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mercoledì 29 luglio 2015

Recensione: Quando c'era Marnie (film)



Titolo originale: Omoide no Mânî
Regia: Hiromasa Yonebayashi
Anno: 2014

"Anna, una ragazzina timida e solitaria di 12 anni, vive in città con i genitori adottivi. Un'estate viene mandata dalla sua famiglia in una tranquilla cittadina vicina al mare ad Hokkaido. Lì Anna trascorre le giornate fantasticando tra le dune di sabbia fino a quando, in una vecchia casa disabitata, incontra Marnie, una bambina misteriosa con cui stringe subito una forte amicizia..."



Si parla spesso di "Quando c'era Marnie" come se dovesse trattarsi dell'«l'ultimo film prodotto dallo Studio Ghibli».
 Sono in tanti a conferire  a questa parola dal suono "spaventoso" un taglio, secondo me, un po' più drastico e definitivo del dovuto; io invece preferisco pensare, magari un po' ingenuamente, alla nuova pellicola di Hiromasa Yonebayashi (Arrietty - Il mondo segreto sotto il pavimento) semplicemente come alla più recente opera della prestigiosa casa di produzione cinematografica fondata da Hayao Miyazaki, e confidare nel fatto che, dopo la pausa annunciata sulla scia del pensionamento del celebre regista, ci saranno ancora tante altre storie e personaggi indimenticabili da scoprire.

Bisogna ammettere che vedere "Quando c'era Marnie" a così breve distanza dalla lettura del ( peraltro meraviglioso) libro di Joan Robinson mi ha fatto un effetto un po' bizzarro.
Le ambientazioni  escogitate dell'ultra-britannica autrice di romanzi per bambini (campagna inglese, anni '60) sono state infatti comprensibilmente cambiate e riadattate, e la tenera storia della scontrosa orfanella Anna traslata entro la suggestiva cornice del Giappone dei giorni nostri.
Quello degli sceneggiatori non è stato certo un lavoro frettoloso o abborracciato, anzi: l'integrazione dei tanti piccoli elementi ispirati alla tradizione orientale  può risultare forse un po' eccentrica, a prima vista, ma tutto sommato è anche funzionale, posta com'è al servizio di una storia dalle atmosfere oniriche, magiche e nostalgiche.

I passaggi (e i personaggi) importanti dell'intreccio restano comunque immutati, con la sola eccezione di Priscilla/Sayaka (un sacrificio forse inevitabile, ma che comunque mi ha causato una piccola fitta di dolore, dato che nel romanzo era la mia beniamina...) e Sandra (ammorbidita e resa più simpatica per l'occasione).
La barchetta di Marnie, la festa alla Casa sulla Palude, le cameriere psicotiche e la gita al faro... 
È tutto lì, materializzato sullo schermo come un magnifico regalo in attesa di essere scartato: l'umorismo gentile e delicato della Robbins, la sua acuta percezione delle profondità dell'animo umano in generale, e infantile in particolare, si amalgamano benissimo con l'irresistibile follia tipica dei migliori film d'animazione giapponesi.

Nel complesso sono davvero convinta, insomma, che Hiromasa Yonebayashi sia stato in grado di isolare le immagini-chiave del libro e di potenziare, addirittura, l'intensità del loro impatto emotivo, attraverso un potente concentrato di immagini e simboli visivi.
Traducendo in suoni, colori, paesaggi, espressioni, l'anima stessa del romanzo della Robbins, e dando prova di una sensibilità - e soprattutto, di un'umanità - altrettanto squisita.

Ho infine apprezzato molto l'apporto fornito alle immagini dalla colonna sonora, e in modo particolare tengo a citare la canzone di chiusura, ""Fine on the outside" (di Priscilla Ahn), sulle cui note si consuma il finale dolce e struggente della storia.

Giudizio personale: 8.0/10

NB: se volete leggere un'altra recensione del film, magari una meno vincolata alle impressioni lasciate dalla recente lettura del romanzo, vi consiglio di passare a trovare la mia sorellina Arya QUI! ;D





martedì 21 luglio 2015

Recensione: "Quando c'era Marnie"




Titolo originale: When Marnie Was There
Autrice: Joan G Robinson.
Serie: //
Disponibile: anche in italiano, edito dalla Kappalab!
Trama: "Una ragazzina solitaria e senza genitori di nome Anna viene inviata presso la casa di un'attempata coppia in un paesino in riva al mare, nel tentativo di spingerla a socializzare con altri bambini della sua età. Nonostante i tentativi, Anna continua a preferire la solitudine, finché durante le lunghe passeggiate nella natura, decide di attraversare la baia in barca, e nei pressi di una grande casa sulla palude apparentemente disabitata incontra una misteriosa ragazzina bionda in camicia da notte di nome Marnie, sola come lei. Le due diventano amiche inseparabili e passano intere giornate a giocare e chiacchierare, ma per qualche incomprensibile ragione a volte si perdono di vista all'improvviso, pur senza allontanarsi l'una dall'altra. L'esplorazione della zona le porta nei pressi di un vecchio mulino scuro, che però incute tanto timore a Marnie da non volere nemmeno provare ad esplorarne l'interno. Quando un conoscente di famiglia dalla bionda ragazzina arriva in visita, Marnie smette definitivamente di frequentare Anna. E allora, ritenendo che Marnie si sia stancata di esserle amica, Anna decide di andare a verificare di persona presso la misteriosa casa sulla palude, ma quello che scopre è decisamente diverso da quanto si aspettava..."
Le mie opinioni:
"Quando c'era Marnie" è un amato libro per l'infanzia scritto dall'autrice britannica Joan G Robinson.
Quando scrivo "amato", chiaramente mi riferisco a quella più vasta fetta di pubblico che parla (o comunque legge, come nel mio caso) in lingua inglese.Questo piccolo e prezioso romanzo, di genere intimista e fantastico, ha dovuto infatti aspettare una cinquantina d'anni prima di arrivare in traduzione anche da noi; ed è facile ipotizzare che non ce l'avrebbe mai fatta, se la storia della piccola Anna non fosse stata scelta per diventare il prossimo film dello Studio Ghibli, la prestigiosa casa di produzione  giapponese di film d'animazione fondato da Hayao Miyazaki in persona.
E, onestamente, non credo proprio che materiale migliore (o più appropriato, considerando le parti coinvolte...) avrebbe mai potuto ambire a un adattamento cinematografico da parte di Hiromasa Yonebayashi, già regista di "Arrietty - Il mondo segreto sotto il pavimento".

"Quando c'era Marnie", dovete sapere, è un libro molto eccentrico, toccante e tenero, che mi ha emozionato e commosso proprio in virtù della sua delicatezza e della sua semplicità, molto più di quanto non mi aspettassi.
La prima parte della storia, tenete conto, si svolge molto lentamente, presentandoci il ritratto di questa bambina adottata, Anna, e aiutandoci piano piano a entrare nel suo mondo. 
Un mondo solitario e grigio, fatto di silenzio, contemplazione, natura, innocenza, rancore e stravaganza; il tutto sullo sfondo di un paesino di mare d'altri tempi, uno scenario perfettamente degno delle migliori opere di Miyazaki.
Il numero degli eventi, bisogna dirlo, è ridotto all'osso; e tuttavia il lavoro di approfondimento psicologico compiuto dalla Robinson sulla giovane protagonista Anna è assolutamente encomiabile, oltre che inusuale, per gli standard solitamente proposti al pubblico dei lettori più giovani, secondo me.
Sono stati gli ultimi cinque o sei capitoli, ad ogni modo, a farmi innamorare del libro, immergendomi in un'atmosfera di malinconia, riconoscimento e gioia tale, tutto mescolato assieme, da riempirmi letteralmente gli occhi di lacrime.

Il romanzo della Robinson, a mio avviso, è una macchina del tempo che funziona a meraviglia. 
Riesce a toccare molte delle tematiche più care a Miyazaki; proprio per questo non è difficile immaginare per quale motivo il grande Maestro giapponese lo abbia pubblicamente rivelato come  uno dei migliori romanzi per ragazzi di tutti i tempi. 
Insieme a Marnie, Anna, Priscilla e Unditropp, infatti, io stessa ho avuto modo di fare un salto nel salto nel passato. 
E soprattutto in Anna, nelle sue sfide, lotte e piccole ribellioni quotidiane, ho potuto  rivedere una parte di me stessa, che quasi credevo dimenticata; tutta la difficoltà di crescere e perdonare e sentirsi accettati, quando in realtà tutto quello che si prova (o si crede di provare, nella propria offuscata cognizione infantile) è confusione, amarezza, rabbia e tristezza.

Tutti ci siamo passati; ciascuno di noi è stato chiamato ad  affrontare i propri demoni, mentre cercava di portare a termine una certa missione chiamata "diventare adulti", si intende. 
Ma forse per le persone "diverse" (che sia per grado di sensibilità, inclinazione, religione, convinzioni, colore della pelle, abilità fisiche o quant'altro...) è addirittura un po' più difficile che per gli altri.
E sono perfettamente d'accordo con la Robinson su un punto in particolare: la sola chiave per la salvezza, in questi casi, consiste nello scoprire (finalmente) di non essere soli.

Giudizio personale: 9.0/10


venerdì 17 aprile 2015

Mini-recensioni: "Maleficent" + "Kiki - Consegne a domicilio" + "Jessabelle" (film)


- Maleficent



"Malefica, una bella e giovane donna dal cuore puro con impressionanti ali nere, vive una vita idilliaca immersa nella pace della brughiera del regno, fino a quando un giorno, un esercito di invasori umani minaccia l’armonia di quei luoghi. Malefica diventa la più fiera protettrice della sua terra ma rimane vittima di uno spietato tradimento ed è a questo punto che il suo cuore puro comincia a tramutarsi in pietra. Decisa a vendicarsi, Malefica affronta una battaglia epica contro il Re Stefano e alla fine, lancia una maledizione contro la piccola Aurora, figlia del Re."




Quando ho visto il film "Maleficent" per la prima volta, in sala, ricordo di essere rimasta colpita soprattutto dai suoi sbalorditivi effetti speciali.
Voglio dire, non sono mai stata una grande fan del 3D, ma, a questi livelli...  l'unico commento possibile è stato: "wow, ragazzi... che spettacolo!" *___*
Rivedere il film a casa, ad ogni modo, su un normalissimo schermo in HD di medie dimensioni, non ha comportato affatto il vago senso di delusione che, in parte, avevo già cominciato a paventare.
Al contrario.
Di tutti i retelling di fiabe girati in questi ultimi anni, "Maleficent" si è confermato come quello in grado di stupirmi e divertirmi di più; una tenera fiaba che si ripropone di ribaltare le carte in tavola e che riesce a trasformare lo spauracchio dell'infanzia di parecchi di noi, la gelida e letale strega Malefica, in una fata coraggiosa e determinata a sacrificare ogni cosa, pur di proteggere ciò che le è più caro.
La rivisitazione del regista Stromberg, inoltre, mi ha fatto pensare tanto a un altro film Disney, quel "Brave - Ribelle" di cui sono da sempre follemente innamorata!
Sono sicura che, per chiunque abbia visto entrambe le pellicole, sarà semplicissimo intuire il perché! ;D

Giudizio personale: 7.3/10



- Kiki - Consegne a domicilio


"Compiuti 13 anni Kiki, una streghetta simpatica e maldestra, parte alla ricerca di una città bagnata dal mare in cui svolgere il suo anno di apprendistato. In compagnia dell’inseparabile gatto nero parlante Jiji, Kiki arriva nella città di Koriko dove inizia a guadagnarsi da vivere facendo consegne a domicilio a cavallo della sua scopa di saggina. Superate le difficoltà iniziali, la giovane strega, grazie ai suoi poteri magici e alla conoscenza di persone che la fanno sentire a casa, riesce a rendersi indipendente. Ma nella vita, si sa, non tutto fila sempre liscio e le sorprese sono dietro l’angolo…"



Insieme a "Il mio vicino Totoro", "Kiki - Consegne a domicilio" è probabilmente il film di Miyazaki più adatto a conquistare il cuore dei bambini.
Le avventure della streghetta Kiki alla ricerca del suo posto nel mondo, insieme al suo migliore amico, l'inseparabile gatto parlante Jiji, non rischiano di lasciare indifferente neppure l'adulto dall'indole più critica e cinica, in ogni caso.
La sfrenata immaginazione del regista ci porta, ancora una volta, a esplorare alcune delle sue tematiche più care (in particolare, ci si sofferma molto a riflettere sulle prime complicazioni legate al passaggio dall'infanzia all'età adulta) verso la colorata e caotica città in cui Kiki sceglie di andare a vivere, alias un luogo sconosciuto ma affascinante, denso di pericoli, stranezze e meraviglie.
Il film, semplicemente stupendo, si presta chiaramente a diverse chiavi di lettura e introduce parecchi, deliziosi personaggi: oltre a Kiki stessa e a Jiji, per esempio, trovo sia impossibile dimenticare l'indipendente Ursula (che, a giudicare dalle interpretazioni più diffuse, rappresenta una proiezione della personalità adulta della nostra protagonista), l'allegra e materna panettiera Osono, il bizzarro "innamorato" Tombo, la coppia di stralunate vecchiette che stringe amicizia con la ragazzina, eccetera, eccetera.
Insomma, se l'avete perso, non esitate a rimediare;  se poi avete bambini, nipotini o figli di amici a cui mostrare "Kiki", meglio ancora... farete loro un regalo indimenticabile, e state pur certi che ve ne saranno grati per il resto della vita! :)

Giudizio personale: 8.2/10



- Jessabelle





"Dopo un terribile incidente d'auto che l'ha ridotta in sedia a rotelle e che ha ucciso il suo fidanzato Jessie, bisognosa di assistenza, torna nella casa natale in Louisiana, dove vive il padre vedovo. Dopo il ritrovamento di alcune videocassette lasciatele dalla madre morta, la ragazza inizia ad essere perseguitata da una strana presenza."






"Jessabelle", per quanto mi riguarda, è quel classico film  che riesce a farti rimpiangere il giorno in cui hai deciso di provare ad appassionarti al genere horror.
Cercare di recensirlo, o anche solo di descriverlo, mi riesce in realtà difficilissimo: il film di Kevin Greutert
 rappresenta per me, infatti, un inutile coacervo di difetti, zeppo di errori grossolani che sembrano scaturiti fuori dalla mano di un dilettante e talmente avvoltolati in un pasticcio di demenza e autocompiacimento mescolati assieme, da avermi fatto seriamente rabbrividire... sempre per i motivi sbagliati.
Oltre che noioso e fiacco, il film è terribilmente incoerente, fin dalle sue primissime premesse: nel ventunesimo secolo, una ragazza temporaneamente costretta su una sedia a rotelle viene lasciata sola (per svariati giorni) in una casa isolata fra i boschi e le paludi, senza l'ombra di un cellulare, una connessione internet o qualsiasi mezzo di comunicazione col mondo esterno, e senza nessuno che vada mai a trovarla manco per sbaglio... per la serie: pure senza i fantasmi, guardate che secondo me questa sarebbe morta di fame o di sete di sicuro, a lungo andare! XD
 Ad ogni modo, "Jessabelle" mi è parso un film stupidissimo, abborracciato e irritante, dotato del finale più inutile e meno ispirato dell'intera storia del genere, o quasi.
Ho visto recitare Sarah Snook in "Predestination", perciò so bene quanto vale, in realtà, questa giovane, talentuosa attrice australiana; mi auguro solo che non le salti ancora in mente di lavorare a film di questo tenore, perché rappresenterebbe, a parer mio, un tremendo spreco di potenzialità!

Giudizio personale: 3.0/10

martedì 14 aprile 2015

Recensione: "Si alza il vento" (film)




Titolo originale: Kaze tachinu
Regia: Hayao Miyazaki
Anno: 2013

"Resoconto della vita di Jiro Horikoshi, il progettista giapponese famoso per aver disegnato gli aerei da combattimento Mitsubishi A6M Zero usati dal suo paese durante l'attacco a Pearl Harbor nella Seconda guerra mondiale."







La primavera sta arrivando, con il suo carico annesso e connesso di sonnolenza e pigrizia, e la sottoscritta sta rischiando di impiegare un'intera era geologica solo per finire di scrivere un paio di recensioni, a quanto pare! XD

Ma veniamo all'argomento del giorno .. vale a dire "Si alza il vento", l'ultimo film di Hayao Miyazaki; alias il lungometraggio con il quale il grande Maestro dell'animazione giapponese ha deciso di accomiatarsi dal suo affezionato pubblico, annunciando il proprio ritiro in concomitanza con il debutto della pellicola nelle sale.

Un film diverso, rispetto a ciò che mi aspettavo, se devo essere sincera;  una riflessione molto più dolente, struggente e malinconica del solito, dai toni meno fiabeschi e più maturi; una sorta di "omaggio", da parte dell'anziano regista, verso il suo pubblico più affezionato, coloro che hanno continuato a seguirlo fedelmente nell'arco della sua lunga e straordinaria carriera.
Attraverso gli occhi di Jiro Horikoshi, il progettista di aerei protagonista della nostra storia, ripercorriamo svariate decadi di storia giapponese: dal distruttivo terremoto di Tokyo del 1923 (interpretato, in maniera memorabile, dall'immaginazione di Miyazaki come l'immensa spietata bestia fagocita-destini che in realtà ogni sisma è...) alle privazioni della Grande Guerra; dai sogni di volo elaborati da un bambino sensibile, in possesso di una fantasia sconfinata, all'incontro con la dolce e malata Nahoko, portata dal vento come il più sbalorditivo dei doni in un giorno segnato dalla sventura, e reclamata poi indietro dalla corrente allo stesso modo.

Un film profondo e complesso, che riflette il senso del destino, non sempre benevolo, e il gioco di luci e ombre che coinvolge la vita di tutti; il gusto dolciastro e amarognolo della vita, che ti stordisce con i suoi colpi a tradimento e ti spezza il cuore nei modi più impensati, arrivando persino al punto di tramutare i tuoi sogni più innocenti e incontaminati nello strumento di una carneficina impensabile, nella causa delle più gravi sofferenze inflitte alle persone a cui tieni di più nell'universo; salvo trafiggerti, poi, attraverso la semplice perfezione di un delicato arcobaleno, attraverso i colori di un mondo ricco e meraviglioso che ti spinge comunque a esclamare, con le lacrime agli occhi: "la vita è un dono meraviglioso!".

"Si alza il vento", insomma, è un film particolare; forse un filino troppo lungo, e un po' distante dal senso di giocosa magia, di colorata e folkloristica esaltazione che pervade tante delle opere precedenti di Miyazaki.
Mi è piaciuto, in ogni caso, ed è riuscito a scatenare in me delle emozioni straordinariamente vivide, seppur contrastanti; tutte comunque molto sottili, delicate e, oserei dire, quasi "pacate".

Giudizio personale: 8.7/10


venerdì 6 marzo 2015

Mini-recensioni: "Il mio vicino Totoro" + "The Social Network" (film)


- Il mio vicino Totoro



"Le sorelline Satsuke e Mei (11 anni la prima, 4 la seconda) si trasferiscono insieme al padre in una nuova casa, in campagna, in attesa che la madre venga dimessa dal vicino ospedale. Nei campi attorno alla nuova dimora, le due bambine scopriranno un mondo popolato da creature fantastiche, che i grandi non riescono a vedere: i nerini del buio, gli spiritelli della fuliggine e Totoro, lo spirito buono della foresta, che porta pioggia e vento e che è una sorta di incrocio tra un orso e un grosso gatto."




In questo periodo sto cercando di completare la visione della filmografia di Hayao Miyazaki, dal momento che il grande maestro dell' animazione giapponese è indubbiamente uno dei miei registi preferiti di sempre.
Il blu-ray della scorsa settimana mi ha introdotto, per la precisione, nel mondo della sfrenata immaginazione che avvolge di magia le vite delle due sorelline Mei e Satzuke,  le piccole protagoniste del tenerissimo "Il mio vicino Totoro".
Un film delicato, ricco di calore, e (apparentemente) molto, molto semplice, che narra dell'infanzia e delle sue mille, apparentemente insormontabili difficoltà, attraverso l'inconfondibile sensibilità e il genio visionario di un sommo artista quale Miyazaki ha ormai più volte confermato di essere.
"Il mio vicino Totoro", insomma, mi ha emozionato e meravigliato, regalandomi un'ora e mezzo di squisito viaggio sulle ali della fantasia più innocente, pura e colorata di tutte... quella dei bambini, in grado di trasformare il più bislacco, eccentrico e stravagante "gattone" del mondo nel migliore amico che chiunque di noi potrebbe mai desiderare!
Se non lo avete ancora visto... mi raccomando, correte a rimediare!
Gli estimatori de "La città incantata", "Il castello errante di Hawl" e "Principessa Mononoke" non potranno restarne delusi... e poi, non dimentichiamo che, se è stato proprio Totoro a diventare l'emblema del prestigioso Studio Ghibli, un motivo dovrà pur esserci! :D

Giudizio personale: 8.0/10


- The Social Network




"In una sera d’autunno del 2003, lo studente di Harvard Mark Zuckerberg, un genio dell’informatica, siede al suo computer e inizia con passione a lavorare ad una nuova idea. Passando con furore tra blog e linguaggi di programmazione, quello che prende vita nella sua stanza diventerà ben presto una rete sociale globale che rivoluzionerà la comunicazione. In soli sei anni e con 500 milioni di amici, Mark Zuckerberg è il più giovane miliardario della storia ... ma per lui il successo porterà anche complicazioni sia personali, sia legali."





Mi sono sempre chiesta il perché del film "The Social Network", fin dai tempi della sua uscita in sala.
Voglio dire, con tutto il rispetto che posso (o non posso, quanto a questo...) avere per la gran parte delle persone coinvolte nella vicenda della creazione del "prodigioso" facebook, semplicemente non riuscivo a capire come qualcuno potesse considerare la storia di un tizio che crea un sito e diventa ricco un soggetto cinematografico particolarmente interessante.
La volete sapere una cosa buffa?
Continuo a restare della stessa identica opinione anche dopo aver visto il pluripremiato film di David Fincher, a essere del tutto sinceri.
"The Social Network", più che «un toccante specchio della società dei nostri tempi» (come parte della critica ufficiale si è tanto sforzata di presentarlo), a me è sembrato un film furbetto, che fa del cinismo e dell'eleganza formale i suoi più grandi crediti, e che non reca in sé alcun significato o contenuto veramente rilevante. O almeno, nessuno che non risulti di una banalità disarmante.
Il fatto che Fincher sia capace di fare il proprio mestiere, e si confermi in grado di reggere le fila di questa fumosa e inconsistente trama con un tocco autoriale di particolare leggiadria, purtroppo non è comunque riuscito a distogliere la mia attenzione dal fatto che, a mio personalissimo modo di vedere, l'odissea personale del genio informatico Mark Zuckerberg non aveva/ha poi tutto questo granché di potenzialità cinematografiche da offrire.
Jesse Eisenberg è bravino nel ruolo del protagonista, certo, e anche il direttore della fotografia e gli altri membri del cast hanno fatto la loro parte.
Il migliore per me, comunque, a questo punto rimane Justin Timberlake (e sappiatelo... buttar giù queste precise parole per me equivale a incassare un duro colpo! XD),dal momento che il suo complesso e sfaccettato personaggio, se non altro, è servito a ridestare la mia attenzione nei momenti di eccelso tedio altrimenti forniti dalla pellicola.

Giudizio personale: 4.0/10


martedì 20 gennaio 2015

Mini-recensioni: "Capitan Harlock" + "Principessa Mononoke" (film)


- Capitan Harlock

"Il pianeta Terra, ormai abbandonato da centinaia d'anni da una popolazione troppo numerosa per contenerlo, è diventato un luogo inviolabile e quasi sacro, mantenuto tale con pugno di ferro e fermezza militare dalla coalizione Gaia. Ad essa si contrappone Capitan Harlock e la sua ciurma a bordo dell'Arcadia, a cui si è appena aggiunto un nuovo elemento: Logan, fratello dell'ufficiale disabile Ezra e dunque infiltrato di Gaia dentro l'armata di Harlock con il compito di uccidere il capitano. Quando però Logan capirà qual è l'ideale che muove Harlock, che ha sempre percepito come un nemico, sarà pronto a schierarsi con lui contro il fratello, il quale lo accusa di aver causato la sua disabilità."


Visivamente parlando, senz'altro "Capitan Harlock", film d'animazione giapponese in computer grafica, approdato nelle nostre sale il primo gennaio dello scorso anno, è senz'altro una pellicola spettacolare.
Impressionante e maestoso, dal punto di vista tecnico; suggestivo, imponente e regale in ogni suo singolo pixel, mi verrebbe certamente da dire.
 Il trailer mi aveva conquistato, promettendo una trama accattivante, scenari intergalattici, citazioni a non finire dall'intramontabile saga di "Star Wars", e una serie di rutilanti duelli a mezz'aria in perfetto stile "Final Fantasy VII: The Advent Children".
Sarò pertanto un po' severa nel giudicare questa visione, probabilmente proprio perché le mie (esagerate, non vi è dubbio alcuno) aspettative hanno subito, fin dai primissimi minuti, un drastico ridimensionamento: la storia infatti non è riuscita a catturarmi, il ritmo monotono mi ha quasi fatto assopire sul divano, e il famoso capitano protagonista mi ha quasi provocato un repentino attacco d'ulcera, col suo agghiacciante carattere da "bastian contrario" e le ridicole pretese filosofeggianti da strapazzo (tenete conto che, il giorno dopo aver visto il film, mi aggiravo nel negozio in cui lavoro, una panetteria, brandendo una pizza all'olio in mano e declamando: "questa focaccia è come un istante che si ripete nell'eternità... difatti, l'ora di chiusura qui sembra proprio che non arrivi mai!" XD).
Il personaggio del giovane Yama, viceversa, mi ha ispirato simpatia, e il suo paraplegico fratello Ezra si è rivelato un cattivo repellente, spregevole e spietato quanto basta a guadagnarsi la mia attenzione.
La trama è complessa e ambiziosa, l'ambientazione ricca e dettagliata; d'altro canto, non mi aspettavo assolutamente nulla di meno da un film d'animazione orientale...
Non posso dire che mi sia piaciuto, ma neppure l'esatto contrario.
Più che altro, mi ha fatto sbadigliare.

Giudizio personale: 6.0/10


- Principessa Mononoke


"Un gigantesco demone cinghiale, in preda ad una maledizione, attacca un villaggio. Il principe Ashitaka, per salvare la propria gente, è costretto a combattere ed ucciderlo. Purtroppo durante la lotta, Ashitaka entra in contatto con il demone, che trasmette al principe il maleficio tramite una ferita sul braccio: ciò gli concede una forza sovrumana, data proprio dall'odio che ha generato la maledizione, ma nello stesso tempo lo condanna ad un'esistenza di atroci sofferenze, in quanto il male è destinato ad estendersi pian piano in tutto il corpo, fino a divorarlo tutto. Sotto il consiglio della saggia madre del villaggio, lascia il villaggio in cerca del proprio destino. A cavallo del suo inseparabile stambecco gigante, si incammina verso ovest alla ricerca di una cura."

Dopo aver visto "La città incantata", la mia concezione del cinema d'animazione è cambiata radicalmente, trasformandosi in una maniera che mai e poi mai mi sarei aspettata.
Evitare di innamorarsi della poesia, della dolcezza e della magia dei film di Hayao Miyazaki, o pensare di poter resistere all'assurda, tenera eccentricità dei suoi personaggi, sarebbe una pura follia.
"Principessa Mononoke", lungometraggio del 1997, tornato nelle sale di tutta Italia durante la primavera del 2014, è secondo me uno dei film più belli, suggestivi, significativi e profondi firmati dal grande maestro.
Un fantasy mistico, ecologista e denso di simboli e concetti, dai dialoghi articolati e prosaici (talmente articolati e prosaici da risultare quasi difficili da seguire, a dire il vero, in alcuni punti...), e popolato da un cast di personaggi affascinanti e quanto mai variegati.
L'odissea di un ragazzo maledetto, Ashitaka, che nell'ora più nera sceglie di intraprendere un cammino di speranza anziché votarsi alla distruzione; il racconto di una ragazza, San, che appartiene a due mondi in conflitto, e che riassume in se' tutti i pregi e le più grandi debolezze di ambo le stirpi.
Il loro burrascoso incontro cambierà il destino di entrambi, coinvolgendo le storie intrecciate di spiriti della foresta, antiche divinità ancestrali e semplici umani.
So che non è stato apprezzato da una larga fetta della critica occidentale, che lo ha giudicato "semplicista" (?!) e scontato, o che l'ha accusato, addirittura, di essere troppo lungo e prolisso... ma, per come lo vedo io, se le nuove generazioni di tanto in tanto si concedessero di guardare anche film "semplici e banali" (se lo dicono loro...) come "Principessa Mononoke", invece di stare lì a sdilinquirsi appresso alla millesima stagione di "CSI" et similia, magari il mondo sarebbe anche un po' posto un meno asettico e cinico, più affine a un giardino da custodire che a una discarica, e le persone un po' più disposte al rispetto reciproco e a prendersi cura gli uni degli altri, per come la vedo io.
In poche brevi parole, nel mio umile giudizio: un film semplicemente indimenticabile, romantico, imperdibile e struggente.

Giudizio personale: 9.0/10

:)

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