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giovedì 7 aprile 2022

Recensione: "The Justice of Kings", di Richard Swan

L’autore esordiente Richard Swan firma il romanzo fantasy grimdark “The Justice of Kings”, primo volume della trilogia “Empire of the Wolf”.

Un libro dalla trama piuttosto convoluta e interessante, che tuttavia non si rivela minimamente sufficiente a compensare la somma dei suoi (pantagruelici) difetti: uno stile asettico e pasticciato, un world-building inconsistente, personaggi clonati, una narratrice odiosa e un paternalismo di fondo che farebbe cadere le braccia persino a un personaggio maschile inventato da Brandon Sanderson...

 

Empire of the Wolf, Vol. 1

Potete acquistarlo QUI in inglese



La trama

Sir Konrad Vonvalt incarna la Giustizia dell’Imperatore; in qualità di rappresentante della legge, ha sempre potuto contare su una verità inconfutabile: la sua parola è sacra.

L’uomo viaggia attraverso le zone più remote e selvagge dell’Impero, con il compito di assicurarsi che la legge venga rispettata, a qualsiasi costo e, soprattutto, attraverso qualunque mezzo necessario: che si tratti della sua spada, degli arcani segreti tramandati dal suo Ordine, o dalla sua enciclopedica conoscenza dei codici civili e penali che sostengono l’Impero.

Ma poi un passante riviene il corpo di una nobildonna sulla sponda di un fiume, e Vonvalt viene chiamato a investigare.

Per la prima volta dall’inizio del suo incarico, si ritrova quindi ad affrontare un caso complesso e la possibilità di una cospirazione in grado di sfidare apertamente la sua autorità, fino a quel momento considerata inviolabile.

Perché, dietro l’omicidio della donna, potrebbe nascondersi un piano criminale in grado di scatenare un’ondata di violenza senza precedenti attraverso l’Impero...

 

Un giallo dalle sfumature... grimdark?

Spezziamo subito una lancia in favore di “A Justice of Kings”, e diciamo le cose come stanno: i primi capitoli del libro sono molto originali e promettenti, e lasciano sicuramente intravedere del potenziale per molte avventure future.

Il romanzo di Richard Swan, infatti, comincia come una sorta di stuzzicante “giallo” alla Agatha Christie in un contesto fantasy, fra indizi da raccogliere, piste da seguire e testimoni da interrogare.

Una premessa che mi aveva riempito di entusiasmo: nelle giuste circostanze, l’assoluta novità della formula avrebbe potuto addirittura dare i natali al precursore di un sottogenere completamente nuovo, ragazzi!

Un’idea supportata, peraltro, anche dalla peculiare scelta del narratore intrapresa da Swan: in “A Justice of Kings”, infatti, gli eventi vengono narrati in prima persona, ma non dal punto di vista del protagonista... a fornire un resoconto dei fatti provvede, piuttosto, una giovane donna che svolge le funzioni di assistente e collaboratrice personale, un’orfana di guerra chiamata Helena Sedanka.

Se proviamo a pensare a uno dei più famosi esempi di narratore allodiegetico  della storia della narrativa... bè, scommettiamo che “Sherlock e Watson” saranno fra le primissime parole che vi balzeranno in mente?

Purtroppo, tutto l’appeal della premessa tende a sgretolarsi dopo un centinaio di pagine, o giù di lì; vale a dire nel momento preciso in cui Swan decide di fare dietrofront e trasformare il suo romanzo in una fotocopia sbiadita di “The Witcher”.

Una cambio direzione che, secondo me, serve soltanto a scagliare la sua opera nell’abisso della mediocrità.

Tanto più che né i suoi personaggi (piattissimi e irritanti, quanto non apertamente odiosi...); né il world-building darkettone (evidentemente ispirato a videogiochi in stile Skyrim e Dragon Age) riescono a tenere viva l’attenzione del lettore per più di tre o quattro paragrafi di fila.

 

Helena Sedanka e il mondo degli stereotipi di genere

Se qualcuno provasse innestare una parte del patrimonio genetico del dottor House nel corpo di un clone di Geralt di Rivia, probabilmente otterremmo un personaggio molto simile a Vonvalt.

Oddio, in realtà, per portare a casa il risultato, dovremmo prima assicurarci di sottrarre tutto l’acume, l’umanità e il sarcasmo del personaggio interpretato da Hugh Laurie, e sostituirli con un carico di ombrosità, demenza e gigioneria completamente ingiustificati (ecco: mi sa che queste tre qualità, il nostro ipotetico “doppleganger” potrebbe tranquillamente ereditarle dal suo altro “genitore! XD)

Helena, dal canto suo, è un personaggio anche peggiore. Trascorrere del tempo “intrappolati” dentro la sua testa si è rivelato frustrante e, francamente, anche "un tantino” offensivo.

A parte il fatto che “The Justice of Kings” non passerebbe un semplice Test di Bechdel neanche in un milione di anni, il problema è proprio che questa cosiddetta “eroina” di Swan riesce a incarnare ogni singolo stereotipo femminile mai concepito.

Irrazionale, bisbetica, gelosa, isterica, lagnosa... Ed ecco che, guarda caso, i personaggi maschili si trovano continuatamente costretti a stomacare le evidenti lacune di Helena in preda alla virtuosa compostezza e alla granitica condiscendenza di un vero proprio fondatore del patriarcato!

Nel sequel, mi aspetto di imbattermi come minimo in un paio di “simpatiche” battute sul suo ciclo mestruale e sulla sua assoluta incompatibilità di carattere con qualsiasi altra donna mai nata sotto il sole.

Come se non bastasse, Swan insiste ad appiccicare addosso alla sua Helena una storyline romantica melodrammaticissima e sconclusionata, peraltro con un soldatino che è praticamente un manichino, uno scaldaletto senza faccia che il protagonista andrà, senz’ombra di dubbio, a sostituire nel corso dei prossimi volumi.

Anche se Vonvalt è, al tempo stesso, una sorta di figura paterna per Helena; anche se è il suo datore di lavoro, il suo benefattore e, in definitiva, l’unica cosa che la separa da un futuro a base di fame, stenti e violenza.

Mmm...

Non so voi, ma se fossi in Richard Swan, io una quindicina di minuti a studiare il significato, le implicazioni e le conseguenze del movimento #MeToo, magari li dedicherei anche.

Così... a titolo di ricerca “preventiva”, diciamo! XD

 

Stoccata finale

Dal canto suo, la tematica che il romanzo si propone di eviscerare – il rapporto fra Stato e Chiesa; l’immortale contrapposizione fra diritto canonico ed ecclesiastico – mi è sembrata abbastanza solida e interessante.

Il parallelismo fra la storia del mondo fittizio inventato da Swan e quella dell’Impero Romano ha suscitato la mia curiosità; anche se non saprei dirvi fino a che punto, dal momento che anche questo punto di forza viene continuamente messo in ombra da una narrazione acerba e traboccante di infodump, foreshadowing, deus ex machina e chi più ne ha, più ne metta.

In definitiva, la mia opinione generale (non richiesta) tende a vertere su un semplice punto: se Swan intende continuare a lavorare (e, soprattutto, prosperare...) nel campo della fiction, magari farebbe anche bene ad ampliare le sue conoscenze e a imparare a padroneggiare le più basilari tecniche dell’arte della storytelling: show, don’t tell; colpi di scena; tropes; eccetera, eccetera.

E leggere qualche libro fantasy in più, magari.

Perché non dubito che potrebbe trasformarsi in un eccellente scrittore di saggistica, un giorno.

Un brillante autore di testi a sfondo legale, o di qualsiasi altro argomento gli salti in mente di appassionarsi.

Oppure, chissà, potrebbe scrivere un fantastico secondo romanzo... Qualcosa mi dice che lo scopriremo presto! ;D





domenica 9 gennaio 2022

Recensione: "The Pariah", di Anthony Ryan

The Pariah” è il primo libro della nuova trilogia low fantasy “Covenant of Steel” di Anthony Ryan.

Un romanzo adrenalinico e ricco d’azione, che segue una trama dall’impronta molto classica: la storia di formazione di un ragazzo, cresciuto dai banditi, che a poco a poco arriva a trasformarsi in un guerriero-scriba destinato a sconvolgere gli equilibri del mondo...

 


Covenant of Steel, Vol. 1

Potete acquistarlo QUI in inglese

 

La trama

Alwyn Scribe è nato nel tormentato regno di Albermaine.

Dopo che il gestore del bordello in cui lavorava sua madre lo butta fuori a calci nel posteriore, il ragazzo finisce nel bosco e rischia seriamente di morire di fame, o magari divorato dai lupi.

Per sua fortuna, il capo di una banda di predoni decide di prenderlo sotto la sua ala e di offrirgli un posto in squadra.

Lesto di comprendonio e abile con la spada, Alwyn è più che soddisfatto della sua situazione: si gode la libertà dei boschi e il cameratismo dei suoi compagni ladri.

Ma un atto di tradimento insospettabile deraglia completamente il corso della sua vita, scaraventandolo su un sentiero di sangue e vendetta che lo costringerà a indossare i panni del soldato reale.

Chiamato a combattere sotto lo stendardo di Lady Evadine Courlain, una nobildonna assediata dalle visioni di un imminente apocalisse demonico, Alwyn dovrà sopravvivere alla guerra e ai letali intrighi intessuti dalle casate nobiliari.

Ma mentre forze di ogni tipo, arcane e umane, si uniscono a ostacolare l’ascesa di Evadine, Alwyn dovrà fronteggiare la scelta più difficile di tutte: può davvero definirsi un guerriero?

O un tipo come lui è destinato a restare un fuorilegge per sempre?

 

Attraverso Alwyn

Di “The Pariah” ho amato soprattutto due cose:

a) Il ritmo avvincente, che ti tiene sul filo del rasoio perfino nei momenti in cui, apparentemente, l’intreccio prende a imboccare dei sentieri un po’ dispersivi;

b) L’incredibile immersività della narrazione. Di solito, l’uso della prima persona si sposa maluccio con lo sword and sorcery, ma Anthony Ryan riesce a gestirlo talmente bene da trasformare quello che avrebbe potuto benissimo rappresentare un limite, in uno dei maggiori punti di pregio del romanzo!

Alwyn, di per sé, è un personaggio convincente, un connubio di vizi e virtù abbastanza riconoscibili.

Ma, in realtà, credo che Ryan sia da lodare soprattutto per la sua capacità di creare un protagonista in cui è facilissimo immedesimarsi... più che altro perché l’autore riesce ad azzeccare il perfetto equilibrio fra “anonimo” ed “eccessivamente specifico”, permettendo ai suoi lettori di riempire gli spazi vuoti con la propria personalità e immaginazione.

E, ovviamente, di calarsi nei panni della voce narrante al 100%, arrivando ad “osservare” ogni singolo dettaglio dell’ambientazione, della storia e dei comprimari attraverso il suo sguardo; quasi come se stesse giocando a uno di quegli incalzanti sparatutto rpg in prima persona.

A mio avviso, è proprio questa sorta di “simbiosi” spontanea fra lettore e narratore che permette alla lettura di risultare interessante e coinvolgente

Di per sé, infatti, la trama non brilla certo per originalità; anzi, potremmo tranquillamente descriverla come un connubio di elementi tratti dalla leggenda di Robin Hood, dal romanzo breve “The Armored Saint” di Myke Cole e dalle (onnipresenti) “Cronache del Ghiaccio e del Fuoco” di George R. R. Martin.

 

Fra storia medievale e stregoneria

L’introduzione dell’elemento fantastico, in questo primo volume, avviene con il contagocce, e comunque non prima che il lettore abbia fatto fuori una metà abbondante delle sue pagine.

Sotto certi aspetti, in effetti, si potrebbe quasi dire che “The Pariah” abbia un’impostazione più vicina a quella del romanzo storico.

Quasi.

Se il finale del libro ci insegna qualcosa, è che questa situazione cambierà nel corso dei prossimo volumi: le visioni di Lady Evadine arriveranno sicuramente ad assumere un ruolo centrale, e mi aspetto che lo stesso valga per la figura della “strega del sacco” (uno dei comprimari più suggestivi e misteriosi presentati nell’arco di questo primo tomo).

Per quanto riguarda i personaggi femminili... Bè, tagliamo la testa al toro e diciamolo subito: nel libro di Anthony Ryan, ogni donna ha l’aspetto di una divinità dell’amore e tende a farsi portatrice di un carico di sensualità non indifferente.

Ma nulla di tutto questo contribuisce a limitare l’estensione del loro ruolo (anzi!), né impedisce a Ryan di regalarci un cast femminile interessante, combattivo e denso di sfumature: Evandine, Lorine, Toria, la strega, una certa ragazza “dal coltello facile”... ciascuna di queste donne straordinarie meriterebbe il diritto al ruolo di “leading star” in uno spin-off a parte!

In conclusione:  The Pariah” è un romanzo brutale, sanguinoso, intrigante e ricco di sottotrame, che ha tutte le carte in regola per piacere ai fan di autori come John Gwynne, Mark Lawrence o Jenn Lyons.

Il primo libro di Anthony Ryan che abbia mai letto...

State pur certi che non sarà l’ultimo!

 

 

 

giovedì 30 settembre 2021

Recensione: "The Maleficent Seven", di Cameron Johnston

 Se l’unica cosa che mancava nella vostra vita era un retelling in chiave grimdark del film “I Sette Samurai” di Akira Kurosawa... bè, non abbiate paura: “The Maleficent Seven”, il nuovo romanzo di Cameron Johnston, è qui per aiutarvi a colmare l'assenza!

Un libro fantasy divertente, fracassone e iper-violento, che strizza l’occhio a tanto a “Kill Bill” quanto a Suicide Squad”; ai “Magnifici Sette” di John Sturges quanto all’indimenticabile “I Guerrieri di Wyld” di Nicholas Eames…

 

Potete acquistarlo QUI in inglese


La trama

Un tempo, Black Herran era una temuta demonologa, la più spietata guerriera del continente di Essoran.

Sei generali, i più potenti e vendicativi della nazione, si erano radunati sotto il suo comando, attratti dalla sua sete di sangue e dal suo desiderio di stravolgere il mondo.

Il piano sembrava semplice: annientare i Paladini, impossessarsi della loro capitale, sradicare il sistema...

E, per una volta, stava andando tutto per il verso giusto. I cattivi stavano vincendo, stavano vincendo sul serio...

E poi, il tradimento.

Alla vigilia della battaglia definitiva, una vittoria certa, Black Herran ha deciso di voltare le spalle ai suoi uomini e andarsene per la sua strada.

Alla fine della guerra, il signore degli Inferi avrebbe reclamato la sua anima, dopotutto; e il generale non è mai stato tipo da rinunciare a qualcosa facilmente.

Dopo il suo abbandono, le canaglie che componevano la sua armata si sono sbranate a vicenda, e i Paladini hanno trionfato.

40 anni dopo, il prezzo di quella sconfitta torna a gravare sulle spalle dell’anziana evocatrice di demoni.

Per salvare Tarnbrook, il tranquillo villaggio di contadini e pescatori che l’ha accolta e in cui la donna, nel frattempo, è riuscita a mettere su famiglia, Black Herran dovrà assemblare la vecchia squadra ancora una volta; radunare i suoi sette generali, i più malvagi fra i malvagi, e imbastire una resistenza disperata al confine della città.

Stavolta, i mostri di Black Herran diventeranno l’ultima speranza di sopravvivenza; se falliranno, un male ancora più crudele e ipocrita finirà per dilaniare Essoran e porre fine a ogni parvenza di libertà...


La banda

Il “cast” di personaggi che incontrerete fra le pagine di “The Maleficent Seven” è composto da uno stuolo di canaglie assolutamente irresistibili. Gente molto cattiva, non mi fraintendete; assassini e approfittatori dal cuore nero come l’inferno, ma che vi conquisteranno in virtù della loro esuberanza e del loro inconfondibile carisma.  

Nell’ordine, possiamo contare: un’ex-generalessa anziana esperta di demonologia, un vampiro mutaforma, una necromante assetata di vendetta, un dio della guerra alcolizzato, una regina pirata, uno scienziato pazzo e una nerboruta guerriera appartenente alla tribù degli orchi.

Una combriccola di protagonisti squisitamente sopra le righe, lasciate che ve lo dica; e il cui unico compito nella vita sembra consistere nel seminare caos, combinare casini e saltarsi reciprocamente alla gola.

La maggior parte di loro sembra saltata fuori dalle vignette di un fumetto Marvel o DC. Il dio della guerra, ad esempio, mi ha ricordato una versione ubriacona e spostata di Thor; il vampiro è una via di mezzo fra Morbius e Carnage,  Black Herran è una sorta di John Costantine in versione sbarellata eccetera eccetera.

Ne consegue un livello di caratterizzazione deliberatamente scarso, dal momento che Cameron Johnston si diverte perlopiù a giocare con i cliché cari al genere e a sguinzagliare la sua allegra brigata di villains nel contesto delle situazioni più surreali, grottesche e pazze che gli vengano in mente; ma anche una quantità di scene irriverenti e infarcite di contagioso umorismo nero, una narrazione incalzante e una sfilza di sequenze d’azione al cardiopalma, l’una più spettacolare e sanguinosa dell’altra.  


Cattivissimi Loro!

L’intreccio di “The Maleficent Seven”, come avrete immaginato, è molto lineare, semplicissimo da seguire. Leggete la quarta di copertina, e capirete cosa aspettarvi.

Johnston riesce comunque a riservarci qualche piccolo (e grande) twist degno di nota; una girandola di tradimenti e ribaltamenti inaspettati, che ci consentono di goderci la trama senza un attimo di noia o distrazioni.

L’ambientazione è molto cupa, brutale; dopotutto, in un mondo in cui i nostri sette “eroi” rappresentano la miglior speranza di sopravvivenza per gli innocenti, i deboli e gli indifesi... Bè, voi provate soltanto a immaginarvi come potrebbero essere fatti i “veri” cattivi! XD

Vale tuttavia la pena spendere due parole a proposito dei continui (e quasi schizofrenici) cambi di prospettiva a cui ci sottopone l’autore.

Mi rendo conto che Johnston stava, in un certo senso, cercando di fare il verso a quel filone tipicamente pulp della narrativa fantasy anni Ottanta (“Dragonlance”, “Forgotten Realms” e via discorrendo), vale a dire quella particolare branca “storica” del genere che non sapeva nemmeno dove stessero di casa, “quisquilie” tecniche come questa;  ma lo scrittore, soprattutto nella seconda metà del romanzo, sembra gestire la focalizzazione a fatica, come se i suoi sette personaggi, esuberanti e prorompenti come non mai, stessero mettendo a dura prova la sua capacità di concentrazione.

Un difetto a cui attribuisco anche l’altro, grosso punto debole di “The Maleficent Seven”, vale a dire l’incapacità di risolvere tutte le sottotrame e di regalare un arco completo ai sette protagonisti. A mio avviso, alcuni personaggi avrebbero meritato un pizzico di luce in più sotto i riflettori.

È anche vero che Johnston non ha escluso del tutto la possibilità di tornare a scrivere di loro in futuro…  non possiamo fare altro che tenere le dita incrociate!




martedì 10 agosto 2021

Recensione: "The Demon Girl Nex Door - Vol. 1"

Quanto vi piacciono le commedie, le storie d’amicizia al femminile e i manga a tema “magical girl”?

Se la risposta è “un sacco, accidenti!”, tiratevi su le maniche e preparatevi a leggere la recensione del primo volume di “The Demon Girl Next Door”, un delizioso manga di Machikado Mazoku, edito in inglese dalla Seven Seas Entertainment!


 

Potete acquistarlo QUI in inglese


La trama

Yuko Yoshida è una quindicenne adorabile, imbranata e ferma sostenitrice dello “tsundere style of life”.

Un bel giorno, la ragazzina si sveglia e scopre che è accaduto l’impensabile: sulla cima della sua testa sono spuntate due corna, e dal nulla pare che si sia addirittura materializzata... una coda?!

Non solo: parlando con sua madre, Yuko scopre di avere ereditato dalla sua famiglia dei “fantastici” superpoteri e una missione speciale… vale a dire l’incarico di ripristinare l’onore perduto della sua famiglia sconfiggendo Chiyoda Momo, amichevole supereroina di quartiere e ragazza magica locale.

Momo, in realtà, è una compagna di scuola di Yuko, ed ha una forza straordinaria!

Mentre Yuko... ehm, fra le lei e un gattino appena nato, diciamo solo che probabilmente vi converrebbe puntare tutti i vostri risparmi sul felino! XD

Ma la nostra protagonista è comunque determinata a fare la cosa giusta, e a ripulire una volta per tutte la reputazione della sua tribù di demoni!

Ora, se soltanto Momo non fosse sempre così dannatamente gentile...

 

Shodow Mistress VS Magical Girl

The Demon Girl Next Door” ha la struttura di un manga “4-panel”. Che cosa vuol dire? Molto semplice: le quattro vignette che formano ciascuna tavola sono disposte in colonna, anziché in formazione orizzontale – un po’ in stile Webtoon, se vogliamo.

Questo tipo di formato è molto comune nei manga di genere comico; mi viene in mente, ad esempio, il delizioso “Puella Magi Homura Tamura” di Magica Quartet, o lo spin-off “My Hero Academia Smash!!” di Hirofumi Neda.

Ovviamente, anche “The Demon Girl Next Door” è una commedia; ed è anche – gioia e tripudio! – una di quelle particolarmente pucciose e divertenti, un titolo da qualche parte a metà strada fra la rassicurante semplicità di “Non Non Biyori” e la follia dissacrante del mitico “Yuru Yuri”.

L’adorabile character design riflette in pieno l’umorismo e la tenerezza della premessa e dei personaggi, e non manca mai di regalarci sospiri e momenti di puro e semplice relax.

Non mi fraintendete, però: malgrado il numero spropositato di gag, generate per lo più dallo spassoso contrasto fra la pigra e irascibile Yuko e la pacata e combattiva Momo… Questo primo volume si spinge anche al punto di mostrarci gli esordi di quella che potrebbe essere una storia dai risvolti sorprendentemente misteriosi e dark!

Questo perché Momo, malgrado tutto il suo aplomb e le pose da guerriera indistruttibile, sembra assolutamente terrorizzata al pensiero che una delle sue colleghe possa arrivare in città, magari attratta da una delle pittoresche sceneggiate di Yuko.

Le ragazze magiche di cui parla Momo... Dovrebbero essere combattenti valorose e paladine della giustizia, in teoria. Possibile che, in realtà, siano molto più brutali e spietate di qualsiasi demone?

Bè, immagino che dovremo aspettare di leggere i prossimi volumi per scoprirlo!

L’unica cosa certa, al momento, è che Momo continuerà sempre a farsi in quattro per impedire che la “sua” Shadow Mistress (il nome da villian che Yuko stessa ha deciso di attribuirsi) possa imbattersi accidentalmente in una di queste colleghe...


Nemiche-amiche per sempre!

Eh, già: perché il nucleo emotivo della narrazione si gioca tutto qui, nel tenerissimo rapporto di rivalità/amicizia che arriva a svilupparsi fra la nostra incantevole “demone della porta accanto” e la sua nemesi, la solitaria ragazza magica Momo!

Nel corso di questo primo volume, infatti, le due protagoniste si ritrovano a trascorrere sempre più tempo insieme, e ad avvicinarsi in modi che nessuna delle due aveva previsto.

Come si fa a progettare di uccidere la persona che ti aiuta ad addestrati ogni mattina, che si prende cura di te quando stai male, e che decide deliberatamente di rinunciare al suo tempo libero per accompagnarti a fare shopping?

Yuko non è molto sicura di quale dovrebbe/potrebbe essere la risposta a questa domanda...

La sua chiassosa e scatenata antenata Lilith, riverita capostipite della sua famiglia di demoni, viceversa, è convinta di saperlo molto bene! Peccato che anche i suoi tentativi di sconfiggere Momo si risolvano in un eclatante disastro dietro l’altro, e che forse a Yuko il fallimento... bè, in fondo non dispiaccia nemmeno così tanto! XD


L’anime

Ho recentemente scoperto che, nel 2019, “The Demon Girl Next Door” è stato adattato in un anime di 12 episodi.

Manco a dirlo, nessuna rete televisiva o servizio streaming disponibile in Italia ne ha acquistato i diritti, per cui non l’ho mai visto... Ma vale la pena notare che le recensioni degli spettatori stranieri sono piuttosto positive, al punto che, nel 2020, è stata addirittura annunciata una seconda stagione!




venerdì 16 aprile 2021

Recensione: "Them" - Prima Stagione (Amazon Prime Video)

 

Potete vederla QUI


Them" è una serie tv horror antologica, disponibile sul servizio streaming Amazon Prime Video.

L'ho trovata magnifica sotto alcuni punti di vista ed eccessivamente grottesca in altri; troppo presa dal suo parossismo di furia ideologica per badare adeguatamente alla propria struttura narrativa, e genuinamente terrificante dall'inizio alla fine.

Gli orrori dei sobborghi, testimoniati e sperimentati da una famiglia di colore americana degli anni Quaranta.

Dall'entroterra, gli Emory si trasferiscono in California e comprano casa in un quartiere di bianchi, una nidiata di serpi razziste che non concederà ai malcapitati un solo attimo di respiro. A complicare le cose, un'antica maledizione che grava sul vicinato da generazioni; l'eco di un peccato biblico che metterà a dura prova la sanità mentale di Henry (Ashley Thomas), Lucky (Deborah Ayorinde) e delle loro due figliolette, l’adolescente Ruby Lee (Deborah Ayorinde) e la piccola Gracie Jean (Melody Hurd).

Lasciate che ve lo dica, "Them" è una delle serie televisive più violente, brutali e disturbanti che abbia mai visto. C'è senz'altro della consapevolezza, in questa scelta, anche se dubito che potremmo considerarla saggezza.

Guardarla ha provocato un drastico peggioramento nelle condizioni di salute del mio stomaco; e se ha fatto questo effetto a me, non posso neanche cominciare a immaginare il modo in cui determinate scene potrebbero far sentire uno spettatore di colore o immigrato!

La rabbia che trasuda da ogni singola inquadratura o scelta narrativa di "Them" è pienamente giustificata, non fraintendetemi. Però non credo che il creatore della serie, Little Marvin, sia riuscito a incanalare questa emozione in maniera particolarmente originale o brillante, anche se le numerose sequenze sovrannaturali risultano senz'altro suggestive e spaventose.

I primi tre episodi di "Them" sono molto introduttivi, e servono soprattutto a farci entrare in confidenza con i protagonisti e i loro abominevoli antagonisti di quartiere. Già all'inizio di questa prima stagione, troviamo ogni personaggio alle prese con i propri demoni personali e sociali, comprese le due bambine.

Bulli di ogni ceto, sesso ed età se la prendono con i membri di questa famiglia in continuazione, peraltro senza che le autorità muovano un dito per aiutarla, anzi. Stampa e opinione pubblica si schierano ripetutamente dalla parte dagli oppressori (ooops… vi ricorda qualcosa?) e appoggiano le leggi di segregazione promulgate dal governo in ogni circostanza.

Credo che l'elemento psicologico, in "Them", sia stato gestito in maniera eccellente. Le conseguenze dell'ingiustizia sociale non sono soltanto di natura pratica, dopotutto; il trauma che le persone discriminate si trascinano dietro influisce anche sulle più infinitesimali sfumature della vita quotidiana, e trovo che "Them" riesca a mostrare molto bene questo aspetto.

Il quinto episodio, un lungo e raccapricciante flashback in stile "Le colline hanno gli occhi", rappresenta invece una sorta di spartiacque fra il primo e il secondo atto della serie.

Perché è partire da questo momento che il gioco inizia a farsi veramente duro - per i personaggi, ma anche per il pubblico, a cui verrà chiesto di sottoporsi ad altre quattro ore di immagini cruente, destabilizzanti e ricche di violenza.

Sono convinta che valga la pena sottoporsi a questa sorta di "tortura", per arrivare al climax finale, ma non penso che biasimerei qualcuno per aver interrotto la visione, soprattutto dopo il quinto episodio.

Scegliere di guardare "Them" è un po' come decidere di vedere un film di Lars Von Trier; è chiaro che alla fine l'esperienza avrà un valore, ma sfiderei chiunque a non coprirsi gli occhi, almeno una volta.

E proprio qui risiede il problema, immagino.

Perché "Them" è una serie che ti chiede ossessivamente di non distogliere lo sguardo, perfino nel momento preciso in cui ti costringe a farlo. La verità è che non puoi caricare i toni in quel modo per 10 ore di fila e aspettarti di stimolare riflessioni e risvegliare coscienze. Al massimo, le scioccherai fino al punto di non ritorno e le bloccherai sulla soglia di una singola, agghiacciante rivelazione: l'umanità è un mostro.

Che non è più una novità per nessuno, se mi permettete di dirlo.

Da un punto di vista estetico, invece, "Them" risulta un gran calderone di suggestioni, soprattutto cinematografiche. Vederla equivale a parlare con un cugino schizofrenico e un po' in fissa con il post-moderno: a tratti, la conversazione tende a farsi veramente affascinante, ma dopo un po' tralasciare il fattore "repulsione e sconcerto" prende anche a farsi un pochino difficile.

Cionondimeno, consiglierei senz'altro "Them" a tutti i fan di "American Horror Story"; agli spettatori meno facilmente impressionabili e, più in generale, a chiunque sia alla ricerca di un modo facile e veloce per farsi schizzare la pressione alle stelle! XD


Giudizio personale:

7.0/10

Potete attivare il servizio di prova gratuita di Prime Video in qualsiasi momento: cliccate QUI per dare un'occhiata!


 

domenica 11 aprile 2021

Recensione: "The Dollhouse Family", di M. R. Carey

 

Potete acquistarlo QUI in italiano


Se avete mai letto qualcosa dell’autore britannico M. R. Carey, sapete già che il rapporto madre/figlia assume spesso un ruolo centrale all’interno delle sue trame. La sua nuova miniserie a fumetti, “The Dollhouse Family: La Casa delle Bambole”, non fa eccezione!

Dovete sapete che la sua opera abbraccia una spanna temporale che si estende per svariati secoli. “The Dollhouse Family” è un horror generazionale, il resoconto di un maleficio che ha cominciato a infettare il cuore di una tranquilla famiglia inglese già nel corso dell’Ottocento.

La protagonista assoluta è Alice, una ragazzina curiosa e vivace che riceve in eredità una preziosissima Casa delle Bambole.

La piccola condivide un rapporto speciale e intenso con sua madre, una donna intelligente ma fragile, perennemente vittima degli abusi di un marito collerico e manesco. Alice vorrebbe tanto fare qualcosa per aiutare la sua mamma. Il papà si fa sempre più egocentrico e intrattabile; ormai, basta una parola sbagliata per spedire la mamma in bagno, con il labbro gonfio e il viso ricoperto di sangue.

Poi, dalle piccole finestre della sua Casa di Bambole, una voce suadente comincia a chiamarla…

L’odissea di Alice finisce per intrecciarsi a quella di un esploratore e cartografo britannico del diciannovesimo secolo. Un gentiluomo che, per caso o per destino, si imbatte in un antro traboccante di antichi segreti e finisce fra le braccia di un mefistofelico demone piovuto sulla terra svariati miliardi di anni or sono…

Come avrete immaginato, leggendo questi brevi cenni di trama, “The Dollhouse Family” è il risultato di un progetto narrativo estremamente ambizioso. I primi due capitoli, una sorta di introduzione alla trama vera e propria, risultano leggermente confusionari. I continui salti temporali, infatti, minacciano di distrarre e stordire un po’ il lettore, sballottolandolo da una problematica all’altra.

Eppure, ogni dubbio verrà magicamente fugato nel corso dell’epico finale; un climax sapientemente orchestrato, costruito attraverso il progressivo inserimento di ogni singolo “tassello” necessario alla piena comprensione del grande puzzle complessivo.

Il personaggio di Alice mi ha ricordato tantissimo Jess, la protagonista di “Fellside: La Prigioniera” (un romanzo di M. R. Carey che ho amato dal profondo del cuore). Una guerriera dal cuore cinico e lo spirito gentile, pronta a sacrificare qualsiasi cosa per il bene della sua famiglia… ma senza rinunciare a esercitare il suo giudizio e la sua intelligenza, due caratteristiche di cui il 90% delle eroine horror sembra disposta a sbarazzarsi al primo incontro da lontano con il villain.

Il numero dei personaggi secondari mi è parso leggermente eccessivo, però. Dopotutto, “The Dollhouse Family” si propone di comprimere un arco narrativo lunghissimo in un numero di vignette relativamente limitato; il risultato mi ha convinto quasi al 100%, ma probabilmente l’intreccio avrebbe tratto qualche beneficio da un lieve sfoltimento del materiale di partenza.

Le belle illustrazioni di Peter Gross, impreziosite dalle stupefacenti copertine realizzate da Vince Locke, aggiungono senz’altro un ingrediente prezioso e insostituibile all’alchimia del progetto. Già solo da un punto di vista estetico, il volume pubblicato dalla Panini DC è un oggetto che un qualsiasi appassionato di horror amerebbe sfogliare e risfogliare fino a consumarsi gli occhi.

Cos’altro potrei aggiungere?

Certe famiglie sembrano maledette. Altre, semplicemente, nascono maledette.

Purtroppo, “The Dollhouse Family” non riesce a sfruttare gli elementi metaforici insiti in questa suggestiva premessa con la stessa abilità dimostrata da Ari Aster nel suo “Hereditary”; ma rappresenta comunque una divertente e coinvolgente variazione sul tema “la genetica sta seriamente minacciando di f*****mi la vita!”.

Ne consiglio la lettura, dunque, a tutti i fan del sovrannaturale, delle serie tv in stile “Equinox” o “The Haunting of Hill House”, e… alle “pecore nere” di ogni famiglia maledetta che si rispetti: vale a dire tutti quegli uomini e quelle donne disposti a spaccarsi la schiena, ogni singolo giorno, per impedire che i propri figli/fratelli/nipoti siano costretti a passare attraverso lo stesso inferno che è toccato in sorte a loro! :)


Giudizio personale:

8.0/10



venerdì 20 novembre 2020

Recensione: "Il Convento - Heretiks" (Midnight Factory, film horror)

 


Potete acquistarlo QUI in Blu-ray o guardarlo su Midnight Factory


Il Convento – Heretiks” è un film horror a tema demoniaco diretto dal regista Paul Hyett. La critica specializzata non ha sommerso la pellicola di recensioni particolarmente entusiaste, ma voglio confessarvi un piccolo segreto: a me non è dispiaciuta affatto, anzi… Nonostante tutti i suoi difetti, l’ho trovata divertente!

Il “setting” seicentesco mi ha galvanizzato in maniera particolare; dopotutto, non capita così spesso di assistere a film dell’orrore ambientati in epoche diverse dalla nostra. La trama di “Il Convento – Heretiks” non brilla certo per originalità, intendiamoci; eppure, la credibilità delle scene e la coerenza delle scelte estetiche compiute dal regista aiutano a compensare un discreto numero di pecche.

La protagonista, interpretata da Hannah Arterton, è una giovane donna di nome Persephone (un bellissimo nome pagano, e non credo proprio sia un caso…). Quando gli abitanti del suo villaggio l’accusano di stregoneria, la ragazza viene trascinata al cospetto di un giudice e condannata al rogo. Fortunatamente per lei, la scaltra badessa di un misterioso convento sperduto in mezzo al nulla intercede in suo favore (se qualcuno di voi sta pensando al primo capitolo della “Trilogia di Nona Grey” di Mark Lawrence, bè… sappiate solo che non siete i soli!) e convince il giudice ad affidare Persephone alle sue “amorevoli” cure. Peccato che indossare i panni della novizia si riveli piacevole quanto la prospettiva di ricevere una badilata sui denti, considerando l’ambiente ostile e infervorato promosso dalla badessa, e che l’ardente fanatismo religioso che anima alcune delle consorelle sconfini pericolosamente nel campo dell’ossessione. Come se non bastasse, di notte inquietanti presenze iniziano ad aggirarsi per i corridoi del convento, di per sé già afflitto da una misteriosa piaga di origini sconosciute…

Il Convento – Heretiks” è quel genere di film da guardare senza troppe pretese, secondo me. La sceneggiatura garantisce un paio di colpi di scena e qualche brivido a buon mercato. Non è sicuramente dell’erede naturale di “The Witch” che stiamo parlando, badate; eppure, in qualche modo, l’opera di Hyett riesce a richiamarne senz’altro il messaggio e le atmosfere, in una folle girandola di sinistre apparizioni ed effettacci speciali in stile “La Casa”. Devo dire che i dialoghi, a tratti, mi sono sembrati artificiosi e forzati; anche se probabilmente l’effetto è voluto, considerando l’ambientazione e le tonalità dell’intreccio. Sul sito  Movie Nation”, l’autore di una dettagliata recensione ha fatto notare, in un modo molto acuto, come ogni singola battuta scandita da Persephone e dalle altre in realtà sembri quasi un incantesimo, e non posso che dichiararmi d’accordo con questa puntuale osservazione.

Purtroppo, il film concede pochissimo spazio all’approfondimento psicologico, per cui nessuna delle suore riesce veramente a emergere e a imprimersi nella mente dello spettatore. Per logica conseguenza, anche i legami fra i personaggi mi sono parsi superficiali e appena abbozzati: un particolare che ho trovato deludente, dal momento che la fragilità del rapporto di empatia che si viene a creare fra spettatore e protagoniste, in questo modo, a lungo andare finisce con il dissipare in un grande nulla di fatto una buona parte della tensione accumulata durante la visione.

MA ci tengo a ribadire che il livello delle interpretazioni in questo film è veramente sopra la media, almeno mio umile modo di vedere. Come se non bastasse, gli impeccabili costumi e il sapiente gioco di luci orchestrato dal direttore della fotografia non fanno altro che favorire il fattore “immersione”, rendendo il finale – un caleidoscopico concentrato di splatter, thriller claustrofobico e influenze slasher - ancora più divertente ed esplosivo.

Giudizio personale:

6.5/10



Vi ricordo che il canale tematico Midnight Factory, come tutti gli altri Prime Video Channels, permette di usufruire di un periodo di prova gratuita. Per iscrivervi o curiosare un po' in giro, potete dare un'occhiata a QUESTA pagina! ^____^



sabato 7 novembre 2020

"La Scuola è un Inferno" e "Anima e Cuore": la recensione dei primi due volumi del reboot di "Buffy"...

 


Secondo Volume: Anima e Cuore

Oggi parliamo del recente reboot fumettoso di “Buffy – L’Ammazzavampiri”, ad opera dell’autrice/colorista americana Jordie Bellaire.

I primi due volumi (“La Scuola è un Inferno” e “Anima e Cuore”) sono usciti in italiano per la Saldapress, in una bella edizione rilegata e molto curata dal punto di vista estetico. Ogni volume raccoglie, alla fine delle rispettive storie, una nutrita rassegna delle copertine variant proposte mensilmente in America; un particolare che ho apprezzato in modo particolare, dal momento che stiamo parlando di illustrazioni dall’aspetto coloratissimo e accattivante!

I personaggi di questo reboot sono, più o meno, gli stessi che conosciamo dai tempi della mitica serie tv cult della nostra adolescenza. La Bellaire si “limita” a estrapolare i migliori elementi delle sette stagioni andate in onda oltre vent’anni fa e a riproporli al pubblico secondo una chiave interpretativa leggermente differente, anticipando o posticipando l’entrata in scena di personaggi e situazioni-chiave dello show originale a seconda delle esigenze. Il tutto allo scopo di adattare la formula originale secondo le necessità del pubblico dei lettori più giovani, grazie alla modernizzazione di intreccio e tematiche, ma con un occhio di riguardo anche alle schiere di milennials cresciuti guardando “Buffy” in tv ogni settimana per anni e anni. Dubito che lo “zoccolo duro” dei fan della bionda cacciatrice di vampiri possa restare in qualche modo deluso dal taglio ironico e spigliato di queste nuove storie, o trovare fastidiose le numerose alterazioni messe in atto dalla Bellaire; anzi, personalmente, ho apprezzato le modifiche e divorato con gioia ogni singola tavola di entrambi i volumi! E ovviamente mi è piaciuto anche il modo in cui l’autrice è riuscita a sfruttare le potenzialità insite in personaggi come Anya, Spike, Drusilla, Robin eccetera (destinati, nella serie televisiva, a fare la loro comparsa soltanto molto più avanti) e a usarle per rafforzare le traballanti linee narrative dei primi episodi dello show.

L’unico elemento che, per il momento, non è riuscito a convincermi del tutto, è stato il prematuro inserimento dell’arco narrativo dedicato alla mitica “Dark Willow”. Non ho ancora idea di come la Bellaire abbia intenzione di gestirne gli sviluppi, intendiamoci, perciò potrei facilmente cambiare idea nel corso dei prossimi volumi… quello che ho visto fino a qui, però, è riuscito più a confondermi che a intrigarmi. Capisco (fino a un certo punto) la necessità di spiegare lo “sdoppiamento” di Willow e la sua progressiva discesa nella parte oscura della Forza senza passare necessariamente per la tragedia di Tara. Ma credo anche che i lettori (e la stessa Buffy) abbiano bisogno di imparare a familiarizzare con questa nuova versione del personaggio, prima di potersi realmente immedesimare nelle sue travagliate battaglie magiche e nelle sue devastanti lotte interiori.

Le illustrazioni di “La Scuola è un Inferno” e “Anima e Cuore”, dal canto loro, risultano genericamente piacevoli alla vista, sebbene a tratti un po’ vaghe e confusionarie. Se non altro, le linee pulite dei disegni garantiscono a ciascun personaggio una fisionomia distinta e perfettamente riconoscibile; se avete mai provato a leggere qualche numero della cosiddetta “stagione otto” di “Buffy” (pubblicata in Italia dalla BD), sospetto che capirete perché mi sto prendendo la briga di ribadire questo punto! XD

 


domenica 9 febbraio 2020

Recensione: "Locke & Key", di Joe Hill e Gabriel Rodriguez


graphic novel - Gabriel Rodruguez - Netflix

Potete acquistare QUI il primo volume


Forse non tutti sanno che “Locke & Key”, l’ultima novità di casa Netflix, è basata su una fortunata serie a fumetti horror scritta da Joe Hill (sì, proprio lui: il figlio del leggendario Re Stephen…) e illustrata dall’artista Gabriel Rodriguez.
Ultimamente sto cercando di dedicarmi un po’ di più al genere delle graphic novel, una forma di intrattenimento che in realtà mi ha sempre affascinato… ma che, vuoi per un motivo, vuoi per un altro, fino a pochissimo tempo fa mi sono sempre ritrovata a trascurare.
Sapevo che “Locke & Key” viene considerata una piccola gemma dagli estimatori più esperti (compresa la nostra amica Katerina del blog “A Game of T.A.R.D.I.S.”: dovete sapere che da lei ho ricevuto, nel corso degli anni, una scrigno di consigli di lettura e/o di visione davvero inestimabili…), per cui, non appena me ne è capitata la possibilità, ho deciso di provare a colmare la lacuna e di buttarmi sui sei volumi a fumetti pubblicati in Italia dalla casa editrice Magic Press.

La trama ruota alle inquietanti e sinistre disavventure dei fratelli Locke: in seguito a un’inesplicabile escalation di paura e violenza, i fratelli adolescenti Tyler e Kinsey, insieme al piccolo Bode, si ritrovano improvvisamente orfani di padre e costretti a tornare a vivere nell’antica dimora di famiglia a Lovecraft, Massachusetts.
Fra le stanze in disuso di quella labirintica magione, Bode troverà una chiave in grado di compiere miracoli e si imbatterà nella terrificante Donna del Pozzo, una presenza ostile che sembra disposta a macchiarsi di qualsiasi atrocità, pur di riuscire a stringere le grinfie attorno al segreto in putrefazione che giace avvinghiato attorno alle fondamenta stesse della stupefacente storia familiare dei Locke… Da quel momento in poi, comincerà per i tre fratelli un’ordalia che li costringerà a confrontarsi con alcuni dei principali demoni che infestano il mondo… per non parlare di quelli, ancora più spaventosi, che corrompono le anime delle persone.

Fra magia, avventure, mostri, pericoli e orrori senza nome, si dipana così un’orrifica storia di formazione a fumetti suggestiva e avvincente, che nell’opinione di alcuni ricorda un po’ il tanto decantato “Stranger Things”… ma che a me ha fatto pensare soprattutto a Stephen King e ad alcuni dei suoi classici immortali, fra i quali “It” e “Stagioni Diverse”, con i loro toni malinconici e i loro personaggi un po’ ambigui, vagamente grotteschi, difettosi, spesso volgari, eppure al tempo stesso terribilmente credibili, vulnerabili, umani. 
Il dolore della crescita, ma anche le gioie dolci-amare dell’età adulta; la meraviglia e l’innocenza dell’infanzia, ma anche le sue debolezze, le sue piccole crudeltà e i suoi babau nascosti nell’armadio.

Le illustrazioni di “Locke & Key”, abnormi e colorate, sgraziate ,“bruttine”, eccessive, pulp, persino sgradevoli in un paio di occasioni, in qualche modo riescono ad accentuare il messaggio della serie e ad armonizzarsi perfettamente con il resto della struttura narrativa, anziché finire seppellite da una valanga di dialoghi fitti e decisamente molto impegnativi dal punto di vista emozionale. Rodriguez disegna la figura umana come se intendesse trasformare il corpo in uno specchio dell’anima; o almeno, questa è l’impressione che ne ho avuto io. Senza cercare mai di nascondere i difetti di nessuno, buoni o cattivi, e permettendo anzi al lettore di intravedere sempre, con la coda dell’occhio, il mostro che si annida sotto la maschera che ogni giorno ci sentiamo costretti a indossare. Perfino quando crediamo di avere tutto sotto controllo; perfino quando ci convinciamo di avere ormai la vittoria in tasca.

Da un punto di vista personale, devo confessare tuttavia di essere riuscita a provare scarsissima empatia nei confronti di due dei personaggi principali di “Locke & Key”, vale a dire il Valoroso Tyler e la Ragazzina Ribelle in Preda a Tempesta Ormonale Kinsey. I loro traumi e le loro battaglie mi hanno sicuramente commosso, ma nel complesso temo di aver trovato i loro archi narrativi stucchevoli e un po’ troppo pronti a ricalcare le orme lasciate nella neve dell’immaginario collettivo da alcuni noti protagonisti dell’universo “kinghiano”. Ho trovato infinitamente più coinvolgenti e credibili personaggi come Nina, Randall o Rufus, per citarne solo alcuni; e ovviamente mi è piaciuto moltissimo Bode, con il suo contagioso “sense of wonder” e le sue mille chiavi portentose in procinto di sbloccare tutta la magia latente che si cela dietro ogni singolo aspetto della nostra vita quotidiana…

Non mi ha convinto del tutto neanche il tentativo di introdurre, in maniera superficiale e frettolosa, tematiche importanti come razzismo e omofobia. Senza offesa, ma leggendo “Locke & Key” ho avuto quasi l’impressione che si trattasse di argomenti forzati e poco sentiti da parte di chi scriveva, come se i due autori si sentissero in un certo senso “costretti” a inserire dei cenni di attualità all’interno della loro opera… Suppongo che dovremmo rendere onore al merito per averci provato… ma anche no, considerando che il risultato, da questo punto di vista, secondo me non si è rivelato tutt’altro che esaltante.

Altre trovate narrative escogitate dagli autori, viceversa, per me si sono rivelate semplicemente da capogiro. Mi pare di aver sentito da qualche parte che Joe Hill considera il fumetto il suo mezzo espressivo prediletto, quello che il ragazzo si sente addirittura nato per scrivere… E a questo punto posso anche confessarvelo, ragazzi: non faccio assolutamente fatica a crederlo! Quest’uomo è in grado di sfiorare livelli di originalità e potenza visionaria pari a quelli raggiunti del suo celebre padre; e infatti non credo che riuscirò a togliermi facilmente dalla mente alcune macabre e sorprendenti scene di questa sanguinosa epopea familiare! E se qualcuno dovesse mai prendersi la briga di chiedermi di elencargli le mie dieci saghe horror preferite di tutti i tempi, state pur sicuri che “Locke & Key” potrebbe contare su un posticino riservato a forma di serratura ai primissimi posti della mia classifica!



Giudizio personale:

8.5/10





sabato 25 gennaio 2020

Recensione: "The Killing Light", di Myke Cole


grimdark fantasy - myke cole - the sacred throne

The Sacred Throne, Vol. 3

Potete acquistarlo QUI in inglese


"Heloise e i suoi alleati stanno marciando contro la Capitale dell'Impero. Gli abitanti del suo villaggio, i Kipti e i Cavalieri Rossi hanno accettato di unire le forze soltanto in virtù del senso di lealtà che provano nei confronti della ragazza. Eppure questo fragile equilibrio sta per infrangersi...
Per sconfiggere il nemico, stavolta i ribelli dovranno affrontare lotte intestine, schermaglie religiose, tradimenti, e... l'armata di terribili demoni che sta per riversarsi dallo squarcio aperto nel velo che separa i mondi."



The Killing Light” è il terzo e ultimo volume della serie grimdark The Sacred Throne”, dell’autore americano Myke Cole.
E’ quasi impossibile accennare alla trama senza spoilerare qualcosa di imperdonabile e non voglio correre il rischio di rovinare niente a nessuno, perciò mi limiterò a ribadirvi che quella di Heloise è una storia molto dark, una frenetica cronaca di guerra e magia dai risvolti brutali e strazianti. I più deboli di cuore (o di stomaco) farebbero insomma assolutamente bene a stare alla larga da queste pagine!

Come i più attenti fra voi avranno probabilmente notato, ho inserito questo libro nell’elenco dei miei libri fantasy preferiti del 2019. Questo soprattutto in segno di apprezzamento nei confronti dell’intera trilogia, una delle letture più avvincenti al cardiopalma che mi sia capitato di affrontare nell’arco degli ultimi anni: purtroppo credo ancora che “The Armored Saint”, il primo libro, sia il capitolo più convincente e ben riuscito della saga… Ma “The Killing Light” rappresenta comunque un ottimo finale e una conclusione più che soddisfacente per gli archi narrativi introdotti nel primo volume, nonché un discreto passo in avanti rispetto ai piccoli (ma numerosi) intoppi rilevati nel corso della lettura di “The Queen of Crows”.

Laddove il secondo libro serviva per lo più a porre le basi per gli eventi descritti nel terzo, “The Killing Light” riesce infatti a ricreare quel piacevole connubio fra scene d’azione e piccole parentesi dedicate all’esplorazione della psiche e della sfera emotiva dei personaggi che avevamo imparato ad apprezzare leggendo “The Armored Saint”. Il percorso di Heloise assume un’importanza centrale, e della sua evoluzione ho apprezzato soprattutto l’onestà e la franchezza con cui l’autore ha deciso di caratterizzare il suo viaggio: la protagonista di “The Sacred Throne” è una ragazzina che, contro la sua volontà e contro ogni buon senso, si ritrova infatti a impersonare una sorta di Giovanna d’Arco in versione mecha/fantasy, nonché a guidare un’armata di ribelli in marcia contro la capitale di un Impero opprimente e corrotto. Myke Cole non fa nulla per addolcire la pillola alla sua eroina (né a noi lettori), scagliando Heloise nel cuore di una guerra sanguinaria che non farà altro che cercare di deturpare il suo corpo, la sua mente e il suo cuore in ogni modo possibile e immaginabile, strappandole via arti, amici e parenti come se nulla fosse. I traumi generati da quest’esperienza lasceranno sulla sua anima una macchia indelebile, che neanche tutti gli onori e la gloria di questo mondo potrebbero mai essere in grado di riscattare…  In una maniera non troppo dissimile dall’epopea vissuta da Rin, l’indimenticabile protagonista del magnifico “The Poppy War” di R. F. Kuang.

Questo mi ha permesso di relazionarmi al personaggio di Heloise in maniera autentica e credibile, e di imparare a rispettare le sue debolezze sotto una luce che altrimenti non mi sarebbe stato possibile vedere. Ho anche notato che la maggior parte degli altri comprimari tende a restare sullo sfondo e a confondersi in un indistinto ammasso di nomi, località, alleati, spie e nemici; eccezion fatta per il nuovo love interest della protagonista e per Samson, l'onnipresente (e fin troppo appiccicoso) padre di Heloise, nessuno di loro riesce a imprimersi particolarmente nella memoria o a brillare di vita propria, e questo rappresenta sicuramente un gran peccato. L’assenza di sfumature che contraddistingue molti di loro mi ha reso quasi impossibile riuscire a comprendere le motivazioni alla base delle dolorose scelte di Heloise, perennemente ossessionata dall’idea di prendere le decisioni giuste per il bene dei suoi amici e concittadini: gente che tende a farsi ricordare più per la bigotteria, la cattiveria gratuita e l’ingratitudine generalizzata che per altre virtù, se volete sapere come la penso… Anche se ho avuto la sensazione che dietro questa scelta si nascondesse più che altro la volontà di Cole di “martirizzare” la sua eroina e renderla in qualche modo più nobile e coraggiosa ai nostri occhi.

Le scene di battaglia, magistralmente descritte e splendidamente coreografate, restano comunque il più grande vanto di cui “The Killig Light” possa fregiarsi. La prosa di Cole ha un piacevole taglio cinematografico, e di sicuro la rigorosa formazione militare dell'autore gioca un ruolo fondamentale all'interno delle sue descrizioni e delle sue accurate pianificazioni strategiche.
La timida, delicatissima storia d’amore fra Heloise e uno dei personaggi introdotti nel corso di “The Queen Of Crow” riesce invece ad infondere una singolare (ma apprezzatissima) nota di dolcezza e speranza nel flusso di una narrazione caratterizzata per lo più da smembramenti, assedi, esplosioni magiche e decapitazioni varie ed eventuali. 
Non consiglierei a nessuno di cominciare a leggere questa serie per il fattore “romance”, beninteso… Ma se autori come Mark Lawrence, Sam Sykes o Nicholas Eames solitamente rientrano nelle vostre corde, provate a concedere un’opportunità a “The Sacred Throne”: sospetto che non ve ne pentirete! ;D


Giudizio personale:
7.8/10





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