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domenica 20 marzo 2022

Recensione: "Goodwill", di Manlio Castagna

“Goodwill” è un libro horror per ragazzi, un romanzo che rappresenta contemporaneamente uno spin-off e un prequel della straordinaria serie a fumetti “Mercy” di Mirka Andolfo.

La trama escogitata da Manlio Castagna si concentra sull’origin story di Ambrosiosus Goodwill; in modo particolare, sul grande mistero che circondò la sua infanzia, e sulle terrificanti conseguenze che ricaddero sulla sua piccola comunità di pionieri, nel pieno dell’America di metà Ottocento, in seguito a questo evento...

 

Potete acquistarlo QUI in italiano


La trama

In una livida alba di novembre del 1851, dopo un viaggio di sette mesi, i coloni approdano a quella che diverrà Seattle. Speranza, felicità e disperazione si mescolano alla pioggia che li inzuppa fino alle ossa.

È in questa comunità di uomini e donne volenterosi che nasce il piccolo Ambrosius Goodwill. La sua infanzia trascorre serena finché all'età di quattro anni, giocando nel bosco, il bambino sparisce.

Resta lontano da casa per una settimana. A nulla serve battere la foresta palmo a palmo, e il Viaggio di Conoscenza intrapreso dal grande sciamano indiano per ritrovare tracce del bambino non dà risposte rassicuranti. Poi, in una giornata di tempesta, Goodwill riappare sulla soglia di casa. Ma non è più il bambino spensierato di prima: sembra non soffrire la fame, il freddo, non sentire il sonno né provare emozioni.

E quando a Seattle cominciano ad accadere tragedie che coinvolgono tutta la comunità, si dice che sia proprio quel bambino a portare la sventura...

 

"Goodwill": la recensione

Voglio essere del tutto sincera con voi: ho amato moltissimo “Mercy”, e penso che Mirka Andolfo sia una delle artiste più brillanti, coinvolgenti e ricche di immaginazione che il panorama del fumetto italiano abbia da offrire.

Esattamente per questo motivo, ho deciso di approcciarmi alla lettura di “Goodwill” in preda a un carico di aspettative moderatamente basso.

Perché, siamo seri... L’uscita stessa di un titolo come “Goodwill” emana un chiaro sentore di trovata commerciale casuale. Dopotutto, non è che le parole “libro horror per ragazzi” e “Mercy” siano in grado di evocare un chiaro e immediato collegamento nella mente del lettore.

Anzi: credo che, considerando le situazioni ambigue, i toni dark e i temi maturi affrontati nella graphic novel originale, a una persona verrebbe piuttosto spontaneo domandarsi da dove sia scaturita, esattamente, un’idea del genere.

Come se a qualcuno venisse improvvisamente in mente di dedicare un romanzo per tredicenni all’infanzia tormentata di Vanessa Ives in “Penny Dreadful”: un’operazione talmente stravagante e improbabile che, probabilmente, finirei con il pre-ordinare la mia copia con almeno tre mesi di anticipo rispetto all’uscita! XD

Ma sempre continuando a tenere una guardia alta.

Perfino così, ammetto di aver trovato la lettura di “Goodwill” deludente, stancante e vagamente frustrante.

In rete, è possibile imbattersi in svariate recensioni alternative alla mia; vi consiglio di buttarci un’occhiata, così potrete prendere atto dei loro toni entusiastici e ricchi di apprezzamento, e capire che la mia è solo un’opinione fra le tante.

Nel mio piccolo, però...

Bè, voglio essere del tutto sincera con voi: la verità è che ho trovato “Goodwill” noioso, pasticciato e sciropposo da qualsiasi possibile punto di vista!

 

Al punto di incontro fra trailer e sceneggiatura

L’aspetto peggiore, probabilmente, è che considero “Goodwill” una lettura inappropriata per qualsiasi fascia di età.

Mi spiego meglio: l’intreccio dell’opera di Castagna è troppo “basico”, superficiale e semplicistico, per essere davvero in grado di esercitare un qualche tipo di appeal sul lettore adulto. La storia di un bambino che svanisce nel bosco, per tornare indietro “cambiato” e cominciare a comportarsi in maniera imprevedibile?

Abbiamo letto/visto questa storia un’infinità di volte. È un canovaccio ricorrente, nell’ambito della letteratura e del cinema di genere; changeling e bambini scambiati di ogni genere hanno sempre fatto parte del nostro folclore, dopotutto.

E il pubblico contemporaneo ha ampiamente dimostrato di saper apprezzare ancora questo tema (lo dimostra, ad esempio, il recente successo del notevole dark fantasy di Krystal Sutherland “House of Hollow”...), a patto che venga trattato con originalità, personalità, sensibilità e/o profondità da parte dell’autore. 

Cosa che Castagna, purtroppo, secondo me in questo caso non si è sforzato troppo di fare.

D’altro canto, dubito che consiglierei la lettura di “Goodwill” a un teenager o a un preadolescente. Un po’ perché contiene un paio di immagini molto grafiche relative a scene di violenza ai danni di animali, e un po’ perché la tendenza dell’autore al “riassunto e raccontato” (a discapito del mostrato) finisce per rendere il romanzo inutilmente lento, macchinoso e ridondante.

Soprattutto nel corso del primo atto. Vi dico solo che, per tutto il tempo, continuavo ad avere la sensazione di sentire quel classico vocione “da trailer” che mi leggeva i paragrafi di “Goodwill” in fondo alla mente, in quell’inconfondibile tono gongolante e carico di autocompiacimento: «Quest’inverno, preparatevi ad assistete all’evento dell’anno: oh oh oh, adesso sì che ne vedrete delle belle!»

Solo che io, alla fine, non ho visualizzato un bel niente.

Ho giusto preso atto di questo o quell’altro cliché, preso in prestito da un ampio filone di cinema horror e “mixato” agli elementi caratteristici dell’opera della Andolfo.

 

Antologia dei “creepy kids”: un compendio

E così siamo arrivati al punto in cui vi spiego in quale campo, invece, la sottoscritta ritiene che Castagna abbia svolto un lavoro eccellente.

Vale a dire nello scovare, rielaborare e presentare ai suoi lettori ogni singolo trope mai apparso nell’ambito del filone dominato dai famigerati “eerie children”.

“Il Villaggio dei Dannati”, “ll Presagio”, “Grano Rosso Sangue”, “Rosemary’s Baby”...  L’autore possiede una conoscenza pressoché enciclopedica di questi grandi classici, e fortunatamente riesce a sfruttarla per inserire all'interno del suo libro una serie di scene cariche di suspense, sottile malizia e sospensione onirica.

Avrebbero potuto aspirare a esercitare un impatto maggiore, a livello emotivo e/o intellettuale, le suddette scene?

Sicuramente sì.

Se, ad esempio, l’autore fosse riuscito a trattenersi dall’irritare e confondere il suo lettore, continuando a saltare da un punto di vista all’altro in una maniera che mi sentirei di definire soltanto come isterica.

 Se la narrazione avesse scelto di seguire una focalizzazione di qualsiasi tipo, anziché mirare soltanto a ricreare l’occhietto asettico e ballerino di una telecamera invisibile.

Se l’ambientazione storica fosse stata ricreata con un qualsiasi grado di autenticità e verosimiglianza (la famiglia di Goodwill è essenzialmente il tipico nucleo famigliare da Mulino Bianco, sbalzato in un contesto simil-western che sembra rifarsi alle avventure di Tex Willer e Kit Carson più che a qualsiasi altra cosa).

E se i dialoghi non sembrassero la somma di un milione di trite battute da B-movie visti da bambini nel cuore dell’estate.

Insomma, un titolo che consiglierei soltanto come possibile introduzione all’oscuro e conturbante mondo di “Mercy”, o a un lettore di horror alle primissime armi. 

I neofiti potrebbero trovare appagante l’uso di determinati spunti tematici evergreen, soprattutto quelli intenzionati a compiere una rapida “toccata e fuga” nel regno della narrativa dell’orrore, prima di tornare a tuffarsi all’interno della propria confort zone! :)

 

 



mercoledì 30 giugno 2021

"Katla": la mia recensione della serie tv targata Netflix..


 

Fan delle serie TV intriganti e misteriose, a me...

Qualche settimana fa, è sbarcato su Netflix "Katla", enigmatico telefilm a sfondo sovrannaturale (forse...) ambientato alle pendici di un vulcano nel Sud dell'Islanda. Il Katla, che sorge al di sotto del noto ghiacciaio Mýrdalsjökull, gode effettivamente di una certa fama, soprattutto a causa della sua grandezza e delle sue storiche eruzioni.

Nella serie tv ideata da Baltasar Kormákur, si ipotizza uno scenario da incubo: il vulcano continua a vomitare cenere e fumo da oltre un anno, e il paesino che sorge nei paraggi è stato avvolto da una cappa di fuliggine che annerisce e rende irriconoscibile qualsiasi tratto del paesaggio!

La maggior parte degli abitanti ha deciso di trasferirsi a Reykjavík, la città oltre il fiume, a titolo cautelativo; ma c'è anche chi non se la sente di abbandonare la sua casa, anche perché magari ha ancora dei conti in sospeso con il proprio passato.

È il caso di Grima, trentenne depressa ancora in attesa del ritorno dell'adorata sorella Asa, scomparsa un anno prima. Ma anche di suo padre Thor (il personaggio più odioso in assoluto...), in tarda età ancora ossessionato dal ricordo della sua amante perduta. O del poliziotto Gimli, che accudisce una moglie ammalata e prega il suo dio ogni giorno, nella speranza di ricevere un segnale dal cielo che non si decide ad arrivare...

Nel pieno di questa atmosfera densa e grigia, in stile Purgatorio, si consuma un'attesa straziante e piena di tensione; ma attesa di che cosa?

Salvezza, condanna… redenzione?

Nessuno di loro sembra saperlo. 

Almeno fino a quando, dalle viscere del vulcano, non cominciano a emergere strane persone ricoperte di cenere, sinistro presagio di un grande cambiamento in arrivo...

Sotto parecchi punti di vista, trovo che “Katla” sia una serie tv estremamente affascinante. Il vanto più grande è senza dubbio la fotografia, che riesce a catturare in maniera divina le potenti turbolenze “elementali” che contraddistinguono l’ambientazione: l’interminabile giro di valzer fra ghiaccio e fuoco, per usare una metafora di stampo martiniano, ma anche la potenza primordiale dell’oceano e la sferzata gelida della bufera; la colonna di cenere scura che trapassa le nuvole e l’immensità sterminata di un cielo bianco, algido, infinito – una volta che intrappola, abbaglia e insieme scherma i più violenti sentimenti dei personaggi.

Malgrado il ritmo lento (o, forse, proprio per questo..) degli episodi, ho apprezzato il primo atto della trama, la complessità di molti protagonisti e quel sottile senso di inquietudine montante, la certezza inconfutabile di una grande fonte di travaglio in agguato.

Peraltro, Kormákur e la sua squadra riescono a giocare bene con il folclore e gli elementi mitologici, mettendo in scena un ipnotico spettacolo di luci e ombre, una sorta di “portale su un altro mondo” che si sposa benissimo con le tematiche intimiste affrontate dalla trama, nonché con il mio personale modo di vedere il mondo (un po’ a metà strada fra spiritualismo e scienza, diciamo).

Quello che ho mi è piaciuto meno – e qui mi viene spontaneo tracciare un parallelo con la recente serie tv danese “Equinox” – è stato il modo in cui gli sceneggiatori hanno deciso di sciogliere la matassa (vale a dire, senza sciogliere un bel niente…), e il fatto che il momento del climax si riveli deludente e molto al di sotto delle aspettative.

Anche se, forse, il vero, unico elemento stonato di “Katla” ha a che fare con la (non) capacità di reazione di molti personaggi, a partire dalla stessa Grima. In una certa misura, parte delle loro decisioni strampalate e “inebetite” possono essere ricondotte all’atmosfera onirica e surreale che permea il loro villaggio, certo; come se sull’intero paese aleggiasse un incantesimo, una magia dell’attesa che intorpidisce i loro pensieri e li rende in qualche modo simili ai protagonisti di un sogno.

Ma solo fino a un certo punto.

Nel senso che, a partire dal terzo episodio o giù di lì, Grima e gli altri prendono a comportarsi come assurdi spaventapasseri e a trascinarsi di qua e di là, senza darsi minimamente da fare per trascinare la storia in avanti. Tutta questa passività, ovviamente, non fa bene alla trama, che finisce inevitabilmente per ristagnare; né giova al legame empatico con il pubblico, che si ritroverà inevitabilmente a rigettare il 90% degli eventi messi in scena (vedi il finale dell’episodio “Da un altro sistema solare”).

Un peccato, perché il potenziale di questa serie, secondo me, aveva una portata stratosferica. La consiglio in ogni caso, ma con riserva: “Katla” si staglia almeno duecentomila gradini sopra ridicole sceneggiate alla “Curon”, per capirci; eppure, nella sua parte finale, non riesce neanche a esimersi dal ricadere in determinati tranelli e banalità tipici di taluni recenti prodotti targati Netflix.


Giudizio personale:

7.0/10


martedì 29 marzo 2016

Recensione: "Il Sostituto"




Titolo originale: The Replacement
Autrice: Brenna Yovanoff
Serie: //
Disponibile: anche in italiano, edito dalla Asengard
Trama:
"Malcolm Doyle vive in una cittadina della provincia americana. Ma il mondo da cui proviene è un mondo fatto di tunnel e acque buie e profonde. Malcolm è un sostituto, un essere lasciato nella culla di un bambino rapito dalle fate sedici anni prima. Allergico al ferro e al terreno consacrato, Malcolm sta lentamente morendo a contatto con il mondo umano e farebbe qualsiasi cosa per vivere come una persona normale."



Voglio essere molto sincera con voi: “Il sostituto” è quel classico tipo di libro per ragazzi talmente incompatibile con la mia natura, il mio carattere e la mia storia personale, da avermi scatenato uno dei più acuti casi di antipatia letteraria degli ultimi anni.
La sinossi mi ispirava, il riferimento al mondo delle fate anche, e la tematica dei “figli scambiati” è sempre stata una delle mie preferite all’interno della narrativa di genere; per questo ho deciso di concedere una possibilità al libro d’esordio di Brenna Yovanoff, un’autrice americana che, insieme alle colleghe Tessa Gratton e Maggie Stiefvater, ha formato anni fa un gruppo di scrittura denominato “The Merry Sisters of Fate”.


 Tecnicamente parlando, “Il Sostituto” è un romanzo molto ingenuo e tremendamente superficiale; secondo me non meritava una traduzione e probabilmente non vale neanche la decina di euro che ho speso per acquistarlo, ma a questo punto va probabilmente precisato che: a) la mia è un’opinione prettamente personale; b) ho letto anche di peggio in giro e sono sopravvissuta per raccontarlo, dunque… qual è il problema?
Il punto, per quanto mi riguarda, è che… dunque, come possa spiegarlo senza apparire tremendamente scortese?
Immagino che mi toccherà ammetterlo e basta: difficilmente mi è capitato di leggere libri più truzzi, tristi e semplicioni di questo.

Dovete sapere che il protagonista, Malcolm, è esattamente quel genere di ragazzo che prenderesti a sberle in faccia dalla mattina alla sera.
Tanto per cominciare, non fa altro che lamentarsi e annegare in un mare di auto-commiserazione sconfinato, dall’inizio alla fine. Passa la maggior parte del suo tempo a dichiararsi sfortunato e discriminato, perché “diverso”, in quanto creatura di origini sovrannaturali; calcolando che la sua sfiga si traduce in un aspetto da divo del cinema, in una famiglia amorevole che venera la stessa terra su cui poggia i piedi e in una vita sociale da autentica star del liceo, azzarderei l’ipotesi che la vita non gli vada poi così male come dice lui, e che magari al mondo esista pure qualcuno un po’ più disagiato e sventurato di lui.
L’autrice naturalmente non la pensa allo stesso modo: così, tanto per consolare un po’ il suo pupetto, decide di specificarci che Malcom, benché così solo e disprezzato, è in realtà il migliore amico del ragazzo più popolare della scuola, riceve continuamente inviti per frequentare i party più esclusivi ed è corteggiato da almeno dieci differenti reginette di bellezza del liceo… per non parlare dello splendido “catfight” che due ragazze inscenano nel fango, al solo scopo di contendersi la sua attenzione, o della meravigliosa sequenza in cui una delle suddette bellissime quasi si strappa i capelli, al solo pensiero di non potersi sfilare le mutandine in sua presenza.

Quando arrivi a detestare cordialmente il protagonista di un libro, lo sapete anche voi, riuscire a provare un po’ di empatia nei suoi confronti, o appassionarti almeno in parte alle sue tragedie personali, diventa molto difficile.
Non impossibile, almeno non quando il romanzo è frutto delle fatiche di un autore in grado di regalarti una trama imprevedibile e originale, o quantomeno dei personaggi secondari accattivanti, per buoni o cattivi che siano; la Yovanoff, purtroppo, non rientra in questa categoria.
Non credo sia stata in grado di escogitare niente di neanche remotamente simile a un colpo di scena o a una figura carismatica, quindi… niente riscatto neanche da questo punto di vista, per quanto mi riguarda.
Voglio dire, probabilmente soltanto a lei poteva venire in mente di prendere una mitologica divinità della guerra e della violenza del calibro della Morrigan e trasformarla in una trillante bimbetta frignante, uccidendo sul colpo ogni parvenza di dignità legata a questo personaggio e alla sua “inquietante” (come no…) corte di “degenerate” creature diaboliche.

In quanto all’ambientazione…  non so: secondo voi quanto potrà mai essere credibile, nel contesto di una normalissima cittadina del ventunesimo secolo, accettare razionalmente il fatto che una congrega di creature sovrannaturali rapisca di tanto in tanto dei bambini dalla culla per sostituirli con degli esseri deformi e malaticci, in cambio di… che cosa, esattamente?
Raccolti abbondanti? Protezione dalle intemperie e dalle tempeste?

L’unico elemento che salverei di “Il Sostituto”, è la parte riguardante il rapporto del protagonista con la sorella Emma; almeno da questo punto di vista, l’autrice si concede infatti un tocco di infinitesimale profondità, arrivando a proporci qualche breve squarcio di vita familiare complessa e interessante.


Trama: 5.5/10
Ambientazione: 4.5/10
Personaggi: 4.5/10
Stile: 6.0/10
Coinvolgimento emotivo: 4.0/10

Verdetto finale: 4.8/10


Girl Power: 


Nel prossimo post, parleremo di:


Batman VS Superman:
Dawn of Justice

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