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domenica 20 febbraio 2022

Recensione: "Archive 81 - Universi alternativi" (Stagione 1)

La verità è che nutro dei sentimenti abbastanza ambivalenti nei confronti della serie tv “Archive 81: Universi alternativi”. 

Nel complesso, però, credo che sia uno show interessante, soprattutto per i fan di piccoli film horror indipendenti tipo “The empy man” (lo trovate su Disney+), “Nessuno ne uscirà vivo” (Netflix), o “The endless” (disponibile su Amazon Prime Video).

Più in generale, immagino che consiglierei la visione di “Archive81” a tutti gli appassionati di Lovecraft e Ira Levin; ma solo se vi considerate spettatori dalla natura estremamente paziente, e soltanto se l’eventualità di rimanere invischiati in un racconto dalla struttura fortemente circolare non vi spaventa...

 


 

La trama

Dan Turner (Mamoudou Athie) è un giovane e mite archivista a cui viene assegnato l’incarico di restaurare una nutrita collezione di nastri magnetici.

Sul piatto fa capolino la possibilità di ricevere uno stipendio particolarmente allettante, per cui Dan decide di ignorare le strane condizioni imposte dal suo datore di lavoro (che comprendono uno stato di isolamento totale, da trascorrere presso un misterioso edificio sperduto fra i boschi...) e di cominciare a rimboccarsi le maniche.

Il ragazzo scopre così che le cassette contengono una fedele testimonianza del soggiorno della studentessa universitaria Melanie Pendras (Dina Shihabi) presso il complesso residenziale Visser, da molti considerato un edificio maledetto.

Una reputazione comprensibile, soprattutto considerando il fatto che, nel corso degli anni Novanta, il Visser è bruciato fino alle fondamenta, portandosi appresso una buona quantità dei suoi abitanti... fra cui, presumibilmente, la stessa Melanie.

Eppure, guardando i nastri, Dan comincia a imbattersi in una serie di indizi sconcertanti: perché, a quanto pare, Melanie sospettava che dietro la sinistra fama del palazzo si nascondesse addirittura un culto dedito all’adorazione di un’antica divinità oscura!

E, non appena salta fuori che la famiglia di Dan potrebbe aver svolto un ruolo all’interno della cospirazione, almeno in qualche misura, il ragazzo comincia a lasciarsi sprofondare in un complesso acquitrino di complotti, coincidenze disturbanti e salti temporali senza precedenti...

 

“Archive 81”: ovvero, l’arte segreta di diluire il brodo, fino a farlo diventare sciapo

 Archive 81” è una serie tv dal taglio estremamente singolare. Si potrebbe dire, anzi, che è unica nel suo genere.

Capiamoci bene: l’idea alla base dell’intreccio non è certamente nuova (i fan dell’horror saranno sicuramente in grado di indentificare le varie fonti di ispirazioni senza problemi).

Allo stesso tempo, però, lo show di Rebecca Sonnenshine riesce a reinventare la formula e a infonderle un inconfondibile tocco personale; un’identità molto forte, che tende a basarsi soprattutto sulla potente morbosità delle sue atmosfere e sul carattere onirico del suo immaginario.

Una combinazione intrigante, insomma, dal momento che si rivela in grado di esercitare un potente effetto stimolante sull’immaginazione dello spettatore!

Eppure, allo stesso tempo, la sceneggiatura si ritrova a incorrere in una (lunga) serie di errori che, secondo me, finiscono per appesantire terribilmente la visione; una sorta di ridondanza logorante, scaturita probabilmente dalla necessità di “spalmare” nell’arco di otto ore un arco narrativo che avrebbe potuto benissimo essere contenuto in sei...

 

Tanti universi alternativi... per un protagonista che non brilla!

 Archive 81” porta il marchio – inconfondibile, nel bene e nel male – del famoso produttore e regista di film horror James Wan.

Per quanto mi riguarda, la sua influenza si avverte soprattutto nel corso degli ultimi due o tre episodi; vale a dire le puntate più coinvolgenti, quelle che tornano a legare finalmente insieme le maglie di una storia che, ahimè, aveva cominciato a farsi deliberatamente criptica e convoluta.

È soltanto a questo punto, infatti, che la mitologia della serie comincia a farsi più chiara, mentre il racconto comincia ad assumere una forma riconoscibile e i personaggi ad acquisire un po’ di... non voglio nemmeno chiamarlo “spessore”.

Probabilmente “calore” sarebbe il termine più adeguato.

Perché, in fin dei conti, “Archive 81” è una serie dall’innegabile fascino intellettuale, dark e ambiziosa come non mai... ma la cui estetica particolare tende, per sua stessa natura, a scoraggiare qualsiasi spettatore affamato di emozioni forti.

Onestamente, non sono rimasta un granché impressionata neanche dall’interpretazione di Athie (che, invece, avevo apprezzato tanto nel piccolo gioiello targato Netflix “Unicorn Store”).

Ma, dopotutto, forse non è nemmeno colpa dell’attore: il suo personaggio non fa altro che trascinarsi sullo schermo senza capire niente, imbambolato e privo di credibili conflitti nei quali immedesimarsi...

Potete biasimarmi, allora, se ai vagabondaggi incoerenti di Dan ho preferito, in ogni momento, il secco umorismo di Mark (Matt McGorry), l’ironia senza freni di Annabelle (Julia Chan) o l’istrionica isteria di Melanie? XD

 

domenica 14 novembre 2021

Recensione: "The Shadow of the Gods", di John Gwynne

The Shadow of the Gods” è un rocambolesco libro fantasy ispirato alla mitologia nordica.

L’autore, John Gwynne, è noto in Italia soprattutto per aver firmato i romanzi della serie “La Fede e l’Inganno” (edita in Italia dalla Fanucci).

Non ho (ancora) letto altro di suo, ma sul conto di Gwynne ho sempre sentito dire meraviglie. E, devo ammetterlo... “The Shadow of the Gods” si è confermato pienamente all’altezza delle mie aspettative, forse addirittura qualcosa di più: un glorioso e sanguinario epic fantasy a metà strada fra modernità e tradizione, infarcito di battaglie, magia, combattimenti e creature mostruose...

Una storia di puro escapismo, se mai ne ho letta una, ma scritta con stile da un autore che padroneggia alla perfezione i principali strumenti dell’arte narrativa, e che conosce benissimo i gusti dei suoi lettori: un intrinseco bisogno di divertimento, energia e azione...

 

Bloodsworn, Vol. 1

Potete acquistarlo QUI in inglese


La trama

Dopo che gli dèi hanno combattuto, fra di loro e contro il genere umano, fino al punto dell’estinzione, la terra di Vigrið è sempre stata una landa fratturata.

Signori della guerra e bande di mercenari dettano legge, mentre mostri di ogni tipo infestano i boschi e le montagne.

In un mondo in cui le ossa nascoste delle divinità assassinate conservano ancora un potere immenso, per coloro che si dimostreranno coraggiosi – o disperati – abbastanza da cercarle, i discendenti di quegli antichi Titani vivono invece di condizioni di schiavitù, odiati e sfruttati dalla stragrande maggioranza della popolazione... la quale, tuttavia, brama il loro sconfinato potenziale magico sopra ogni cosa.

Orka, una guerriera di mezza età formidabile e senza peli sulla lingua, si è ritirata dalle scene molto tempo fa. Tutto quello che desidera, adesso, è poter vivere in pace, allevare il figlio Breka e concentrarsi sulla sua relazione con il marito Thorkel. Ma quando un gruppo di rapitori (e potenziali assassini) si introduce nella sua proprietà, determinata a distruggere per sempre la sua ritrovata serenità familiare, Orka capisce che è giunto il momento di tornare in azione...

Nel frattempo, il giovane Varg e la coraggiosa Elvar decidono di unirsi, ciascuno a suo modo, a due bande di mercenari vaganti di fama straordinaria.

Varg vuole trovare i responsabili della morte di sua sorella e vendicarla, a qualsiasi costo.

Elvar, invece, cerca di trovare la sua strada, e di sfuggire a un destino che sembra già segnato.

Ma forse gli dèi – più vitali di quello che sembrano – hanno già un piano in serbo per loro...

 

Il codice vichingo

Di “The Shadow of the Gods” ho amato soprattutto tre cose:

1. Il world building, curatissimo e super-immersivo, che riesce a trasportarti immediatamente al centro della cultura vichinga (ovviamente, riletta in chiave super-fantastica), e a scaraventarti in un vortice di avventure senza fine;

2. Il ritmo del romanzo, assolutamente spumeggiante e denso di colpi di scena, che rende ogni capitolo coinvolgente e ricco di sorprese;

3.  Il personaggio di Orka, una straordinaria (anti)eroina degna delle migliori saghe nordiche!

John Gwynne, insomma, scrive un libro fantasy che potremmo definire “d’avventura” (un titolo che meriterebbe senz’altro una posizione di tutto rispetto anche all’interno di QUESTA nostra piccola lista), senza per questo dimenticarsi di creare una sua impeccabile cosmogonia (sempre basata sulle antiche leggende norrene, dal castigo di Loki al Ragnarǫk) e un suo intricatissimo quadro di riferimenti socio-culturali.

Brandon Sanderson incontra “Forgotten Realms”, con un abbondante tocco de “La Spada Spezzata” e una spruzzata di “Game of Thrones”...

 

Fast action... in chiave slow burn!

Il rovescio della medaglia è che la trama di “The Shadow of the Gods”, da un punto di vista meramente strutturale, non ha un grandissimo senso.

L’impressione è quella di leggere un prologo; 500 pagine di avventure e combattimenti servono per lo più a introdurre l’ambientazione e a dare il via a un intreccio che (probabilmente) assumerà una forma definita soltanto nell’arco del secondo volume.

Durante la lettura, hai spesso l’impressione che qualcosa di spettacolare stia per accadere, un grande evento catalizzatore che, finalmente, permetterà ai tre protagonisti di incontrarsi e imbarcarsi per la VERA missione al centro dell’intreccio... solo che Gwynne continua a rimandare l’avvento di quell’incidente ancora e ancora e ancora, fino a quando non ti rendi di aver abbondantemente superato il momento in cui te ne sarebbe importato qualcosa.

Continui a leggere con piacere, perché Gwynne continua a intrattenerti con maestria, e a strabiliarti con il suo intrigante sistema magico e i suoi orgogliosi personaggi tutti d’un pezzo, un nugolo di eroi ed eroine senza macchia e senza paura, degno dei miglior film di Zack Snyder...

Ma, a lettura ultimata, non puoi neanche fare a meno di chiederti quale sia stato esattamente il punto, o quali tematiche The Shadow of the Gods” si proponesse esattamente di affrontare, al di là di questo cameratesco affetto fra commilitoni che si viene a instaurare fra parecchi esponenti del cast di personaggi.


Band of brothers... and sisters!

Un cast che, già che ne stiamo parlando, ho trovato eccessivamente sovraffollato e confusionario; soprattutto perché Gwynne segue una specie di “prassi” ogni volta che ne introduce uno nuovo (cinque paragrafi di descrizione statica, un dettagliato elenco di attributi fisici seguiti da ogni singolo capo di vestiario o arma indossata dal suddetto nuovo arrivato...), elemento che, dopo un po’, tende a generare un leggero senso di monotonia e déjà vu.

D’altro canto, ho adorato il fatto che, in “The Shadow of the Gods”, tutti i personaggi femminili si siano rivelati “tosti”, capaci e importanti quanto le loro controparti maschili, o forse adsirittura di più! Oltre a Orka e ad Elvar, Gwynne introduce infatti un’intera armata di donne forti e combattive, tanto dalla parte dei “buoni” che da quella dei cattivi...

E, personalmente, a questo punto non vedo l’ora di scoprire cosa combineranno la Regina Helka e le altre nel corso dei prossimi volumi! ;D

 



venerdì 15 gennaio 2021

Recensione: "Prigioniera negli Inferi", di Lianyu Tan



Libro per adulti

Potete acquistarlo QUI in italiano

"Nella terra dei morti, la parola della Regina Ade è legge. Ade ottiene quello che vuole - sempre - e al momento quello che desidera di più è una certa dea della primavera. L'innocente Persefone è costretta a vivere sotto lo sguardo di falco di una madre possessiva e imprevedibile. Per secoli, Demetra ha respinto ogni corteggiatore di sua figlia e costretto la ragazza a restare sotto il suo gioco, ma ancora non basta: adesso, la dea della terra intende distruggere sua figlia perfino nello spirito. Eppure, quando Ade rapisce Persefone e la porta nel suo regno oscuro, la giovane dea continua a spasimare per il mondo luminoso in superficie. Farebbe di tutto per tornarci; perfino imparare a soddisfare i capricci della sua rapitrice in ogni modo possibile e immaginabile..."


Che ci crediate o no, “Prigioniera negli Inferi” non è neanche il primo retelling in chiave f/f del mito di Ade e Persefone che leggo… Chiaramente, “The Dark Wife”, il romanzo di Sarah Diemer che ho recensito qui sul blog qualcosa come la bellezza di otto anni fa, è uno young adult, mentre il libro di Lianyu Tan può essere categorizzato soltanto come “dark romance fantasy”. Un’etichetta che, chiariamolo subito a beneficio dei profani – come ero io fino a una manciata di giorni fa – in pratica sta a indicare un ibrido fra un romance normale e un romanzo erotico dai contenuti molto, molto “forti” e disturbanti (sadismo, violenze fisiche e/o psicologiche, torture, rapimenti eccetera). Perciò, direi proprio che le affinità fra questi due titoli cominciano e finiscono con l’idea di partenza e lo genderswap del personaggio di Ade.

Ciò premesso, mi riesce abbastanza difficile scrivere una recensione obiettiva di “Prigioniera negli Inferi”, per il semplice fatto che non ho nessuna familiarità con il cosiddetto trope del “dubcon” e sono rimasta particolarmente perplessa dall’esatta natura di una scena o due. Peraltro, da quello che ho scoperto nel corso delle mie ricerche, pare che il libro della Tan sia pure abbastanza “soft”, da questo punto di vista, e che differisca da molti altri titoli dello stesso genere per almeno due o tre aspetti fondamentali. Ho intenzione di evitare ogni tipo di spoiler, ma credo che bisognerebbe leggerlo tutto, prima di arrivare a formulare un giudizio troppo severo nei confronti di quello che parrebbe essere il messaggio della storia. Chiaramente, col cavolo che biasimerei qualcuno per averne mollato la lettura a metà – anzi, la scena della “prima notte di nozze”, sinceramente, ha fatto sentire molto a disagio anche me. Però, penso anche che l’autrice abbia scritto il suo libro nella piena consapevolezza dell’estrema tossicità della relazione che le sue due protagoniste vanno a intrecciare, e che rimane tale almeno per una buona metà del romanzo; tant’è che, a partire da un certo punto in avanti, la Tan comincia a fare del suo meglio per cercare di ribaltare le carte in tavola e riportare il plot sui binari di un romance un tantino più “ordinario”.

Comunque, da un punto di vista tecnico, bisogna dire che “Prigioniera negli Inferi” mi ha perfino stupito, pensate un po’! Certo, la trama è costruita malissimo – con dei personaggi super-stereotipati e una struttura idiotica che riesce a far sembrare il finale del film “Io sono leggenda” un capolavoro – ma la narrazione procede con gradevole fluidità, senza perdersi in inutili brandelli di infodump, e molti dialoghi si rivelano sorprendentemente dinamici e convincenti. 

La vibrante tensione (sessuale e non) che si viene a creare fra i due poli rappresentati dalle diverse personalità di Ade e Persefone, ovviamente, rappresenta il cuore pulsante del libro; la forza di attrazione/repulsione che le tiene unite crea un campo magnetico al cospetto del quale pochissime appassionate del genere, secondo me, riusciranno a restare indifferenti. Proprio per questo motivo, ho trovato assurdo dedicare il terzo atto di “Prigioniera negli Inferi” all’esplorazione dell’abusivo e traumatico rapporto fra Persefone e sua madre Cerere (?), una villain senza troppa arte né parte che riesce a inserirsi soltanto con grande ritardo all’interno del racconto.

Il livello di “trashosità” generale, dal canto suo, resta stratosferico dalla prima all’ultima pagina. Ma proprio tipo che la scena dell’epico “Sculacciamento di Persefone” meriterebbe una menzione speciale nell’Olimpo delle Peggiori Pacchianate Mitologiche di Sempre, e scusate se è poco!XD

Un libro quindi DECISAMENTE non adatto ai gusti di tutti, quindi, questo “Prigioniera negli Inferi”… Semmai deciderete di leggerlo, fate un favore a voi stesse: non prendetevi la briga di prendere i fatti di cui racconta in modo troppo serio o letterale. Ho notato che qualcuno l’ha fatto, su Goodreads, spingendosi al punto di attribuirgli dei significati moooolto improbabili. Eppure, posso assicurarvelo, la Tan sa benissimo di non aver scritto una Guida alla Relazione (Saffica) Perfetta. E di sicuro il suo retelling non intende cercare di trasmettere dei sani e costruttivi valori morali da emulare. È un puro libro di intrattenimento, “Prigioniera negli Inferi”… semplicemente un (bel) po’ più spinto e volgarotto di tanti altri. Una tipica collezione di morbose fantasie dark da sindrome premestruale, a forma di fiaba e con qualche riferimento mitologico buttato lì per fare scena. Il fatto che abbia pure una trama e un tema ricorrente – fidatevi di me – a tratti è quasi accidentale.

 




mercoledì 6 gennaio 2021

Recensione: "Equinox" (serie tv Netflix)

 


Equinox” è una serie tv horror composta da sei episodi, disponibile su Netflix. Un thriller sovrannaturale cupo e impregnato di folclore; per formarvi un quadro mentale, voi provate a immaginare una situazione alla “Midsommer incontra Il Rituale”, il tutto traslato nel cuore di una Danimarca misteriosa e vagamente alienata.

Astrid (Danica Curcic) è la conduttrice di uno show radiofonico che prevede un ampio coinvolgimento da parte del pubblico. Un giorno, uno dei suoi fan le inoltra una telefonata alquanto bizzarra, citando un avvenimento molto doloroso del passato di Astrid: la scomparsa di sua sorella Ida (Karoline Hamm), svanita nel nulla ventuno anni prima, insieme a 21 altri compagni di scuola, nel bel mezzo della gita scolastica di fine anno. La nostra eroina, che non è mai riuscita a lasciarsi del tutto alle spalle lo shock di quella perdita, da quel momento decide di riaprire le indagini e provare a inseguire la nuova, inconsistente pista suggerita dai vaneggiamenti del suo interlocutore. Senza sapere che, forse, alcune vecchie cicatrici andrebbero semplicemente lasciate in pace…

Sotto molti punti di vista, “Equinox” è una serie interessante. Gli attori ricoprono i rispettivi ruoli in maniera funzionale e la sceneggiatura può fregiarsi di non-so-che di morboso, una qualità incalzante che ti spinge a divorare compulsivamente gli episodi, uno dopo l’altro. L’atmosfera gioca un ruolo fondamentale, dal momento che la sua impenetrabilità e la sua intensità mitologica riescono a gettare un alone inquietante su ogni più piccola azione e svolta della trama; come se i personaggi, in un dato momento del loro passato, avessero varcato un confine invisibile, e da quel momento si fossero rassegnati all’evidenza di dover continuare a recitare una parte prestabilita all’interno di una tenebrosa fiaba nera, completamente al di là del loro controllo.

Astrid, dal canto suo, è sicuramente una protagonista “antipatica”, un personaggio talmente divorato dalla propria ossessione da non riuscire a suscitare il minimo briciolo di empatia da parte del suo pubblico (almeno, secondo me). Per fortuna, la scarsa umanità del suo personaggio viene ampiamente compensata dai lunghi flashback dedicati a Ida, a mio avviso molto più viscerali e coinvolgenti. Del resto, è proprio la suspense creata dal suo arco narrativo, la brama di scoprire cosa potrebbe essere successo a quella che, a tutti gli effetti, può essere definita soltanto come la co-protagonista di “Equinox”, a tenere avvinto il pubblico e a spingerlo a rosicchiarsi nervosamente le unghie. Lo show svela questi ambigui retroscena del passato in maniera lenta e calibrata, senza svendere i propri assi nella manica e dosando alla perfezione la quantità di informazioni somministrate, in modo da tale da tenere alta la tensione e mantenere vivo nel pubblico un delizioso brivido di attesa.

Qual è il motivo, allora, che mi ha spinto a scrivere “6.5” in calce a questa recensione, in luogo di un voto molto più alto?

È presto detto: il finale di “Equinox” rappresenta una delle conclusioni più deludenti e logicamente contradditorie a cui io abbia mai assistito. Il sesto episodio, tanto per cominciare, introduce una violazione del “patto con lo spettatore” di entità non indifferente, forzandoci a ingoiare fatti che mettono a durissima prova il nostro concetto di sospensione dell’incredulità. Non posso scendere nei dettagli, per ovvie ragioni, ma devo ammettere che la pigrizia e la sciatteria di talune forzature narrative mi hanno lasciata completamente di stucco. Non è un finale privo di senso, badate (se l’avete già visto, ma siete rimasti un po’ perplessi, vi consiglio di dare un’occhiata a QUESTO interessante articolo pubblicato da "Il Cineocchio"); l’ho trovato semplicemente banale e francamente sciocco, una caduta di stile che mi ha costretto a svalutare anche il resto della serie.

Quando il climax cade nel vuoto, e i personaggi smettono di avere importanza ai nostri occhi… ecco, è a quel punto che l’autore/sceneggiatore/quel-che-è dovrebbe capire di aver abbozzato il proverbiale passo più lungo della gamba. Senza contare il fatto che, magari, anche un pizzico di pagano-fobia in meno non avrebbe guastato…


 Giudizio personale:

6.5/10


domenica 3 gennaio 2021

Recensione: "The Burning God", di R. F. Kuang

La Dea in Fiamme (The Poppy War, Vol. 3)

Potete acquistarlo QUI in italiano

"Nonostante le sue perdite, Rin non ha rinunciato a lottare per le persone per cui ha sacrificato tanto - le genti delle province del Sud, e in particolar modo di Tikany, il suo villaggio natale. Mentre torna alle proprie radici, Rin si imbatte in difficoltà apparentemente insormontabili - ma in anche in opportunità inaspettate. Spalleggiata dalle masse di contadini a caccia di vendetta e dall'armata delle forze del Sud, Rin userà qualsiasi arma per distruggere la Repubblica e i conquistatori hesperiani. Ma riuscirà a resistere alla voce della Fenice, che continua a bisbigliarle di annegare nel fuoco il mondo e tutto ciò che contiene?"


The Burning God” è il terzo libro della trilogia “The Poppy War”. La Oscar Vault ha portato nelle nostre librerie il primo libro, “La Guerra dei Papaveri”, soltanto pochi mesi fa; perciò, se non l’avete ancora letto, direi che siete ancora in tempo per rimediare!

La verità è che, nel corso dei quattro anni trascorsi dall’uscita del suo romanzo d’esordio, ho avuto occasione di citare spesso il nome di R. F. Kuang all’interno di queste pagine; un’autrice che, alla tenera età di 23 anni, è già riuscita a sfornare quella che è destinata a diventare una pietra miliare del grimdark fantasy. La lettura di “The Burning God”, in realtà, non ha fatto altro che consolidare la mia ammirazione nei suoi confronti. Certo, la ragazza deve ancora perfezionare la sua tecnica e affinare la sua Voce; ma, per quanto mi riguarda, padroneggia già gli elementi importanti della narrazione con un impressionante livello di abilità e precisione.

E l’epopea narrata all’interno di questi libri è fantastica, ragazzi! Se la Starlight Media riuscirà a giocarsi bene le sue carte, prossimamente avremo modo di vedere una delle più impressionanti e coinvolgenti serie tv fantasy che siano mai state girate…

Ma torniamo a noi.

The Burning God” è un libro molto potente, altamente spettacolare dal punto di vista delle sue (numerosissime) scene d’azione ed estremamente coinvolgente a livello emotivo. Dopo essere stata tradita dalla Repubblica, Rin è sempre più decisa a vendicarsi e a porsi a capo di un’Armata in grado di strappare a Vaisra il controllo dell’ex-Impero.  I due terzi del romanzo sono dedicati alla dettagliata cronaca della sua ascesa militare, dei suoi successi e delle sue sconfitte sul campo di battaglia; ovviamente, poiché la Kuang è la Kuang, quello che avremo modo di approfondire maggiormente è il risvolto psicologico di questa incessante guerra sullo stato mentale dei vari personaggi della saga, e in modo particolare su Rin. Una protagonista che, di capitolo in capitolo, prende a farsi sempre più efferata e controversa; una donna d’azione e di potere ossessionata dai concetti di Storia, nazione e divinità; tre parole che, in breve , arriveranno a incarnare il cuore tematico pulsante del libro.

Una parabola che, come sappiamo, in realtà affonda le sue radici concettuali in una serie di eventi politici e sociali di stampo abbastanza recente. Interpretare il significato nascosto fra le pagine di “The Burning God” (ma anche di “The Dragon Republic”, se per questo…), al di là dei suoi pirotecnici effetti speciali e delle arti marziali sfrenate in stile “Dragon Ball”, in realtà si rivela tutt’altro che difficile. Alcuni dicono che “quello che non uccide, rende più forti”. Sarà anche vero, ma, nel 98,9% dei casi, rende anche più strani, più paranoici, più facilmente inclini al terrore e alla violenza. Provate a immaginare cosa significhi avere 19 anni, e crescere in un Paese piagato dalla guerra, dalla fame, dai disastri ambientali, dalla violenza. Rin non è quel tipo di protagonista in cui sia possibile identificarsi (per fortuna), e di sicuro a nessuno salterebbe in testa di definirla amabile o ricca di empatia. Ma la sua storia reca in sé un retrogusto di ineluttabilità e umanità sconvolgenti. La politica crea i suoi mostri, sempre; li plasma, li nutre, li sfrutta… e poi li condanna. È uno schema con cui in fondo chiunque di noi, a prescindere dal proprio ambiente geografico, può vantare un certo grado di familiarità.

Esattamente come i suoi predecessori, “The Burning God” è un romanzo ricco di momenti crudi, morti spiazzanti e scene ricche di gore. Per la prima volta, però, mi è sembrato che la Kuang inserisse alcuni di questi dettagli in maniera molto deliberata e gratuita; come per rafforzare una tesi che, a ben vedere, l’autrice stava portando avanti già a partire dalla seconda metà de “La Guerra dei Papaveri”. La sua gestione del plot non mi è parsa sempre fluida, e la narrazione, secondo me, a tratti procede in maniera episodica (adesso chiudiamo questa sottotrama, qui inseriamo una morte psicologicamente devastante, e alé, adesso procediamo verso il finale!). Le sue descrizioni andrebbero integrate; la sua tendenza a “riassumere-anziché-mostrare”, in alcuni punti, riportata un po’ sotto controllo.

Ciò premesso, ho amato, ho amato moltissimo “The Burning God”, ragazzi! Per me, abbandonare questo mondo e questi personaggi sarà un piccolo dolore. Ma, perlomeno, la Kuang ci permette, con questo terzo libro, di concludere l’avventura con il botto: più magia, più azione, più colpi di scena, più traumi, più… tutto! Date retta a me: questa autrice è un autentico vulcano di idee e suggestioni. Concedetele un paio d’anni e, come una vera Fenice, sarà pronta a scalare il Pantheon dei Grandi Autori del Fantasy! ;D


 Giudizio personale:

8.2/10





mercoledì 2 settembre 2020

"La Guerra dei Papaveri": recensione e data d'uscita del libro fantasy di R. F. Kuang...

La Guerra dei Papaveri” arriverà nelle librerie di tutta Italia il prossimo 29 settembre.
Chi segue il blog da qualche tempo si è già beccato la mia recensione dell’edizione in lingua originale (peraltro entrata a far parte della mia leggendaria Top Ten dei 10 migliori libri fantasy del 2018), ma per i più distratti fra il pubblico, mi sforzerò di riassumere la mia opinione in poche parole: QUESTO. LIBRO. È. UNA. BOMBA. LEGGETELO! 
Ma proprio adesso… Prestoooooo!

Come dite? Preferite sentirmi articolare la cosa in maniera un po’ più articolata? Allora date un’occhiata alla trama de “La Guerra dei Papaveri” e poi leggetevi un estratto tratto dalla mia recensione! ;D


the poppy war - migliori libri fantasy 2020 in italiano - grimdark - asian fantasy

The Poppy War, Vol. 1

Potete acquistarlo QUI in italiano

"Donna. Guerriera. Arma. Dea.
Orfana, cresciuta in una remota provincia, la giovane Rin ha superato senza battere ciglio il difficile esame per entrare nella più selettiva accademia militare dell’Impero. Per lei significa essere finalmente libera dalla condizione di schiavitù in cui è cresciuta. Ma la aspetta un difficile cammino: dovrà superare le ostilità e i pregiudizi. Ci riuscirà risvegliando il potere dell’antico sciamanesimo, aiutata dai papaveri oppiacei, fino a scoprire di avere un dono potente. Deve solo imparare a usarlo per il giusto scopo…"
The Poppy War” è un libro fantasy per lettori adulti ambientato sullo sfondo di una nazione tormentata, un luogo piagato da tremende divisioni interne e da conflitti incessanti. La storia di Nikan si richiama vagamente alle travagliate vicissitudini della Cina del decimo secolo, per cui potete immaginare facilmente cosa aspettarvi.
Quando dico “lettori adulti”, mi riferisco in realtà a persone ben al di sopra dei 18 anni, pienamente consapevoli dell’inconcepibile livello di violenza, brutalità e crudeltà contenuti all’interno di questo romanzo. Giorni fa leggevo un’intervista rilasciata dall’autrice, la giovanissima esordiente R.F. Kuang. A quanto pare, la scrittrice rigetta l’etichetta di “grimdark fantasy” applicata alla sua opera, ma soltanto perché, a suo avviso, tutta la componente “grim” è stata inserita fra le pagine del suo romanzo per ragioni di mera accuratezza storica, e non per cercare di rispondere a un canone puramente estetico.
Il fatto da tenere a mente è questo: “The Poppy War” è un romanzo splendido e cruento, che vale senz’altro ogni singolo istante speso per la lettura… ma a un certo punto il suo contenuto tende a farsi veramente esplicito ed estremo. Alcuni capitoli di questo libro si sono rivelati difficilissimi da portare a termine, un’autentica agonia per la mente e per il cuore… E in fondo forse è giusto così, considerando il fatto che i temi principali dell’opera della Kuang ruotano intorno ai concetti di guerratossicodipendenzamemoria e genocidio. Lettore avvisato...  (Continua QUI)



PS: per caso avete già letto “La Guerra dei Papaveri”, ma non siete del tutto certi di volervi buttare anche sul sequel?
Allora cliccate QUI per farvi un’idea più precisa di quello che vi aspetterà nel secondo libro della trilogia, alias “The Dragon Republic”!


venerdì 24 luglio 2020

Recensione: "Mexican Gothic", di Silvia Moreno-Garcia


romanzi gotici - case infestate

Potete acquistarlo QUI  in italiano

"Dopo aver ricevuto una strana lettera da parte di sua cugina, che la implora di salvarla da un misterioso maleficio, Noemí Taboada si dirige a High Place, una magione appartata nel cuore della campagna messicana. Non è sicura di quello che troverà ad aspettarla una volta giunta a destinazione - il marito di sua cugina, un affascinante inglese, per lei è ancora uno sconosciuto, e per giunta Noemí conosce poco la regione.
E poi la ragazza si considera un’improbabile soccorritrice: in fondo lei è una debuttante molto glamour, con i suoi abiti chic e l'impeccabile rossetto rosso, più adatta ai party della vivace vita sociale di Città del Messico che alle brumose atmosfere della campagna rurale.
Ma al tempo stesso Noemí è molto forte e intelligente, dotata di una volontà incrollabile, e non si lascerà certo spaventare facilmente: né dal nuovo marito di sua cugina, che l’attrae e la terrorizza al tempo stesso; né dal padre di lui, un anziano patriarca che sembra molto affascinato da Noemi; e tantomeno dalla casa stessa, che comincia a invadere i sogni della giovane con visioni di sangue e catastrofi..."



Mexican Gothic" è il secondo libro di Silvia Moreno-Garcia che leggo. Il primo, un retelling ispirato al folclore maya chiamato "Gods of Jade and Shadow", a dire il vero non era riuscito a impressionarmi in maniera particolare. Ma è bastata un'occhiata alla trama di questa sua nuova uscita per incendiare la mia immaginazione in una salva di fuochi d'artificio scoppiettanti, per cui... be', ormai lo sapete come sono fatta, no? Ho pochi vizi, ma in materia di libri e tè freddo zuccherato resterò sempre un’irrecuperabile peccatrice.
E poi, ammettiamolo... "Mexican Gothic" promette fin dai suoi primi capitoli una casa infestata, oscuri misteri familiari, inquietanti episodi di cannibalismo, rapimenti, morti, resurrezioni e chi più ne ha, più ne metta.
Considerando gli ingredienti, stavolta cosa sarebbe potuto andare storto, secondo voi?

Almeno un paio di cosette, è saltato fuori alla fine.
Da un punto di vista meramente oggettivo, credo che "Mexican Gothic" sia un ottimo libro. Un'opera per cui Silvia Moreno-Garcia sembra essersi preparata accuratamente e a lungo, leggendo ogni singolo romanzo gotico su cui le sia capitato di mettere le mani. La sua padronanza dell'immaginario dell'epoca (e del genere) mi ha lasciato a bocca aperta. La premessa iniziale ("Crimson Peak" sullo sfondo di una lussureggiante ambientazione messicana...) da questo punto di vista ha pienamente soddisfatto le mie aspettative.
Lo stile sensuale e allusivo dell'autrice, peraltro, si sposa bene con il tema e soprattutto con le atmosfere di "Mexican Gothic": un romanzo dalle tonalità sorprendentemente calde, sinuose, molto più esplicito e diretto nel suo complesso apparato allegorico di qualsiasi banale racconto di fantasmi ambientato in una gelida e tempestosa brughiera inglese.

L’eroina della storia, Noemi, è una vivace giovane donna dell'alta società messicana. Una ragazza avida di vita sociale e di bei vestiti, di stimoli intellettuali e di sfide ancora da tutte da esplorare. Lontanissima da ogni stereotipo di genere, Naomi viene costretta ad abbandonare la sua interminabile schiera di toy-boys e la sua carriera universitaria per improvvisarsi salvatrice e correre in soccorso dell'amata cugina Catalina, vittima di un ambiguo matrimonio.
Ad aspettarla in fondo al viaggio, una lugubre magione piena di regole incomprensibili, una losca famiglia di slavati britannici con la fissa della purezza razziale e intere alcove cariche di arcani orrori...

Purtroppo devo ammettere che, al di là di questi risvolti intriganti e delle effettive virtù stilistiche dell'autrice, per me portare a termine la lettura di "Mexican Gothic" si è rivelato un processo lungo e laborioso.
Il carico di "morbosità applicata" riservata ai personaggi a un certo punto ha cominciato a farsi un tantino eccessivo, per i miei gusti personali. O forse è stata colpa del love interest della protagonista, che francamente ho cominciato a disprezzare dopo poche pagine. O della prevedibilità dell'intreccio, che a furia di giocare con i tropes e con le atmosfere a un certo punto ha preso a sembrarmi banale.
Potrei anche essere rimasta leggermente infastidita della tendenza dell'autrice a far pendere sulla protagonista la minaccia di un’atroce violenza sessuale una pagina sì e l’altra pure.
Potrei, eh?
Usiamo il condizionale, in uno slancio di generosità da blogger della domenica, ma la verità è che mi aspettavo ci fosse una differenza sostanziale fra la trama di "Mexican Gothic" e quella di "Girls of Paper and Fire", da questo punto di vista.

Ma ribadisco: se amate le storie un po' sordide, piene di cripte scricchiolanti, ripugnanti giggioni dal sorriso lascivo e fosche visioni ectoplasmiche intraviste con la coda dell'occhio, prendete in considerazione questo libro.
Sono convinta che lo amerete.
Anzi, meglio ancora: sono convinta che vi farà rabbrividire fin nel midollo delle ossa.


Giudizio personale:
7.0/10



venerdì 29 maggio 2020

Recensione: "Shorefall" di Robert Jackson Bennett


sequel foundryside - migliori libri fantasy 2020

Founders, Vol. 2

Potete acquistarlo QUI in inglese

"Dopo aver salvato Tevanne dalla distruzione assoluta per il rotto della cuffia, Sancia Grado e i suoi amici si sono dedicati al loro prossimo obiettivo: spargere i semi di una rivoluzione industriale e magica all'interno della città. In caso di successo, i segreti che si celano nella loro arte magica - quella che permette loro di trasformare qualsiasi oggetto in un essere senziente - diventerà accessibile a ogni cittadino di Tevanne, con grande dispiacere dell'opulenta classe dominante mercantile.
Ma uno dei nemici di Sancia si è imbarcato in un azzardo disperato, nel tentativo di resuscitare una figura piovuta fuori dalla leggenda - un essere immortale, un mago oscuro che un tempo si faceva chiamare "gerofante".
Tanto tempo fa, il gerofante era un uomo ordinario, ma dopo aver esercitato la sua arte a lungo, egli riuscì a trasformarsi in una divinità. Una volta risvegliata, questa creatura non si fermerà davanti a nulla, pur di riuscire a plasmare il mondo nella sua terrificante immagine.
E se Sancia non riuscisse a fermare il ritorno di questo antico potere? Be', a volte l'unico modo per combattere un dio... è trovarne un altro disposto a dichiarargli guerra."


"Shorefall" è il sequel di "Foundryside", vale a dire uno dei miei libri fantasy preferiti degli ultimi due o tre anni.
Sostenere che nutrivo delle alte aspettative nei confronti di questa nuova uscita targata Robert Jackson Bennett rappresenterebbe un eufemismo bello e buono: la verità è che questa serie è riuscita a entrarmi nel cuore in una maniera che non avrei mai immaginato, e da quella postazione d'onore difficilmente riuscirà a sloggiare tanto facilmente.

La cosa buffa è che il punto di forza principale apparente di "Shorefall" - il suo strabiliante sistema magico, modellato sulle rigorose "regole della magia" formulate da Brandon Sanderson - alla fine per me continua a costituire anche il suo più grande difetto.
Anche in questo secondo libro, infatti, l'autore tende a calcare un po' troppo la mano sul fattore "scienza improbabile, tecnologia & spiegoni". Per carità, il suo abbondante lavoro di ricerca esprime senz'altro un grande entusiasmo e uno smisurato senso di dedizione verso lo sviluppo del world-building... ma si traduce anche in un paio di momenti di stasi e in una parte centrale che fatica a trovare il suo ritmo.
Diciamo che la puntigliosità di Robert Jackson Bennett tende a rendere "Shorefall" più simile a un romanzo sci-fi che non a un fantasy vero e proprio, sotto certi aspetti... Il che non sarebbe necessariamente un male, se la sua mania per i dettagli e le quisquilie tecnologiche non si trasformasse anche, a tratti, in una specie di cavillosità esagerata e vagamente sfibrante.

Ora, non fraintendetemi: piccoli difetti strutturali a parte, "Shorefall" resta secondo me un romanzo estremamente piacevole e divertente; quasi sicuramente, uno dei migliori che mi ritroverò a leggere nel corso di questo 2020.
Il taglio cinematografico, spettacolare e coinvolgente delle sue numerose sequenze d'azione, unito al contagioso umorismo che irradia da ogni singola battuta di dialogo, contribuisce a far sì che la lettura del libro scorra in maniera fluida e appassionante.
Ma ciò che continua a funzionare meglio in "Shorefall", così come in "Foundryside" prima di lui, per me restano sempre i PERSONAGGI, ragazzi!

Spero che non me ne vogliano i fan di serie popolari come "Le Cronache della Folgoluce", ma dal mio punto di vista "Shorefall" rappresenta quanto di più vicino possibile a un libro scritto da Brandon Sanderson, solo popolato da protagonisti dotati di un'umanità e di un carisma assolutamente fuori dalla norma, lontanissimi da quelle proclamazioni di filosofia e moralità ambulanti che passano per personaggi nei romanzi dell'autore di "Mistborn" e "Steelheart".
Credo di avere un debole soprattutto per Orso e Berenice; e infatti mi sono ritrovata a sfoggiare un bel paio di occhioni lucidi in più di un'occasione, considerando la lenta evoluzione del loro meraviglioso rapporto padre/figlia, nell'anima e nella mente se non nel sangue e nel DNA.
Dalla lettura di "Shorefall" esce rafforzato senz'altro anche il legame fra Sancia e Berenice, un sentimento che ormai tende a farsi sempre più viscerale e indissolubile; Robert Jackson Bennett non avrebbe potuto creare una ship più adorabile e ben assortita nemmeno se ci avesse provato per cento anni, e lasciate che lo ammetta qui e adesso, senza troppi dubbi o tentennamenti:, anche questo per me ha significato qualcosa!
Del resto, ho trovato splendidi e commoventi anche diversi passaggi dedicati al passato di Gregor, con la sua tragica storia famigliare di intrighi, omicidi e complotti...

Ultimamente in Italia stanno arrivando in traduzione tante belle cosine, quindi non posso fare a meno di sperare che prima o poi una delle nostre case editrici si decida ad annunciare l'uscita di "Foundryside" e "Shorefall"...
Per il momento, non posso fare altro che smaniare in febbrile attesa del terzo volume, e continuare a consigliarvi di concedere un'opportunità a questa serie!


Giudizio personale:
8.0/10





domenica 17 maggio 2020

Recensione: "The Midnight Lie" di Marie Rutkoski

“What do you do when you can’t make something right?
When you know you won’t be forgiven?
You lie.”

migliori young adult 2020 - duologia

The Midnight Lie, Vol. 1

Potete acquistarlo QUI in italiano 


“Nella città in cui vive Nirrim, il crimine abbonda, uno spietato tribunale governa con il pugno di ferro, e i piaceri della società sono prerogativa della casta degli Alti Kith. La vita nel ghetto è dura, tetra e ricca di punizioni. Alle persone di basso rango viene proibito perfino di assaggiare dolci raffinati o di indossare colori troppo sgargianti. E da quella parte del Muro, puoi soltanto seguire le regole, oppure prepararti a pagare care le conseguenze.
Nirrim tiene la testa bassa e si stringe al petto un segreto mortalmente pericoloso.
Ma poi la ragazza incontra Sid, una straniera libertina proveniente da una terra molto lontana, che le bisbiglia all’orecchio un segreto che parla di magia e prodigi dimenticati. Sid convince Nirrim a inseguire il segreto di quella magia. Ma per riuscirci, Nirrim dovrà dire addio una volta per tutte alla sua vecchia vita. E riporre la sua fiducia in questa curiosa straniera che afferma di essere una bugiarda e che chiede – sopra ogni cosa – di non essere reputata affidabile…”


 “The Midnight Lie” è uno young adult fantasy scritto dall’autrice americana Marie Rutkoski
Ho cominciato a leggerlo senza avere la minima idea che si trattasse di uno spin-off (vergogna, vergogna a me…), probabilmente perché la sua serie precedente, “The Winner’s Trilogy” (edita in Italia da Leggereditore) non era mai riuscita a suscitare il mio interesse. 
In ogni caso, la trama di questo nuovo romanzo è completamente svincolata da quelle dei libri precedenti; anzi, da quanto mi è stato dato di capire, l’unico punto in comune è l’ambientazione, visto che gli eventi si svolgono in un differente angolo del medesimo universo narrativo.

Vi dirò, la lettura di questo primo volume della duologia “Midnight Lie” si è rivelata estremamente piacevole, scorrevole, accattivante e perfidamente divertente (anche se il cliffhanger finale mi ha gettato in una sorta di stuporoso stato di disperazione esistenziale, perché adesso l’idea di dover aspettare un altro anno per scoprire il seguito della storia mi divora come un tarlo…).
Lo stile della Rutkoski, fluido e seducente, ha superato tutte le mie aspettative, e in fondo credo che questo valga anche per la caratterizzazione e lo sviluppo della maggior parte dei personaggi. L’unica cosa che non mi ha fatto impazzire, a dire il vero, è stata proprio l’ambientazione. Non che l’abbia trovata informe o poco curata; semplicemente, la maggior parte degli elementi legati alla mitologia e alla politica dell’isola mi sono parsi riciclati e vagamente “basici”, come se l’autrice avesse provato a spremersi le meningi in maniera intensa e dolorosa per circa quindici minuti a questo riguardo… e alla fine avesse deciso che in fondo non valeva la pena darsi tanto disturbo, dal momento che il suo libro avrebbe potuto contare comunque su altri punti di forza e attrattive.

The Midnight Lie” è, secondo me, il libro ideale per qualsiasi fan di grandi successi come “Il Principe Crudele” di Holly Black, “La Buia Discesa di Elizabeth Frankenstein” di Kiersten White o Tenebra e Ghiaccio” di Leigh Bardugo. Personalmente mentirei se affermassi di non averlo apprezzato soprattutto per la sua forte componente romance (f/f, e alla fine mi ha fatto piacere scoprire le ragioni che hanno spinto la Rutkoski a includere questa improvvisa svolta queer all’interno della sua produzione…), ma sono rimasta piacevolmente sorpresa anche della serietà delle tematiche trattate (abusi domestici, disturbi psicologici, sindrome dell’abbandono…) e completamente affascinata dalla capacità della Rutkoski di intessere una trama tutto sommato semplice, a tratti anche prevedibile, che tuttavia riesce a risucchiarti e a catapultarti completamente all’interno della storia. Per di più i dialoghi irresistibili e un paio di epici colpi di scena scagliati lì a tradimento sono riusciti a farmi accelerare drasticamente le pulsazioni; un’ottima cosa, anche se adesso comincio a sospettare che la lettura del prossimo libro finirà con il farmi sbiancare i capelli e precipitarmi nel terribile abisso del rosicchiamento di unghie compulsivo…

In conclusione: un ottimo, solido, divertente libro young adult, che riesce a compiere egregiamente il suo dovere di coinvolgere, intrattenere, educare e divertire. Onestamente continuo a non nutrire una grande curiosità nei confronti di “The Winner’s Curse”, ma da questo momento in poi, giuro che terrò sicuramente d’occhio le nuove uscite di Marie Rutkoski…


Giudizio personale:

7.5/10




venerdì 6 marzo 2020

Recensione: "The Unspoken Name" di A. K. Larkwood


miglioro libri fantasy 2020 - the serpent gate volume 1

Di prossima pubblicazione in Italia!

The Serpent Gate, Vol. 1

Potete acquistarlo QUI in inglese

"E se sapessi esattamente come e quando morirai?
Csorwe l'ha sempre saputo - allo scoccare del suo quattordicesimo anno di vita, salirà la scalinata sulla montagna, entrerà nel Santuario del suo dio oscuro, e guadagnerà il più onorevole dei titoli: sacrificio.
Ma il giorno della sua morte annunciata, un potente mago decide di offrirle un nuovo destino. Lasciare il Santuario con lui, e vivere. Voltare le spalle al suo fato e al suo dio per diventare una ladra, una spia e un'assassina - la spada più leale al servizio del mago. Per aiutarlo a rovesciare un governo e a riconquistare il suo seggio di potere.
Ma Csorwe imparerà presto che gli dei non dimenticano mai, e che se ti verrà concesso di vivere abbastanza a lungo, prima o poi verrai chiamata a pagare i tuoi debiti..."


"The Unspoken Name" è il libro d'esordio dell'autrice americana A.K. Larkwood.
Negli USA è stato accolto con grande entusiasmo dagli appassionati di narrativa fantasy, per cui diciamo che non vedevo l'ora di buttarmi in questa nuova, spericolata avventura... Tanto più che il romanzo presenta almeno un interessante punto di distinzione rispetto a tutte le altre uscite libresche del periodo più recente: nel mondo in cui la maggior parte della storia è ambientata, infatti, tutti i personaggi sono orchi, compresa la protagonista Csorwe!

"The Unspoken Name" è, a modo suo, un libro piuttosto singolare.
Per ambientazione e temi trattati, diciamo che mi ha ricordato un po' il bellissimo "Gideon The Ninth" di Tamsyn Muir (a sua volta di prossima pubblicazione in Italia, e recentemente candidato al Premio Nebula).
Con quel romanzo condivide anche il fatto, secondo me, di partire vagamente in sordina, per poi riuscire a compiere un balzo qualitativo megagalattico, in grado di travolgerti con una vera e propria tempesta di colpi di scena, emozioni e sentimenti.

Per scendere un po' più nel dettaglio (ma senza fare spoiler), vi dirò che la trama di "The Unsponken Name" comincia dalle parti de "Le Tombe di Atuan" (ma senza il simbolismo magnetico che arricchisce quell'indimenticabile capolavoro del genere), prosegue come il più classico dei romanzi di formazione in salsa fantastica, per poi ingranare la marcia e sconfinare abbondantemente nel capo del romanzo fantasy d'azione, magia e avventura.
Il mio beniamino Nicholas Eames ha dichiarato di aver amato questo libro alla follia, e sinceramente questa sua ammissione non è riuscita minimamente a sorprendermi.
L'ironia sottile e pungente che filtra attraverso le pagine di "The Unspoken Name" mi ha ricordato molto quella che aleggia attorno alle parole del narratore ne "I Guerrieri di Wyld" o in "Bloody Rose", del resto; e lo stesso vale per il senso di calorosa e vulnerabile umanità che avvolge quasi tutti i personaggi.
Se dovessi azzardare una previsione, vi direi che in pochi riusciranno a resistere alla contagiosa, irresistibile ed esilarante follia di comprimari come Tal-il-Galoppino o Oranna la Maga!

"The Unspoken Name", dal mio punto di vista, si è confermato quindi come un romanzo incredibilmente accattivante e divertente.
Ma mentirei se vi dicessi di non aver sofferto un po' durante la lettura delle prime 100/200 pagine, soprattutto a causa di "un paio" di descrizioni eccessivamente prolisse e particolareggiate.
Per di più l'intreccio impiega forse più del dovuto ad assumere una forma specifica, mettendo a dura prova la pazienza del lettore affamato di "plot" e twists narrativi particolarmente eclatanti.
Inoltre io stessa avevo cominciato a temere, durante la lettura dei primi cinque o sei capitoli, che avrei continuato a sentirmi distante e indifferente nei confronti delle sorti della goffa e ombrosa protagonista fino all'ultimissima pagina del libro.
Per fortuna, la seconda metà di "The Unspoken Name" ha finito con lo smentire clamorosamente questa mia fosca previsione iniziale.
Il finale del romanzo della Larkwood mi ha regalato infatti un mucchio di sospiri, una valanga di sorrisi e un piccolo accenno di batticuore... ed è stato a quel punto, immagino, che ho realizzato di essere riuscita ad affezionarmi a Csorwe un pochino alla volta, quasi senza accorgermene, ma in preda a quel senso di affetto spassionato e pieno di partecipazione che si può riservare solo alle persone (o ai personaggi) che un po' ci assomigliano per davvero.

Peraltro, usando un pizzico di immaginazione, sappiate che si potrebbe perfino arrivare a concepire "The Unspoken Name" come un libro autoconclusivo; non lo è (sia ben chiaro: il sequel non tarderà ad arrivare sugli scaffali!), ma qualora un lettore poco convinto decidesse di fermarsi alla fine del primo libro, secondo me potrebbe comunque dichiararsi più che soddisfatto...


Giudizio personale:
8.0/10






venerdì 28 febbraio 2020

Recensione: "L'Uomo delle Ombre", di Phoebe Locke


libri horror 2020 - leggende urbane - thriller psicologici

Potete acquistarlo QUI

"Era solo una favoletta per bambini. Finché non divenne un incubo... Era l'anno 2000. Ha solo pochi giorni la piccola Amber quando una notte sua madre Sadie si alza dal letto, si dirige verso la porta e abbandona lei e il marito Miles. Una scomparsa volontaria e proprio per questo ancor più inspiegabile. Eppure Sadie non è impazzita. Non è depressa. Non è spaventata dalla responsabilità. Sadie ha paura. La stessa paura che aveva da ragazzina. Era il 1990. Nei boschi intorno a una piccola cittadina sul mare, tre amiche si divertono con giochi pericolosi. Di quelli che fanno venire la pelle d'oca e non ti fanno dormire la notte. Hanno in testa quella storiella per bambini, quella sull'Uomo Alto. L'Uomo Alto viene a prendere le bambine cattive. Ma, a volte, l'Uomo Alto ha bisogno di aiuto... E il 2016. Sadie bussa alla porta di quella che un tempo era la sua casa. Sono passati sedici anni: e adesso è tornata. E tornata perché è arrivato il momento di chiudere i conti col passato. E arrivato il momento di smettere di avere paura. Perché i segreti sepolti nel passato di Sadie stanno per arrivare con la forza di un ciclone ad abbattersi su sua figlia Amber. E come l'ha salvata una volta, quando era appena nata, adesso Sadie deve salvarla di nuovo."


"L'Uomo delle Ombre" è un libro di genere thriller/horror, scritto da Phoebe Locke (pseudonimo della scrittrice britannica Nicci Cloke).
La trama del romanzo ruota attorno a un'inquietante leggenda metropolitana, basata almeno per metà su quella, fino a qualche tempo fa estremamente popolare, dello Slender Man, con tutti i suoi eventuali sotto-miti annessi e connessi.

De "L'Uomo delle Ombre" credo di aver apprezzato soprattutto l'atmosfera e l'attenzione dedicata alla costruzione psicologica dei personaggi.
L'alone di costante ambiguità e tensione che aleggia attorno alle diverse linee temporali mi ha ricordato un po' lo straordinario "Nel Buio della Mente" di Paul Tremblay, e chi mi conosce sa che intendo questa frase come un grande complimento.
Un paio di trovate, nell'arco della narrazione, mi hanno sinceramente elettrizzato; e mi ha fatto anche piacere notare una certa attenzione rivolta all'esplorazione dei complicati rapporti che legano i vari personaggi femminili.
Anche se continuo a pensare che l'ibrida creatura della Locke avrebbe soltanto potuto trarre beneficio da una struttura che non tendesse così marcatamente a calcare il modello tipico del mistery edulcorato all'inglese, come se il libro fosse rivolto a un pubblico dallo stomaco particolarmente delicato e facile da impressionare... 
O forse tendo a pensarla così soltanto perché la mia idea di "horror" è stata plasmata da autori come Stephen King, Clive Barker, Anne Rice o Seanan Mcguire!

Fra l'altro, devo anche ammettere che, sotto parecchi aspetti, "L'Uomo delle Ombre" mi è parso un thriller abbastanza dozzinale.
I capitoli narrati dal punto di vista di Sadie sono stati in grado di tenere abbastanza alta la mia soglia di attenzione, e sicuramente la Locke ha fatto bene a inserire tutta una serie di piani temporali alternativi e vagamente sfalsati, dal momento che lo stratagemma le ha concesso di rendere l'intreccio molto più intrigante e misterioso.
Ma il ritmo diluito e fin troppo "contemplativo" dei capitoli di GretaAmber mi ha abbastanza tediato, a essere del tutto sincera, mentre le tonalità fredde analitiche del registro stilistico scelto dalla Locke hanno contributo a lasciarmi tiepidina e parzialmente insoddisfatta, soprattutto in relazione al frettoloso finale del romanzo.

Sospetto comunque che un appassionato di crime stories potrebbe trovare "L'Uomo delle Ombre" infinitamente più accattivante e coinvolgente di così...
Anche nel caso in cui aveste apprezzato particolarmente l'eccentrico film horror con Emma Roberts e Kiernan Shipka "February - L'Innocenza del Male", o magari vi sentiste semplicemente in vena di una lettura poco impegnativa dedicata al tema delle "streghe", dell'isteria di massa e dei patti satanici, il mio consiglio sarebbe quello di provare comunque a concedere un'opportunità al libro della Locke... 
"L'Uomo delle Ombre" riuscirà senz'altro a strapparvi qualche piacevole brivido, e vi garantirà diverse ore di lettura a cavallo fra suspense, inspiegabili apparizioni e turpi drammi famigliari!


Giudizio personale:
6.0/10




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