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giovedì 7 aprile 2022

Recensione: "The Justice of Kings", di Richard Swan

L’autore esordiente Richard Swan firma il romanzo fantasy grimdark “The Justice of Kings”, primo volume della trilogia “Empire of the Wolf”.

Un libro dalla trama piuttosto convoluta e interessante, che tuttavia non si rivela minimamente sufficiente a compensare la somma dei suoi (pantagruelici) difetti: uno stile asettico e pasticciato, un world-building inconsistente, personaggi clonati, una narratrice odiosa e un paternalismo di fondo che farebbe cadere le braccia persino a un personaggio maschile inventato da Brandon Sanderson...

 

Empire of the Wolf, Vol. 1

Potete acquistarlo QUI in inglese



La trama

Sir Konrad Vonvalt incarna la Giustizia dell’Imperatore; in qualità di rappresentante della legge, ha sempre potuto contare su una verità inconfutabile: la sua parola è sacra.

L’uomo viaggia attraverso le zone più remote e selvagge dell’Impero, con il compito di assicurarsi che la legge venga rispettata, a qualsiasi costo e, soprattutto, attraverso qualunque mezzo necessario: che si tratti della sua spada, degli arcani segreti tramandati dal suo Ordine, o dalla sua enciclopedica conoscenza dei codici civili e penali che sostengono l’Impero.

Ma poi un passante riviene il corpo di una nobildonna sulla sponda di un fiume, e Vonvalt viene chiamato a investigare.

Per la prima volta dall’inizio del suo incarico, si ritrova quindi ad affrontare un caso complesso e la possibilità di una cospirazione in grado di sfidare apertamente la sua autorità, fino a quel momento considerata inviolabile.

Perché, dietro l’omicidio della donna, potrebbe nascondersi un piano criminale in grado di scatenare un’ondata di violenza senza precedenti attraverso l’Impero...

 

Un giallo dalle sfumature... grimdark?

Spezziamo subito una lancia in favore di “A Justice of Kings”, e diciamo le cose come stanno: i primi capitoli del libro sono molto originali e promettenti, e lasciano sicuramente intravedere del potenziale per molte avventure future.

Il romanzo di Richard Swan, infatti, comincia come una sorta di stuzzicante “giallo” alla Agatha Christie in un contesto fantasy, fra indizi da raccogliere, piste da seguire e testimoni da interrogare.

Una premessa che mi aveva riempito di entusiasmo: nelle giuste circostanze, l’assoluta novità della formula avrebbe potuto addirittura dare i natali al precursore di un sottogenere completamente nuovo, ragazzi!

Un’idea supportata, peraltro, anche dalla peculiare scelta del narratore intrapresa da Swan: in “A Justice of Kings”, infatti, gli eventi vengono narrati in prima persona, ma non dal punto di vista del protagonista... a fornire un resoconto dei fatti provvede, piuttosto, una giovane donna che svolge le funzioni di assistente e collaboratrice personale, un’orfana di guerra chiamata Helena Sedanka.

Se proviamo a pensare a uno dei più famosi esempi di narratore allodiegetico  della storia della narrativa... bè, scommettiamo che “Sherlock e Watson” saranno fra le primissime parole che vi balzeranno in mente?

Purtroppo, tutto l’appeal della premessa tende a sgretolarsi dopo un centinaio di pagine, o giù di lì; vale a dire nel momento preciso in cui Swan decide di fare dietrofront e trasformare il suo romanzo in una fotocopia sbiadita di “The Witcher”.

Una cambio direzione che, secondo me, serve soltanto a scagliare la sua opera nell’abisso della mediocrità.

Tanto più che né i suoi personaggi (piattissimi e irritanti, quanto non apertamente odiosi...); né il world-building darkettone (evidentemente ispirato a videogiochi in stile Skyrim e Dragon Age) riescono a tenere viva l’attenzione del lettore per più di tre o quattro paragrafi di fila.

 

Helena Sedanka e il mondo degli stereotipi di genere

Se qualcuno provasse innestare una parte del patrimonio genetico del dottor House nel corpo di un clone di Geralt di Rivia, probabilmente otterremmo un personaggio molto simile a Vonvalt.

Oddio, in realtà, per portare a casa il risultato, dovremmo prima assicurarci di sottrarre tutto l’acume, l’umanità e il sarcasmo del personaggio interpretato da Hugh Laurie, e sostituirli con un carico di ombrosità, demenza e gigioneria completamente ingiustificati (ecco: mi sa che queste tre qualità, il nostro ipotetico “doppleganger” potrebbe tranquillamente ereditarle dal suo altro “genitore! XD)

Helena, dal canto suo, è un personaggio anche peggiore. Trascorrere del tempo “intrappolati” dentro la sua testa si è rivelato frustrante e, francamente, anche "un tantino” offensivo.

A parte il fatto che “The Justice of Kings” non passerebbe un semplice Test di Bechdel neanche in un milione di anni, il problema è proprio che questa cosiddetta “eroina” di Swan riesce a incarnare ogni singolo stereotipo femminile mai concepito.

Irrazionale, bisbetica, gelosa, isterica, lagnosa... Ed ecco che, guarda caso, i personaggi maschili si trovano continuatamente costretti a stomacare le evidenti lacune di Helena in preda alla virtuosa compostezza e alla granitica condiscendenza di un vero proprio fondatore del patriarcato!

Nel sequel, mi aspetto di imbattermi come minimo in un paio di “simpatiche” battute sul suo ciclo mestruale e sulla sua assoluta incompatibilità di carattere con qualsiasi altra donna mai nata sotto il sole.

Come se non bastasse, Swan insiste ad appiccicare addosso alla sua Helena una storyline romantica melodrammaticissima e sconclusionata, peraltro con un soldatino che è praticamente un manichino, uno scaldaletto senza faccia che il protagonista andrà, senz’ombra di dubbio, a sostituire nel corso dei prossimi volumi.

Anche se Vonvalt è, al tempo stesso, una sorta di figura paterna per Helena; anche se è il suo datore di lavoro, il suo benefattore e, in definitiva, l’unica cosa che la separa da un futuro a base di fame, stenti e violenza.

Mmm...

Non so voi, ma se fossi in Richard Swan, io una quindicina di minuti a studiare il significato, le implicazioni e le conseguenze del movimento #MeToo, magari li dedicherei anche.

Così... a titolo di ricerca “preventiva”, diciamo! XD

 

Stoccata finale

Dal canto suo, la tematica che il romanzo si propone di eviscerare – il rapporto fra Stato e Chiesa; l’immortale contrapposizione fra diritto canonico ed ecclesiastico – mi è sembrata abbastanza solida e interessante.

Il parallelismo fra la storia del mondo fittizio inventato da Swan e quella dell’Impero Romano ha suscitato la mia curiosità; anche se non saprei dirvi fino a che punto, dal momento che anche questo punto di forza viene continuamente messo in ombra da una narrazione acerba e traboccante di infodump, foreshadowing, deus ex machina e chi più ne ha, più ne metta.

In definitiva, la mia opinione generale (non richiesta) tende a vertere su un semplice punto: se Swan intende continuare a lavorare (e, soprattutto, prosperare...) nel campo della fiction, magari farebbe anche bene ad ampliare le sue conoscenze e a imparare a padroneggiare le più basilari tecniche dell’arte della storytelling: show, don’t tell; colpi di scena; tropes; eccetera, eccetera.

E leggere qualche libro fantasy in più, magari.

Perché non dubito che potrebbe trasformarsi in un eccellente scrittore di saggistica, un giorno.

Un brillante autore di testi a sfondo legale, o di qualsiasi altro argomento gli salti in mente di appassionarsi.

Oppure, chissà, potrebbe scrivere un fantastico secondo romanzo... Qualcosa mi dice che lo scopriremo presto! ;D





domenica 9 gennaio 2022

Recensione: "The Pariah", di Anthony Ryan

“The Pariah” è il primo libro della nuova trilogia low fantasy “Covenant of Steel” di Anthony Ryan.

Un romanzo adrenalinico e ricco d’azione, che segue una trama dall’impronta molto classica: la storia di formazione di un ragazzo, cresciuto dai banditi, che a poco a poco arriva a trasformarsi in un guerriero-scriba destinato a sconvolgere gli equilibri del mondo...

 


Covenant of Steel, Vol. 1

Potete acquistarlo QUI in inglese

 

La trama

Alwyn Scribe è nato nel tormentato regno di Albermaine.

Dopo che il gestore del bordello in cui lavorava sua madre lo butta fuori a calci nel posteriore, il ragazzo finisce nel bosco e rischia seriamente di morire di fame, o magari divorato dai lupi.

Per sua fortuna, il capo di una banda di predoni decide di prenderlo sotto la sua ala e di offrirgli un posto in squadra.

Lesto di comprendonio e abile con la spada, Alwyn è più che soddisfatto della sua situazione: si gode la libertà dei boschi e il cameratismo dei suoi compagni ladri.

Ma un atto di tradimento insospettabile deraglia completamente il corso della sua vita, scaraventandolo su un sentiero di sangue e vendetta che lo costringerà a indossare i panni del soldato reale.

Chiamato a combattere sotto lo stendardo di Lady Evadine Courlain, una nobildonna assediata dalle visioni di un imminente apocalisse demonico, Alwyn dovrà sopravvivere alla guerra e ai letali intrighi intessuti dalle casate nobiliari.

Ma mentre forze di ogni tipo, arcane e umane, si uniscono a ostacolare l’ascesa di Evadine, Alwyn dovrà fronteggiare la scelta più difficile di tutte: può davvero definirsi un guerriero?

O un tipo come lui è destinato a restare un fuorilegge per sempre?

 

Attraverso Alwyn

Di “The Pariah” ho amato soprattutto due cose:

a) Il ritmo avvincente, che ti tiene sul filo del rasoio perfino nei momenti in cui, apparentemente, l’intreccio prende a imboccare dei sentieri un po’ dispersivi;

b) L’incredibile immersività della narrazione. Di solito, l’uso della prima persona si sposa maluccio con lo sword and sorcery, ma Anthony Ryan riesce a gestirlo talmente bene da trasformare quello che avrebbe potuto benissimo rappresentare un limite, in uno dei maggiori punti di pregio del romanzo!

Alwyn, di per sé, è un personaggio convincente, un connubio di vizi e virtù abbastanza riconoscibili.

Ma, in realtà, credo che Ryan sia da lodare soprattutto per la sua capacità di creare un protagonista in cui è facilissimo immedesimarsi... più che altro perché l’autore riesce ad azzeccare il perfetto equilibrio fra “anonimo” ed “eccessivamente specifico”, permettendo ai suoi lettori di riempire gli spazi vuoti con la propria personalità e immaginazione.

E, ovviamente, di calarsi nei panni della voce narrante al 100%, arrivando ad “osservare” ogni singolo dettaglio dell’ambientazione, della storia e dei comprimari attraverso il suo sguardo; quasi come se stesse giocando a uno di quegli incalzanti sparatutto rpg in prima persona.

A mio avviso, è proprio questa sorta di “simbiosi” spontanea fra lettore e narratore che permette alla lettura di risultare interessante e coinvolgente. 

Di per sé, infatti, la trama non brilla certo per originalità; anzi, potremmo tranquillamente descriverla come un connubio di elementi tratti dalla leggenda di Robin Hood, dal romanzo breve “The Armored Saint” di Myke Cole e dalle (onnipresenti) “Cronache del Ghiaccio e del Fuoco” di George R. R. Martin.

 

Fra storia medievale e stregoneria

L’introduzione dell’elemento fantastico, in questo primo volume, avviene con il contagocce, e comunque non prima che il lettore abbia fatto fuori una metà abbondante delle sue pagine.

Sotto certi aspetti, in effetti, si potrebbe quasi dire che “The Pariah” abbia un’impostazione più vicina a quella del romanzo storico.

Quasi.

Se il finale del libro ci insegna qualcosa, è che questa situazione cambierà nel corso dei prossimo volumi: le visioni di Lady Evadine arriveranno sicuramente ad assumere un ruolo centrale, e mi aspetto che lo stesso valga per la figura della “strega del sacco” (uno dei comprimari più suggestivi e misteriosi presentati nell’arco di questo primo tomo).

Per quanto riguarda i personaggi femminili... Bè, tagliamo la testa al toro e diciamolo subito: nel libro di Anthony Ryan, ogni donna ha l’aspetto di una divinità dell’amore e tende a farsi portatrice di un carico di sensualità non indifferente.

Ma nulla di tutto questo contribuisce a limitare l’estensione del loro ruolo (anzi!), né impedisce a Ryan di regalarci un cast femminile interessante, combattivo e denso di sfumature: Evandine, Lorine, Toria, la strega, una certa ragazza “dal coltello facile”... ciascuna di queste donne straordinarie meriterebbe il diritto al ruolo di “leading star” in uno spin-off a parte!

In conclusione:  “The Pariah” è un romanzo brutale, sanguinoso, intrigante e ricco di sottotrame, che ha tutte le carte in regola per piacere ai fan di autori come John Gwynne, Mark Lawrence o Jenn Lyons.

Il primo libro di Anthony Ryan che abbia mai letto...

State pur certi che non sarà l’ultimo!

 

 

 

giovedì 30 settembre 2021

Recensione: "The Maleficent Seven", di Cameron Johnston

 Se l’unica cosa che mancava nella vostra vita era un retelling in chiave grimdark del film “I Sette Samurai” di Akira Kurosawa... bè, non abbiate paura: “The Maleficent Seven”, il nuovo romanzo di Cameron Johnston, è qui per aiutarvi a colmare l'assenza!

Un libro fantasy divertente, fracassone e iper-violento, che strizza l’occhio a tanto a “Kill Bill” quanto a “Suicide Squad”; ai “Magnifici Sette” di John Sturges quanto all’indimenticabile “I Guerrieri di Wyld” di Nicholas Eames…

 

Potete acquistarlo QUI in inglese


La trama

Un tempo, Black Herran era una temuta demonologa, la più spietata guerriera del continente di Essoran.

Sei generali, i più potenti e vendicativi della nazione, si erano radunati sotto il suo comando, attratti dalla sua sete di sangue e dal suo desiderio di stravolgere il mondo.

Il piano sembrava semplice: annientare i Paladini, impossessarsi della loro capitale, sradicare il sistema...

E, per una volta, stava andando tutto per il verso giusto. I cattivi stavano vincendo, stavano vincendo sul serio...

E poi, il tradimento.

Alla vigilia della battaglia definitiva, una vittoria certa, Black Herran ha deciso di voltare le spalle ai suoi uomini e andarsene per la sua strada.

Alla fine della guerra, il signore degli Inferi avrebbe reclamato la sua anima, dopotutto; e il generale non è mai stato tipo da rinunciare a qualcosa facilmente.

Dopo il suo abbandono, le canaglie che componevano la sua armata si sono sbranate a vicenda, e i Paladini hanno trionfato.

40 anni dopo, il prezzo di quella sconfitta torna a gravare sulle spalle dell’anziana evocatrice di demoni.

Per salvare Tarnbrook, il tranquillo villaggio di contadini e pescatori che l’ha accolta e in cui la donna, nel frattempo, è riuscita a mettere su famiglia, Black Herran dovrà assemblare la vecchia squadra ancora una volta; radunare i suoi sette generali, i più malvagi fra i malvagi, e imbastire una resistenza disperata al confine della città.

Stavolta, i mostri di Black Herran diventeranno l’ultima speranza di sopravvivenza; se falliranno, un male ancora più crudele e ipocrita finirà per dilaniare Essoran e porre fine a ogni parvenza di libertà...


La banda

Il “cast” di personaggi che incontrerete fra le pagine di “The Maleficent Seven” è composto da uno stuolo di canaglie assolutamente irresistibili. Gente molto cattiva, non mi fraintendete; assassini e approfittatori dal cuore nero come l’inferno, ma che vi conquisteranno in virtù della loro esuberanza e del loro inconfondibile carisma.  

Nell’ordine, possiamo contare: un’ex-generalessa anziana esperta di demonologia, un vampiro mutaforma, una necromante assetata di vendetta, un dio della guerra alcolizzato, una regina pirata, uno scienziato pazzo e una nerboruta guerriera appartenente alla tribù degli orchi.

Una combriccola di protagonisti squisitamente sopra le righe, lasciate che ve lo dica; e il cui unico compito nella vita sembra consistere nel seminare caos, combinare casini e saltarsi reciprocamente alla gola.

La maggior parte di loro sembra saltata fuori dalle vignette di un fumetto Marvel o DC. Il dio della guerra, ad esempio, mi ha ricordato una versione ubriacona e spostata di Thor; il vampiro è una via di mezzo fra Morbius e Carnage,  Black Herran è una sorta di John Costantine in versione sbarellata eccetera eccetera.

Ne consegue un livello di caratterizzazione deliberatamente scarso, dal momento che Cameron Johnston si diverte perlopiù a giocare con i cliché cari al genere e a sguinzagliare la sua allegra brigata di villains nel contesto delle situazioni più surreali, grottesche e pazze che gli vengano in mente; ma anche una quantità di scene irriverenti e infarcite di contagioso umorismo nero, una narrazione incalzante e una sfilza di sequenze d’azione al cardiopalma, l’una più spettacolare e sanguinosa dell’altra.  


Cattivissimi Loro!

L’intreccio di “The Maleficent Seven”, come avrete immaginato, è molto lineare, semplicissimo da seguire. Leggete la quarta di copertina, e capirete cosa aspettarvi.

Johnston riesce comunque a riservarci qualche piccolo (e grande) twist degno di nota; una girandola di tradimenti e ribaltamenti inaspettati, che ci consentono di goderci la trama senza un attimo di noia o distrazioni.

L’ambientazione è molto cupa, brutale; dopotutto, in un mondo in cui i nostri sette “eroi” rappresentano la miglior speranza di sopravvivenza per gli innocenti, i deboli e gli indifesi... Bè, voi provate soltanto a immaginarvi come potrebbero essere fatti i “veri” cattivi! XD

Vale tuttavia la pena spendere due parole a proposito dei continui (e quasi schizofrenici) cambi di prospettiva a cui ci sottopone l’autore.

Mi rendo conto che Johnston stava, in un certo senso, cercando di fare il verso a quel filone tipicamente pulp della narrativa fantasy anni Ottanta (“Dragonlance”, “Forgotten Realms” e via discorrendo), vale a dire quella particolare branca “storica” del genere che non sapeva nemmeno dove stessero di casa, “quisquilie” tecniche come questa;  ma lo scrittore, soprattutto nella seconda metà del romanzo, sembra gestire la focalizzazione a fatica, come se i suoi sette personaggi, esuberanti e prorompenti come non mai, stessero mettendo a dura prova la sua capacità di concentrazione.

Un difetto a cui attribuisco anche l’altro, grosso punto debole di “The Maleficent Seven”, vale a dire l’incapacità di risolvere tutte le sottotrame e di regalare un arco completo ai sette protagonisti. A mio avviso, alcuni personaggi avrebbero meritato un pizzico di luce in più sotto i riflettori.

È anche vero che Johnston non ha escluso del tutto la possibilità di tornare a scrivere di loro in futuro…  non possiamo fare altro che tenere le dita incrociate!




mercoledì 19 maggio 2021

Recensione: "Nevernight: Mai Dimenticare", di Jay Kristoff

 

Nevernight, Vol. 1

Potete acquistarlo QUI in italiano


"Destinata a distruggere imperi, Mia Corvere ha solo dieci anni quando riceve la sua prima lezione sulla morte. Sei anni dopo, la bambina cresciuta tra le ombre si avvia a mantenere la promessa che ha fatto il giorno in cui ha perso tutto. Ma le possibilità di sconfiggere nemici così potenti sono davvero esili, e Mia è costretta a trasformarsi in un'arma implacabile. Deve mettersi alla prova tra i nemici - e gli amici - più letali, e sopravvivere alla protezione di assassini, mentitori e demoni, nel cuore stesso di una setta dedita all'omicidio. La Chiesa Rossa non è una scuola come le altre, ma neanche Mia è una studentessa come le altre. Le ombre la amano. Si nutrono della sua paura."


Qualcosa mi dice che almeno la metà di voi avrà già letto “Nevernight: Mai Dimenticare” di Jay Kristoff.

Stavolta sono arrivata alla festa in ritardo, ma ho pensato di provare a raccontarvi la mia in ogni caso! ;D

Tagliamo subito la testa al toro: mi sarà piaciuto o no, questo popolarissimo libro di sangue, amore, morte e vendetta?

Risposta veloce: sì, l’ho apprezzato, per certi versi anche tanto. Non mi ha conquistato, non ha cambiato per sempre il mio modo di concepire il fantasy e, purtroppo, non mi ha neanche permesso di scoprire personaggi particolarmente originali o indimenticabili… però mi ha divertito, elettrizzato, in alcuni momenti forse perfino sbalordito!

“Nevernight” è un libro singolare. So che questo di per sé vuol dire poco, ma dovete credermi: è come se Kristoff, a un certo punto della sua carriera, avesse deciso di piazzare una scommessa azzardata. Le probabilità erano tutte contro di lui – esisteranno almeno una dozzina di universi paralleli, là fuori, in cui il nome “Mia Corvere” non sarebbe in grado di ridestare il minimo campanello di riconoscimento nella mente dei lettori – e invece il pubblico ha deciso di premiarlo.

La trama è una via di mezzo fra quella di “Red Sister” di Mark Lawrence e “Seven Blades in Black” di Sam Sykes: il più classico e viscerale dei “revenge plot” in salsa fantasy, con un tocco di coming-of-age, una scuola magica per assassini e un’abbondante dose di azione, mostri e ship varie ed eventuali.

A contraddistinguere “Nevernight”, ovviamente, provvedono l’uso di un narratore estroso, particolarmente enfatico e brillante, e un dinamismo espressivo altrettanto grafico, iper-drammatizzato.

Per ovvie ragioni, non troverete un gran numero di YA pronti a rifarsi direttamente al sottogenere del grimdark. Kristoff infrange questo tabù con arguzia e intelligenza, regalando ai suoi lettori (credo che la terminologia corretta in questo caso sia “new adults”) un concentrato di emozioni pulp, grintosi scontri al cardiopalma e scene d’amore particolarmente “roventi”, descritte peraltro con un tecnicismo di cui alcuni di noi avrebbero forse fatto volentieri a meno! XD

Insomma, se bastassero le componenti “sesso, morbosità e violenza” a decretare il grado di maturità di un’opera, sicuramente “Nevernight” supererebbe gli esami a pieni voti.

Diciamo che la penso un po’ diversamente. Kristoff fa del suo meglio per “camuffare” la vera natura della sua opera: gonfia i toni e proclama versi degni di un drammaturgo, presenta la sua protagonista in un momento di massima spregiudicatezza, infarcisce il volume di frasi a effetto particolarmente gradevoli da citare… 

Eppure, alla fine neanche i suoi sforzi si rivelano sufficienti a mascherare l’estrema semplicità dell’intreccio, l’assurda monodimensionalità della sua eroina, o la tendenza ad abusare di ogni singolo cliché narrativo mai intravisto sotto il sole.

Per fortuna, il curatissimo e affascinante world-building tiene viva l’attenzione del lettore perfino nei momenti in cui l’azione e i conflitti cominciano a latitare. Inoltre, l’ironia contagiosa del narratore (e del fantastico Messer Cortese! *____*) stempera l’ampollosità eccessiva di determinate descrizioni, contribuendo a rendere la lettura più fresca, ricca e coinvolgente!


Giudizio personale:

7.0/10


domenica 3 gennaio 2021

Recensione: "The Burning God", di R. F. Kuang

La Dea in Fiamme (The Poppy War, Vol. 3)

Potete acquistarlo QUI in italiano

"Nonostante le sue perdite, Rin non ha rinunciato a lottare per le persone per cui ha sacrificato tanto - le genti delle province del Sud, e in particolar modo di Tikany, il suo villaggio natale. Mentre torna alle proprie radici, Rin si imbatte in difficoltà apparentemente insormontabili - ma in anche in opportunità inaspettate. Spalleggiata dalle masse di contadini a caccia di vendetta e dall'armata delle forze del Sud, Rin userà qualsiasi arma per distruggere la Repubblica e i conquistatori hesperiani. Ma riuscirà a resistere alla voce della Fenice, che continua a bisbigliarle di annegare nel fuoco il mondo e tutto ciò che contiene?"


“The Burning God” è il terzo libro della trilogia “The Poppy War”. La Oscar Vault ha portato nelle nostre librerie il primo libro, “La Guerra dei Papaveri”, soltanto pochi mesi fa; perciò, se non l’avete ancora letto, direi che siete ancora in tempo per rimediare!

La verità è che, nel corso dei quattro anni trascorsi dall’uscita del suo romanzo d’esordio, ho avuto occasione di citare spesso il nome di R. F. Kuang all’interno di queste pagine; un’autrice che, alla tenera età di 23 anni, è già riuscita a sfornare quella che è destinata a diventare una pietra miliare del grimdark fantasy. La lettura di “The Burning God”, in realtà, non ha fatto altro che consolidare la mia ammirazione nei suoi confronti. Certo, la ragazza deve ancora perfezionare la sua tecnica e affinare la sua Voce; ma, per quanto mi riguarda, padroneggia già gli elementi importanti della narrazione con un impressionante livello di abilità e precisione.

E l’epopea narrata all’interno di questi libri è fantastica, ragazzi! Se la Starlight Media riuscirà a giocarsi bene le sue carte, prossimamente avremo modo di vedere una delle più impressionanti e coinvolgenti serie tv fantasy che siano mai state girate…

Ma torniamo a noi.

“The Burning God” è un libro molto potente, altamente spettacolare dal punto di vista delle sue (numerosissime) scene d’azione ed estremamente coinvolgente a livello emotivo. Dopo essere stata tradita dalla Repubblica, Rin è sempre più decisa a vendicarsi e a porsi a capo di un’Armata in grado di strappare a Vaisra il controllo dell’ex-Impero.  I due terzi del romanzo sono dedicati alla dettagliata cronaca della sua ascesa militare, dei suoi successi e delle sue sconfitte sul campo di battaglia; ovviamente, poiché la Kuang è la Kuang, quello che avremo modo di approfondire maggiormente è il risvolto psicologico di questa incessante guerra sullo stato mentale dei vari personaggi della saga, e in modo particolare su Rin. Una protagonista che, di capitolo in capitolo, prende a farsi sempre più efferata e controversa; una donna d’azione e di potere ossessionata dai concetti di Storia, nazione e divinità; tre parole che, in breve , arriveranno a incarnare il cuore tematico pulsante del libro.

Una parabola che, come sappiamo, in realtà affonda le sue radici concettuali in una serie di eventi politici e sociali di stampo abbastanza recente. Interpretare il significato nascosto fra le pagine di “The Burning God” (ma anche di “The Dragon Republic”, se per questo…), al di là dei suoi pirotecnici effetti speciali e delle arti marziali sfrenate in stile “Dragon Ball”, in realtà si rivela tutt’altro che difficile. Alcuni dicono che “quello che non uccide, rende più forti”. Sarà anche vero, ma, nel 98,9% dei casi, rende anche più strani, più paranoici, più facilmente inclini al terrore e alla violenza. Provate a immaginare cosa significhi avere 19 anni, e crescere in un Paese piagato dalla guerra, dalla fame, dai disastri ambientali, dalla violenza. Rin non è quel tipo di protagonista in cui sia possibile identificarsi (per fortuna), e di sicuro a nessuno salterebbe in testa di definirla amabile o ricca di empatia. Ma la sua storia reca in sé un retrogusto di ineluttabilità e umanità sconvolgenti. La politica crea i suoi mostri, sempre; li plasma, li nutre, li sfrutta… e poi li condanna. È uno schema con cui in fondo chiunque di noi, a prescindere dal proprio ambiente geografico, può vantare un certo grado di familiarità.

Esattamente come i suoi predecessori, “The Burning God” è un romanzo ricco di momenti crudi, morti spiazzanti e scene ricche di gore. Per la prima volta, però, mi è sembrato che la Kuang inserisse alcuni di questi dettagli in maniera molto deliberata e gratuita; come per rafforzare una tesi che, a ben vedere, l’autrice stava portando avanti già a partire dalla seconda metà de “La Guerra dei Papaveri”. La sua gestione del plot non mi è parsa sempre fluida, e la narrazione, secondo me, a tratti procede in maniera episodica (adesso chiudiamo questa sottotrama, qui inseriamo una morte psicologicamente devastante, e alé, adesso procediamo verso il finale!). Le sue descrizioni andrebbero integrate; la sua tendenza a “riassumere-anziché-mostrare”, in alcuni punti, riportata un po’ sotto controllo.

Ciò premesso, ho amato, ho amato moltissimo “The Burning God”, ragazzi! Per me, abbandonare questo mondo e questi personaggi sarà un piccolo dolore. Ma, perlomeno, la Kuang ci permette, con questo terzo libro, di concludere l’avventura con il botto: più magia, più azione, più colpi di scena, più traumi, più… tutto! Date retta a me: questa autrice è un autentico vulcano di idee e suggestioni. Concedetele un paio d’anni e, come una vera Fenice, sarà pronta a scalare il Pantheon dei Grandi Autori del Fantasy! ;D


 Giudizio personale:

8.2/10





mercoledì 2 settembre 2020

"La Guerra dei Papaveri": recensione e data d'uscita del libro fantasy di R. F. Kuang...

“La Guerra dei Papaveri” arriverà nelle librerie di tutta Italia il prossimo 29 settembre.
Chi segue il blog da qualche tempo si è già beccato la mia recensione dell’edizione in lingua originale (peraltro entrata a far parte della mia leggendaria Top Ten dei 10 migliori libri fantasy del 2018), ma per i più distratti fra il pubblico, mi sforzerò di riassumere la mia opinione in poche parole: QUESTO. LIBRO. È. UNA. BOMBA. LEGGETELO! 
Ma proprio adesso… Prestoooooo!

Come dite? Preferite sentirmi articolare la cosa in maniera un po’ più articolata? Allora date un’occhiata alla trama de “La Guerra dei Papaveri” e poi leggetevi un estratto tratto dalla mia recensione! ;D


the poppy war - migliori libri fantasy 2020 in italiano - grimdark - asian fantasy

The Poppy War, Vol. 1

Potete acquistarlo QUI in italiano

"Donna. Guerriera. Arma. Dea.
Orfana, cresciuta in una remota provincia, la giovane Rin ha superato senza battere ciglio il difficile esame per entrare nella più selettiva accademia militare dell’Impero. Per lei significa essere finalmente libera dalla condizione di schiavitù in cui è cresciuta. Ma la aspetta un difficile cammino: dovrà superare le ostilità e i pregiudizi. Ci riuscirà risvegliando il potere dell’antico sciamanesimo, aiutata dai papaveri oppiacei, fino a scoprire di avere un dono potente. Deve solo imparare a usarlo per il giusto scopo…"
“The Poppy War” è un libro fantasy per lettori adulti ambientato sullo sfondo di una nazione tormentata, un luogo piagato da tremende divisioni interne e da conflitti incessanti. La storia di Nikan si richiama vagamente alle travagliate vicissitudini della Cina del decimo secolo, per cui potete immaginare facilmente cosa aspettarvi.
Quando dico “lettori adulti”, mi riferisco in realtà a persone ben al di sopra dei 18 anni, pienamente consapevoli dell’inconcepibile livello di violenza, brutalità e crudeltà contenuti all’interno di questo romanzo. Giorni fa leggevo un’intervista rilasciata dall’autrice, la giovanissima esordiente R.F. Kuang. A quanto pare, la scrittrice rigetta l’etichetta di “grimdark fantasy” applicata alla sua opera, ma soltanto perché, a suo avviso, tutta la componente “grim” è stata inserita fra le pagine del suo romanzo per ragioni di mera accuratezza storica, e non per cercare di rispondere a un canone puramente estetico.
Il fatto da tenere a mente è questo: “The Poppy War” è un romanzo splendido e cruento, che vale senz’altro ogni singolo istante speso per la lettura… ma a un certo punto il suo contenuto tende a farsi veramente esplicito ed estremo. Alcuni capitoli di questo libro si sono rivelati difficilissimi da portare a termine, un’autentica agonia per la mente e per il cuore… E in fondo forse è giusto così, considerando il fatto che i temi principali dell’opera della Kuang ruotano intorno ai concetti di guerra, tossicodipendenza, memoria e genocidio. Lettore avvisato...  (Continua QUI)



PS: per caso avete già letto “La Guerra dei Papaveri”, ma non siete del tutto certi di volervi buttare anche sul sequel?
Allora cliccate QUI per farvi un’idea più precisa di quello che vi aspetterà nel secondo libro della trilogia, alias “The Dragon Republic”!


domenica 2 febbraio 2020

"Il Richiamo del Lupo": a primavera in Italia il primo libro della serie "La Spada del Corvo" di Anthony Ryan...

Dovrebbe uscire per la Fanucci a marzo 2020 (ma, per il momento, meglio prendere questa data con le pinze....) il nuovo libro fantasy di Anthony Ryan "Il Richiamo del Lupo", primo volume di una duologia incentrata sulle gesta del personaggio Vaelin Al Sorna.
Il guerriero, già protagonista della trilogia "L'Ombra del Corvo", deciderà di tornare in azione dopo aver appreso alcune inquietanti notizie a proposito di un nuovo e sinistro antagonista... Per scoprire la trama de "Il Richiamo del Lupo" nel dettaglio, continuate a leggere il post dopo l'immagine di copertina! ;D


libri fantasy Italia 2020 - copertina - grimdark

Potete prenotarlo/acquistarlo QUI in italiano

"Vaelin Al Sorna è una leggenda vivente e il suo nome è conosciuto in tutto il Regno. Sotto il suo comando furono rovesciati imperi, con la sua lama vinse ardue battaglie e sconfisse il male più terrificante che il mondo avesse mai visto. Ma ora che la pace è tornata ha riposto la spada e si è ritirato nelle regioni settentrionali del Regno. Ma qualcosa di oscuro dall'altra parte del mare torna ad agitare la quiete conquistata... da lontano si odono i sussurri di un esercito chiamato l'Orda d'acciaio e guidato da un uomo che si crede un dio. Vaelin non ha intenzione di combattere un'altra guerra, ma quando scopre che Sherin, la donna che ha perso molto tempo fa, è caduta nelle mani dell'Orda, decide che è tempo di imbracciare nuovamente le armi per fronteggiare questa nuova e potente minaccia. Si reca allora nei regni dei re mercanti, una terra governata dalla gloria e dai complotti. Lì, mentre i tamburi della guerra rimbombano attraverso i domini devastati dai conflitti, Vaelin Al Sorna apprenderà una sconcertante verità: nemmeno lui, forse, può sperare di vincere alcune battaglie."



La Fanucci dovrebbe riportare in libreria, sempre entro marzo, anche i tre volumi della precedente serie di Ryan: "Il Canto del Sangue", "Il Signore della Torre" e "La Regina di Fuoco" (anche se non dovreste avere difficoltà a trovarli in vendita nei vari bookstore online, nel caso in cui vi sentiate particolarmente ansiosi fare la conoscenza del leggendario eroe Vaelin Al Sorna).
Negli USA è già disponibile da qualche mese, invece, "The Black Song", il sequel diretto de "Il Richiamo del Lupo".
Per dare un'occhiata alla produzione completa di Anthony Ryan vi rimando inoltre al suo sito web personale: oltre a una bibliografia completa e accurata dell'autore, potrete trovare mappe, elenchi di personaggi, news sulle sue opere future, eccetera, eccetera.

Personalmente sono sempre stata più che altro incuriosita da "The Waking Fire", primo libro di una trilogia fantasy a tema "dragonesco" firmata da Ryan alcuni anni fa; per cui suppongo che preferirei approcciarmi alle opere di questo autore a partire da questo titolo in particolare... 
E voi, invece, amici?
Avete mai letto qualcosa di Ryan? :)







sabato 25 gennaio 2020

Recensione: "The Killing Light", di Myke Cole


grimdark fantasy - myke cole - the sacred throne

The Sacred Throne, Vol. 3

Potete acquistarlo QUI in inglese


"Heloise e i suoi alleati stanno marciando contro la Capitale dell'Impero. Gli abitanti del suo villaggio, i Kipti e i Cavalieri Rossi hanno accettato di unire le forze soltanto in virtù del senso di lealtà che provano nei confronti della ragazza. Eppure questo fragile equilibrio sta per infrangersi...
Per sconfiggere il nemico, stavolta i ribelli dovranno affrontare lotte intestine, schermaglie religiose, tradimenti, e... l'armata di terribili demoni che sta per riversarsi dallo squarcio aperto nel velo che separa i mondi."



“The Killing Light” è il terzo e ultimo volume della serie grimdark “The Sacred Throne”, dell’autore americano Myke Cole.
E’ quasi impossibile accennare alla trama senza spoilerare qualcosa di imperdonabile e non voglio correre il rischio di rovinare niente a nessuno, perciò mi limiterò a ribadirvi che quella di Heloise è una storia molto dark, una frenetica cronaca di guerra e magia dai risvolti brutali e strazianti. I più deboli di cuore (o di stomaco) farebbero insomma assolutamente bene a stare alla larga da queste pagine!

Come i più attenti fra voi avranno probabilmente notato, ho inserito questo libro nell’elenco dei miei libri fantasy preferiti del 2019. Questo soprattutto in segno di apprezzamento nei confronti dell’intera trilogia, una delle letture più avvincenti al cardiopalma che mi sia capitato di affrontare nell’arco degli ultimi anni: purtroppo credo ancora che “The Armored Saint”, il primo libro, sia il capitolo più convincente e ben riuscito della saga… Ma “The Killing Light” rappresenta comunque un ottimo finale e una conclusione più che soddisfacente per gli archi narrativi introdotti nel primo volume, nonché un discreto passo in avanti rispetto ai piccoli (ma numerosi) intoppi rilevati nel corso della lettura di “The Queen of Crows”.

Laddove il secondo libro serviva per lo più a porre le basi per gli eventi descritti nel terzo, “The Killing Light” riesce infatti a ricreare quel piacevole connubio fra scene d’azione e piccole parentesi dedicate all’esplorazione della psiche e della sfera emotiva dei personaggi che avevamo imparato ad apprezzare leggendo “The Armored Saint”. Il percorso di Heloise assume un’importanza centrale, e della sua evoluzione ho apprezzato soprattutto l’onestà e la franchezza con cui l’autore ha deciso di caratterizzare il suo viaggio: la protagonista di “The Sacred Throne” è una ragazzina che, contro la sua volontà e contro ogni buon senso, si ritrova infatti a impersonare una sorta di Giovanna d’Arco in versione mecha/fantasy, nonché a guidare un’armata di ribelli in marcia contro la capitale di un Impero opprimente e corrotto. Myke Cole non fa nulla per addolcire la pillola alla sua eroina (né a noi lettori), scagliando Heloise nel cuore di una guerra sanguinaria che non farà altro che cercare di deturpare il suo corpo, la sua mente e il suo cuore in ogni modo possibile e immaginabile, strappandole via arti, amici e parenti come se nulla fosse. I traumi generati da quest’esperienza lasceranno sulla sua anima una macchia indelebile, che neanche tutti gli onori e la gloria di questo mondo potrebbero mai essere in grado di riscattare…  In una maniera non troppo dissimile dall’epopea vissuta da Rin, l’indimenticabile protagonista del magnifico “The Poppy War” di R. F. Kuang.

Questo mi ha permesso di relazionarmi al personaggio di Heloise in maniera autentica e credibile, e di imparare a rispettare le sue debolezze sotto una luce che altrimenti non mi sarebbe stato possibile vedere. Ho anche notato che la maggior parte degli altri comprimari tende a restare sullo sfondo e a confondersi in un indistinto ammasso di nomi, località, alleati, spie e nemici; eccezion fatta per il nuovo love interest della protagonista e per Samson, l'onnipresente (e fin troppo appiccicoso) padre di Heloise, nessuno di loro riesce a imprimersi particolarmente nella memoria o a brillare di vita propria, e questo rappresenta sicuramente un gran peccato. L’assenza di sfumature che contraddistingue molti di loro mi ha reso quasi impossibile riuscire a comprendere le motivazioni alla base delle dolorose scelte di Heloise, perennemente ossessionata dall’idea di prendere le decisioni giuste per il bene dei suoi amici e concittadini: gente che tende a farsi ricordare più per la bigotteria, la cattiveria gratuita e l’ingratitudine generalizzata che per altre virtù, se volete sapere come la penso… Anche se ho avuto la sensazione che dietro questa scelta si nascondesse più che altro la volontà di Cole di “martirizzare” la sua eroina e renderla in qualche modo più nobile e coraggiosa ai nostri occhi.

Le scene di battaglia, magistralmente descritte e splendidamente coreografate, restano comunque il più grande vanto di cui “The Killig Light” possa fregiarsi. La prosa di Cole ha un piacevole taglio cinematografico, e di sicuro la rigorosa formazione militare dell'autore gioca un ruolo fondamentale all'interno delle sue descrizioni e delle sue accurate pianificazioni strategiche.
La timida, delicatissima storia d’amore fra Heloise e uno dei personaggi introdotti nel corso di “The Queen Of Crow” riesce invece ad infondere una singolare (ma apprezzatissima) nota di dolcezza e speranza nel flusso di una narrazione caratterizzata per lo più da smembramenti, assedi, esplosioni magiche e decapitazioni varie ed eventuali. 
Non consiglierei a nessuno di cominciare a leggere questa serie per il fattore “romance”, beninteso… Ma se autori come Mark Lawrence, Sam Sykes o Nicholas Eames solitamente rientrano nelle vostre corde, provate a concedere un’opportunità a “The Sacred Throne”: sospetto che non ve ne pentirete! ;D


Giudizio personale:
7.8/10





venerdì 22 novembre 2019

Recensione: "The Warrior Moon", di K. Arsenault Rivera


Their Bright Ascendancy - High Fantasy - libri fantasy f/f

Their Bright Ascendancy, Vol. 3

Potete acquistarlo QUI in inglese

"Barsalayaa Shefali, famosa avventuriera della tribù dei Quorin, e la divina Imperatrice O-Shizuka sono sopravvissute a cento schermaglie contro i demoni, a innumerevoli avversità e ai pericoli che derivano dalla necessità di imparare a governare un Impero.
Allevate insieme sin dalla nascita, costrette a separarsi subito dopo il loro matrimonio e riunite, infine, nel bel mezzo di una velenosa invasione, queste audaci guerriere hanno affrontate minacce monumentali, avventure incredibili e catastrofiche battaglie.
Eppure il momento della profezia legata alla loro nascita sta per avvicinarsi; una profezia che parla di ascensioni e terribili calamità, e che si rivelerà essere la più grande prova mai affrontata..."



"The Warrior Moon" è il terzo e ultimo volume della trilogia high fantasy "Their Bright Ascendancy", di K. Arsenault Rivera.
Dovete sapere che si tratta di una serie che, nel corso del tempo, secondo me è riuscita a crescere e a maturare parecchio, riuscendo a guadagnarsi un posticino speciale e di primissimo piano all'interno del mio cuore.

Se "The Tiger's Daughter" era essenzialmente un romance magnificamente scritto, "The Warrior Moon" può infatti tranquillamente ambire a ottenere un posto nella top ten dei più complessi e indimenticabili libri fantasy di questo 2019, per quanto mi riguarda.
Lo stile magniloquente della narrazione, il finissimo lavoro di approfondimento psicologico, e la straordinaria visionarietà dell'ambientazione contribuiscono senz'altro a evocare una storia tragica, epica, rocambolesca, mozzafiato.
Certo: personalmente ritengo che "The Warrior Moon" avrebbe potuto fare tranquillamente a meno di una scena di battaglia o due, probabilmente persino di un miracolo o l'altro, nella sterminata sfilza di eventi portentosi, accadimenti e scontri all'ultimo sangue contro demoni e mostri bestiali di ogni foggia e dimensione... Ma nel complesso il ritmo del romanzo tiene benissimo, e c'è da dire che i momenti di stasi riscontrabili sono davvero rarissimi, per non dire concentrati tutti nelle prime sessanta o settanta pagine del libro.

In "The Warrior Moon", la guerra senza quartiere contro le Forze del Male (le armate del Traditore), compie inoltre una brusca incursione nel regno dell'horror e del grimdark. Le scene di violenza e terrore al di là del Muro dei Fiori tendono a colpire l'immaginazione in una maniera impressionante, e di sicuro l'originalità delle varie voci narranti aiuta a calarsi meglio nell'atmosfera e nella disperata urgenza della crisi in atto ai confini estremi dell'Impero.
In questo terzo volume, infatti, la narrazione si espande ad abbracciare il punto di vista di numerosi personaggi secondari: il che vuol dire che avremo la possibilità di sperimentare gli eventi non soltanto attraverso gli occhi familiari di Shizuka o Shefali, ma anche mediante quelli di Otgar, Burquila, Tamurin e (soprattutto) dell'incantevole e scaltra "storica di corte" Sakura, vale a dire la mia "new entry" preferita ai tempi dell'incantevole"The Phoenix Empress".

Tutto questo dilatarsi ed estendersi della narrazione, all'inizio, mi aveva fatto un po' storcere il naso (non fosse altro che perché ormai avevo già sviluppato questo viscerale senso di attaccamento nei confronti delle due protagoniste, e mi sentivo molto riluttante all'idea di separarmene, fosse pure solo provvisoriamente...), ma devo ammettere che, a lungo andare, quella della Arsenault Rivera si è rivelata una vera e propria strategia vincente, l'asso nella manica che mi ha permesso di inoltrarmi ancora più in profondità nei meandri della labirintica ambientazione di "The Warrior Moon".
Il cast di personaggi femminili presenti in questa serie è a dir poco strepitoso, ragazzi; se avete amato "Il Priorato degli Alberi delle Arance", qualcosa mi dice che qui potreste trovare del pane per i vostri denti... Anche se, bisogna ammetterlo, in nessun momento del libro la Arseult Rivera sembra disposta a estendere lo stesso livello di introspezione o profondità a uno dei suoi personaggi maschili, dal momento che questi ultimi si limitano per lo più a restarsene confinati sullo sfondo della trama, o comunque a incarnare una serie di ruoli tipici decisamente poco sfaccettati (il padre amorevole, il fratello coscienzioso, il cattivo egocentrico e vanesio al di là di ogni possibile redenzione, e via discorrendo...).

Anche questo continuo insistere sulla netta contrapposizione fra i caratteri di Shizuka e Shefali mi ha un po' fatto roteare gli occhi, a un certo punto: passi che le nostre due eroine vantano caratteri diametralmente opposti (e complementari); passi che parte del fascino che aleggia attorno alla loro intensissima love story ha sempre avuto a che fare con l'apparente inconciliabilità dei loro caratteri, ma a un certo punto sembra quasi che Shefali debba avere sempre ragione per partito preso, così, a prescindere, e che Shizuka debba invece sbagliare inevitabilmente e per forza, quasi come se questa fosse una legge di natura dalla validità universale.
Questa parvenza di ripetitività, comunque, viene senz'altro mitigata dalle mille sfumature della loro personalità e dalla straordinaria complessità della loro relazione.

Mi è piaciuto moltissimo, invece, il modo in cui Shefali e Shizuka sono riuscite a crescere e a cambiare nel corso del tempo.
Alcuni passaggi di "The Warrior Moon" mi hanno sinceramente commosso; a volte gli anni che scorrono riescono a trascinare via con sé alcuni frammenti preziosi della nostra giovinezza, come se il tempo fosse una slavina che si abbatte su di noi a prescindere dalla nostra capacità di resistenza. Fra i detriti, poi, si nascondono le tracce di ciò che un giorno diventeremo; la nostra versione adulta, se vogliamo: il nostro io più resiliente, stabile e temprato, quello che ha capito perfettamente dov'è il limite e cosa potrebbe comportare attraversarlo, e fino a che punto il nostro cuore ci permetterà di arrivare prima di spezzarsi.
Vale a dire parecchio più lontano di quanto avremmo potuto immaginare a sedici, diciotto o vent'anni, a prescindere dall'abisso di rancori, incomprensioni e ingratitudine che continuerà sempre a separarci dalle generazioni che verranno dopo la nostra, o da quella ancora prima.


Giudizio personale:
9.0/10





lunedì 4 novembre 2019

Recensione: "Sette Lame in Nero", di Sam Sykes



seven blades in black - grimdark - western - libri fantasy 2019


Disponibile prossimamente anche in italiano!

La Tomba degli Imperi, Vol. 1

Potete acquistarlo in inglese QUI

"Tradita da quelli di cui si fidava di più e privata della sua magia, a Sal Cacofonia ormai non restano che il suo nome, la sua storia, e l'arma che ha usato per sigillare entrambi. Eppure la donna ha una volontà più forte della magia, e sa esattamente dove andare.
La Cicatrice, una terra straziata dalla lunga guerra fra l'Impero e la Rivoluzione, in cui i maghi ribelli vanno a scomparire e i soldati a morire: è qui che Sal decide di recarsi, con la sua spada in pugno, la sua pistola maledetta, e una lista di sette nomi.
La vendetta ormai è l'unica cosa che conta..."


"Sette Lame in Nero" è un libro fantasy/western scritto da Sam Sykes, il primo volume della trilogia "La Tomba degli Imperi".
Non ho intenzione di riportare una valutazione in fondo a questo post, per quanto parziale e soggettiva, perché non voglio rischiare di scoraggiare un potenziale lettore. Dopotutto, soltanto perché IO ho finito col detestare la decantata protagonista di questo romanzo al punto da odiare l'idea stessa di mettermi a sfogliarne le pagine, non vuol dire che dobbiate farlo anche voi.
E se siete fan di autori come Andrzej Sapkowski o Mark Lawrence, è probabile che "Sette Lame in Nero" finisca persino per piacervi, forse anche parecchio.

Per quanto mi riguarda, posso solo cercare di spiegarvi perché questo romanzo si è trasformato, nel giro di 100 pagine o giù di lì, da una delle mie potenziali letture preferite di questo 2019 in una stratosferica spina nel fianco, di cui non vedevo l'ora di liberarmi e che probabilmente lotterò per cancellare dalla mia mente non appena avrò finito di scrivere questa recensione.
L'inizio di "Sette Lame in Nero" mi aveva entusiasmato, non posso negarlo. Con la sua trama al punto di incrocio perfetto fra "Kill Bill", "La Torre Nera" e un qualsiasi anime d'azione, i suoi toni sboccati e la sua antieroina cinica e spregiudicata, ero quasi sicura che il libro sarebbe riuscito a conquistarmi. 
Peccato che a lungo andare i suoi punti di forza si siano trasformati in altrettanti Talloni di Achille, e che Sykes sia rimasto invischiato in un loop infinito (o comunque lungo 700 pagine, fate un po' voi...) di sempre la solita minestra, sullo sfondo di un'ambientazione che sì, sarà anche traboccante di mostri e palesemente ispirata a "Final Fantasy"... ma che in realtà a me è parsa molto "di facciata", come se l'autore fosse stato più interessato a cercare di far sembrare cool i suoi singoli elementi che a lavorare sodo per mettere insieme un solido e convincente scenario d'insieme. 

Lo stesso discorso si applica anche alla creazione dei personaggi, del resto.
Sal Cacofonia (giuro: si è proprio scelta il soprannome che merita! XD) avrà anche un "character design" di partenza affascinante , con le sue cicatrici, la sua pistola maledetta e il suo "chocobo" scontroso di nome Congeniality. 
Liette sarà anche, sulla carta, la creatura più brillante e affascinante mai esistita, con il suo amore per i libri, il linguaggio da scaricatore di porto e i suoi occhialetti circolari perennemente appollaiati sulla punta del naso. 
Cevric riuscirà pure a fare una discreta figura, col suo cappotto blu pieno di bottoni, la sua mascella squadrata e i suoi ampi sorrisoni fanciullesci.
Ma alla resa dei conti nulla di tutto questo riesce ad approfondire la loro caratterizzazione, o a riscattare il fatto che i personaggi di "Sette Lame in Nero" sembrano scolpiti con l'accetta: per cui, fino alla fine e senza possibilità di appello, Sal rimane la formidabile pistolera egoista, tormentata e maledetta; Liette una via di mezzo fra una pagina di Wikipedia ambulante e il più grosso Zerbino mai esistito nella storia umana, e Cevric un Gonzo di proporzioni veramente notevoli.

I dialoghi di "Sette Lame in Nero" sono molto creativi e divertenti, questo non posso metterlo in dubbio. Per le prime 200 pagine o giù di lì, riescono a strapparti un sorriso o una risata con un sorprendere livello di abilità.
Dopodiché Sykes non fa che cominciare a riciclare a ciclo chiuso le stesse tre o quattro battute, come uno di quei bambini petulanti ai tempi della seconda media, e continuare a fornire ai suoi personaggi un canovaccio che sembra costringerli a portare avanti le stesse conversazioni ancora e ancora e ancora... proprio come in brutto anime, per l'appunto. Proprio come in un videogioco realizzato senza arte né parte, da qualcuno talmente preso a gongolare per la finezza del comparto grafico della propria opera da non rendersi minimamente conto di quanto profondamente stia logorando i nervi al suo videogiocatore a causa di parecchi altri fattori.

La mia non è un'opinione popolare, badate bene. La maggior parte di coloro che sono riusciti a finire "Sette Lame in Nero" l'hanno amato con tutto il cuore, o comunque sono riusciti a intravedere fra le sue pagine una profondità espressiva che a me è completamente sfuggita. Brent Weeks ad esempio l'ha definito "un fantasy d'azione con un'anima" e buon per lui, si vede che in questo campo io e l'autore di "L'Angelo della Notte" abbiamo gusti completamente diversi.

Per quanto io possa essere in grado di apprezzare un sistema magico ben fatto, o una frecciatina demenziale ben assestata, purtroppo nel mio piccolo devo ammettere di aver colto ben poca sostanza, in relazione a questo libro.
Solo una protagonista che tende a sfuggire a qualsiasi "etichetta di genere" (come dicono i lettori più entusiasti) perché ha una morale ambigua e continua a trattare come una pezza da piedi l'unica persona che si prenda la briga di stare dietro alle sue ca***te da femmina dominante. Fosse stata un uomo, non avremmo neanche dovuto tenere questa conversazione, credete a me: ci saremmo limitati tutti a chiamarla col suo nome e sarebbe passata subito la paura.
Solo un sacco di esplosioni e di effetti speciali, di "boom!" e di "bang!" e di "patatrak!", ecco cosa ci ho trovato; come se Sykes si fosse messo a guardare"The Hateful Eight" e "Gli Spietati" con il joystick incollato alla dita e gli auricolari per una qualche campagna in multiplayer ancora attaccati alle orecchie. Vale a dire senza capirci un granché, ma apprezzando come un pazzo le occhiate glaciali di Clint Eastwood e le sogghignanti espressioni da uomo tutto d'un pezzo di Samuel L. Jackson.

Mi auguro di tutto cuore che a voi questo libro possa piacere di più, insomma.
Dal momento che Sykes sembra un grande fan del concetto di "more of the same!", dubito che mi prenderò la briga di leggere gli altri volumi della serie. 
Ma in fondo ho anch'io la testa abbastanza di coccio, quindi mai dire mai, immagino... Sigh! XD





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