venerdì 17 luglio 2020

Recensione: "Bunny", di Mona Awad

Migliori libri horror 2020 - new weird

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"Samantha Heather Mackey è un’assoluta outsider alla Warren University dove frequenta un corso iperselettivo di scrittura creativa. La fantasia di Samantha è molto più cupa di quella della maggior parte degli studenti del suo anno, tanto più quando si tratta del gruppetto di ragazze ricche e vestite di colori pastello che incontra sempre a lezione. Tra loro si chiamano Bunny, “coniglietta”, e passano il tempo a mangiare mini cupcake, a dirsi l’un l’altra quanto siano straordinarie e a darsi abbracci di gruppo: sembrano la reincarnazione zuccherosa di Piccole donne e ignorano strenuamente Samantha. Ma tutto sembra cambiare quando un giorno la protagonista riceve l’invito a un loro riservatissimo party e decide di andare piantando in asso Ava, una caustica ex studentessa d’arte che detesta tutto quello che riguarda la Warren e che è anche la sua unica amica. Da quando si sono conosciute, loro due hanno passato ogni singolo giorno insieme, partecipando come coppia al corso di tango e ballando sul tetto della casa di Ava. Ma quando Samantha varcherà la soglia che conduce al mondo Bunny, tutto prenderà una piega imprevista e la protagonista verrà a conoscenza dei “rituali” che trasformano delle placide studentesse in creature mostruose."



Vi è mai capitato di leggere un libro che non sapevate di aver cercato in lungo e in largo, senza mai trovarlo? Una storia, una voce narrante e uno stile talmente adatti a voi, alle vostre esigenze e al vostro modo personale di sentire la vita, da riuscire a restituirvi una tonificante boccata d'aria nonostante i grami temi trattati e le sanguinose atmosfere da grand guignol reinterpretato alla Quentin Tarantino?

Per me "Bunny" è stato questo: il romanzo giusto, arrivato fra le mie mani con un tempismo impeccabile. Un horror che è anche un commentario satirico, un campionario di tragicomiche esperienze (dis-)umane. Una trama che riesce a farti drizzare i capelli e a causarti un diabolico attacco di ridarella nei momenti più oltraggiosi, più assurdi e follemente grotteschi. Un finale che ti spinge a riflettere e a contrarre i pugni; che ti fa sospirare e infuriare e che a un certo punto ti spezza anche un po' il cuore, perché, seriamente... Chi di noi non è stato un po' Samantha, almeno una volta? A me ormai sembra quasi di intravedere il suo riflesso nello specchio...

Il punto è che il rapporto contradditorio fra arte e follia, immaginazione e realtà, istruzione e creatività, emarginazione e istinto del branco, assume un'importanza fondamentale all'interno dell'intreccio di “Bunny” e ne trasfigura completamente il significato, trascendendo di gran lunga quello letterale.
Il libro di Mona Awad è infarcito di allegorie e linguaggio simbolico; al tempo stesso, il suo stile è esplicito, sboccato, crudo, onesto, talmente tagliente da farti sentire il sapore del suo sangue riversato sopra le pagine.
Il tutto a vantaggio di un effetto stridente, schizofrenico, metropolitano, fin troppo autentico. 
Non una melodia armonica, né una sinfonia strumentale, bensì un rigurgito rap di oscenità bestemmiate accompagnato da pugni sollevati in aria e pulsanti percussioni cadenzate. Un ritmo che sotto sotto riconosciamo, perché in fondo è lo stesso che scandisce la nostra vita di uomini e donne moderni. Da una parte obiettivi accademici, vacanze high cost, emoji sul cellulare e mini cupcake ricoperti di glassa da spiluccare con cura. Dall'altra una fame isterica, una smania di terra sotto le unghie e pioggia nei capelli, di sale negli occhi e polpa sotto i denti.
Una bramosia di cose reali che toglie il fiato e a poco a poco dilania, corrompe, trasforma, svuota la mente, distrugge l’anima.

"Bunny" è un libro che ha una voce, uno spirito e una grinta che il novantanove per cento delle persone che incontrerete nella vostra vita potrà soltanto sognarsi.
È un'allucinazione morbosa, un sogno lucido, una creatura dei boschi, il famiglio di una strega che si rifiuterà sempre di essere domato. È una pernacchia alle istituzioni, è un inno alla creatività personale, è il canto del cigno di una mente alla deriva, repressa, stanca, umiliata, corrosa dal peso di una realtà che tende a farsi di giorno in giorno più brutta, mortificante e sgraziata. È un libro diverso da qualsiasi altra cosa io abbia letto prima.

Un'esperienza catartica di questo calibro non mi era più capitata dai tempi dello struggente "The Drowning Girl" di Caitlin R. Kiernan (un altro romanzo a cavallo fra horror e new weird che vi consiglio assolutamente di recuperare, nel caso in cui abbiate già finito e apprezzato "Bunny").
Una gragnuola di colpi sotto la cintura e stilettate nel fianco che centrano perfettamente nel segno e non risparmiano niente, nessuno; neanche la protagonista, neanche i suoi affetti più cari, neanche la loro autrice.
Neanche noi.

Giudizio personale:
9.0/10

4 commenti:

  1. Da un lato non sembra per niente male, dall'altro mi pare un po' troppo sperimentale per i miei gusti @_@
    Cmq, se parliamo di libri trovati senza sapere che li stavamo cercando, per me ai tempi fu American Gods :D

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    1. "American Gods" è un libro grandioso: per vari motivi, non sono riuscita ad apprezzarlo fino in fondo (le frequenti digressioni nei romanzi tendono a stordirmi), ma da un punto di vista oggettivo... wow! Non si può fare altro che rimanere strabiliati dall'estro di Gaiman! *____*

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  2. Strano e conturbante. Piaciuto tantissimo.

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    1. Verissimo! *____*
      Sono felice che sia piaciuto anche a te! :D

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