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domenica 10 aprile 2022

"Wolf Like Me": la recensione della miniserie horror/sentimentale di Prime Video

Su Amazon Prime Video è arrivata la miniserie horror/drammatica “Wolf Like Me”, con Isla Fisher e Josh Gad nei ruoli principali.

Lo show targato Peacock narra la storia d’amore fra un malinconico vedovo che non riesce più a comunicare con sua figlia e un’eccentrica psicologa in preda a una condizione piuttosto... singolare.

Un “morbo” che sembra affliggerla soltanto in fase di plenilunio e che, proprio durante le notti di luna piena, la costringe a confinarsi dietro una massiccia porta blindata...

 


La trama

Gary (Josh Gad) è un timido vedovo che ancora stenta a riprendersi dalla perdita dell’amata moglie Lisa.

A complicare la situazione, un rapporto teso e problematico con la figlioletta, Emma (Ariel Joy Donaghue); una ragazzina dall’indole particolarmente matura e perspicace, costretta a crescere prematuramente dal peso della tragedia.

Una mattina, l’auto di Gary e Emma viene tamponata dal veicolo di una bizzarra sconosciuta dai capelli rossi.

La donna, Mary (Isla Fisher), chiede loro scusa e si mostra affranta, ma continua anche a comportarsi in modo strano, attirando l’attenzione di Gary.

Nel corso dei giorni successivi, il destino continua a metterci lo zampino: il sentiero di Gary continua a sovrapporsi a quello di Mary nei modi più impensati, portando i due “malcapitati” a gravitare continuamente l’uno nell’orbita dell’altra.

Fra i due scatta qualcosa, ed ecco che le scintille cominciano a volare per aria come coriandoli.

L’attrazione sembra reciproca e, a poco a poco, la stessa Emma inizia ad abbassare le sue difese e a fidarsi dell’ondata di vitalità promessa dalla nuova fiamma di suo padre.

Ma Mary nasconde un segreto, qualcosa di oscuro; una minaccia che continua ad aleggiare sulla loro ritrovata serenità famigliare come la proverbiale nuvola di Paperino...

 

A cena con la lupa

Wolf Like Me” è una miniserie relativamente breve: si compone di sei episodi della durata di mezz’ora, e perfino il finale non sembra lasciare un grande margine di manovra per la realizzazione di un’eventuale seconda stagione.

Onestamente, non sono del tutto convinta della validità di questo “format”: lo realizzazione di un lungometraggio avrebbe, forse, permesso alla sceneggiatura di acquistare qualcosa in termini di concentrazione e potenza; mentre la produzione di una serie tv “regolare” avrebbe potuto facilmente rendere l’intreccio più coinvolgente, le fasi principali dell’arco narrativo dei due protagonisti più nette ed esplosive.

Eppure, secondo me, perfino stretto nelle maglie delle sue (vistose) limitazioni, “Wolf Like Me” resta un prodotto interessante.

Ricordate “Maniac”, la miniserie-evento di Netflix con Emma Stone e Jonah Hill? Ecco, per qualche motivo, questo è sicuramente il primo termine di paragone che tende a balzarmi in testa!

Certo, nel caso di “Wolf Like Me”, la trama risulta sicuramente secondaria; nel senso che tende a svilupparsi in una direzione abbastanza prevedibile, e a confermare, a ogni svolta, la maggior parte delle nostre aspettative iniziali.

Ma stiamo anche parlando di uno show che riesce ad affrontare, a testa alta, una serie di nuclei tematici profondamente delicati, e che riesce a mettere a nudo le infinite vulnerabilità dei suoi protagonisti con una sincerità disarmante.

Fra l’altro, la connessione fra i personaggi di Gary e Mary si dimostra immediata e terribilmente credibile; lo stesso vale per i loro demoni interiori, per la loro quotidiana battaglia contro la solitudine, l’autodisprezzo e la disperazione.

Il merito di questo successo va attribuito soprattutto alle interpretazioni dei due attori principali.

Malgrado l’evidente povertà dei mezzi messi a loro disposizione dalla produzione, infatti, Fisher e Gad riescono a intessere un incantesimo speciale sulla scena; un’alchimia che permette alla regia di portare a casa parecchie piccole “perle” dall’inequivocabile sapore cinematografico (vedi, ad esempio, il ballo silenzioso sotto la pioggia sul portico di Mary).

Una magia intrisa di romanticismo, tenerezza e autentica emozione.

 

Prendre la vie comme elle vient

Insomma, non commettete l’errore di cominciare a guardare “Wolf Like Me” aspettandovi i toni spumeggianti e ironici di una commedia nera, né i colpi di scena e le sequenze rutilanti di una vera e propria storia d’azione.

La serie tv proposta da Prime Video esorta gli spettatori a riflettere, piuttosto, e a interrogarsi sul ruolo che il caso (o il fato) tende a giocare all’interno delle nostre vite.

Accettare il fatto che il 90% di ciò che accade ogni giorno a noi e ai nostri cari sfugge completamente dalla nostra capacità di controllo, può facilmente trasformarsi nell’esperienza più terrificante dell’universo.

Un po’ come trasformarsi in una creatura affamata e selvaggia, e non poter fare assolutamente niente per impedirlo.

Ma è anche l’unico modo per sopravvivere; forse, addirittura per prosperare, e farsi partecipi di alcuni dei più grandi miracoli della vita: l’amore – in tutte le sue sfumature; la gioia, la libertà, la speranza, il mistero.

Chiaramente, ho apprezzato molto anche il modo in cui la sceneggiatura è riuscita a trasformare l’assolata, affascinante e sterminata ambientazione australiana in un ulteriore freccia al suo arco.

Dopotutto, poche cose hanno il potere di farti sentire più umile, arrendevole, meravigliato e connesso al Grande Tutto della potenza di determinati scenari naturali.

Il famigerato outback australiano è senz’altro uno di questi.

 



lunedì 21 marzo 2022

"Master": la recensione del film horror disponibile su Prime Video...

Su Amazon Prime Video è arrivato “Master”, un inquietante thriller psicologico interpretato da Regina Hall e diretto da Mariama Diallo.

Una pellicola che è al 40% Dark Academia, 60% Black Horror, e 100% denuncia sociale; una storia dai risvolti drammatici, scioccanti e pessimisti che va a collocarsi sulla scia di titoli come “Antebellum”, Them e “Noi”...

 



La trama

Gail Bishop (Regina Hall) è appena diventata la prima preside di colore in una prestigiosa e snobbissima scuola del New England.

Jasmine Moore (Zoe Renee) è una matricola del primo anno alle prese con un numero di difficoltà estremamente superiore al normale.

Il loro è un istituto antico, rinomato e privilegiato. Studenti e insegnanti amano dichiararsi (ipocritamente) progressisti, ma la verità è che fra le loro fila militano quasi esclusivamente bianchi, persone facoltose e viziate che fanno fatica anche soltanto a relazionarsi con le vere sfide e insidie del mondo reale.

E, in effetti, è come se costoro vivessero in un mondo parte. Uno che fa veramente fatica ad accettare Jasmine, con la sua pettinatura afro e l’indole da outsider. 

Ma, in fondo, non è che a Gail le cose vadano poi tanto meglio: non nel momento in cui si trova costretta a prendere possesso di una sinistra magione in stile coloniale, un posto che sembra fare il possibile per richiamare in vita i “fasti” di un passato a base di pregiudizio, sofferenza e schiavitù.

La situazione degenera nel momento in cui Jasmine entra in contatto con l’incarnazione di un’oscura leggenda, una sinistra figura che si aggira per i corridoi e che, secondo alcune voci, rappresenterebbe nientemeno che il fantasma di una strega giustiziata sul terreno della scuola.

Da quel momento in avanti, la ragazza si ritrova invischiata in una rete di bugie, sospetti ed eventi inspiegabili, una spirale che sembra determinata a trascinare la sua vita in una direzione alquanto oscura... e pericolosa.

Riuscirà la nuova preside a risolvere il mistero della maledizione che aleggia sul college, prima che sia troppo tardi?

 

Dead Poets Society...  un corno! 

Nonostante le sue pecche, ritengo “Master” un film estremamente affascinante.

Nel complesso, certo, temo di averlo trovato un po’ didascalico, e tutt’altro che sottile nell’elaborazione delle sue tematiche... ma sfido chiunque a mettere in discussione la potenza massacrante del suo finale, o quel particolare senso di disagio, infido e strisciante, che continua a insinuartisi sotto la pelle per l’intera durata della visione.

Mariama Diallo offre agli spettatori la sua personale prospettiva sulle tematiche “gemelle” del razzismo e del privilegio; e si potrebbero forse tirare fuori molti difetti dalla sceneggiatura – che sia un bulldozer, ad esempio, è indubbio; il fatto che le sue componenti horror e di satira sociale avrebbero potuto legarsi a creare una sinfonia più armonica, pure -  ma la verità è che si tratta di un’interpretazione dannatamente convincente!

Il terzo atto, deliberatamente ambiguo, si presta a più di una lettura: sovrannaturale o di ordine psicologico, a seconda della personale inclinazione del pubblico. Ma, in fondo, non è che faccia poi tutta questa differenza: il messaggio, dopotutto, arriva forte e chiaro, e perfino il più ignaro e meno incline all’(auto-)introspezione degli spettatori rischierà di restare tramortito dalla sua intensa carica vitale.

Aldilà di tutto, non posso fare a meno di apprezzare il coraggio e l’intraprendenza dimostrata da Mariama Diallo: dopotutto, se esiste un genere più “bianco” ed elitario del Dark Academia, confesso di non averlo ancora mai trovato.

Sfruttare le sue convenzioni, evocare le sue suggestive atmosfere e cercare di ampliare i suoi orizzonti per raccontare la storia di due donne emarginate, respinte da quello stesso sistema culturale occidentale “classico” che, in teoria, avrebbe dovuto accoglierle, nutrirle e proteggerle... non so voi, ma l'ho trovata un'idea decisamente brillante!

 

Anatema sociale

D’altro canto, confesso che mi sarebbe piaciuto vedere “Master” abbracciare la sua natura “orrifica” con un pizzico di convinzione in più, e magari anche concedere a noi spettatori la possibilità di scoprire qualcosa in più a proposito della “maledizione” che affligge la scuola... e intendo ovviamente aldilà della sua incontrovertibile valenza metaforica.

Le atmosfere rarefatte, i dialoghi criptici e le apparizioni appena intraviste con la coda dell’occhio contribuiscono senz’altro a suggerire un senso di suspense e pericolo incombente; ma se il film avesse concesso più spazio alla caratterizzazione psicologica dei personaggi, anche al di là delle loro ansie, delle loro paure e dei loro stigmi sociali, probabilmente il mio cuore avrebbe battuto più forte in almeno una dozzina di occasioni.

Il discorso vale tanto per le due protagoniste, quanto per i personaggi secondari: ad esempio, l’insegnante d’arte Liv Beckman (Amber Gray) rimane secondo me un enigma dall’inizio alla fine e, onestamente, ho trovato il tentativo di inserire il suo abbozzato arco narrativo all’interno della storyline principale un’operazione abbastanza goffa e fallimentare.

Inoltre, capisco la necessità di presentare il gruppetto di mean girls formato dai personaggi di Sofia Hublitz, Talia Ryder e Ella Hunt sotto una luce completamente negativa: dico sul serio, lo capisco. “Master” racconta la storia di Jasmine e Gail, non la loro, per cui tenerle relegate ai margini risulta indubbiamente giusto e sacrosanto.

Ma siamo sicuri al 100% che trasformarle in spauracchi, sottrarre ogni forma di complessità dal loro rapporto con Jasmine, sia stata la scelta ideale, dal punto di vista del potenziale narrativo... o dello stesso personaggio interpretato da Zoe Renee, quanto a questo?



martedì 1 febbraio 2022

"Baby": la recensione del film horror disponibile sul canale Midnight Factory

Baby” è un film horror del 2020 diretto dal regista spagnolo Juanma Bajo Ulloa.

Una pellicola a metà strada fra fiaba dark e tesissimo thriller psicologico che, contro ogni aspettativa, è riuscita a tenermi con il fiato sospeso a per la bellezza di un’ora e quarantacinque minuti...

 

Potete vederlo QUI


Trama

Una giovane donna, afflitta dal peso di una tossicodipendenza sempre più invalidante, dà alla luce un neonato nella più completa solitudine del suo appartamento.

All’inizio cerca di allevarlo come può; ma quando diventa chiaro che il suo stile di vita mal si adatta alle esigenze di un bambino (per usare un eufemismo...) decide di sbarazzarsene.

Dal momento che il denaro per comprare la droga è finito da un pezzo, la ragazza pensa bene di cogliere due piccioni con una fava e di vendere il tenero frugoletto a una losca trafficante di bambini.

L’accordo va a buon fine, almeno apparentemente.

Ma poi la donna si pente della sua azione avventata, e si reca presso l’abitazione della sua acquirente per scoprire il fato del figlio appena nato.

A quel punto, però, scopre che la trafficante ha un cuore più nero di quanto dovrebbe essere umanamente concepibile, e cerca di compiere l’impossibile per salvare il neonato.

 

La Madre e la Strega

“Baby” è uno dei film horror più suggestivi e peculiari che abbia mai visto.

Parte della sua originalità è dovuta all’assenza totale di dialoghi: l’opera di Juanma Bajo Ulloa, infatti, vanta una colonna sonora incredibilmente evocativa (nonché coinvolgente, soprattutto dal punto di vista emotivo), ma, per l’intera durata della pellicola, i suoi personaggi non pronunciano neanche una battuta.

All’inizio, credevo che questa caratteristica mi avrebbe spinto a interrompere la visione dopo dieci minuti. Amo il cinema, soprattutto quello di genere, ma tendo a considerarmi una lettrice sopra ogni altra cosa: per me, l’uso della parola è sacro, e di solito sono una grande sostenitrice del motto “dialoghi all’altezza = mezza bellezza”.

Invece la sceneggiatura di “Baby” mi ha sorpreso, regalandomi palpitazioni e brividi in abbondanza.

Forse perché, per forza di cose, la recitazione procede fra un parossismo espressivo e l’altro, come in un vero e proprio spettacolo da grand guignol a base di occhi sbarrati, sogghigni malvagi e denti digrignati.

Questa continua, inquietante esasperazione dei tratti più grotteschi di ogni personaggio fa sì che il film si trasformi presto in una fiaba surreale, spaventosa e nerissima, trascendendo la realtà della situazione per irrompere, a poco a poco, nello sfumato regno del mito e del folclore.

Ad esempio, la trafficante di bambini (interpretata da una spettacolare Harriet Sansom Harris) diventa la Strega per antonomasia; la divoratrice di bambini, una figura malevola e sorniona, pronta ad attirare gli innocenti nella sua isolata casetta di marzapane....

 

La danza dei sopravvissuti

Il contrasto fra la squallida quotidianità della madre protagonista e la natura atavica, quasi mistica, del grande Male che incombe sul suo bambino viene enfatizzato da una serie di splendide inquadrature relative al mondo naturale.

Brevi intermezzi che mostrano cervi, topi e ragni tessitori intenti a lottare per sopravvivere in un mondo che si ostina a porre ai suoi abitanti sempre la stessa domanda: «Chi sei, tu? Il cacciatore o la preda?».

Che poi è lo stesso interrogativo al quale anche la protagonista di “Baby” verrà chiamata a rispondere, durante la sua disperata ricerca di una via di fuga dalla tana della trafficante di bambini. E devo dire che questa parte del film non è affatto malvagia: a prescindere dal simbolismo, Juanma Bajo Ulloa riesce a infondere nello spettatore un senso di suspense e timore non indifferente.

 Altro particolare degno di nota, “Baby” è una pellicola che può vantare un cast interamente al femminile.

La protagonista è interpretata dall’attrice britannica Rosie Day (già intravista nell’horror “Il Convento – Heretiks”, sempre disponibile sul canale Midnight Factory...), ma non credo che si possa concepire l’idea di scrivere una recensione di “Baby” senza citare la giovanissima Mafalda Carbonell.

Il suo personaggio, totalmente fuori di testa, rappresenta una vera e propria “scheggia impazzita”.

Né alleata, né nemica della protagonista (come si premura di confermarci lo stesso regista in questa interessante intervista), l’apprendista della trafficante di neonati arriva a incarnare l’emblema stesso dell’imprevedibilità, dell’amoralità e della sfrenata immaginazione dei bambini.

Un altro archetipo, quindi, se vogliamo; quello della “fata” giocherellona e completamente priva di malizia, che potrebbe sacrificarsi per te il mercoledì, conficcarti un coltello nel cuore il giovedì, dimenticarti per tutto il fine settimane e poi cercare di evocare un demone per riportarti in vita il lunedì mattina.

Purché non ci sia mai da annoiarsi, insomma...

 

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giovedì 27 gennaio 2022

"Motherland - Fort Salem": la recensione della serie tv sulle streghe di Amazon Prime Video

L’Accordo di Salem, firmato nel 1692, costringe tutte le streghe ad arruolarsi nell’esercito degli Stati Uniti e a combattere i nemici della nazione... In cambio, ogni persecuzione a danno delle donne di poteri magici verrà cessata.

Trecento anni dopo, le giovani streghe stanno ancora tenendo fede alla loro parte del patto... ma a quale prezzo?

Su Amazon Prime Video trovate le prime due stagioni di “Motherland: Fort Salem”, la serie tv fantasy/ucronica creata da Eliot Laurence e prodotta dall’attore Will Ferrell.

Uno show per ragazzi dal taglio moderno, spettacolare e intriso d’azione, interpretato da uno spettacolare cast al femminile e destinato a creare dipendenza fin dal primissimo episodio...

 


Puoi vederla QUI  in italiano


La trama

Dopo che l’Accordo di Salem ha cambiato tutto, le donne si sono riappropriate della maggior parte delle posizioni di potere.

Ad esempio, l’esercito, guidato dall’immortale generale Sarah Alder (Lyne Renée), ormai si compone di sole streghe, peraltro tenute in grande considerazione dalla popolazione civile a causa della loro inconfondibile abnegazione e del loro immenso spirito di sacrificio.

Ogni anno, infatti, ogni ragazza in età da combattimento è tenuta a prestare giuramento e a recarsi a Fort Salem per dare inizio a uno spietato addestramento a base di prodezza fisica, canti di guerra e incantesimi difensivi.

La giovane recluta Raelle Collar (Taylor Hickson), una guaritrice dal talento eccezionale, ha perso la madre in battaglia, e adesso si prepara con amarezza a seguire il suo destino.

Tally Craven (Jessica Sutton) è l’ultima della sua stirpe, e come tale avrebbe diritto a un esonero dal servizio militare... ma il suo idealismo avventato la spinge comunque ad arruolarsi, nonostante la ferma opposizione della madre.

Abigail Bellwheater (Ashley Nicole Williams) proviene invece da una famiglia ricca e influente, e da quand’è nata non sogna altro che di scalare le gerarchie militari e dimostrare alle sue antenate il proprio valore.

Le tre ragazze, contro ogni aspettativa e malgrado le reciproche divergenze, riescono a sviluppare un legame indissolubile e a eccellere in ogni campo dell’addestramento militare.

Eppure il mondo viene costantemente travolto dagli attacchi della Mattanza, un’organizzazione terroristica che cerca di mettere in evidenza le devastanti conseguenze della coscrizione forzata all’interno della comunità magica

È giusto considerare le streghe alla stregua di carne da macello?

Ma è soltanto quando Ralle comincia a innamorarsi perdutamente di Scylla Ramshorn (Amalia Holm), affascinante necromante dal passato ambiguo, che le cose per le tre amiche cominciano a imboccare una svolta inaspettata...


Il potere è nella voce

Adoro questa serie!

Dico sul serio: voglio dire, certo, la sceneggiatura ha dei difetti, il target principale è mooooolto giovane, la prima stagione risulta stranamente sbilanciata, le scene di sesso a volte risultano un po’ intrusive, e... bla, bla, bla!

In fondo, siamo onesti... chi se ne importa?!

La verità è che in “Motherland: Fort Salem” ci sono così tante cose buone da apprezzare, che ostinarsi a concentrarsi sui difetti non avrebbe molto senso.

È una serie tv fantasy per ragazzi. Che parla di matriarcato, e ne mostra ripetutamente in azione le conseguenze (pregi e difetti). 

Che narra le storie di un gruppo di personaggi estremamente complessi e ambivalenti (bè, non il terzetto di protagoniste, magari... ma vogliamo parlare di forze della natura come Scylla o Anacostia?), e non esita a sollevare domande intelligenti durante il tragitto.

La trama gioca pesantemente con i sentimenti primordiali dello spettatore, e cerca di tenerlo avvinghiato a sé con una serie di stratagemmi a base di cliffhanger, amori impossibili ed epiche lotte generazionali in stile romanzo YA?

Ma certo che sì. Diamine, sarei un’ipocrita di categoria superiore, se non ammettessi di aver finito il binge watching compulsivo in tempi da record, soltanto perché avevo disperatamente bisogno di scoprire cosa sarebbe accaduto alla mia adorata ship Raylla! XD

Ma (tanto per dirne una) si dà il caso che “Motherland: Fort Salem” sia anche uno show che si basa un sistema magico molto intrigante, diverso da qualsiasi altra cosa siamo stati abituati a vedere in tv.

Il potere delle streghe passa attraverso l’uso delle loro corde vocali; della complessa manipolazione delle onde sonore, attraverso intricati canti chiamati “semi”. 

Come a dire che la voce delle donne, per antonomasia, si trasforma nel più pericoloso ed elettrizzante dei catalizzatori naturali, una fucina di energie letteralmente impossibile da sottovalutare... figuriamoci da ignorare o mettere a tacere!

Questa caratteristica, fra l’altro, offre allo spettatore la possibilità di assistere a un incredibile numero di combattimenti e sequenze d’azione di stampo pirotecnico; soprattutto nel corso della seconda stagione, con l’avvento di un nuovo, formidabile nemico in grado di rispondere alle mosse delle nostre eroine rima per rima...

 

La realtà alternativa in salsa young adult

La trama di “Motherland: Fort Salem” si basa, inoltre, sullo sviluppo di una mitologia singolare e ricca di spunti affascinanti, parzialmente ispirata alle tradizioni insegnate dalle religioni neopagane.

Il rapporto di sorellanza fra le tre protagoniste si staglia al centro di ogni singolo episodio (o quasi), ma un’altra cosa che ho apprezzato tanto è il fatto che ogni singolo personaggio di questa serie arriva corredato da un suo particolare (e coinvolgente) arco narrativo.

La seconda stagione, da questo punto di vista, si dimostra superiore alla prima; un po’ perché Tally, finalmente, riesce a uscire dal guscio e a svelare parte del suo grande potenziale, e un po’ perché la narrazione si “scinde” ad accompagnare il complesso viaggio di redenzione di un certo personaggio (il mio preferito), ampliando considerevolmente la nostra prospettiva sul mondo di “Motherland: Fort Salem”, sempre più dilaniato da tensioni sotterranee violente e insopprimibili.

Se non siete riusciti mai a spingervi oltre i primi due episodi di “The Chilling Adventures of Sabrina”, e se non riuscite a trattenervi dal sollevare le mani in segno di resa ogni volta che qualcuno si azzarda a scandire la frase «Amo le ucronie, ma penso che “The Man in the High Castle” sia uno dei libri più noiosi del creato!», bè...

Probabilmente questa non è la serie che fa per voi.

Ma sospetto che tutti gli altri troveranno più di un motivo per trasformare “Motherland: Fort Salem” in un guilty pleasure spettacolare, e di andarne dannatamente fieri! :D

 

 


sabato 18 dicembre 2021

"Demonic": la recensione del film horror di Neill Blomkamp disponibile sul canale Midnight Factory

Demonicè il primo film horror di Neill Blomkamp, già regista degli spettacolari “District 9” e “Humandroid”.

Una pellicola che, nell’arco di 100 minuti, riesce a fare sfoggio di una mezza dozzina di idee passabili, tutte scopiazzate, e tutte religiosamente sprecate...

 




La trama

Da ragazzina, Carly (Carly Pope) ha subito un trauma che l’ha allontanata definitivamente da sua madre, l’infermiera dai trascorsi violenti Angela (Nathalie Boltt).

La nostra eroina non vuole avere più niente a che fare con lei; non dopo il massacro a danno di decine di innocenti compiuto da Angela, e non dopo la sua rapida degenerazione in un vortice di follia incontrollabile.

Ma quando Martin (Chris William Martin), un vecchio amico di Carly, le spiega che sua madre, ormai anziana, è stata scelta per prender parte a un esperimento in una clinica che si occupa di persone in coma, Carly non riesce a resistere alla tentazione e decide di contattare i medici dello stabilimento.

Durante una visita in ospedale, a Carly viene quindi spiegato che, di recente, gli scienziati hanno sviluppato un sistema all’avanguardia per entrare in comunicazione con la psiche dei pazienti addormentati.

Angela, in coma a causa di una misteriosa patologia, ha sfruttato questo mezzo per richiedere un ultimo colloquio chiarificatore con sua figlia.

Carly, che ritiene di avere a sua volta una cosetta o due da dire alla mamma prima di lasciarla andare, accetta quindi di sottoporsi a un incontro “virtuale” con la genitrice; un evento che si svolgerà in un mondo onirico, a metà strada fra immaginazione e ricordo.

Ma nella psiche di Angela si annida qualcosa di oscuro, una presenza indescrivibile che l’ha costretta, forse, a macchiarsi di crimini terribili...

Un’antica entità vendicativa, che ha appena posato gli occhi sul suo prossimo obiettivo: Carly.

 

 Tu quoque, Blomkamp?

Mentre guardavo “Demonic”, l’unica domanda che continuava a ronzarmi in testa, insistente come un mantra, era «Blomkamp, ma cosa diamine ti è successo!?».

È davvero difficile trovare degli elementi salvabili in questo film, noioso, derivativo e pasticciato come pochissime altre cose nella storia dell’horror.

La sceneggiatura prende una manciata di elementi a caso da duemila altre pellicole e le unisce in un pastrocchio sorprendentemente privo di identità. Una piccola dose di “Insidious”, un pizzico di “The Cell”, una spruzzata di “Warrior Nun”...  senza dimenticare un’(improbabile) pennellata di “Avatar”, “Hereditary” e “Resident Evil”.

L’unica traccia di personalità, in effetti, risiede nell’integrazione di parecchi spunti di chiara matrice sci-fi, in perfetto stile high-tech post-“Elysium”, in quello che, altrimenti, spicca come un canovaccio tipicamente gotico, del genere “dramma-familiare-con-presenza”.

Ma la verità è che le scene ambientate nel mondo virtuale risultano abbastanza terrificanti (e non nel senso buono del termine...), soprattutto dal punto di vista grafico e degli effetti speciali.

Dopotutto, “Demonic” è un film a basso budget, girato alla meno peggio nel pieno di una pandemia globale... e non esiste un singolo fotogramma del film in grado di farcelo dimenticare.

Quel che è peggio, la storia fa acqua da tutte le parti, probabilmente anche perché la visione di insieme di Blomkamp si dimostra terribilmente miope. 

È come se il primo e il secondo atto del film non avessero nulla in comune; mentre l’arco del personaggio si sgretola sotto un mare di inconsistenza, di jump scares che non funzionano e di sottotrame che implodono da tutte le parti (senza andare in nessuna direzione).

Il messaggio del film?

Non pervenuto.  

 

Un corvo non fa primavera

Credo che stenderò un velo pietoso sull’interpretazione di Carly Pope, perché di rado mi è capitato di assistere a una prova attoriale così... così... così dannatamente inespressiva.

Tendo a non attribuirle molto colpa; un po’ perché, in generale, la poveretta non sembra averci capito un granché, e un po’ perché... andiamo, chi diamine avrebbe potuto raccapezzarsi in un maelstrom del genere? Santa Meryl Street, aiutaci tu! XD

I dialoghi non costituiscono certo un valore aggiunto. Nella migliore delle ipotesi, li definirei “didascalici”; nella peggiore (mi si perdoni il ricorso irrinunciabile a un americanismo) “dull as fuck!”.

Peraltro, continuo a non capire a che pro tirare fuori l’idea dei preti esorcisti guerrieri altamente addestrati dal Vaticano (sì, avete sentito bene...), se poi il piano prevedeva di non attribuire a questi personaggi la benché minima funzione narrativa.

È come se Blomkamp li avesse inseriti soltanto a mo’ di specchietto per le allodole... o magari per offrire a chi di dovere l’opportunità di distribuire in giro un trailer dal taglio particolarmente cool.

In definitiva, di “Demonic” salverei due solo cose: il look, piacevolmente vintage, dell’agghiacciante demone-corvo, e l’interpretazione, inconcepibilmente ridicola, di Kandyse McClure - l’unico membro del cast ad aver capito fino in fondo, secondo me, la natura caotica e assolutamente demenziale di questo film!

 

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martedì 7 dicembre 2021

"Follow Me": la recensione del film horror disponibile sul canale Midnight Factory

Follow Me” è un film horror diretto dal regista americano Will Wernick.

La pellicola è sbarcata di recente su Midnight Factory, il canale streaming “aggiuntivo” di Amazon Prime Video.

Da un punto di vista tematico, “Follow Me” sembra un po’ un episodio mancante della serie tv “Black Mirror”.

Non mi fraintendete: la trama fa acqua da tutte le parti e i personaggi sono abbastanza patetici, ma la visione si dimostra per lo più piacevole e adrenalinica, soprattutto grazie a una riuscita combinazione di suspense, adrenalina e colpi di scena...

 



La trama

Cole (Keegan Allen) è un vlogger famosissimo, di quelli in grado di vantare svariati milioni di follower a spasso per il globo – anche se nessuno ha capito bene il perché. Di fatto, Cole è un ragazzo alla mano ma un po’ vanesio, pronto a condividere con i suoi seguaci ogni più insignificante dettaglio della sua vita pubblica e privata.

Per celebrare un’importante ricorrenza del suo canale, Cole accetta quindi di intraprendere un viaggio a Mosca, a caccia di emozioni forti

I suoi amici e la fidanzata Erin (Holland Roden) gli organizzano un evento a sorpresa e lo trascinano per le strade della capitale russa, con l’evidente obiettivo di fornirgli dell’altro, succoso materiale da caricare sul suo canale.

Le onnipresenti luci delle telecamere tallonano Cole dappertutto.

Il gruppo di turisti americani trova un cicerone d’eccezione nella figura di Alexei (Ronen Rubinstein), entusiasta ammiratore del lavoro di Cole e ricco esponente di un’influente casata locale.

Per un po’, i ragazzi si godono la bella vita e si preparano a trascorrere la nottata del secolo...

Ma gli eccessi della serata culminano presto in un mare di violenza, orrore e paura, sullo sfondo di un’escape room gestita da un nugolo di malavitosi che, forse, hanno più di un piccolo conto in sospeso con la famiglia di Alexei...

 

Le dieci fatiche del vlogger

L’intreccio di “Follow Me” è un po’ troppo prevedibile per i miei gusti, ma devo ammettere che, tutto considerato, si lascia seguire senza grossi scossoni.

Quello di Wernick è sicuramente un B-movie, e si diverte a ostentarne tutte le caratteristiche senza alcuna traccia di vergogna: gangster misogini, belle ragazze in pericolo, grassoni mascherati in camici di cuoio, pazzi sadici armati di manette, siringhe e chissà quali altri strumenti di tortura... Rientra tutto abbastanza nel quadro.

Probabilmente non è un caso se, mentre guardavo il film, continuavo a ripensare ai due registi italiani Roberto De Feo e Paolo Strippoli, e alla loro recente pellicola “A Classic Horror Story”.

Come da copione, Cole e i suoi amici sono degli esseri umani pessimi, e ogni tentativo di entrare in sintonia con chiunque di loro si trasforma presto in un colossale buco nell’acqua.

Al centro di tutto, l’onnipresente tematica del voyeurismo mediatico, della tipica superficialità da social anni Duemila che, francamente, ha un po’ cominciato a sembrare l’ultimo remedium peccatorum dei registi a corto di ispirazione.

Oltretutto, “coerenza interna” e “rigore narrativo” sono due termini decisamente estranei alla forma mentis dello sceneggiatore...

D’altro canto, Will Wernick riesce perlomeno a tenere sveglia la curiosità dello spettatore fino ai titoli di coda, e a giocare con i suoi sospetti in un modo che depone (quasi completamente) a favore del film.

Il finale spiazzante, in modo particolare, getta una luce veramente sinistra sugli eventi, e bandisce rapidamente ogni traccia residua di noia o frustrazione.

 

Vale la pena vederlo, allora?

Follow Me” è, in poche parole, il vostro classico film horror del venerdì sera in compagnia degli amici.

Non fa paura, non mette a disagio, non fa riflettere, ma intrattiene e riesce a centrare benissimo il suo obiettivo: creare nello spettatore un senso di tensione piacevolmente “onesto”, del tutto privo di complicazioni.

La corsa contro il tempo di Cole per salvare gli amici è solo un’espediente per suscitare queste effimere sensazioni da cuore in gola e palmi sudati, certo... Ma il finale si dimostra, quantomeno, abbastanza sconcertante da assicurarsi di lasciare una piccola traccia nella memoria.

Bè...

A meno che non abbiate visto tanti, tantissimi altri film dello stesso genere, prima di questo.

Perché, in quel caso, può anche darsi che il principale fiore all’occhiello di “Follow Me” finisca per ritorcersi contro di voi.

Dopotutto, a nessuno piace ascoltare una storiella lunga un’ora e mezza, quando conosce già la fine.

 Neanche quando si tratta della storia di un ragazzo che sembra piombato al centro di una leggenda metropolitana, o di un film pieno di smembramenti, annegamenti e villain esteuropei dall’accento particolarmente straziante.

 

 I film horror sono la vostra passione?

Sapevate che la nota etichetta Midnight Factory offre la possibilità di abbonarsi a un canale tematico interamente dedicato al mondo del cinema del terrore? 

 Come tutti gli altri Prime Video Channels, Midnight Factory permette anche di usufruire di un periodo di prova gratuita!



mercoledì 17 novembre 2021

"Sir Gawain e il Cavaliere Verde": la recensione del film fantasy disponibile su Prime Video

Sir Gawain e il Cavaliere Verde” è uno dei migliori film dark fantasy che abbia mai visto.

Ambizioso, seducente, mistico ed esteticamente stupefacente, rappresenta l’adattamento cinematografico del poema omonimo risaliente al tardo quattordicesimo secolo. La trama ruota attorno alle avventure di Gawain, nipote di Re Artù e figlio della strega Morgana.

Per quanto concerne noi appassionati di fantasy (e non solo), il film di David Lowery rappresenta semplicemente uno dei titoli inediti più affascinanti, suggestivi e spettacolari che l’abbonamento al servizio Amazon Prime Video ci abbia mai offerto...

Consigliato a tutti i fan del genere, ma soprattutto agli estimatori della recente serie tv "Midnight Mass"! :D



 

La trama

Gawain (Dev Patel) è un ragazzo un po’ frivolo, che ama darsi alla vita dissoluta e detesta sentirsi pressato dalle inevitabili attese famigliari.

Soprattutto considerando che i suoi zii, gli ormai attempati Artù (Sean Harris) e Ginevra (Katie Dickie), sono due leggende viventi, nientemeno che i fondatori della celeberrima Tavola Rotonda!

Il Re e la Regina nutrono grandi speranze per Gawain, ma il giovane stenta a trovare il proprio posto fra i cavalieri del suo tempo, uomini disposti a sacrificare ogni cosa per perseguire i propri ideali: fama, onore e gloria, non necessariamente in quest’ordine.

Almeno fino a quando, nel corso di un’animata cena di Natale a Corte, non arriva qualcuno a lanciare il fatidico guanto della sfida: il Cavaliere Verde, una misteriosa creatura dei boschi ricoperta di licheni, si materializza sulla soglia e propone un “gioco” rivolto al più audace degli uomini del re.

Le condizioni sono poche, ma precise: il Cavaliere Verde si batterà contro uno dei valorosi presenti e, in caso di sconfitta, cederà la sua preziosa arma alla corte di Artù.

Eppure, qualsiasi colpo Egli riceverà quel giorno, a prescindere dalla sua natura o entità, il Cavaliere Verde avrà il diritto di ricambiarlo l’anno successivo, presso una fantomatica Cappella Verde che si trova a centinaia di leghe – e di incontri - di distanza dalle possenti mura di Camelot...

 

Il destino di un (aspirante) cavaliere

Sir Gawain e il Cavaliere Verde” è un film singolare, surreale e ricco di potenziali chiavi di lettura. Una di quelle rare pellicole che mi farebbe davvero piacere (e bene) rivedere con calma e probabilmente anche più di una volta, proprio perché si rivela in grado di regalare così tanto ai suoi spettatori, già a partire dal primissimo atto.

Delle tematiche ci soffermeremo a parlare fra un minuto.

Da un punto di vista prettamente visivo, invece, “Sir Gawain e il Cavaliere Verde” offre panorami mozzafiato e cieli sconfinati, rifiutandosi di rinunciare al “sense of wonder” e di comunicare con noi attraverso un linguaggio universale fatto di suoni naturali, giochi di luce e colori indescrivibili.

Per quanto concerne l’atmosfera, vi basti sapere che “Sir Gawain e il Cavaliere Verde” è un fantasy cupo, allegorico, tesissimo. La fotografia allucinata e le intense interpretazioni del cast (che comprende, fra parentesi, un’eccellente Alicia Vikander nel doppio ruolo di Essel, l’amante di Gawain, e di una misteriosa nobildonna legata al mondo della stregoneria...) basterebbero, già da sole, a qualificarlo come una sorta di film del terrore.

Alcuni critici americani l’hanno definito, non a caso, un “folk horror”, e sono andati avanti a spiegare come l’ultima fatica di Lowery proceda progressivamente a ribaltare molti (se non tutti) gli attribuiti che siamo soliti collegare al concetto di “eroismo”, per incarnare invece un esempio di cinema di intrattenimento stimolante e di stampo prettamente filosofico.

Eppure, al tempo stesso la sceneggiatura contiene tutti gli elementi tipici del genere fantastico: il viaggio, le prove, l’oggetto del desiderio, l’adorabile animale magico... e una nemesi che non può (che non deve, forse...) essere sconfitta.

 

La stregoneria, come la magia (e la natura), è ovunque!

A visione ultimata, immagino che molte persone si arrovelleranno (come me) a caccia di una spiegazione: che significato avrà mai il finale di “Sir Gawain e il Cavaliere Verde”, e perché ho la sensazione che l’ultima mezz’ora sollevi molte più domande che risposte?

La verità è che il film potrebbe essere interpretato in molti modi, ma probabilmente la chiave di lettura più “vistosa” ha a che fare con una complessa (e splendida) metafora sul significato della vita – e della morte.

Prima di tutto, una parola sul Cavaliere Verde. Chi è? Da dove viene? Che cosa rappresenta?

Da brava neopagana XD, non ho fatto troppa fatica a identificare in Lui l’Uomo Verde, vale a dire quella misteriosa entità sovrannaturale che incarna la potenza stessa della natura; la saggezza della terra, l’ineluttabile ciclo delle stagioni.

Dopotutto, provvede lo stesso “doppleganger” di Essel a spiegarci chi è il Cavaliere, in un memorabile monologo che racchiude l’anima stessa del film: perché la nemesi del protagonista è “verde”, ad esempio, e non di un qualsiasi altro colore? Perché non avrebbe potuto essere... rossa, ad esempio?

«Red is the color of lust, but green is what lust leaves behind, in heart, in womb. Green is what is left when ardor fades, when passion dies, when we die, too.»

Gawain è ossessionato dal pensiero di gloria e onore.  Crede che non esista nulla di più immenso di suo zio e dei suoi cavalieri; delle loro gesta spregiudicate, della loro dedizione alla causa dell’ordine, della prosperità, della giustizia.

Gawain (probabilmente a ragione) non sente di meritare un posto accanto a questi grandi uomini, ma ritiene comunque necessario continuare a provarci, aspirare a una meta più alta, trovare un modo per elevarsi dalla sua “grettezza” di avido bevitore e rinomato frequentatore di bordelli.

Ma il personaggio di Alicia Vikander è lì per strappargli ogni illusione, e ricordargli che nulla sarà mai più importante, fondamentale o forte della natura; quel Verde incontrastabile e onnipresente che ci circonda, ci protegge, ci distrugge, ci riempie, ci possiede.

Lo stesso effetto sortiscono, d’altronde, anche i maestosi e totalizzanti paesaggi che appaiono nel corso di così tante scene di “Sir Gawain e il Cavaliere Verde”: montagne titaniche, selve ancestrali, creature monolitiche che sfuggono a ogni capacità di comprensione... laddove Gawain, povero ragazzo a caccia di gloria, altro non è se un minuscolo “puntino”, una figura microscopica e ignara divorata dall’ansia e dalla paura di non poter essere mai “abbastanza”.

 

Il finale: una possibile interpretazione

 SPOILER ALERT! Se non avete ancora visto il film, vi sconsiglio caldamente di continuare a leggere questo paragrafo!

A un certo punto, Artù dice a Gawain: «I Do Not Know Of Any Man Who Has Not Marched Up To Greet Death Before His Time."

Che è una frase molto sibillina, se ci fate caso.

Da una parte (la parte in superficie), il Re sta semplicemente cercando di incoraggiare il nipote. Vai, affronta il pericolo a testa alta, come fanno tutti gli uomini onorevoli, e torna indietro per raccontarlo.

Dall’altra, secondo me, gli sta anche lanciando un avvertimento: «Non conosco un uomo che non abbia marciato incontro alla morte prima del suo tempo

Che, se ci fate caso, equivale un po’ a dire «Tutti gli uomini vanno via troppo presto. Ma nessuno marcia incontro alla morte prima del proprio tempo.»

Perché, quando è ora, è ora.

Quello che il Cavaliere Verde chiede a Gawain (dopo avergli offerto così tanto) è un semplice atto di sottomissione. Sei arrivato fino a qui; hai lottato, hai fatto incontri, ti sei innamorato, hai vissuto. Adesso piega il capo e arrenditi, perché non sei diverso dalle altre creature.

Come me, come tutto, appartieni alla Terra. Non importa quanti castelli, eserciti o spade magiche possiamo possedere: sotto la pelle, siamo tutti Verdi, e un giorno il Verde tornerà a reclamarci.

Perfino le fattezze di Artù e Ginevra, all’inizio del film, contribuiscono a confermarlo. Guardateli bene in volto: nonostante la loro grandezza, il loro successo, la loro saggezza... non sembrano un po’ cadaverici, non hanno forse un incarnato malsano?

Non vi sembra che il Verde abbia già cominciato a reclamare anche loro?

Gawain, all’inizio, non riesce ad accettare questo destino.

«Is this really all there is?», chiede allora al suo “carnefice”, stupefatto.

E il Cavaliere Verde, altrettanto perplesso, non può che rispondere: «What Else Ought There Be?»

Ma il nostro eroe continua a cercare un senso, uno scopo, una missione più alta. E così si ostina a “imbrogliare”, a indossare la sua fascia magica, finché alla fine fugge via senza chinare il capo.

Torna a Camelot, diventa Re, realizza tutti i suoi sogni di ragazzo... ma da tanta gloria e ricchezza non riceve altro che dolore, umiliazione e sconfitta.

Perché sta vivendo una bugia – la vita di un uomo morto, che si ostina a respirare ben oltre il proprio tempo. Trasformando il Verde della vita nel Verde della Putrefazione... una Putrefazione completamente innaturale, perché finisce con il verificarsi prima del trapasso.

E così, Gawain torna indietro, al momento della sua fatidica resa dei conti con l’Uomo Verde.

E quando piega le ginocchia e scaglia via la fascia incantata, è come se dicesse: ecco, va bene. Accetto la mia natura. Accetto la mia mortalità, rinuncio ai miei trucchi e ai miei tentativi di barare, perché adesso so che una cosa del genere sarebbe peggio che inutile: sarebbe un abominio.

Nessun uomo può sconfiggere la natura.

Quindi, riesce finalmente a compiere il suo gesto di autentico eroismo: si sottomette a una forza più grande di lui e di qualsiasi umana ambizione.

E attraverso quest’unico atto di immenso, impareggiabile coraggio, Gawain si guadagna finalmente il titolo di cavaliere...





venerdì 3 settembre 2021

Appuntamento a Streamingville - Ep. 1: "Crudelia", "Fantasy Island", "The Protégé" (mini-recensioni)

Nuova rubrica-contenitore, confezionata ad hoc per parlarvi di alcuni film e serie tv viste sui vari servizi di Video On Demand: da Netflix a NowTv, passando per Prime Video, Disney+ e Apple…

Andiamo a dare un’occhiata da vicino alla prima “tripletta” di titoli! ;D

 

Crudelia

(Disney+)


Nonostante il mio amore smodato per i cani (ne ho sempre avuti intorno almeno un paio...), da ragazzina non ero legata in modo particolare al film “La Carica dei 101”. Crudelia, però, è un sempre stata un mito; un’icona diabolica, il secondo spauracchio disneyano per antonomasia dopo Malefica.

Magari è per questo che l’idea di un film ispirato interamente al suo personaggio mi intrigava così tanto; e il coinvolgimento nel progetto di Emma Stone non ha certo guastato!

Alla resa dei conti, credo che “Crudelia” sia uno dei film in live action più sorprendenti, eleganti e divertenti che la Disney abbia mai messo in cantiere. Più o meno alla pari con... Ah, non mi dire? Ebbene sì: Maleficent” del 2014! XD

Conta sicuramente qualcosa il fatto che, come nel caso della pellicola diretta da Robert Stromberg, fin dall’inizio “Crudelia” non si sia proposto di essere una fedele trasposizione con attori in carne e ossa del celebre cartone animato, né un prequel remotamente compatibile con gli sviluppi degli eventi che tutti conosciamo.

Crudelia”, in effetti, è un vero e proprio retelling! Una villain origin story accattivante, fascinosa e ricca di brio.

In questa versione, Estella/Cruella è una stilista geniale ma anche un po’ squilibrata, una giovane donna amante dei cani e affetta da quella che sembra, a tutti gli effetti, una leggera forma di sindrome bipolare.

La trama mescola abilmente elementi dalle inconfondibili tonalità dark in stile “Lemony Snickets”, ad altri che sembrano rimandare alla comicità de “Il Diavolo Veste Prada”, o addirittura alla follia del “Joker”.

Ovviamente, il tutto calato all’interno di un contesto adatto al pubblico dei giovanissimi… anche se sospetto siano stati soprattutto i più grandicelli ad apprezzare il film!

Come dite?

Ancora non siete convinti?

Allora aggiungete al quadro un cast di primordine: oltre a una Emma Stone in forma smagliante, infatti, vale senz’altro la pena di citare l’altra, immensa Emma (Thompson) che ha preso parte alla pellicola, nei panni della mefistofelica Contessa


 

Fantasy Island 

(NowTv o SkyGo)


Non avevo mai sentito parlare della serie tv “Fantasilandia”, una vecchia produzione da cui pare che il recente film horror targato Blumhouse sia stato ispirato, ma probabilmente questa non giungerà come una grossa sorpresa: dopotutto, nel “lontano” 1978 mio padre aveva soltanto 15 anni, la mia mamma a malapena 13!

Per chi non lo sapesse, il “Fantasy Island” diretto da Jeff Wadlow ha una trama elementare, che più elementare non si può: un gruppo di sconosciuti accetta l’invito di un miliardario (Michael Peña) a trascorrere un periodo sulla sua misteriosa isola privata; un posto magico in cui – gira voce – qualsiasi desiderio, per quanto surreale o impossibile possa sembrare, è destinato a diventare realtà.

Sembra un po’ una premessa in stile “Nine Perfect Strangers”, per chi lo stesso seguendo; esattamente come in quel caso, non è tutto oro quello che luccica: ben presto, infatti, i malcapitati ospiti cominciano a sperimentare inquietanti allucinazioni e a subire le disturbanti implicazioni dei loro sogni a occhi aperti.

Come recita il saggio proverbio: “Stai attento a ciò che desideri... perché potrebbe avverarsi!”.

La prima metà di “Fantasy Island” è… Come potrei definirla? Prevedibile? Raffazzonata? Imbarazzante?

La catena di eventi è più meno quella che potreste aspettarvi, gli unici personaggi simpatici sono i “bro” decerebrati J. D. (Ryan Hansen) e Brax (Jimmy O. Yang), e in generale gli sforzi del cast si dimostrano terribilmente inadeguati (incluse le protagoniste Maggie Q e Lucy Hale).

La seconda metà del film, fortunatamente, si conferma più interessante. I colpi di scena, se non altro, cominciano a susseguirsi a un ritmo diabolico e, anche se non è detto che riescano a fare sempre centro (sicuramente, non ai livelli auspicati), bastano almeno a vivacizzare la visione e conferire un certo brivido di adrenalina al momento del climax.

In definitiva, una pellicola senza troppe pretese, insomma; si lascia guardare, intrattiene e regala quei quattro o cinque momenti di autentico cringe misto a risate.

Che è sicuramente più di quanto si possa dire a proposito di “Obbligo o verità”, il precedente lavoro di Wadlow.


 

The Protégé

(Amazon Prime Video)


Film d’azione diretto da Martin Campbell che, sospetto, gli appassionati del genere troveranno interessante.

Pur senza discostarsi troppo dal filone “donne assassine che te le suonerebbero anche bendate e con una mano legata dietro la schiena”, la sceneggiatura riesce a ribaltare un paio di cliché con grazia e disinvoltura.

Le scene d’azione, girate con competenza da un autentico “veterano” del settore (ricordiamo che, fra le altre cose, Campbell ha diretto “Vertical Limit” e “La Maschera di Zorro”), da un punto vista prettamente visivo offrono un discreto spettacolo.

Fortunatamente, anche il rapporto mentore/allieva che viene a instaurarsi fra la protagonista del film, Anna (interpretata da Maggie Q) e il suo reclutatore, Moody (Samuel L. Jackson), risulta abbastanza solido, convincente al punto da garantire allo spettatore una salutare dose di coinvolgimento emozionale.

Ciò premesso, non ho apprezzatoThe Protégé” tanto quanto mi aspettavo.

Come mai?

C’è decisamente qualcosa che stona in questo film; anche se, effettivamente, risulta piuttosto ostico cercare di spiegare cosa e perché.

Forse sono stati i piccoli dettagli, pagliuzze che hanno contribuito a sottrarre o attribuire sfumature di significato a determinati elementi in maniere impreviste (e non del tutto gradite).

Diciamo che, ad esempio, vedere il grande Micheal Keaton nei panni dell’interesse romantico (un ruolo chiacchierino, “fisico” e pieno di ammiccamenti in stile Tom Cruise...) mi ha fatto un po’ di tristezza; a questo proposito, magari, qualcuno riuscirà a spiegarmi anche perché Samuel L. Jackson, che all’anagrafe conta soltanto tre anni più lui, in questo film interpretava il ruolo del vecchietto con un piede già sprofondato nella fossa, mentre Keaton era “il brillante pupillo” di un boss della mala (?).

In secondo luogo, penso che, nel corso di questo film, Campell si sia deliberatamente lasciato sfuggire almeno un paio di buone occasioni e personaggi.

Ad esempio, il villain principale di “The Protégé” è… Chi è diavolo è questo tizio, in realtà? XD

Un tale; il classico maschio bianco attempato affamato di potere, e capirai che novità?

Il tragico passato di Anna, poi, rappresenta un’altra carta sprecata. Nonostante la presenza dei flashback, e il tema (appena accennato) del trauma causato dalle brutali esperienza di guerra, gli sviluppi del secondo atto riducono tutto all’ennesima sottotrama che non porta da nessuna parte.

La protagonista ha dei demoni interiori, generati dalle brutali esperienze sperimentate nel corso della sua infanzia?

Sicuramente.

Si ritrova forse ad affrontarli, nel corso di questo film? O, almeno, ad esserne intralciata o influenzata in qualche modo?

Mmm... Non credo proprio.

Ma allora, caro Campbell... Che cosa li hai tirati in ballo a fare?!  XD

 

E voi, amici?

Avete già visto qualcuno di questi film? Di quali titoli dovremmo parlare al prossimo giro? 

:)



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