa” non aveva mai avuto un significato, prima di quel viaggio.

Invece adesso ce l’ha.

I bambini sotto le cure speciali di Miss West questo lo capiscono, fin troppo bene. E ciascuno di loro sta cercando una via per tornare nell’unico posto che li abbia mai fatti veramente sentire accolti; quella porta speciale, meravigliosa, indimenticabile, che sopra ogni altra cosa avverte l’esigenza di chiederti: «Sei sicuro?».

Come per domandarti: «È qui che vuoi stare? È qui che potrai essere felice?»

Che è più di quanto si prenda mai la briga di domandare il nostro mondo d’origine, in ogni caso.

Ma i ragazzi dell’Istituto di Miss West, purtroppo, capiscono anche che cosa significhi sentirsi respinti.

Eppure, l’arrivo di Nancy porta un cambiamento inaspettato.

Un’oscurità che si annida dietro ogni angolo... e, quando una tragedia colpisce, toccherà proprio a Nancy e ai suoi nuovi compagni di scuola arrivare al cuore della faccenda.

A qualsiasi costo.

 

La recensione

Sul “Laumes’Journey” potete già leggere la recensione completa di “Every Heart a Doorway”, edizione originale di “Una Porta per Ogni Cuore”.

Credo di aver già scritto fiumi di parole a proposito di Seanan McGuire, e altri ancora ne scriverò in futuro – dopotutto, sono a metà dell’ottavo volume di una delle serie urban fantasy più divertenti, pazzesche e longeve di sempre (“October Daye”), e mi sono ripromessa di arrivare al sedicesimo entro la fine del 2022: state pur certi che torneremo a parlare dell’argomento, e anche approfonditamente!

E poi, a maggio dovrebbe uscire “Seasonal Fears”, l’attesissimo sequel di “Middlegame”, ragazzi! <3

Per il momento, quindi, credo che mi limiterò a ribadire l’ovvio: “Una Porta Per Ogni Cuore” è IL portal fantasy definitivo per le nuove generazioni, un classico moderno adatto al palato di (quasi) ogni appassionato di fantasy figlio dei nostri tempi.

Vi riporto, adesso, un piccolo estratto della mia recensione di “Una Porta Per Ogni Cuore” (vincitore dei Premi Hugo, Nebula e Locus nel 2017), nella speranza di convincervi a concedere un’opportunità a una delle autrici più versatili, brillanti e anticonvenzionali che il panorama della speculative fiction abbia attualmente da offrire:


 Aldilà dei suoi numerosi pregi (e dei suoi trascurabili difetti), sospetto di aver amato “Una Porta per Ogni Cuore” perché, sopra ogni altra cosa, questo libro è riuscito nell’ impossibile intento di farmi sentire rispettata, vista e compresa.

Il finale mi ha commosso fino alle lacrime; e, badate, non sto parlando solo della questione della rappresentazione LGBT (che, sì, è presente, e all’interno della trama gioca anche un ruolo importante).

Mi riferisco proprio al fatto di aver avuto la sensazione di provare il dolore, lo smarrimento, la rabbia e la confusione di questi ragazzi sulla mia pelle. Gli emarginati, i reietti, i “paria” del mondo... quelli che la nostra società cerca costantemente di scartare e rigettare, schiacciare e lasciarsi alle spalle.

Ma non solo.

Perché la verità è che certi bambini nascono diversi; sono diversi, e sempre diversi rimarranno, alla faccia di qualsiasi aberrante pretesa di uguaglianza e universalità a cui i nostri educatori cerchino di appellarsi.

La loro diversità, le loro esigenze, la loro unicità e i loro bisogni... sono cose che andrebbero riconosciute, coltivate e supportate; non costantemente derise, recriminate e trasformati in una fonte di isolamento.

Ad alcune bambine piacciono la matematica, la scienza, i dinosauri e gli sport sfrenati.

Ad alcuni bambini piacciono il rosa, i vestiti sgargianti, il balletto classico e “Una mamma per amica”.

Alcuni di loro hanno un corpo gracile e un portamento tetro, come dei piccoli Mister Hyde in miniatura. Altri sono paffuti e sgargianti, con i capelli color acquamarina e l’indole giocosa di una sirena.

Alcuni di loro cresceranno e diventeranno avvocati. Altri diventeranno sognatori, maghi, pittori, musicisti e astronauti.

Alcuni di loro si sposeranno; forse con persone del sesso opposto, ma magari no.

Altri, come Nancy, non vorranno sposarsi mai.

Non fa alcuna differenza e, insieme, fa tutta la differenza del mondo.

Perché ognuno di questi bambini, a modo suo, è una cosa soltanto: un eroe.

Perché la verità è che ci vuole un coraggio grande come una casa, a crescere in un mondo come il nostro.

Altro che Wonderland, Narnia e Terra di Mezzo! XD

 

“Wayward Children”: i "Bambini Irrequieti" di Seanan McGuire a spasso nel Multiverso

“Una Porta Per Ogni Cuore” va a inaugurare una lunga serie di romanzi brevi.

Ad oggi, l’ultimo uscito è “Where the Drowned Girls Go”, il settimo volume (recensione in arrivo su questi schermi ASAP!); ma, se tutto andrà bene, nel corso dei prossimi anni ne arriveranno molti altri.

Tuttavia, vi esorto a non lasciarvi scoraggiare dalle dimensioni apparentemente monumentali del ciclo completo: a parte il fatto che si tratta di letture scorrevoli e corredate da una serie di suggestive illustrazioni, la verità è che alcuni di questi volumi possono essere tranquillamente considerati come autoconclusivi.

Mi spiego meglio: potete tranquillamente decidere di leggere “Una Porta Per Ogni Cuore” e fermarvi lì – la vostra ricompensa sarà un finale perfettamente soddisfacente.

Oppure, potete fare come ho fatto io, e lasciarvi travolgere completamente dalle storie di questi personaggi tormentati, imprevedibili e indimenticabili: ogni nuovo volume si trasformerà, inevitabilmente, nel portale che vi permetterà di esplorare uno o più mondi magici – nonché di sfiorare i cuori di giovani protagonisti altrettanto speciali.

Dopotutto, Seanan McGuire è sempre stata una maestra della pianificazione, e la portata dei suoi intricati ed estesi worldbuilding gode ormai di fama leggendaria presso il pubblico dei suoi lettori più affezionati.

Ma è importante ricordare che la “trama orizzontale” della serie “Wayward Children/Bambini  Irrequieti” comincia a delinearsi chiaramente soltanto a partire dal quinto libro (“Come Tumbling Down”).

Tutto ciò che viene prima di questa pietra miliare, è da considerarsi pienamente alla portata del lettore casuale! ^^

 

 



  

giovedì 24 marzo 2022

"Gallant": la recensione, la trama e la data d'uscita italiana del libro fantasy di V. E. Schwab

“Gallant” è il libro fantasy/horror YA che V. E. Schwab ha deciso di scrivere a dimostrazione del suo eterno amore per alcuni fra i più grandi classici moderni del genere: “Coraline”, “Labyrinth”, “La Sposa Cadavere”, “La Forma dell’Acqua”...

Una lettura piacevolissima e avvincente, che consiglierei senz’altro a tutti i fan della narrativa gotica per ragazzi; un titolo che, grazie all’estro creativo e all’impressionante padronanza stilistica dimostrati dalla sua autrice, riesce facilmente a compensare le carenze di originalità insite nella sua trama!

 


Potete acquistarlo QUI in inglese

 

La trama

Alla quattordicenne Olivia Prior mancano tre cose: una madre, un padre, e una voce per potersi esprimere.

Sua madre l’ha abbandonata quando era ancora troppo giovane per formarsi un’opinione in proposito; suo padre, invece, non l’ha mai conosciuto.

Crescere in un orfanotrofio non è facile per nessuno; quando non riesci a parlare, e le tue compagne continuano a etichettarti come la svitata della scuola, l’esperienza si trasforma rapidamente in un vero e proprio incubo.

E non è che le prospettive per la vita dopo l’istituto si prospettino particolarmente rosee... anzi!

Almeno, fino a quando Olivia non riceve una lettera da un uomo che dichiara di essere suo zio; un perfetto sconosciuto che, tuttavia, la invita a raggiungerlo presso la sua dimora atavica, un luogo chiamato Gallant.

Olivia accetta l’invito con entusiasmo. Ma, non appena arriva a destinazione, scopre che suo zio è morto e che la lettera che l’ha chiamata a casa non è stata spedita da lui.

La magione è deserta, fatta eccezione per la servitù e per un cugino scorbutico che, chiaramente, non la vuole lì e non vede l’ora di sbarazzarsi di lei.

A Olivia viene comunque permesso di restare, almeno per un po’; ma solo a patto che accetti di seguire due regole: non uscire mai di casa dopo il tramonto, e stare sempre alla larga dal lato destro di un muro di pietra sbreccata che corre attorno al perimetro occidentale della proprietà.

Perché, dall’altra parte del confine, si nasconde un luogo magico e pericoloso; uno da cui molti Prior prima di lei non sono più tornati, e la cui imprevedibile malia continua a cantare attraverso il sangue che scorre nelle vene di Olivia...

 

Danzando con le ombre: la recensione di "Gallant"

Come alcuni di voi ricorderanno (e pur avendone apprezzato senz’altro una serie di aspetti), non avevo amato alla follia “La Vita Invisibile di Addie LaRue”, il precedente romanzo fantasy firmato da Victoria Schwab.

Eppure, per qualche motivo, continuo a sentirmi inesplicabilmente attratta dai libri di questa autrice... probabilmente perché ammiro immensamente la sua abilità linguistica, le sue atmosfere struggenti e la sua capacità di instaurare con il lettore un rapporto di complicità e rispetto a dir poco impareggiabile.

Da questo punto di vista, “Gallant” mi ha offerto addirittura più di quanto sperassi: il taglio cinematografico di molte scene, la suggestiva ambientazione gotica, il sempreverde tema della famiglia persa (e poi, forse, ritrovata)...

Ogni singolo elemento del libro permette al lettore di immergersi completamente all’interno della narrazione, di “riconoscere” istintivamente le familiari atmosfere in stile “Il Giardino Segreto” e lasciarsi trascinare in una darkeggiante vicenda dall’inconfondibile sapore burtoniano.

Sequenze ammalianti e sottilmente inquietanti come quella del ballo delle ombre, o l’inseguimento dei tre cavalieri d’osso ai danni della povera Olivia, per me possono essere descritte in un modo soltanto: iconiche!

Se siete rimasti deliziati da libri come “La Gita del Terrore” di Katherine Arden, o da uno qualsiasi fra quelli elencati in questa esaustiva lista di romanzi dark fantasy, le probabilità che “Gallant” riesca a conquistarvi sono praticamente stellari.

Fate attenzione, però: il target di riferimento coinvolge una fascia di lettori particolarmente "verde"... Più che di “giovani adulti”, sarebbe forse il caso di parlare di adolescenti e pre-teens dai 12 anni in su!

 

Is that you, Lila?

Fra l’altro, quest’ultima precisazione ci offre l’opportunità di soffermarci a spendere due parole a proposito delle numerose ingenuità strutturali del romanzo.

La trama di “Gallant” risulta piacevole, coinvolgente e decisamente adatta a una trasposizione in formato animato; ma di certo non offre un granché dal punto di vista dei colpi di scena, della caratterizzazione dei personaggi o dell’inclusività.

Un lettore un po’ più “grandicello” e smaliziato potrebbe fare fatica a riconoscersi nelle tribolate traversie della protagonista e dei suoi anticonvenzionali genitori; tanto più che Olivia rappresenta l’archetipo in miniatura di qualsiasi personaggio femminile incontrato finora fra le pagine di un romanzo di Victoria Schwab: ribelle per natura, coraggiosa e intensa per volontà della sua creatrice... e un po’ insolente e petulante per scelta personale, a quanto pare (Lila Bard-style! XD).

In ogni caso - devo ammetterlo - mi sono ritrovata ad apprezzare moltissimo la descrizione del rapporto che si viene a creare fra Olivia e il mondo dell’arte, nonché la grande attenzione posta sul tema della comunicazione in ogni sua forma: che sia poetica, musicale, figurativa, o espressa meditante il linguaggio dei segni...

 

Combattere la Morte: una strana forma di eroismo

Ma il difetto principale di “Gallant”, secondo me, ha più che altro a che fare con il suo villain. Che in pratica è:

a) uno spauracchio assurdo, e una copia-carbone di quello che imperversava per le strade di Londra in “A Darker Shade of Magic”;

b) la classica incarnazione di ogni ansia, paura e fobia esistenziale mai decantata all’interno della bibliografia di Victoria Schwab.

In pratica, il terrore della morte, come già (abbondantemente) trattato all’interno de “La Vita Invisibile di Addie LaRue”, è tutto ciò che permette a questo terribile “mostro” fagocita-vita di prendere i natali.

Ma, anche stavolta, è possibile riscontrare (secondo me) un’eccesiva tendenza alla semplificazione nel modo in cui questo tema viene affrontato: vale a dire, come se la Morte stessa fosse un nemico, un anatema che la volitiva e determinata eroina a un certo punto viene chiamata a sconfiggere, in nome del bene collettivo dell’umanità.

Che è un dualismo un po’ insensato, a guardare bene in fondo al bicchiere. E che mi fa sempre tornare in mente una citazione tratta da “Harrow the Ninth”: «Ma guarda che la morte, Harrow, non è mica un fallimento.»

Ma vabbè, come al solito, ecco che sto divagando...

Il succo della recensione è: se amate il genere, leggete “Gallant”, perché ne vale la pena.

La verità è che Victoria Schwab diventa sempre più brava, a prescindere dal vostro/mio personale livello di compatibilità con i suoi personaggi e le sue trame.

 

“Gallant”: quando esce in Italia?

Sul profilo Instagram ufficiale della Oscar Vault, si ipotizza una data d’uscita italiana prevista per l’estate 2022.

Come sempre, vi farò sapere non appena saranno diffusi ulteriori aggiornamenti! ^^

 


domenica 20 marzo 2022

Recensione: "Goodwill", di Manlio Castagna

“Goodwill” è un libro horror per ragazzi, un romanzo che rappresenta contemporaneamente uno spin-off e un prequel della straordinaria serie a fumetti “Mercy” di Mirka Andolfo.

La trama escogitata da Manlio Castagna si concentra sull’origin story di Ambrosiosus Goodwill; in modo particolare, sul grande mistero che circondò la sua infanzia, e sulle terrificanti conseguenze che ricaddero sulla sua piccola comunità di pionieri, nel pieno dell’America di metà Ottocento, in seguito a questo evento...

 

Potete acquistarlo QUI in italiano


La trama

In una livida alba di novembre del 1851, dopo un viaggio di sette mesi, i coloni approdano a quella che diverrà Seattle. Speranza, felicità e disperazione si mescolano alla pioggia che li inzuppa fino alle ossa.

È in questa comunità di uomini e donne volenterosi che nasce il piccolo Ambrosius Goodwill. La sua infanzia trascorre serena finché all'età di quattro anni, giocando nel bosco, il bambino sparisce.

Resta lontano da casa per una settimana. A nulla serve battere la foresta palmo a palmo, e il Viaggio di Conoscenza intrapreso dal grande sciamano indiano per ritrovare tracce del bambino non dà risposte rassicuranti. Poi, in una giornata di tempesta, Goodwill riappare sulla soglia di casa. Ma non è più il bambino spensierato di prima: sembra non soffrire la fame, il freddo, non sentire il sonno né provare emozioni.

E quando a Seattle cominciano ad accadere tragedie che coinvolgono tutta la comunità, si dice che sia proprio quel bambino a portare la sventura...

 

"Goodwill": la recensione

Voglio essere del tutto sincera con voi: ho amato moltissimo “Mercy”, e penso che Mirka Andolfo sia una delle artiste più brillanti, coinvolgenti e ricche di immaginazione che il panorama del fumetto italiano abbia da offrire.

Esattamente per questo motivo, ho deciso di approcciarmi alla lettura di “Goodwill” in preda a un carico di aspettative moderatamente basso.

Perché, siamo seri... L’uscita stessa di un titolo come “Goodwill” emana un chiaro sentore di trovata commerciale casuale. Dopotutto, non è che le parole “libro horror per ragazzi” e “Mercy” siano in grado di evocare un chiaro e immediato collegamento nella mente del lettore.

Anzi: credo che, considerando le situazioni ambigue, i toni dark e i temi maturi affrontati nella graphic novel originale, a una persona verrebbe piuttosto spontaneo domandarsi da dove sia scaturita, esattamente, un’idea del genere.

Come se a qualcuno venisse improvvisamente in mente di dedicare un romanzo per tredicenni all’infanzia tormentata di Vanessa Ives in “Penny Dreadful”: un’operazione talmente stravagante e improbabile che, probabilmente, finirei con il pre-ordinare la mia copia con almeno tre mesi di anticipo rispetto all’uscita! XD

Ma sempre continuando a tenere una guardia alta.

Perfino così, ammetto di aver trovato la lettura di “Goodwill” deludente, stancante e vagamente frustrante.

In rete, è possibile imbattersi in svariate recensioni alternative alla mia; vi consiglio di buttarci un’occhiata, così potrete prendere atto dei loro toni entusiastici e ricchi di apprezzamento, e capire che la mia è solo un’opinione fra le tante.

Nel mio piccolo, però...

Bè, voglio essere del tutto sincera con voi: la verità è che ho trovato “Goodwill” noioso, pasticciato e sciropposo da qualsiasi possibile punto di vista!

 

Al punto di incontro fra trailer e sceneggiatura

L’aspetto peggiore, probabilmente, è che considero “Goodwill” una lettura inappropriata per qualsiasi fascia di età.

Mi spiego meglio: l’intreccio dell’opera di Castagna è troppo “basico”, superficiale e semplicistico, per essere davvero in grado di esercitare un qualche tipo di appeal sul lettore adulto. La storia di un bambino che svanisce nel bosco, per tornare indietro “cambiato” e cominciare a comportarsi in maniera imprevedibile?

Abbiamo letto/visto questa storia un’infinità di volte. È un canovaccio ricorrente, nell’ambito della letteratura e del cinema di genere; changeling e bambini scambiati di ogni genere hanno sempre fatto parte del nostro folclore, dopotutto.

E il pubblico contemporaneo ha ampiamente dimostrato di saper apprezzare ancora questo tema (lo dimostra, ad esempio, il recente successo del notevole dark fantasy di Krystal Sutherland “House of Hollow”...), a patto che venga trattato con originalità, personalità, sensibilità e/o profondità da parte dell’autore. 

Cosa che Castagna, purtroppo, secondo me in questo caso non si è sforzato troppo di fare.

D’altro canto, dubito che consiglierei la lettura di “Goodwill” a un teenager o a un preadolescente. Un po’ perché contiene un paio di immagini molto grafiche relative a scene di violenza ai danni di animali, e un po’ perché la tendenza dell’autore al “riassunto e raccontato” (a discapito del mostrato) finisce per rendere il romanzo inutilmente lento, macchinoso e ridondante.

Soprattutto nel corso del primo atto. Vi dico solo che, per tutto il tempo, continuavo ad avere la sensazione di sentire quel classico vocione “da trailer” che mi leggeva i paragrafi di “Goodwill” in fondo alla mente, in quell’inconfondibile tono gongolante e carico di autocompiacimento: «Quest’inverno, preparatevi ad assistete all’evento dell’anno: oh oh oh, adesso sì che ne vedrete delle belle!»

Solo che io, alla fine, non ho visualizzato un bel niente.

Ho giusto preso atto di questo o quell’altro cliché, preso in prestito da un ampio filone di cinema horror e “mixato” agli elementi caratteristici dell’opera della Andolfo.

 

Antologia dei “creepy kids”: un compendio

E così siamo arrivati al punto in cui vi spiego in quale campo, invece, la sottoscritta ritiene che Castagna abbia svolto un lavoro eccellente.

Vale a dire nello scovare, rielaborare e presentare ai suoi lettori ogni singolo trope mai apparso nell’ambito del filone dominato dai famigerati “eerie children”.

“Il Villaggio dei Dannati”, “ll Presagio”, “Grano Rosso Sangue”, “Rosemary’s Baby”...  L’autore possiede una conoscenza pressoché enciclopedica di questi grandi classici, e fortunatamente riesce a sfruttarla per inserire all'interno del suo libro una serie di scene cariche di suspense, sottile malizia e sospensione onirica.

Avrebbero potuto aspirare a esercitare un impatto maggiore, a livello emotivo e/o intellettuale, le suddette scene?

Sicuramente sì.

Se, ad esempio, l’autore fosse riuscito a trattenersi dall’irritare e confondere il suo lettore, continuando a saltare da un punto di vista all’altro in una maniera che mi sentirei di definire soltanto come isterica.

 Se la narrazione avesse scelto di seguire una focalizzazione di qualsiasi tipo, anziché mirare soltanto a ricreare l’occhietto asettico e ballerino di una telecamera invisibile.

Se l’ambientazione storica fosse stata ricreata con un qualsiasi grado di autenticità e verosimiglianza (la famiglia di Goodwill è essenzialmente il tipico nucleo famigliare da Mulino Bianco, sbalzato in un contesto simil-western che sembra rifarsi alle avventure di Tex Willer e Kit Carson più che a qualsiasi altra cosa).

E se i dialoghi non sembrassero la somma di un milione di trite battute da B-movie visti da bambini nel cuore dell’estate.

Insomma, un titolo che consiglierei soltanto come possibile introduzione all’oscuro e conturbante mondo di “Mercy”, o a un lettore di horror alle primissime armi. 

I neofiti potrebbero trovare appagante l’uso di determinati spunti tematici evergreen, soprattutto quelli intenzionati a compiere una rapida “toccata e fuga” nel regno della narrativa dell’orrore, prima di tornare a tuffarsi all’interno della propria confort zone! :)

 

 



domenica 13 marzo 2022

Recensione: "Queste Gioie Violente", di Chloe Gong

“Queste Gioie Violente”, traduzione italiana del romanzo fantasy storico “These Violent Delights” di Chloe Gong, arriverà in libreria il 10 maggio 2022. Direi, quindi, che è finalmente arrivato il momento di proporvi una recensione dell’opera in lingua originale, letta su Storytel e “consumata” fra una pausa lavorativa e l’altra…

Una modalità di fruizione che, in realtà, ho trovato piuttosto appropriata al tipo di libro in questione.

Malgrado le apparenze, infatti, “Queste Gioie Violente” è uno YA dal taglio cinematografico e volto a valorizzare il fattore dell’intrattenimento sopra ogni cosa. Tuttavia, non sempre l’autrice sembra consapevole di questo orientamento; tant’è che, alla fine, il romanzo riesce a coinvolgere e divertire malgrado le sue (improbabili) ambizioni di stampo filosofico-politico-esistenziale, e non certo grazie a esse…


Potete acquistarlo QUI in italiano


La trama

È il 1926, e Shangai canticchia al ritmo di una nenia di dissolutezza e corruzione.

Una faida di sangue fra due clan di gangster rivali continua a intingere le strade nel sangue, lasciando la città nel caos.

Juliette Cai è l’erede, orgogliosa e altera, della Scarlet Gang – una rete altamente organizzata di criminali, che si innalza ben al di là della portata della legge.

Roma Montagov è il figlio d’oro dei suoi più grandi rivali, i White Flowers, un gruppo che continua a combattere contro gli Scarlet per il controllo di Shangai da generazioni e generazioni.

Ma Roma è anche il primo, grande amore di Juliette... nonché il responsabile del suo primo tradimento.

Quando una follia mortale comincia ad abbattere gangster di ogni fazione, la gente inizia a mormorare. Pettegolezzi inquietanti, a propositi di una violenta forma di contagio, e di un mostro che si annida nell’oscurità.

Così, mentre la pila dei morti prende a farsi sempre più ingombrante, Juliette e Roma capiscono di avere dalla loro soltanto una scelta: mettere da parte le armi, stipulare una tregua e provare a risolvere la situazione... prima che la loro città si trasformi in un bagno di sangue.

 

“And in their triumph die, like fire and powder...”

Se amate Shakespeare (o siete grandi fan della serie tv “Westworld”), probabilmente avrete già riconosciuto la citazione che presta il titolo al romanzo d’esordio di Chloe Gang.

«Le gioie violente hanno violenta fine», scriveva il Bardo, «e muoiono nel loro trionfo, come il fuoco e la polvere da sparo, che si consumano al primo bacio.»

Un titolo quanto mai appropriato, lasciate che ve lo dica, per un libro che si propone come un retelling di Giulietta e Romeo con echi di “Gangs of New York” e “Godzilla”, peraltro ambientato nella tumultuosa e scintillante Shangai degli anni Venti.

Una premessa che è praticamente una garanzia di successo (dal punto di vista commerciale, almeno), e che, difatti, ha già fatto sì che il libro di Chloe Gong restasse saldamente ancorato alle cime di tutte le classifiche di vendita per più di 40 settimane di fila.

Ma che tipo di romanzo è, “Queste Gioie Violente”? Vale davvero la pena leggerlo?

Risposta lampo: secondo me sì, certo, a patto che siate consapevoli di essere in procinto di imbarcarvi in una lettura:

a.  poco impegnativa;

b.  dai toni abbastanza romanticheggianti e passionali, ma non particolarmente incentrata sull’elemento romance;

c. non necessariamente adrenalinica e ricca d’azione.

Se siete follemente innamorati di libri come “Magic”, di Victoria Schwab, o “La Stirpe della Gru”, di Joan He, insomma, la legge di probabilità vuole che “Queste Gioie Violente” finisca per farvi impazzire di curiosità e delizia…

Tutti gli altri, siano avvertiti.

 

Luci e ombre (e Kaijū) a Shangai

L’ambientazione di “Queste Gioie Violente”, affascinante e curatissima dal punto di vista della ricerca storica, rappresenta sicuramente uno dei suoi più grandi fiori all’occhiello.

L’incipit del romanzo è travolgente; il finale incalza e diverte, e lo stile dell’autrice riesce a centrare quel perfetto punto di incontro fra “semplice e d’impatto” e “raffinato ed espressivo”.

In verità, sospetto che “Queste Gioie Violente” sarebbe un titolo perfetto per un adattamento televisivo: lo sviluppo della trama è incredibilmente pasticciato (soprattutto nella parte centrale, dal midpoint in poi, che purtroppo ristagna come le famose Paludi Morte de “Il Signore degli Anelli”…), ma gli eventi-chiave riescono a suscitare un appeal emotivo non indifferente, e l’estetica del libro ha un sapore decisamente… spettacolare, ecco.

Capiamoci bene: i primi capitoli del libro di Chloe Gong promettono mari e monti, ma il resto del libro riesce a consegnare… mmm, diciamo il 50%, 60% del potenziale implicito in quella promessa?

L’autrice dedica numerosi capitoli all’approfondimento delle dinamiche sociali e delle personalità dei personaggi. Il problema è che quasi nessuno dei suddetti comprimari si rivela all’altezza di tanta attenzione (con la vistosa eccezione di Katheleen e, forse, Marshall...), e lo stesso vale per Juliette (sempre pericolosamente in bilico sull’orlo dell’abisso che porta nella leggendaria Terra di Mary-Sue...) e Roma (che a tratti sembra un love interest di contorno, piuttosto che un co-protagonista vero e proprio).

Le complessità politiche e storiche che circondano la città di Shangai, d’altro canto, contribuiscono, in parte, a riscattare tutte le ingenuità concettuali e psicologiche che aleggiano attorno al cast principale.

Una caratteristica che riesce a tenere viva una scintilla di curiosità perfino nei momenti in cui, goffamente, Chloe Gong cerca di manipolare emotivamente il lettore, introducendo, chessò, il personaggio dickensiano della piccola, povera, patetica Alisa Montagov, o i due antagonisti-simmetrici Dmitri e Tyler (perfettamente intercambiabili fra di loro, e ovviamente egualmente destabili).

Leggerò il sequel di “Queste Gioie Violente”, quindi?

Sicuramente sì!

Soprattutto perché credo che Chloe Gong sia un’autrice da tenere d’occhio, e perché la trama del suo prossimo libro (“Foul Lady Fortune”, collocato nello stesso universo narrativo di “Queste Gioie Violente”) mi incuriosisce in modo particolare.

Ma anche perché un buon cliffhanger è sempre capace di esercitare il suo fascino, e perché sospetto che “Our Violent Ends” sia ancora in grado di riservarci parecchie sorprese! :)




giovedì 24 febbraio 2022

Recensione: "Servant Mage", di Kate Elliott

Dalla penna di Kate Elliott, autrice di innumerevoli saghe fantasy di successo, ecco arrivare il romanzo breve “The Servant Mage”: la storia di una maga che si ritrova invischiata in una cospirazione ampia quanto lo stesso Impero che ha conquistato il suo mondo. 

Lungo la strada, forse, imparerà a scoprire il suo vero potere...

 

Potete acquistarlo QUI in inglese


La trama

Chi comanda sceglie le leggi, spesso allo scopo di preservare il proprio potere.

Fellian è una “Lampionaia”, una maga in grado di provvedere agli impianti di illuminazione della città attraverso la sua magia.

Questo è, più o meno, tutto quello che ormai le viene consentito di realizzare con il suo potere: il libero esercizio della stregoneria, infatti, è stato ufficialmente proibito con l’avvento della rivoluzione che ha messo fine al vecchio mondo.

Adesso, tutti i maghi naturali sono costretti a prestare servizio governativo e a sottoporsi a una severissima regolamentazione della loro arte.

Possono essere considerati, a tutti gli effetti, dei veri e propri servi della comunità.

Ma poi un gruppo di ribelli monarchici decide di liberare Fellian e di coinvolgerla in una pericolosa missione di salvataggio: alcuni dei loro compagni di ventura sono rimasti intrappolati in un complesso sotterraneo di miniere e, in quell’abisso, soltanto la ragazza potrebbe essere in grado di illuminare la strada.

Tuttavia, lungo la strada, i nostri eroi vengono a conoscenza di una pericolosa cospirazione intenzionata a porre fine alla vita dell’ultimo erede di sangue reale... e, forse, a spazzare via il movimento monarchico una volta per tutte.

Ma salta fuori che l’abilità di Fellian non si limita a qualche trucco di luce...


Persone come atomi, destini come polvere

Vi dirò: ho deciso di leggere “The Servant Mage” non tanto per via della trama (in realtà, la sinossi mi ispirava solo fino a un certo punto...), quanto perché ho continuato a sentir parlare di Kate Elliott per anni, senza mai riuscire a decidere da che parte cominciare a recuperare i suoi libri.

Questa nuova uscita sembrava fornirmi un’ottima occasione per iniziare a orientarmi nel vasto panorama offerto dalle sue pubblicazioni; una storia breve, autoconclusiva, intrigante al punto giusto, che mi avrebbe finalmente permesso di farmi un’idea dell’autrice di saghe così frequentemente osannate dal pubblico e dalla critica (“Crown of Stars”, “Spiritwalker Trilogy”).

Bè... diciamo che le cose, alla fine, non sono andate esattamente come speravo!

“The Servant Mage” è un libricino che si basa essenzialmente sullo sviluppo, capillare e sistematico, di due singoli elementi: worldbuilding e sistema magico.

Nell’ambito di una narrazione così breve, devo ammettere che non si è rivelata una scelta felicissima; anche perché il numero di informazioni che ci viene somministrato nel corso di così poche pagine tende a trasformarsi velocemente in una sorta di fiume in piena.

La caratterizzazione della protagonista, Fellian, avrebbe sicuramente potuto essere approfondita; eppure, nel complesso, non posso dire che mi sia dispiaciuta, anche perché riesce a sottrarsi a molti dei classici stereotipi tipici del genere (di parecchi YA, in particolare...), e a offrirci piuttosto il ritratto di una giovane donna con i piedi saldamente ancorati a terra; cinica, realista, umile, anche se in fondo al cuore conserva un profondo idealismo e un forte senso si attaccamento alla propria comunità e alle proprie radici.

La sua bisessualità (o pansessualità: chi può dirlo?) ci viene rivelata invece attraverso l’introduzione di due potenziali interessi romantici, un nobile arrogante e una compagna di studi dall’indole schiva.

Purtroppo, nessuno dei due riesce a emergere dal flusso della narrazione in modo particolare. Anzi, a essere sinceri, credo che avrei fatto volentieri a meno tanto dell’uno, quanto dell’altra... Ma, a essere del tutto onesti, sospetto anche che lo stesso possa applicarsi per ogni singolo comprimario o villain presentato all’interno del libro!

 

La Macina del Tempo

La lettura di “The Servant Mage” mi ha riservato pochissime sorprese, e un numero addirittura inferiore di emozioni.

Non penso che sia stata tutta “colpa” di Kate Elliott: in realtà, ho trovato il suo stile piuttosto gradevole, e non credo che in futuro esiterò a provare qualcos’altro di suo.

Ma la trama mi è sembrata veramente troppo – troppo! – lineare, e a conti fatti non sono riuscita a esaltarmi per nessuno dei colpi di scena. Probabilmente perché il 90% dei personaggi mi sono sembrati vuoti, le loro vicissitudini totalmente distanti dalla mia indole e dalla mia sensibilità.

Ma voglio comunque spezzare una lancia in favore di un libro che, purtroppo, non ho amato, ribadendo il fatto che, in realtà, c’è una cosa che il libro di Kate Elliott riesce a fare in maniera magistrale: vale a dire spingere il lettore a riflettere sull’esatta natura delle tortuose dinamiche di potere che contrassegnano, in ogni momento, il sistema politico di ogni mondo possibile, in tutta la loro (in-)gloriosa, sanguinosa complessità.

Fellian, dopotutto, si staglia ai nostri occhi come l’ennesimo anello di una catena che ha cominciato a dipanarsi molto prima della sua nascita, e che continuerà evidentemente a srotolarsi molto tempo dopo la sua dipartita. Un minuscolo ingranaggio, scagliato all’interno di un meccanismo infinitamente più grande di lei.

Immagino che potremmo chiamarla Storia, se volessimo. O semplicemente Politica.

E questa è una condizione con cui nessuno di noi, in fondo (in questi giorni, come sempre) farà davvero fatica a relazionarsi.

 

 



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