domenica 16 gennaio 2022

Recensione: "The Midnight Girls", di Alicia Jasinska

The Midnight Girls” è un libro fantasy YA di Alicia Jasinska.

La trama è ambientata in un reame fantastico ispirato alla storia e alle antiche leggende della Polonia del diciottesimo secolo.  

Un “setting” che ricorda un po’ le atmosfere fiabesche dell’indimenticabile “L’Orso e l’Usignolo” di Katherine Arden. La storia ruota, invece attorno alle disavventure di Marynka e Zosia, due apprendiste streghe rivali in lizza per la conquista del potere...

 


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La trama

Nel Regno di Lechija, avvolto dalle nevi, è finalmente arrivata la stagione del Karnawal. Da adesso alla mezzanotte del Martedì del Diavolo, il tempo scorrerà quindi in un guizzo di balli di inverno e mascherate scintillanti, feste attorno al falò e spericolate processioni in slitta simili a gigantesche fiaccolate ambulanti.

Gli innocenti partecipanti non sospettano nulla, eppure anche due mostri in forma umana hanno deciso di prendere parte al divertimento generale, scendendo nella città reale di Warszów sotto le spoglie di due ragazze normalissime.

Zosia e Marynka sono agli antipodi: pacata, logica e razionale la prima, impulsiva e chiassosa la seconda. Non avrebbero mai dovuto sviluppare alcun tipo di legame... ma certe cose si rivelano più forti di qualsiasi magia!

Eppure perfino questa relazione speciale viene messa a repentaglio, nel momento in cui le ragazze scoprono di essere in competizione: ognuna di loro, infatti, è stata inviata in città da una delle infami “Streghe Yaga”, le sorelle fattucchiere che comandano i boschi primordiali al di là delle mura cittadine.

Le padrone di Marynka e Zosia, per acquisire un potere maggiore, hanno bisogno di consumare cuori umani; e non esiste merce più rara e preziosa del cuore di un principe dall’animo puro.

Marinka e Zosia cominceranno quindi a darsi battaglia, nella speranza dissennata di arrivare alla preda per prime.

Ma presto la loro rivalità inizia a imboccare un sentiero pericoloso, innescando un’escalation di calamità in grado di mettere a repentaglio non soltanto i sentimenti che provano l’una per l’altra, ma anche le loro stesse vite...

  

Beautiful Monsters

Leggendo “The Midnight Girls”, una delle cose che ho apprezzato di più è il fatto che la trama, per una volta, non mente e non cerca di scendere a compromessi: le due ragazze protagoniste sono effettivamente una coppia di mostri, assassine incallite e bugiarde patentate, assolutamente incapaci di concepire una scala di moralità simile alla vostra o alla mia, dal momento che le streghe del folclore vivono seguendo un codice molto diverso da quello “umano”.

Questa ambiguità di fondo continua ad aleggiare sulla narrazione dall’inizio alla fine, senza concedere nulla a quel classico senso di buonismo disneyano che la splendida immagine di copertina sembrava invece pronta a suggerire.

Devo ammettere che si è trattato di una novità divertente; nel 99% dei casi, la vostra tipica eroina da YA sarà un’adolescente ribelle e volitiva, determinata a capeggiare chissà quale ribellione, o a conquistare la corona del regno dopo aver sconfitto crudeli tiranni e/o malvagi usurpatori del potere...

A Zosia e Marynka, invece, non potrebbe fregar meno dei giochi di poteri interni al regno, del concetto della giustizia o del destino della razza umana. L’unica cosa che conta, per loro, è riuscire a strappare il cuore dal petto di un valoroso principe, un autentico eroe del regno, per poi consumarlo/cederlo in regalo a una delle spietate streghe Yaga che servono.

Ovviamente, questo “egoismo” verrà messo a dura prova dal loro reciproco incontro, e un qualche tipo di cambiamento si innescherà nella vita di ciascuna di loro... ma si tratterà di un’evoluzione che, fortunatamente, continuerà a sfidare ogni vostro senso di aspettativa!

 

Inferno e bufera

Per il resto, confesserò di aver trovato “The Midnight Girls” una lettura scorrevole, fresca ed eccentrica, ma poco più di questo.

I siparietti fra le due protagoniste sono molto simpatici (le riluttanti fantasie erotiche di Marynka hanno seriamente rischiato di farmi sbellicare!), ma lo sviluppo della trama secondo me lascia molto a desiderare, e lo stesso vale per la caratterizzazione dei personaggi, che purtroppo non mi ha convinto in modo particolare.

In nove casi su dieci, Marynka tende a comportarsi da poppante viziata, e le sue trovate infantili corrono costantemente il rischio di snervare e indispettire il lettore, anziché farlo sogghignare come un lunatico insieme a lei.

Zosia, dal canto suo, è una sorta di copia-carbone di Elsa, la co-protagonista di “Frozen”. Con tutti i difetti e le virtù che questo “limite” comporta! XD

Come se non bastasse, la focalizzazione continua a slittare da esterna a interna, e viceversa, a un ritmo che debilita e sconcerta il lettore. I paragrafi si succedono in un vortice di dettagli pittoreschi e descrizioni di festival variopinti, senza concedere molto spazio all’introspezione, e una serie di ripetizioni nella parte centrale appesantiscono un po’ il flusso della narrazione.

Anche le scene d’azione, purtroppo, mi sono parse raffazzonate e poco coinvolgenti, troppo “raccontate” e niente affatto mostrate.

Ottima, invece, la gestione delle sottotrame, dal momento che permettono ad Alicia Jasinska di gettare un velo di luce sulle vite di tutti i comprimari e di inserire, senza apparente soluzione di continuità, una serie di pertinenti dettagli storici all’interno di una “cornice” dal taglio così marcatamente folcloristico e fiabesco.

  




giovedì 13 gennaio 2022

"The Silent Sea": la recensione della serie tv disponibile su Netflix

The Silent Sea” è una serie tv di genere distopico/sci-fi ambientata sulla Luna.

Anche se vanta una trama un po’ derivativa e un cast di personaggi tutt’altro che indimenticabili, la ritengo un prodotto di intrattenimento di tutto rispetto: gli effetti speciali sono notevoli, i colpi di scena abbondano, e i momenti di tensione non tardano a catturare l’attenzione dello spettatore...

 

 




La trama

In un imminente futuro catastrofico, la Terra sta cercando di affrontare la più grande carenza d’acqua che il genere umano abbia mai sperimentato.

Per cercare di ovviare al problema, il governo sudcoreano ha deciso di razionare il prezioso liquido, ma ovviamente la distribuzione avviene su basi di profonda ingiustizia sociale: ciò vuol dire che i ricchi e i potenti si ritrovano a “godersi” più acqua di quanta le loro famiglie possano sperare di consumare, mentre le persone comuni devono accontentarsi di qualche sorso al giorno.

Alla dottoressa Song (l’inconfondibile Bae Doo-na di “Sense8”) i tumulti del mondo non sembrano poi così importanti.

Forse perché sta ancora cercando di superare il lutto dovuto alla perdita dell’amata sorella, una ricercatrice scomparsa in circostanze poco chiare.

Le giornate della dottoressa si trascinano in un vortice di grigia amarezza... quando ecco piombare nel suo laboratorio un rappresentante del governo!

L’uomo si presenta “armato” di una proposta impossibile da rifiutare: l’invito a unirsi a una spedizione spaziale diretta sulla Luna, con l’incarico di recuperare un prezioso campione da un edificio di ricerca caduto in rovina.

Un campione che, forse, potrebbe rappresentare la chiave per la salvezza del genere umano nella sua interezza.

In quest’occasione, però, la dottoressa Song intravede soprattutto una possibilità di raccogliere informazioni sulla morte della sorella; la donna accetta quindi di partire insieme all’equipaggio guidato dal coraggioso capitano Han Yoon (Gong Yoo).

Una volta arrivati sul satellite, gli scienziati vengono tuttavia travolti da un vortice di incidenti, intrighi e sabotaggi senza precedenti...

Ma non è tutto.

Domande senza risposta continuano a impilarsi come i detriti alla base di una valanga.

Da dove arriva, ad esempio, il terribile virus che sta seriamente rischiando di mettere a repentaglio la sopravvivenza della squadra?

Perché il governo continua a inviare al comandante una serie di ordini poco chiari?

E chi è il misterioso superstite che si aggira per i corridoi deserti della base lunare?

 

Il Mare della (non) Tranquillità

The Silent Sea” prende in prestito una dozzina di elementi tratti da altrettante pellicole e serie tv di fantascienza, da “Alien” a “Moon”, passando per “Sunshine” e “Gravity”.

Se amate il genere, è probabile che la serie riesca a divertirvi, forse perfino a emozionarvi. Personalmente, ho trovato un po’ noiosi gli episodi centrali (diciamo dal terzo al quinto), e incredibilmente coinvolgenti gli ultimi due o tre.

Il problema principale, secondo me, è che la sceneggiatura si rifiuta di imboccare una direzione precisa, limitandosi a tirare dentro un po’ di questo e un po’ di quello. Distopia ambientale, dramma sociale, survival horror... per non parlare di una sottotrama alla “24” e di un paio di vistosi riferimenti al “Serenity” di Joss Whedon!

C’è da dire che il connubio, per quanto improbabile, tende a funzionare più spesso di quanto non faccia cilecca.

Dopotutto, l’ambientazione claustrofobica riesce a evocare una considerevole dose di suspense, e il comparto degli effetti speciali riesce a sostenere le esigenze narrative in maniera sorprendente efficace.

Purtroppo, nello sforzo disperato di riuscire a stabilire un’autentica connessione empatica fra i suoi personaggi e i suoi spettatori, “The Silent Sea” tende anche a cadere nell’onnipresente trappola del flashback (in questo caso, del tutto inutili) e dell’esagerato livello di attenzione prestata a un gruppo di comprimari simpatici, ma tutto sommato intercambiabili.

Una mossa abbastanza controproducente, dal momento che, a conti fatti, la serie di Netflix riesce a brillare soprattutto nei suoi momenti più fracassoni. Di fatto, ogni volta che il focus tende a spostarsi dagli avvenimenti all’impatto psicologico che quegli eventi hanno il potere di esercitare sui personaggi (soprattutto i secondari), all’interno della serie comincia a subentrare un fattore di innegabile letargia...

 

Il futuro, forse...

Nonostante i suoi difetti, “The Silent Sea” resta, secondo me, uno dei prodotti più interessanti rilasciati su Netflix di recente.

Sarà anche un po’ lento, a tratti, ma la solidità dei suoi cliffhanger e la “confortevole” familiarità della sua (angosciante) atmosfera contribuiscono a renderlo un appuntamento imperdibile per tutti i fan dell’horror e delle space opera.

Il finale, di per sé, garantisce un’esperienza di visione soddisfacente e appagante.

Ci sarà una seconda stagione? Fra i bene informati circola già qualche voce, ma, per quanto mi riguarda, al momento confesso di non sentirne una smodata esigenza.

La storia, per il momento, funziona benissimo sulle sue gambe.

Odierei vedere questa qualità sacrificata sull’altare di un percorso di serializzazione forzato; per cui mi auguro che i produttori, in caso di rinnovo, riescano a estrapolare nuove idee da una premessa che, per il momento, sembra aver fruttato già tutto quello che poteva, e anche di più!



martedì 11 gennaio 2022

"This Woven Kingdom": il nuovo libro fantasy di Tahereh Mafi, fra romance e mitologia persiana

Avete presente Tahereh Mafi, l’autrice della saga bestseller per ragazzi “Shatter Me”?

Ebbene, a partire dal 1 febbraio sarà disponibile (in lingua inglese) anche il suo nuovissimo romanzo fantasy “This Woven Kingdom”! 

Un libro ispirato alla mitologia persiana, primo capitolo di una trilogia che pare appositamente pensata per i fan di titoli come “Una Fiamma nella Notte” e “La Città di Ottone”...

 

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Trama

Agli occhi del mondo, Alizeh non è altro che una servitrice perfettamente sacrificabile... di certo non l’erede, da tempo perduta, di un antico regno Jinn costretto a nascondersi in piena vista.

Il principe ereditario, Kamran, ha sentito le profezie che annunciano la morte del suo re.

Ma non avrebbe mai potuto immaginare che la servitrice dagli strani occhi, la ragazza che non riesce a togliersi dalla testa, sarebbe stata chiamata a scardinare le fondamenta del suo regno... e, forse, del mondo intero.


Le fonti di ispirazione

Le fan del fantasy a sfondo “romantico” aspettano l’uscita di “This Woven Kingdom” con una brama dissennata, ma la verità è che non sono ancora disponibili moltissime informazioni a proposito di questo nuovo titolo.

La trama lascia senz’altro presagire la presenza dell’amatissimo (e come potrebbe non esserlo?) trope dell’enemies-to-lovers, e un’ambientazione mediorientale che ricorda quella di molti recenti successi YA (su tutti, mi viene in mente “Ragazza, Serpente, Spina” di Melissa Bashardoust).

Qualcuno ha già provato a spacciarlo per il nuovo “Game of Thrones” in versione young adult (dico, non è quello che qualcuno cerca di fare ogni santissima volta!? XD), ma le prime recensioni in anteprima raccontano una storia diversa...

Qualcuno, infatti, pensa che “This Woven Kingdom” ricordi le atmosfere fiabesche e seducenti di un retelling, e che sia in grado di emanare chiare “vibrazioni” alla Cenerentola; secondo altri lettori, invece, Tahereh Mafi avrebbe tratto ispirazione addirittura dallo Shāh-Nāmeh.

L’opera, scritta dal poeta Firdusi intorno al 1000 d.C., è un poema epico d’importanza fondamentale per la cultura, l’identità e la lingua persiana; un testo lunghissimo, che racconta il passato dell’Iran fra religione, storia e mitologia.


L’autrice

In ogni caso, ritengo opportuno precisare che “This Woven Kingdom” sarà un libro per ragazzi.

Finora Tahereh Mafi ha pubblicato parecchi titoli, sempre rivolti al pubblico dei giovanissimi: oltre ai sette volumi della saga “Shatter Me”, sono usciti anche i due middlegrade “Furthermore” e “Whichwood” (che ho in wish-list dai tempi in cui Berta filava, o qualcosa del genere!).

Ma non c’è solo speculative fiction nella bibliografia della scrittrice: nel 2018, infatti, Mafi ha pubblicato anche il contemporaneo “A Very Large Expanse of Sea”, incentrato sulle difficoltà affrontate da una giovane musulmana negli Stati Uniti post-11 settembre.

Mentre il 2021 è stato l’anno di “An Emotion of Great Delight”, incentrato sulle stesse tematiche e ambientato nel pieno della guerra americana contro l’Iraq.

Ovviamente, qui in Italia non abbiamo visto neanche l’ombra di questi titoli.

Ritengo però che ci siano buone probabilità di assistere al ritorno di Tahereh Mafi nelle librerie italiane: a conti fatti, ragazzi, “This Woven Kingdom” sembra un libro dal successo commerciale praticamente assicurato!

Staremo a vedere...

Come sempre, vi terrò aggiornati! ;D

 


domenica 9 gennaio 2022

Recensione: "The Pariah", di Anthony Ryan

The Pariah” è il primo libro della nuova trilogia low fantasy “Covenant of Steel” di Anthony Ryan.

Un romanzo adrenalinico e ricco d’azione, che segue una trama dall’impronta molto classica: la storia di formazione di un ragazzo, cresciuto dai banditi, che a poco a poco arriva a trasformarsi in un guerriero-scriba destinato a sconvolgere gli equilibri del mondo...

 


Covenant of Steel, Vol. 1

Potete acquistarlo QUI in inglese

 

La trama

Alwyn Scribe è nato nel tormentato regno di Albermaine.

Dopo che il gestore del bordello in cui lavorava sua madre lo butta fuori a calci nel posteriore, il ragazzo finisce nel bosco e rischia seriamente di morire di fame, o magari divorato dai lupi.

Per sua fortuna, il capo di una banda di predoni decide di prenderlo sotto la sua ala e di offrirgli un posto in squadra.

Lesto di comprendonio e abile con la spada, Alwyn è più che soddisfatto della sua situazione: si gode la libertà dei boschi e il cameratismo dei suoi compagni ladri.

Ma un atto di tradimento insospettabile deraglia completamente il corso della sua vita, scaraventandolo su un sentiero di sangue e vendetta che lo costringerà a indossare i panni del soldato reale.

Chiamato a combattere sotto lo stendardo di Lady Evadine Courlain, una nobildonna assediata dalle visioni di un imminente apocalisse demonico, Alwyn dovrà sopravvivere alla guerra e ai letali intrighi intessuti dalle casate nobiliari.

Ma mentre forze di ogni tipo, arcane e umane, si uniscono a ostacolare l’ascesa di Evadine, Alwyn dovrà fronteggiare la scelta più difficile di tutte: può davvero definirsi un guerriero?

O un tipo come lui è destinato a restare un fuorilegge per sempre?

 

Attraverso Alwyn

Di “The Pariah” ho amato soprattutto due cose:

a) Il ritmo avvincente, che ti tiene sul filo del rasoio perfino nei momenti in cui, apparentemente, l’intreccio prende a imboccare dei sentieri un po’ dispersivi;

b) L’incredibile immersività della narrazione. Di solito, l’uso della prima persona si sposa maluccio con lo sword and sorcery, ma Anthony Ryan riesce a gestirlo talmente bene da trasformare quello che avrebbe potuto benissimo rappresentare un limite, in uno dei maggiori punti di pregio del romanzo!

Alwyn, di per sé, è un personaggio convincente, un connubio di vizi e virtù abbastanza riconoscibili.

Ma, in realtà, credo che Ryan sia da lodare soprattutto per la sua capacità di creare un protagonista in cui è facilissimo immedesimarsi... più che altro perché l’autore riesce ad azzeccare il perfetto equilibrio fra “anonimo” ed “eccessivamente specifico”, permettendo ai suoi lettori di riempire gli spazi vuoti con la propria personalità e immaginazione.

E, ovviamente, di calarsi nei panni della voce narrante al 100%, arrivando ad “osservare” ogni singolo dettaglio dell’ambientazione, della storia e dei comprimari attraverso il suo sguardo; quasi come se stesse giocando a uno di quegli incalzanti sparatutto rpg in prima persona.

A mio avviso, è proprio questa sorta di “simbiosi” spontanea fra lettore e narratore che permette alla lettura di risultare interessante e coinvolgente

Di per sé, infatti, la trama non brilla certo per originalità; anzi, potremmo tranquillamente descriverla come un connubio di elementi tratti dalla leggenda di Robin Hood, dal romanzo breve “The Armored Saint” di Myke Cole e dalle (onnipresenti) “Cronache del Ghiaccio e del Fuoco” di George R. R. Martin.

 

Fra storia medievale e stregoneria

L’introduzione dell’elemento fantastico, in questo primo volume, avviene con il contagocce, e comunque non prima che il lettore abbia fatto fuori una metà abbondante delle sue pagine.

Sotto certi aspetti, in effetti, si potrebbe quasi dire che “The Pariah” abbia un’impostazione più vicina a quella del romanzo storico.

Quasi.

Se il finale del libro ci insegna qualcosa, è che questa situazione cambierà nel corso dei prossimo volumi: le visioni di Lady Evadine arriveranno sicuramente ad assumere un ruolo centrale, e mi aspetto che lo stesso valga per la figura della “strega del sacco” (uno dei comprimari più suggestivi e misteriosi presentati nell’arco di questo primo tomo).

Per quanto riguarda i personaggi femminili... Bè, tagliamo la testa al toro e diciamolo subito: nel libro di Anthony Ryan, ogni donna ha l’aspetto di una divinità dell’amore e tende a farsi portatrice di un carico di sensualità non indifferente.

Ma nulla di tutto questo contribuisce a limitare l’estensione del loro ruolo (anzi!), né impedisce a Ryan di regalarci un cast femminile interessante, combattivo e denso di sfumature: Evandine, Lorine, Toria, la strega, una certa ragazza “dal coltello facile”... ciascuna di queste donne straordinarie meriterebbe il diritto al ruolo di “leading star” in uno spin-off a parte!

In conclusione:  The Pariah” è un romanzo brutale, sanguinoso, intrigante e ricco di sottotrame, che ha tutte le carte in regola per piacere ai fan di autori come John Gwynne, Mark Lawrence o Jenn Lyons.

Il primo libro di Anthony Ryan che abbia mai letto...

State pur certi che non sarà l’ultimo!

 

 

 

giovedì 6 gennaio 2022

Recensione: "Arcane: Stagione 1" (Netflix)

Arcane” è stata una delle mie serie televisive preferite del 2021.

Una piccola gemma nel campo delle storie d’animazioni per adulti, e di sicuro uno dei migliori titoli fantasy che Netflix abbia in archivio.

Mmm...

E pensare che, all’inizio, stavo quasi correndo il rischio di lasciarmela scappare!



 

La trama

Piltover è una città divisa, perennemente in preda ai tumulti.

Le due sorelle Vi e Powder, rimaste orfane a causa degli scontri fra le parti “alte” e i bassifondi della metropoli, lo sanno forse meglio di tanti altri.

Per chi ha il privilegio di nascere nei quartieri giusti, la vita è facile e agiata. Tutti gli altri, invece, sono costretti ad arrabattarsi in mezzo alla criminalità e alle macerie.

Non che i ricchi abbiano necessariamente un’indole avida o malvagia. Il giovane Jayce, ad esempio, sogna da sempre un mondo migliore; una società plasmata dal progresso scaturito dalla sapiente combinazione fra scienza e magia.

Ma giocare con le forze arcane su cui l’esistenza stessa del creato pone le sue fondamenta comporta dei rischi mortali.

E mentre le tensioni sociali crescono in ogni angolo della città, dilaniando i suoi abitanti e scaraventando le strade nel caos, il fragile equilibrio fra tecnologia e stregoneria finisce per spezzarsi... così come le amicizie, i cuori e i rapporti di fratellanza di molti personaggi.

 

Arcanepunk in azione!

L’arcanepunk è un sottogenere del fantasy che amo moltissimo.

A beneficio di chi non avesse grande familiarità con l’espressione, mi soffermerò un attimo a ricordarne le caratteristiche principali, prendendo in prestito le parole di un ottimo articolo proposto da Discovery:

“Il mondo descritto negli arcanepunk  è uno in cui la magia e la scienza coesistono fianco a fianco, sebbene non sempre in maniera armoniosa. In realtà, è l’esatto opposto: queste due forze, più o meno equivalenti dal punto di vista del potere, si contrappongono spesso fra loro, perché la magia che dimora in questi mondi si rivela imperfetta e difficile da controllare. L’arcanepunk tende a essere un po’ più dark, nelle sue tonalità (alcuni lo descriverebbero come un “noir”), ed è spesso simile allo steampunk, o in grado di sovrapporsi all’urban fantasy.”

 

Fra gli esempi più famosi di arcanepunk: la saga “Magic Bites” di Ilona Andrews, la trilogia di Bartimeus di Jonathan Stroud e parecchi episodi della serie “Final Fantasy”.

Ora, per amor di cronaca...

Sappiate che questa definizione riesce a riassumere lo serie animata prodotta da Riot Games e Fortiche Production praticamente alla perfezione!

 

In relationships we trust!

Dovete sapere che “Arcane” nasce come un prodotto “costola” di “League of Legends”, una fortunata saga di videogame nota in tutto il mondo.

In realtà, è uno dei motivi per cui ho continuato a rimandare la visione così a lungo: non ho mai giocato a “League of Legends”, non ho intenzione di farlo nell’immediato futuro, ed ero terrorizzata al pensiero che “Arcane” potesse rivelarsi uno di quei titoli “just for fan” XD, una storia raffazzonata e imbastita con il solo e unico obiettivo di deliziare gli storici appassionati del videogioco.

Stavolta stavo prendendo un granchio, e anche di quelli belli grossi!

Perché “Arcane” vanta un intreccio semplice, tutto considerato (alla portata di chiunque, sul serio!), ma anche un cast di personaggi incredibili, pronti a regalarci alcuni degli archi narrativi più intriganti ed emotivamente coinvolgenti di sempre!

Credo che uno dei motivi del successo stellare di questo show a livello internazionale vada cercato proprio nel fatto che “Arcane”, a differenza di molti altre serie tv di genere fantastico, tende a concentrare il suo centro d’interesse sulle relazioni fra i personaggi, anziché sugli eventi.

Il che non implica certo un’assenza d’azione, anzi: questi nove episodi regalano, apparentemente senza sforzo, un vero e proprio diluvio di combattimenti spettacolari, colpi di scena e inseguimenti al cardiopalma!

È solo che, in “Arcane”, resta valido dall’inizio alla fine uno dei più efficaci dettami che l’arte dello storytelling abbia da offrire: di fatto, sono le azioni dei personaggi a far avanzare la trama dal punto A al punto B, mai il contrario!

Una progressione che, fra l’altro, avviene spesso a suon di errori, diatribe e scossoni. Sbagli (consapevoli, involontari e/o del tutto inevitabili...) di cui i protagonisti, in un modo o in un altro, vengono sempre a chiamati a rispondere, innescando una serie di ripercussioni (anche psicologiche) in grado di arricchire la narrazione di ombre, luci e sfumature...

 

Una gioia per gli occhi, una panacea per lo spirito, e... un colpo al cuore!

Anche dal punto di vista estetico, “Arcane” si conferma semplicemente impeccabile.

Le animazioni, tanto per cominciare, sono incredibili, curate fin nel più minuzioso e certosino dei dettagli.

Consci della propria superiorità tecnica, i creatori della serie si sentono quindi liberi di rinunciare a qualsiasi barbosa, insopportabile tendenza all’esposizione: a che servirebbe, infatti, commettere il passo falso di introdurre spiegoni e infodump, quando il mondo di “Arcane” riesce a prendere vita di fronte agli occhi dei suoi spettatori in modo del tutto “spontaneo”, attraverso ciascun glorioso, sontuoso, cupissimo fotogramma?

Ogni particolare relativo ai personaggi viene studiato allo scopo di potenziarne la caratterizzazione: gestualità, piccoli tic, espressioni del volto... in “Arcane”, nessun particolare viene lasciato al caso.

Ma anche il cast vocale, naturalmente, fa la sua parte: l’interpretazione di Hailee Steinfeld (la Kate Bishop di “Hawkeye”), ad esempio, eleva l’intensità della tormentata e impulsiva Vi di almeno quindici tacche; mentre la performance di Ella Purnell (“Yellowjackets”) riesce a infondere abbastanza vulnerabilità, dolore e confusione nella voce di Jinx da impedire al suo instabile personaggio di trasformarsi in un dimenticabile clone di Harley Quinn.

Ma ho apprezzato tantissimo anche la prova di Shohreh Aghdashloo (se seguite “The Expanse”, sapete benissimo di sto parlando...), e la (parziale) rentrée di Katie Leung nel ruolo di Caytlin.

Insomma, se amate il fantasy, se seguite regolarmente il mondo delle serie tv d’animazione per adulti... Bè, chi voglio prendere in giro? Probabilmente avete già visto “Arcane”, e nulla di ciò che sto dicendo giungerà alle vostre orecchie come una novità!

Ma, in caso contrario, ricordatevi di fare un pensierino su questo titolo...

E poi, magari, tornate qui a farmi a sapere con quanta magnetica energia distruttivo-catartica il finale di stagione è riuscito a investirvi! XD


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