lunedì 27 settembre 2021

"Daughter of the Deep": la trama e la data d'uscita (americana) del nuovo libro di Rick Riodan

Fra le uscite USA più simpatiche ed elettrizzanti della settimana, “Daughter of the Deep”, il nuovo libro per ragazzi di Rick Riordan, si conquista sicuramente una menzione d’onore!

L’autore della saga bestseller “Percy Jackon e gli Dei dell’Olimpo” ci regala stavolta una storia d’avventura e azione sottomarina che rappresenta, allo stesso tempo, un affettuoso omaggio al grande classico “Le Ventimila Leghe Sotto i Mari” di Jules Verne.

"Daughter of the Deep" debutterà nelle librerie americane il prossimo 5 ottobre.

 


Potete acquistarlo QUI in inglese


Daughter of the Deep”: la trama

Ana Dakkar è una matricola all’Accademia Harding-Pencroft, un istituto superiore da cui sono usciti alcuni dei migliori scienziati marini, guerrieri navali, navigatori ed esploratori subacquei del mondo.

I genitori di Ana sono morti due anni fa, durante una spedizione scientifica, e adesso suo fratello maggiore Dev è l’unica famiglia che le rimane. 

Anche Dev è uno studente della HP. 

Il primo anno di Ana, da programma, dovrebbe culminare in una gita di classe lungo un fine settimana al largo dell’oceano; i dettagli di questa missione sono segretissimi, per cui Anna può solo sperare di avere la stoffa che ci vuole per riuscire nell'impresa.

Ma tutte le sue preoccupazioni vengono spazzate via nel momento in cui, durante il viaggio in autobus verso la nave, Ana e i suoi compagni assistono a una terribile tragedia, un evento che cambierà per sempre il corso delle loro vite.

Ma, aspettate... c’è di più!

Il professore che accompagna i ragazzi rivela ad Ana che la loro scuola rivale, il Land Institute, sta combattendo con la HP una guerra fredda che si protrae da circa centocinquant’anni.

Solo che, adesso, la situazione sta andando incontro a una rapida escalation, e gli scontri fra le due scuole non sono più tanto “freddi”!

In una corsa contro nemici mortali, Ana scoprirà che tutte le matricole del suo anno stanno correndo un pericolo letale... e farà una sconcertante scoperta circa il proprio eritaggio, qualcosa che la costringerà a mettere alla prova per la prima volta le sue doti di leadership.


Cercando (il Capitano) Nemo...

Riordan ha spiegato di avere avuto per la prima volta l’idea alla base della trama di “Daughter of the Deep” durante una gita in Italia, in occasione di una fiera letteraria che si è svolta poco prima dell’uscita del suo “La Battaglia del Labirinto”.

A quanto pare, stava cenando un pezzo grosso della Disney Publishing in un ristante di Bologna, sulla terraferma. Il dirigente gli chiese: «Esiste una “proprietaria intellettuale” appartenente alla compagnia di cui ti piacerebbe scrivere?», e lui non ebbe problemi a rispondere: «Le Diecimila Leghe Sotto i Mari, naturalmente!» (trovate QUI il resto dell’intervista).

Una cosa che ho trovato interessante, girellando sul sito dell’autore, è il fatto che anche la struttura della prestigiosa Accademia Harding-Pencroft seguirà una rigorosa divisione in “Case”

Esattamente come all’interno del Campo Mezzosangue, i lettori potranno quindi divertirsi a “scegliere” la propria e a scoprire in quale gruppo si riconoscono di più: la Casa del Delfino, dello Squalo, dell’Orca eccetera.

Al momento, non si hanno notizie certe a proposito di sequel di sorta, per cui “Daughetr of the Deep” dovrebbe essere un romanzo autoconclusivo.

Non è ancora disponibile un’eventuale data di uscita italiana, per cui, come sempre, cercherò di tenervi aggiornati! ;D





domenica 26 settembre 2021

Recensione: "Black Water Sister", di Zen Cho

Black Water Sister” è il nuovo urban fantasy di Zen Cho, già autrice della duologia “Sorcerer to the Crown + “The True Queen”, nonché del notevole romanzo wuxia “The Order of the Pure Moon Reflected inWater”.

Black Water Sister” vanta una variopinta ambientazione asiatico-contemporanea e un nucleo di tematiche altamente significative; è un libro divertente, eccentrico e colorato, che giustappone la sensibilità e il materialismo (tutto occidentale) di una protagonista nata e cresciuta negli USA, al folclore e allo spiritualismo malesiano.

Un fantasy singolare e potenzialmente irresistibile, che a tratti ricorda “The Ghost Bride” di Yangsze Choo; purtroppo, la trama sconnessa e i personaggi da light novel tendono a guastare l’effetto di insieme, rendendo l’esperienza di lettura gradevole, forse addirittura pittoresca, ma tutt’altro che indimenticabile...


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La trama

Jessamyn Teoh si è sempre considerata americana; eppure, quando suo padre perde il lavoro a seguito di una grave malattia, viene costretta a tornare in Malesia assieme al resto della sua famiglia.

Jess non ha mai vissuto in Malesia, neanche per un giorno. Non conosce quasi nulla delle tradizioni locali, e meno ancora di quelle relative al suo stesso albero genealogico. Così, quando comincia a sentire una voce che le parla all’orecchio, attribuisce la cosa allo stress e si mette subito alla ricerca di un terapeuta.

Dopotutto, è una laureata di Harvard senza uno straccio di prospettiva, esiliata in una terra “straniera” a un paio di pianeti di distanza dalla sua ragazza, dai suoi amici, dal mondo che conosceva.

Chi è che non ne uscirebbe con i nervi un tantino logorati?

Tutto cambia, quando lo spirito con cui è entrata in comunicazione si rivela appartenere ad Ah Ma, la nonna materna che non ha mai veramente conosciuto. In vita, Ah Ma era una potentissima medium, l’avatar di una misteriosa divinità chiamata “Black Water Sister”.

Adesso, Ah Ma è più che mai determinata a pareggiare i conti con il boss della malavita locale, colpevole di aver arrecato un’offesa mortale alla sua dea – e, per qualche ragione, pare proprio che non possa riuscirci senza l’aiuto di Jess!

Attirata in un mondo di fantasmi, divinità e oscuri segreti di famiglia, Jess scoprirà che stringere accordi con uno spirito capriccioso potrebbe rivelarsi più pericoloso del previsto. Anche perché la “Black Water Sister” di cui parla Ah Ma è molto, molto arrabbiata... e, se Jess dovesse fallire, la sua prossima vittima potrebbe essere qualcuno che le è molto caro.


Genitori, zii, cugini e tanti guai!

Ci tengo a precisare che “Black Water Sister” è un libro che la stragrande maggioranza del pubblico (e della critica) ha amato profondamente.

Per me non è stato così, ma la verità è che non so quanto di tutto questo sia da attribuire alla mia scarsa capacità di relazionarmi a quello che è l’effettivo tema portante di quest’opera: vale a dire la famiglia, nel senso più biologico ed esteso del termine.

In realtà, l’opera di Zen Cho affronta molti argomenti interessanti; quello dell’immigrazione è decisamente quello che mi ha colpito di più, dal momento che lo smarrimento di Jess, la sua dolorosa mancanza di una specifica identità culturale in cui riconoscersi, viene rappresentata dall’autrice con passione e un’ encomiabile dose di approfondimento psicologico.

Ma è un fatto che i riflettori restino puntati soprattutto sui rapporti famigliari. Tutta la vita di Jess in Malesia, in un certo senso, ruota attorno a questo enorme, chiassoso, “simpatico” serraglio di zii, cugini, parenti di terzo grado e ficcanaso vari ed eventuali.

Ora... I personaggi della madre, del padre e della nonna sono stupendi, non mi fraintendete. Ma il resto della banda?

Sarò sincera con voi: riferimenti alle varie esperienze LGBT a parte, per me non è stato sempre facile riuscire a stabilire un punto di connessione con la protagonista; trovare un modo per immedesimarmi nei suoi problemi, nei suoi dilemmi morali e nella sua visione della vita.

Parte del problema ha sicuramente a che fare con una questione di “gap” culturale. Dopotutto, come l’autrice si prende la briga di ricordarci, molte famiglie asiatiche allevano i propri figli in base a valori completamente diversi da quelli occidentali.

C’è anche da dire che il significato che attribuisco io alla parola “famiglia” ha poco a che fare con il DNA, e molto più a che vedere con la gente che effettivamente si prende cura di me e mi protegge le spalle. Ma, forse, questa modalità di pensiero è un lusso che posso concedermi soltanto perché non ho avuto la sfortuna di crescere in una terra diversa da quella dei miei antenati; dopotutto, nessuno ha mai cercato di sradicare me dalle mie radici. Posso scegliere di allontanarmene; posso crogiolarmi nella consapevolezza che saranno sempre lì: per ritrovarle mi basterebbe allungare una mano.

Perfino così, sarà sincera: ho trovato difficile comprendere i motivi che spingono Jess a vivere in preda al terrore costante di deludere questo clan di parenti che, a ben vedere, non sono altro che sconosciuti che per caso portano il suo stesso cognome; gente che si prende la briga di giudicare ogni sua azione e di pianificare la sua vita in ogni insignificante dettaglio, ma mai – il cielo ce ne scampi – di conoscerla per ciò che Jess realmente è.

Jess, dal canto suo, reagisce a tutte queste interferenze mostrando soltanto passività, pavidità e una vaga predisposizione al martirio... una serie di circostanze che, lo ammetto candidamente, purtroppo non mi hanno reso particolarmente bendisposta nei confronti del resto della sua storia.


Un arco spezzato

Dal punto di vista della trama vera e propria, trovo che “Black Water Sister” risenta di una grave mancanza di struttura.

Questo difetto, secondo me, va attribuito soprattutto all’arco narrativo della protagonista, che non arriva mai a svilupparsi in modo soddisfacente. La trasformazione di Jess, alla fine del libro, mi è parsa tutt’altro che convincente; una specie di parabola “a singhiozzi”, che si evolve a forza di scenari pittoreschi e incontri con personaggi sui generis, piuttosto che per mezzo di lezioni apprese e prove superate.

Oltretutto, non ho apprezzato particolarmente neanche la tendenza dell’autrice a ricorrere alla costante minaccia di violenza sessuale come espediente narrativo. Perché, detto fra voi e me, questo sarà anche uno stratagemma dolorosamente credibile... ma, nell’ambito di un libro a sfondo sovrannaturale, in realtà si traduce anche in un cliché pigro, la prima freccia nell’arco di un autore che non conosce il mondo che ha creato e che si rifiuta di fare i compiti a casa.

L’ambientazione, viceversa, è un elemento in cui “Black Water Sister” senz’altro eccelle. La Malesia dipinta da Zen Cho non mi è mai sembrata così vivida, problematica e interessante. Le sue descrizioni mi sono entrate sotto la pelle come le schegge di una cornice; un dipinto quadrimensionale, che è riuscito ad avvolgermi nelle sue luci, nei suoi profumi e nelle sue seducenti percezioni sensoriali.

Mentirei, se vi dicessi di non essermi aspettata un qualcosa di più. Ma suppongo che trarrò consolazione dal fatto di essermi imbattuta in una delusione parziale, e non integrale al 100%! XD




mercoledì 8 settembre 2021

Tor Nightfire: i primi titoli proposti dal nuovo marchio editoriale americano specializzato in narrativa horror...

Come molti di voi sapranno, Tor è una delle più influenti e importanti case editrici americane specializzate in narrativa fantasy e fantastica.

Una considerevole rilevanza riveste anche Tor.com, una delle più popolari e dinamiche “costole” della Tor: sotto il suo prestigioso marchio, infatti, sono stati pubblicati recenti successi quali “Gideon la Nona, “Murderbot”, “Middlegame”, “Binti”, “La Ballata di BlackTom” e tantissimi altri bestseller.

Ebbene, a partire da questo settembre, prenderanno finalmente il via anche le pubblicazioni di Nighfire, la nuovissima etichetta "affiliata" Tor dedicata al mondo dellhorror a 360°!

Approfittiamone, dunque, per dare un’occhiata da vicino ai primi titoli proposti da Nightfire. 

Intanto vi ricordo che ciascun libro sarà disponibile (ovviamente, in lingua inglese) a partire da questo autunno...

   

Certain Dark Things

di Silvia Moreno-Garcia


“Benvenuti a Mexico City, un’oasi in un oceano di vampiri. Domingo, un ragazzino di strada, sta soltanto provando a sopravvivere alle incursioni della polizia, quando una vampira irrompe improvvisamente nella sua vita. Atl, la discendente di un clan di succhiatori di sangue aztechi, è intelligente, bellissima e letale. Domingo è ipnotizzato da lei. Tutto quello che occorre a Atl è una via di fuga dalla città, un modo per sfuggire alle guerra fra clan di narco-vampiri rivali che la sta perseguitando; i suoi piani non prevedevano Domingo... Ma, si sa, nella vita le cose raramente si svolgono come previsto." Potete acquistarlo QUI in inglese.



Slewfoot: A Tale of Bewitchery

di Brom 


"Connecticut, 1666. Un antico spirito si risveglia in un bosco oscuro. La gente dei boschi lo chiama Padre, Cacciatore, Protettore. I coloni lo chiamano Slewfoot, demone, diavolo. Per Abitha, un’emarginata recentemente rimasta vedova, sola e vulnerabile all’interno di un villaggio pio e bigotto, lui rappresenta semplicemente l’unica speranza di salvezza. Insieme, innescheranno una battaglia fra pagani e puritani – una che minaccerà di distruggerà ogni cosa, e di lasciarsi alle spalle nient’altro che ceneri e rovina." Potete acquistarlo QUI in inglese.

 


The Last House on Needless Street

di Catriona Ward

"In una casa alla fine di una strada senza via d’uscite, al margine dei selvaggi boschi di Washington, vive una famiglia di tre persone. Una ragazza a cui non è concesso uscire... non dopo quello che è successo l’ultima volta. Un uomo che beve da solo di fronte alla sua tv, cercando di ignorare i buchi nella sua memoria. E un gatto che ama sonnecchiare e leggiucchiare la Bibbia. Un segreto innominabile li lega insieme, ma, non appena un nuovo vicino si trasferisce nella casa accanto, ciò che giace nascosto fra gli alberi si prepara a tormentarli di nuovo...” Potete acquistarlo QUI in inglese.

 


Nothing But Blackened Teeth

Cassandra Khaw

"Una magione dell’era Heian giace abbandonata. Le fondamenta dimorano sulle ossa di una sposa e le sue mura sono costellate dei resti delle ragazze sacrificate per tenerle compagnia. È la meta perfetta per un gruppo di amici a caccia di brividi, riuniti insieme per celebrare un matrimonio. Una notte di cibo, bevute e giochi precipita rapidamente in una spirale di incubi, mentre antichi segreti vengono esposti alla luce e relazioni messe seriamente alla prova. Ma anche la casa ha dei segreti. E, dall’ombra, la sposa fantasma osserva ogni cosa con il suo sorriso nero e il suo cuore affamato... Magari sta cominciando a sentirsi sola, lì nella terra.” Potete acquistarlo QUI in inglese.


 

domenica 5 settembre 2021

Recensione: "Things Have Gotten Worse Since We Last Spoke", di Eric LaRocca

Things Have Gotten Worse Since We Last Spoke” è uno dei libri horror più viscerali, crudeli e ammalianti che abbia mai letto.

Nell’arco di poco più di 100 pagine, Eric LaRocca confeziona un delizioso racconto macabro di ossessione, sadismo e disperazione.

Una lettura (deliberatamente) sgradevole, “cattiva” e disturbante, che strappa via a unghiate ogni patina di “glamour” dalle storie d’amore tossiche in stile “Cinquanta Sfumature di Grigio”…

 

Potete acquistarlo QUI in inglese


La trama

Agnes è una giovane donna americana di origini italiane. Dopo essersi trasferita in una nuova casa, ha commesso “l’errore” di fare coming out e dichiararsi apertamente gay agli occhi del mondo; i suoi genitori, una coppia di effervescenti bifolchi vecchio stile, da allora hanno avuto la cristianissima idea di ripudiarla e provare a fingere di non aver mai messo al mondo alcun figlio.

Un antico aggeggio per sbucciare le mele è l’unico cimelio che Agnes conserva di tempi più felici; di giorni trascorsi in compagnia dell’amata nonna, a crogiolarsi nel calore di una vita domestica che non l’aveva (ancora) tagliata fuori dal proprio retaggio.

Almeno fino a quando una serie di gravi problemi finanziari non costringono Agnes a pubblicare un annuncio di vendita per quel prezioso ricordo; un piccolo tesoro di cui la ragazza non vorrebbe davvero separarsi, ma che potrebbe rappresentare tutta la differenza che passa fra un altro mese con un tetto sopra la testa e un avviso di sfratto!

A rispondere all’annuncio è Zoe, cordiale e benestante donna d’affari. Una persona enigmatica, cortese e sollecita (ma fin troppo distaccata), che, fra una cosa e l’altra, comincia a interessarsi alle sorti di Agnes.

A poco a poco, le due giovani instaurano una corrispondenza che prende a farsi sempre più intima, sordida e inquietante.

Zoe ha strane fantasie; sogni violenti, che hanno poco a che fare con il sesso e molto con il controllo: della routine di un’altra persona, dei suoi sogni, della sua mente e del suo corpo.

E Agnes… Agnes è così sola.

C’è qualcosa che non sarebbe davvero disposta a fare, pur di tenersi stretta Zoe, l’ultimo volto sorridente in un mondo che ha deciso di voltarle completamente le spalle?

 

«Che cosa hai fatto, oggi, per guadagnarti i tuoi occhi?»

È soltanto uno degli inquietanti interrogativi che Zoe, sempre più morbosamente affascinata dalla sadica morbosità del suo rapporto (peraltro, di natura esclusivamente virtuale) con Agnes, continua a proporre alla compagna.

Che cosa puoi fare, oggi, per guadagnarti la mia approvazione? In quali nuovi, aspettati modi puoi sottometterti ancora, e provare a continuare a tenere avvinta la mia attenzione?”

Things Have Gotten Worse Since We Last Spoke” potrebbe tranquillamente venire classificato come un “romanzo breve epistolare”; LaRocca, infatti, ci mette al corrente degli eventi semplicemente attraverso la ricostruzione delle email e dei messaggi istantanei che le due protagoniste si scambiano nel corso della loro breve (ma decisamente intensa!) frequentazione.

Una delle cose che ho apprezzato di più, nel corso della lettura di di questa pazza, pazza storia a base di desiderio, castigo e ossessione, è stata la magistrale capacità dell’autore di passare da un inizio in tinte “soft”, sulla falsariga dei racconti contenuti nell’antologia di Shirley Jackson “La Luna di Miele di Mrs Smith”, alle grottesche tonalità, dense di carnalità, viscere e splatter, di un Clive Barker maturo e privo di freni.

Che è un po’ come scivolare da un bisbiglio a un grido, se ci fate caso.

E il fatto che questo “passaggio” di tonalità sia stato avvertito, da parte mia, come un qualcosa di naturale, e anzi quasi inevitabile, secondo me la dice lunga sulle enormi proprietà stilistiche di questo autore…


Body horror: fra metafora sociale e malessere esistenziale

Il finale di “Things Have Gotten Worse Since We Last Spoke” ci offre semplicemente una delle scene più scioccanti e destabilizzanti della storia dell’horror.

Credo che gran parte di questo folgorante impatto emotivo sia riconducibile alla straordinaria attualità dell’immagine allegorica che il rapporto fra Agnes e Zoe riesce a innescare nelle nostre menti

Che cosa significa, esattamente, lasciarsi sprofondare nelle spire di una relazione abusiva?

Permettere a qualcuno di “possederci”, affidargli/le il diritto di scegliere al posto nostro: come dobbiamo vestirci, a che ora dobbiamo mangiare, chi possiamo frequentare… Firmare addirittura un “contratto” in cui gli/le promettiamo obbedienza e la possibilità di fare di noi ciò che preferisce, come se fosse una cosa sexy; come se fosse un simbolo della nostra emancipazione, e non il prezzo che ci viene richiesto per continuare a ottenere “amore”.

E ancora: che cosa significa sedersi ogni giorno davanti a uno schermo e sentirsi schiacciati da una solitudine così famelica, così divorante, da diventare mostruosa… nonché abbastanza travolgente e irresistibile da trasformarci in un mostro a nostra volta?

Things Have Gotten Worse Since We Last Spoke”, in sostanza, è un libro che parla di deformità – fisiche, ma soprattutto psicologiche – e degli orrori sguinzagliati da quella piccola voce cattiva dentro di noi che grida: “Tu non sarai mai abbastanza! Adesso rassegnati o continua a battere la testa contro il muro, fino a quando non sarai diventata completamente pazza!”.

Oltre che brutale, l’ho trovato infinitamente triste – e magnetico, e ingiusto, e francamente indimenticabile.

Se amate il genere, non correte il rischio di lasciarvelo scappare!

 



venerdì 3 settembre 2021

Appuntamento a Streamingville - Ep. 1: "Crudelia", "Fantasy Island", "The Protégé" (mini-recensioni)

Nuova rubrica-contenitore, confezionata ad hoc per parlarvi di alcuni film e serie tv viste sui vari servizi di Video On Demand: da Netflix a NowTv, passando per Prime Video, Disney+ e Apple…

Andiamo a dare un’occhiata da vicino alla prima “tripletta” di titoli! ;D

 

Crudelia

(Disney+)


Nonostante il mio amore smodato per i cani (ne ho sempre avuti intorno almeno un paio...), da ragazzina non ero legata in modo particolare al film “La Carica dei 101”. Crudelia, però, è un sempre stata un mito; un’icona diabolica, il secondo spauracchio disneyano per antonomasia dopo Malefica.

Magari è per questo che l’idea di un film ispirato interamente al suo personaggio mi intrigava così tanto; e il coinvolgimento nel progetto di Emma Stone non ha certo guastato!

Alla resa dei conti, credo che “Crudelia” sia uno dei film in live action più sorprendenti, eleganti e divertenti che la Disney abbia mai messo in cantiere. Più o meno alla pari con... Ah, non mi dire? Ebbene sì: Maleficent” del 2014! XD

Conta sicuramente qualcosa il fatto che, come nel caso della pellicola diretta da Robert Stromberg, fin dall’inizio “Crudelia” non si sia proposto di essere una fedele trasposizione con attori in carne e ossa del celebre cartone animato, né un prequel remotamente compatibile con gli sviluppi degli eventi che tutti conosciamo.

Crudelia”, in effetti, è un vero e proprio retelling! Una villain origin story accattivante, fascinosa e ricca di brio.

In questa versione, Estella/Cruella è una stilista geniale ma anche un po’ squilibrata, una giovane donna amante dei cani e affetta da quella che sembra, a tutti gli effetti, una leggera forma di sindrome bipolare.

La trama mescola abilmente elementi dalle inconfondibili tonalità dark in stile “Lemony Snickets”, ad altri che sembrano rimandare alla comicità de “Il Diavolo Veste Prada”, o addirittura alla follia del “Joker”.

Ovviamente, il tutto calato all’interno di un contesto adatto al pubblico dei giovanissimi… anche se sospetto siano stati soprattutto i più grandicelli ad apprezzare il film!

Come dite?

Ancora non siete convinti?

Allora aggiungete al quadro un cast di primordine: oltre a una Emma Stone in forma smagliante, infatti, vale senz’altro la pena di citare l’altra, immensa Emma (Thompson) che ha preso parte alla pellicola, nei panni della mefistofelica Contessa


 

Fantasy Island 

(NowTv o SkyGo)


Non avevo mai sentito parlare della serie tv “Fantasilandia”, una vecchia produzione da cui pare che il recente film horror targato Blumhouse sia stato ispirato, ma probabilmente questa non giungerà come una grossa sorpresa: dopotutto, nel “lontano” 1978 mio padre aveva soltanto 15 anni, la mia mamma a malapena 13!

Per chi non lo sapesse, il “Fantasy Island” diretto da Jeff Wadlow ha una trama elementare, che più elementare non si può: un gruppo di sconosciuti accetta l’invito di un miliardario (Michael Peña) a trascorrere un periodo sulla sua misteriosa isola privata; un posto magico in cui – gira voce – qualsiasi desiderio, per quanto surreale o impossibile possa sembrare, è destinato a diventare realtà.

Sembra un po’ una premessa in stile “Nine Perfect Strangers”, per chi lo stesso seguendo; esattamente come in quel caso, non è tutto oro quello che luccica: ben presto, infatti, i malcapitati ospiti cominciano a sperimentare inquietanti allucinazioni e a subire le disturbanti implicazioni dei loro sogni a occhi aperti.

Come recita il saggio proverbio: “Stai attento a ciò che desideri... perché potrebbe avverarsi!”.

La prima metà di “Fantasy Island” è… Come potrei definirla? Prevedibile? Raffazzonata? Imbarazzante?

La catena di eventi è più meno quella che potreste aspettarvi, gli unici personaggi simpatici sono i “bro” decerebrati J. D. (Ryan Hansen) e Brax (Jimmy O. Yang), e in generale gli sforzi del cast si dimostrano terribilmente inadeguati (incluse le protagoniste Maggie Q e Lucy Hale).

La seconda metà del film, fortunatamente, si conferma più interessante. I colpi di scena, se non altro, cominciano a susseguirsi a un ritmo diabolico e, anche se non è detto che riescano a fare sempre centro (sicuramente, non ai livelli auspicati), bastano almeno a vivacizzare la visione e conferire un certo brivido di adrenalina al momento del climax.

In definitiva, una pellicola senza troppe pretese, insomma; si lascia guardare, intrattiene e regala quei quattro o cinque momenti di autentico cringe misto a risate.

Che è sicuramente più di quanto si possa dire a proposito di “Obbligo o verità”, il precedente lavoro di Wadlow.


 

The Protégé

(Amazon Prime Video)


Film d’azione diretto da Martin Campbell che, sospetto, gli appassionati del genere troveranno interessante.

Pur senza discostarsi troppo dal filone “donne assassine che te le suonerebbero anche bendate e con una mano legata dietro la schiena”, la sceneggiatura riesce a ribaltare un paio di cliché con grazia e disinvoltura.

Le scene d’azione, girate con competenza da un autentico “veterano” del settore (ricordiamo che, fra le altre cose, Campbell ha diretto “Vertical Limit” e “La Maschera di Zorro”), da un punto vista prettamente visivo offrono un discreto spettacolo.

Fortunatamente, anche il rapporto mentore/allieva che viene a instaurarsi fra la protagonista del film, Anna (interpretata da Maggie Q) e il suo reclutatore, Moody (Samuel L. Jackson), risulta abbastanza solido, convincente al punto da garantire allo spettatore una salutare dose di coinvolgimento emozionale.

Ciò premesso, non ho apprezzatoThe Protégé” tanto quanto mi aspettavo.

Come mai?

C’è decisamente qualcosa che stona in questo film; anche se, effettivamente, risulta piuttosto ostico cercare di spiegare cosa e perché.

Forse sono stati i piccoli dettagli, pagliuzze che hanno contribuito a sottrarre o attribuire sfumature di significato a determinati elementi in maniere impreviste (e non del tutto gradite).

Diciamo che, ad esempio, vedere il grande Micheal Keaton nei panni dell’interesse romantico (un ruolo chiacchierino, “fisico” e pieno di ammiccamenti in stile Tom Cruise...) mi ha fatto un po’ di tristezza; a questo proposito, magari, qualcuno riuscirà a spiegarmi anche perché Samuel L. Jackson, che all’anagrafe conta soltanto tre anni più lui, in questo film interpretava il ruolo del vecchietto con un piede già sprofondato nella fossa, mentre Keaton era “il brillante pupillo” di un boss della mala (?).

In secondo luogo, penso che, nel corso di questo film, Campell si sia deliberatamente lasciato sfuggire almeno un paio di buone occasioni e personaggi.

Ad esempio, il villain principale di “The Protégé” è… Chi è diavolo è questo tizio, in realtà? XD

Un tale; il classico maschio bianco attempato affamato di potere, e capirai che novità?

Il tragico passato di Anna, poi, rappresenta un’altra carta sprecata. Nonostante la presenza dei flashback, e il tema (appena accennato) del trauma causato dalle brutali esperienza di guerra, gli sviluppi del secondo atto riducono tutto all’ennesima sottotrama che non porta da nessuna parte.

La protagonista ha dei demoni interiori, generati dalle brutali esperienze sperimentate nel corso della sua infanzia?

Sicuramente.

Si ritrova forse ad affrontarli, nel corso di questo film? O, almeno, ad esserne intralciata o influenzata in qualche modo?

Mmm... Non credo proprio.

Ma allora, caro Campbell... Che cosa li hai tirati in ballo a fare?!  XD

 

E voi, amici?

Avete già visto qualcuno di questi film? Di quali titoli dovremmo parlare al prossimo giro? 

:)



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