Visualizzazione post con etichetta Telefilm. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Telefilm. Mostra tutti i post

domenica 10 aprile 2022

"Wolf Like Me": la recensione della miniserie horror/sentimentale di Prime Video

Su Amazon Prime Video è arrivata la miniserie horror/drammatica “Wolf Like Me”, con Isla Fisher e Josh Gad nei ruoli principali.

Lo show targato Peacock narra la storia d’amore fra un malinconico vedovo che non riesce più a comunicare con sua figlia e un’eccentrica psicologa in preda a una condizione piuttosto... singolare.

Un “morbo” che sembra affliggerla soltanto in fase di plenilunio e che, proprio durante le notti di luna piena, la costringe a confinarsi dietro una massiccia porta blindata...

 


La trama

Gary (Josh Gad) è un timido vedovo che ancora stenta a riprendersi dalla perdita dell’amata moglie Lisa.

A complicare la situazione, un rapporto teso e problematico con la figlioletta, Emma (Ariel Joy Donaghue); una ragazzina dall’indole particolarmente matura e perspicace, costretta a crescere prematuramente dal peso della tragedia.

Una mattina, l’auto di Gary e Emma viene tamponata dal veicolo di una bizzarra sconosciuta dai capelli rossi.

La donna, Mary (Isla Fisher), chiede loro scusa e si mostra affranta, ma continua anche a comportarsi in modo strano, attirando l’attenzione di Gary.

Nel corso dei giorni successivi, il destino continua a metterci lo zampino: il sentiero di Gary continua a sovrapporsi a quello di Mary nei modi più impensati, portando i due “malcapitati” a gravitare continuamente l’uno nell’orbita dell’altra.

Fra i due scatta qualcosa, ed ecco che le scintille cominciano a volare per aria come coriandoli.

L’attrazione sembra reciproca e, a poco a poco, la stessa Emma inizia ad abbassare le sue difese e a fidarsi dell’ondata di vitalità promessa dalla nuova fiamma di suo padre.

Ma Mary nasconde un segreto, qualcosa di oscuro; una minaccia che continua ad aleggiare sulla loro ritrovata serenità famigliare come la proverbiale nuvola di Paperino...

 

A cena con la lupa

Wolf Like Me” è una miniserie relativamente breve: si compone di sei episodi della durata di mezz’ora, e perfino il finale non sembra lasciare un grande margine di manovra per la realizzazione di un’eventuale seconda stagione.

Onestamente, non sono del tutto convinta della validità di questo “format”: lo realizzazione di un lungometraggio avrebbe, forse, permesso alla sceneggiatura di acquistare qualcosa in termini di concentrazione e potenza; mentre la produzione di una serie tv “regolare” avrebbe potuto facilmente rendere l’intreccio più coinvolgente, le fasi principali dell’arco narrativo dei due protagonisti più nette ed esplosive.

Eppure, secondo me, perfino stretto nelle maglie delle sue (vistose) limitazioni, “Wolf Like Me” resta un prodotto interessante.

Ricordate “Maniac”, la miniserie-evento di Netflix con Emma Stone e Jonah Hill? Ecco, per qualche motivo, questo è sicuramente il primo termine di paragone che tende a balzarmi in testa!

Certo, nel caso di “Wolf Like Me”, la trama risulta sicuramente secondaria; nel senso che tende a svilupparsi in una direzione abbastanza prevedibile, e a confermare, a ogni svolta, la maggior parte delle nostre aspettative iniziali.

Ma stiamo anche parlando di uno show che riesce ad affrontare, a testa alta, una serie di nuclei tematici profondamente delicati, e che riesce a mettere a nudo le infinite vulnerabilità dei suoi protagonisti con una sincerità disarmante.

Fra l’altro, la connessione fra i personaggi di Gary e Mary si dimostra immediata e terribilmente credibile; lo stesso vale per i loro demoni interiori, per la loro quotidiana battaglia contro la solitudine, l’autodisprezzo e la disperazione.

Il merito di questo successo va attribuito soprattutto alle interpretazioni dei due attori principali.

Malgrado l’evidente povertà dei mezzi messi a loro disposizione dalla produzione, infatti, Fisher e Gad riescono a intessere un incantesimo speciale sulla scena; un’alchimia che permette alla regia di portare a casa parecchie piccole “perle” dall’inequivocabile sapore cinematografico (vedi, ad esempio, il ballo silenzioso sotto la pioggia sul portico di Mary).

Una magia intrisa di romanticismo, tenerezza e autentica emozione.

 

Prendre la vie comme elle vient

Insomma, non commettete l’errore di cominciare a guardare “Wolf Like Me” aspettandovi i toni spumeggianti e ironici di una commedia nera, né i colpi di scena e le sequenze rutilanti di una vera e propria storia d’azione.

La serie tv proposta da Prime Video esorta gli spettatori a riflettere, piuttosto, e a interrogarsi sul ruolo che il caso (o il fato) tende a giocare all’interno delle nostre vite.

Accettare il fatto che il 90% di ciò che accade ogni giorno a noi e ai nostri cari sfugge completamente dalla nostra capacità di controllo, può facilmente trasformarsi nell’esperienza più terrificante dell’universo.

Un po’ come trasformarsi in una creatura affamata e selvaggia, e non poter fare assolutamente niente per impedirlo.

Ma è anche l’unico modo per sopravvivere; forse, addirittura per prosperare, e farsi partecipi di alcuni dei più grandi miracoli della vita: l’amore – in tutte le sue sfumature; la gioia, la libertà, la speranza, il mistero.

Chiaramente, ho apprezzato molto anche il modo in cui la sceneggiatura è riuscita a trasformare l’assolata, affascinante e sterminata ambientazione australiana in un ulteriore freccia al suo arco.

Dopotutto, poche cose hanno il potere di farti sentire più umile, arrendevole, meravigliato e connesso al Grande Tutto della potenza di determinati scenari naturali.

Il famigerato outback australiano è senz’altro uno di questi.

 



sabato 2 aprile 2022

"Servant": la recensione della terza stagione della serie tv di M. Night Shyamalan

La terza stagione di “Servant” ripaga la paziente attesa degli spettatori più fedeli... e lo fa con gli interessi!

Spostando finalmente il focus della narrazione sul personaggio più emblematico e ambiguo della serie – vale a dire Leanne, la “servitrice” cui accenna il titolo – la serie tv prodotta da M. Night Shyamalan riesce finalmente a consegnarci la valanga di brividi e suspense che la misteriosa e inquietante atmosfera ci aveva promesso fin dal primissimo episodio...

 


La trama

Dopo i tumultuosi eventi narrati nel corso della seconda stagione, Leanne (Nell Tiger Free) è tornata a convivere pacificamente con i Turner.

Dorothy (Lauren Ambrose) e Sean (Toby Kebbell) sono al settimo cielo: il loro piccolo Jericho è di nuovo fra le loro braccia, e tutti i sacrifici (e gli eventi inspiegabili) superati per arrivare a questo punto cominciano finalmente a sfumare dalla loro memoria.

Persino il cinico Julian (Rupert Grint) sembra determinato a riprendere il corso di un’esistenza normale e a cercare di superare i propri demoni... nonché a lasciarsi alle spalle un passato fatto di segreti inenarrabili e dipendenze letali.

L’unica che non ha dimenticato (né la minaccia rappresentata dal culto, né la vera fonte del potere sovrannaturale che sembra averle permesso di compiere una piccola resurrezione o due...) è proprio Leanne, sempre più terrorizzata al pensiero della vendetta che i suoi ex-compagni di setta potrebbero tornare a esigere da un momento all’altro.

Quando un gruppo di giovani senzatetto si stabilisce nel parco dall’altra parte della strada, e comincia a tenere d’occhio gli spostamenti della balia con crescente interesse, la paranoia si impadronisce definitivamente di Leanne... dando vita a conseguenze imprevedibili.

 

Ogni volta che guardi nell’abisso

La terza stagione di “Servant” si è rivelata incredibilmente elettrizzante e ricca di soprese.

L’amletica sceneggiatura comincia finalmente a rivelare le sue carte, e... diavolo, la verità è che si tratta di una mano addirittura più stupefacente del previsto!

La prima parte della stagione si concentra soprattutto sul tema del miracolo, e ci illustra i travagliati modi in cui i vari membri della famiglia Turner (ciascuno, a suo modo, chiamato a rappresentare una diversa sfumatura dell’animo umano...) cominciano ad affrontare le conseguenze del loro contatto con l’ignoto.

Sean, ad esempio, decide di rivolgere lo sguardo alla fede, mentre cerca di fare del suo meglio per espiare le proprie colpe e tenere unito un gruppo di persone che, a conti fatti, forse finirà sempre con il farsi più male che bene.

Dorothy, invece, si lascia ricadere nella consueta spirale di iperattività e negazione, ogni oncia della propria vulcanica energia assorbita da una slavina di frivolezze e manfrine quotidiane...  Qualsiasi cosa, pur di non guardare in faccia quella verità che continua a mostrarle i denti ogni mattina, attraverso il suo stesso riflesso nello specchio.

Julian, intanto, cerca di smuovere mari e montagne per dimostrare scientificamente che Leanne è una pazza e/o un’imbrogliona, per demistificare l’operato della giovane e trovare conforto nella sua solita patina di razionalismo... salvo poi continuare a gravitare, contro ogni buon senso, nell’orbita a di quella conturbante babysitter che lo attrae e lo respinge ogni giorno con la forza di un magnete.

Nel frattempo, l’unica persona che sembra possedere ogni risposta si ritrova a gestire il peso di una responsabilità e di una solitudine assurde. Una balia dall’apparenza angelica e lo sguardo inquietante, i cui segreti hanno continuato a tenere noi spettatori sulle spine per la bellezza di tre anni consecutivi.

Una ragazzina che, a poco a poco, comincia a trasformarsi in una donna, a prendere consapevolezza del proprio potenziale e delle proprie risorse.

Una ragazzina che, a poco a poco, comincia a liberarsi dalle catene delle repressione e ad abbracciare l’inquietante evidenza del proprio lato oscuro...

 

Astri polari

La seconda parte di questa terza stagione si focalizza, invece, sul conflitto fra Leanne e Dorothy.

Due personalità fortissime, problematiche, manipolatrici, terrificanti, che (come ogni spettatore di “Servant” sarà in grado di confermarvi) in fondo sono sempre state destinate a scontrarsi.

Fra colpi di ingegno e sequenze genuinamente terrificanti (l’inquietante conversazione con la ministra, attorno al tavolo della cena dei Turner, e l’efferata aggressione in seguito alla festa di quartiere, sono solo due fra gli esempi possibili...) si dipana quindi un coinvolgente racconto di formazione e decostruzione; una storia che parla di maternità e spiritualismo, emancipazione e fanatismo, orrore e innocenza... del modo complicato e tortuoso in cui, in fondo, umanità e mostruosità sembrano adattarsi a convivere perfettamente sotto la stessa pelle.

Probabilmente, a questo punto, non ci sarà davvero bisogno di specificarlo, ma il fatto è che le interpretazioni del cast di “Servant” restano di altissimo livello.

Quest’anno, ovviamente, sono state soprattutto le incontenibili Nell Tiger Free e Lauren Ambrose a dominare la scena; due opposti complementari, i poli di luce e oscurità attorno a cui le loro controparti maschili, inevitabilmente, si limitano a ruotare intorno come satelliti.

Fra l’altro, l’inconcepibile mobilità dei loro visi ha consentito loro reggere dei primi piani che mi sentirei di definire quasi espressionisti; un mix esplosivo di tensioni sotterranee, istinti primordiali ed emozioni represse, che consente alle due attrici di comunicare con il pubblico su un livello che sfida i confini della mera razionalità.

Cos’altro potrei aggiungere?

Attendere la quarta - e ultima - stagione sarà un’agonia.

 

martedì 15 marzo 2022

Recensione: "The Afterparty" - Stagione 1

The Afterparty” è una serie televisiva mistery/comica disponibile sul servizio streaming Apple Tv+.

Per amor di cronaca, tengo a precisare che non ha nulla a che fare con il genere fantasy (che è, dopotutto, il tema centrale di questo blog fin dal giorno in cui è nato).

Ma la verità è che l’ho trovata così brillante, irresistibile e divertente, che non ho davvero saputo trattenermi: voglio dire, rifiutarsi di spendere almeno due parole a proposito di questo esuberante e fantastico show potrebbe essere considerato un vero delitto, ragazzi...



 

La trama

Tutto ha inizio in occasione di un’epica rimpatriata fra ex-compagni di liceo.

Una “reunion” leggermente diversa dalle altre, però: per la prima volta, infatti, il grande evento vedrà la partecipazione speciale del cantante pop/attore/inarrestabile astro in ascesa Xavier (Dave Franco).

Prima di diventare una grande star, ovviamente, Xavier frequentava un normalissimo istituto superiore... anzi, il ragazzo veniva addirittura considerato come una sorta di paria sfigato, perlomeno dalla maggior parte degli altri studenti.

Ma ormai quei tempi miserabili sono acqua passata: alla riunione, tutti aspettano con ansia di rivedere Xavier, e fra i partecipanti non c’è nessuno che non sia ansioso di sfruttare l’occasione per fregiarsi di un po’ di luce riflessa.

Mmm... forse non proprio nessuno, a pensarci bene.

Il timido e mite Aniq (Sam Richardson), ad esempio, si presenta alla rimpatriata con il solo e unico obiettivo di approcciare Chloe (Zoë Chao), il suo primo amore, e dichiararle una valanga di sentimenti inespressi. E poi c’è Brett (Ike Barinholtz), l’ex marito di Chloe, ancora ossessionato dalla fine del suo matrimonio e intenzionato a tenere d’occhio ogni singola mossa di quella che, un tempo, considerava la sua dolce metà.

Il vivace Yasper (Ben Schwartz), dal canto suo, è alla ricerca di una maniera rapida e indolore per sfondare nel campo musicale; mentre l’ex-bad girl Chelsea (Ilana Glazer) ha ancora un paio di conti in sospeso da regolare...

Nel corso della festa, com’è prevedibile, antichi segreti e rancori mai del tutto sopiti cominciano a sobbollire, scatenando una slavina di imprevedibili (ed esilaranti) conseguenze.

Nessuno, però, sembra disposto a dare troppo peso alla tensione montante; almeno fino a quando il corpo di Xavier non viene ritrovato in fondo a una balconata, riverso in una pozza del proprio sangue.

L’anticonvenzionale detective Danner (Tiffany Haddish) piomba quindi sul luogo del delitto, con l’ordine di risolvere il caso nel giro di 24 ore, o consegnare l’intera investigazione nelle mani di uno specialista.

Gli indizi sono molteplici e confusionari. Tutti, in un modo o nell’altro, sembrano puntare un dito d’accusa in direzione di Aniq... Ma Danner non è convinta.

Ricostruire gli eventi della notte appena trascorsa, interrogando ogni singolo testimone e confrontando capillarmente ciascuna versione dei fatti, potrebbe rappresentare l’unica strategia per arrivare alla verità.

 

Game Night... no, Cluedo Night!

Se avete apprezzato la comicità effervescente e un po’ pazza del film “A Cena con il Lupo”, finirete quasi sicuramente per innamorarvi perdutamente della serie tv “The Afterparty”.

Un po’ perché l’attore protagonista, il coccoloso Sam Richardson, è lo stesso; e un po’ perché stiamo parlando, anche in questo caso, di un prodotto “ibrido”, un imprevedibile mix di generi, temi e tonalità, contrassegnato peraltro da una spiccata personalità e da un graffiante senso dell’ironia.

Ogni episodio di “The Afterparty” segue il punto di vista di un diverso partecipante alla rimpatriata, offrendo ai creatori la preziosa opportunità di trasformare ogni puntata in un impeccabile esponente/divertita parodia di svariati generi cinematografici: musical, animazione, buddy-cop, thriller hitchcockiano, romcom, e chi più ne ha, più ne metta!

I personaggi sono questo assurdo, rumoroso, esagerato, completamente svitato gruppo di millenials alle prese con le loro esistenze disagiate e con uno spinoso caso alla Agatha Christie. Per lo più gli interpreti, quasi tutti attori comici con una solida e lunghissima carriera alle spalle, sono semplicemente grandiosi, e fanno piegare in due dalla risate.

Sospetto, fra l’altro, di aver apprezzato ogni singolo istante di leggerezza, ogni battuta scema e gag innocente, con il triplo dell’entusiasmo che mi capita di riscontrare di solito.

Non so voi, ma in questo periodo mi sento disposta ad abbracciare con gratitudine qualsiasi occasione di tornare a sorridere e ricordarmi che la mia vita, con le sue tragicomiche disavventure e i suoi buffi trionfi, è importante anche se è imperfetta, e anche se a volte sembra... bè, totalmente fuori controllo! XD

 

Whodunnit?

The Afterparty”, insomma, è un murder mistery che non ha nulla a che spartire con il 99.9% dei gialli che avete visto e di cui avete letto.

Non sono sicura di aver trovato il finale di questa prima stagione particolarmente soddisfacente, ma in realtà non mi ha nemmeno deluso e, in ogni caso, la verità è che mi sono divertita moltissimo a seguire gli indizi e a cercare di individuare il colpevole insieme alla scatenata detective Danner.

Ora... Non ho la più pallida idea di quanto, e fino a che punto, il doppiaggio possa influire sulla vostra capacità di gustarvi la show, perché, ovviamente, l’ho visto in lingua originale; ma sono stra-arci-sicura che le varie performance degli attori vadano “ascoltate”, oltre che ammirate, specialmente nel caso di una serie eccentrica e scoppiettante come “The Afterparty”.

A questo punto, non ci resta che aspettare di scoprire di cosa parlerà la seconda stagione (già confermata, e ordinata da Apple Tv+), e pregare che comprenda il maggior numero possibile di elementi introdotti nella prima.

Haddish e Richardson, per il momento, sono praticamente una garanzia; ma spero ardentemente di rivedere anche gli altri, soprattutto i buffissimi personaggi di Zoë Chao e Ike Barinholtz! ^____^




domenica 20 febbraio 2022

Recensione: "Archive 81 - Universi alternativi" (Stagione 1)

La verità è che nutro dei sentimenti abbastanza ambivalenti nei confronti della serie tv “Archive 81: Universi alternativi”. 

Nel complesso, però, credo che sia uno show interessante, soprattutto per i fan di piccoli film horror indipendenti tipo “The empy man” (lo trovate su Disney+), “Nessuno ne uscirà vivo” (Netflix), o “The endless” (disponibile su Amazon Prime Video).

Più in generale, immagino che consiglierei la visione di “Archive81” a tutti gli appassionati di Lovecraft e Ira Levin; ma solo se vi considerate spettatori dalla natura estremamente paziente, e soltanto se l’eventualità di rimanere invischiati in un racconto dalla struttura fortemente circolare non vi spaventa...

 


 

La trama

Dan Turner (Mamoudou Athie) è un giovane e mite archivista a cui viene assegnato l’incarico di restaurare una nutrita collezione di nastri magnetici.

Sul piatto fa capolino la possibilità di ricevere uno stipendio particolarmente allettante, per cui Dan decide di ignorare le strane condizioni imposte dal suo datore di lavoro (che comprendono uno stato di isolamento totale, da trascorrere presso un misterioso edificio sperduto fra i boschi...) e di cominciare a rimboccarsi le maniche.

Il ragazzo scopre così che le cassette contengono una fedele testimonianza del soggiorno della studentessa universitaria Melanie Pendras (Dina Shihabi) presso il complesso residenziale Visser, da molti considerato un edificio maledetto.

Una reputazione comprensibile, soprattutto considerando il fatto che, nel corso degli anni Novanta, il Visser è bruciato fino alle fondamenta, portandosi appresso una buona quantità dei suoi abitanti... fra cui, presumibilmente, la stessa Melanie.

Eppure, guardando i nastri, Dan comincia a imbattersi in una serie di indizi sconcertanti: perché, a quanto pare, Melanie sospettava che dietro la sinistra fama del palazzo si nascondesse addirittura un culto dedito all’adorazione di un’antica divinità oscura!

E, non appena salta fuori che la famiglia di Dan potrebbe aver svolto un ruolo all’interno della cospirazione, almeno in qualche misura, il ragazzo comincia a lasciarsi sprofondare in un complesso acquitrino di complotti, coincidenze disturbanti e salti temporali senza precedenti...

 

“Archive 81”: ovvero, l’arte segreta di diluire il brodo, fino a farlo diventare sciapo

 Archive 81” è una serie tv dal taglio estremamente singolare. Si potrebbe dire, anzi, che è unica nel suo genere.

Capiamoci bene: l’idea alla base dell’intreccio non è certamente nuova (i fan dell’horror saranno sicuramente in grado di indentificare le varie fonti di ispirazioni senza problemi).

Allo stesso tempo, però, lo show di Rebecca Sonnenshine riesce a reinventare la formula e a infonderle un inconfondibile tocco personale; un’identità molto forte, che tende a basarsi soprattutto sulla potente morbosità delle sue atmosfere e sul carattere onirico del suo immaginario.

Una combinazione intrigante, insomma, dal momento che si rivela in grado di esercitare un potente effetto stimolante sull’immaginazione dello spettatore!

Eppure, allo stesso tempo, la sceneggiatura si ritrova a incorrere in una (lunga) serie di errori che, secondo me, finiscono per appesantire terribilmente la visione; una sorta di ridondanza logorante, scaturita probabilmente dalla necessità di “spalmare” nell’arco di otto ore un arco narrativo che avrebbe potuto benissimo essere contenuto in sei...

 

Tanti universi alternativi... per un protagonista che non brilla!

 Archive 81” porta il marchio – inconfondibile, nel bene e nel male – del famoso produttore e regista di film horror James Wan.

Per quanto mi riguarda, la sua influenza si avverte soprattutto nel corso degli ultimi due o tre episodi; vale a dire le puntate più coinvolgenti, quelle che tornano a legare finalmente insieme le maglie di una storia che, ahimè, aveva cominciato a farsi deliberatamente criptica e convoluta.

È soltanto a questo punto, infatti, che la mitologia della serie comincia a farsi più chiara, mentre il racconto comincia ad assumere una forma riconoscibile e i personaggi ad acquisire un po’ di... non voglio nemmeno chiamarlo “spessore”.

Probabilmente “calore” sarebbe il termine più adeguato.

Perché, in fin dei conti, “Archive 81” è una serie dall’innegabile fascino intellettuale, dark e ambiziosa come non mai... ma la cui estetica particolare tende, per sua stessa natura, a scoraggiare qualsiasi spettatore affamato di emozioni forti.

Onestamente, non sono rimasta un granché impressionata neanche dall’interpretazione di Athie (che, invece, avevo apprezzato tanto nel piccolo gioiello targato Netflix “Unicorn Store”).

Ma, dopotutto, forse non è nemmeno colpa dell’attore: il suo personaggio non fa altro che trascinarsi sullo schermo senza capire niente, imbambolato e privo di credibili conflitti nei quali immedesimarsi...

Potete biasimarmi, allora, se ai vagabondaggi incoerenti di Dan ho preferito, in ogni momento, il secco umorismo di Mark (Matt McGorry), l’ironia senza freni di Annabelle (Julia Chan) o l’istrionica isteria di Melanie? XD

 

giovedì 27 gennaio 2022

"Motherland - Fort Salem": la recensione della serie tv sulle streghe di Amazon Prime Video

L’Accordo di Salem, firmato nel 1692, costringe tutte le streghe ad arruolarsi nell’esercito degli Stati Uniti e a combattere i nemici della nazione... In cambio, ogni persecuzione a danno delle donne di poteri magici verrà cessata.

Trecento anni dopo, le giovani streghe stanno ancora tenendo fede alla loro parte del patto... ma a quale prezzo?

Su Amazon Prime Video trovate le prime due stagioni di “Motherland: Fort Salem”, la serie tv fantasy/ucronica creata da Eliot Laurence e prodotta dall’attore Will Ferrell.

Uno show per ragazzi dal taglio moderno, spettacolare e intriso d’azione, interpretato da uno spettacolare cast al femminile e destinato a creare dipendenza fin dal primissimo episodio...

 


Puoi vederla QUI  in italiano


La trama

Dopo che l’Accordo di Salem ha cambiato tutto, le donne si sono riappropriate della maggior parte delle posizioni di potere.

Ad esempio, l’esercito, guidato dall’immortale generale Sarah Alder (Lyne Renée), ormai si compone di sole streghe, peraltro tenute in grande considerazione dalla popolazione civile a causa della loro inconfondibile abnegazione e del loro immenso spirito di sacrificio.

Ogni anno, infatti, ogni ragazza in età da combattimento è tenuta a prestare giuramento e a recarsi a Fort Salem per dare inizio a uno spietato addestramento a base di prodezza fisica, canti di guerra e incantesimi difensivi.

La giovane recluta Raelle Collar (Taylor Hickson), una guaritrice dal talento eccezionale, ha perso la madre in battaglia, e adesso si prepara con amarezza a seguire il suo destino.

Tally Craven (Jessica Sutton) è l’ultima della sua stirpe, e come tale avrebbe diritto a un esonero dal servizio militare... ma il suo idealismo avventato la spinge comunque ad arruolarsi, nonostante la ferma opposizione della madre.

Abigail Bellwheater (Ashley Nicole Williams) proviene invece da una famiglia ricca e influente, e da quand’è nata non sogna altro che di scalare le gerarchie militari e dimostrare alle sue antenate il proprio valore.

Le tre ragazze, contro ogni aspettativa e malgrado le reciproche divergenze, riescono a sviluppare un legame indissolubile e a eccellere in ogni campo dell’addestramento militare.

Eppure il mondo viene costantemente travolto dagli attacchi della Mattanza, un’organizzazione terroristica che cerca di mettere in evidenza le devastanti conseguenze della coscrizione forzata all’interno della comunità magica

È giusto considerare le streghe alla stregua di carne da macello?

Ma è soltanto quando Ralle comincia a innamorarsi perdutamente di Scylla Ramshorn (Amalia Holm), affascinante necromante dal passato ambiguo, che le cose per le tre amiche cominciano a imboccare una svolta inaspettata...


Il potere è nella voce

Adoro questa serie!

Dico sul serio: voglio dire, certo, la sceneggiatura ha dei difetti, il target principale è mooooolto giovane, la prima stagione risulta stranamente sbilanciata, le scene di sesso a volte risultano un po’ intrusive, e... bla, bla, bla!

In fondo, siamo onesti... chi se ne importa?!

La verità è che in “Motherland: Fort Salem” ci sono così tante cose buone da apprezzare, che ostinarsi a concentrarsi sui difetti non avrebbe molto senso.

È una serie tv fantasy per ragazzi. Che parla di matriarcato, e ne mostra ripetutamente in azione le conseguenze (pregi e difetti). 

Che narra le storie di un gruppo di personaggi estremamente complessi e ambivalenti (bè, non il terzetto di protagoniste, magari... ma vogliamo parlare di forze della natura come Scylla o Anacostia?), e non esita a sollevare domande intelligenti durante il tragitto.

La trama gioca pesantemente con i sentimenti primordiali dello spettatore, e cerca di tenerlo avvinghiato a sé con una serie di stratagemmi a base di cliffhanger, amori impossibili ed epiche lotte generazionali in stile romanzo YA?

Ma certo che sì. Diamine, sarei un’ipocrita di categoria superiore, se non ammettessi di aver finito il binge watching compulsivo in tempi da record, soltanto perché avevo disperatamente bisogno di scoprire cosa sarebbe accaduto alla mia adorata ship Raylla! XD

Ma (tanto per dirne una) si dà il caso che “Motherland: Fort Salem” sia anche uno show che si basa un sistema magico molto intrigante, diverso da qualsiasi altra cosa siamo stati abituati a vedere in tv.

Il potere delle streghe passa attraverso l’uso delle loro corde vocali; della complessa manipolazione delle onde sonore, attraverso intricati canti chiamati “semi”. 

Come a dire che la voce delle donne, per antonomasia, si trasforma nel più pericoloso ed elettrizzante dei catalizzatori naturali, una fucina di energie letteralmente impossibile da sottovalutare... figuriamoci da ignorare o mettere a tacere!

Questa caratteristica, fra l’altro, offre allo spettatore la possibilità di assistere a un incredibile numero di combattimenti e sequenze d’azione di stampo pirotecnico; soprattutto nel corso della seconda stagione, con l’avvento di un nuovo, formidabile nemico in grado di rispondere alle mosse delle nostre eroine rima per rima...

 

La realtà alternativa in salsa young adult

La trama di “Motherland: Fort Salem” si basa, inoltre, sullo sviluppo di una mitologia singolare e ricca di spunti affascinanti, parzialmente ispirata alle tradizioni insegnate dalle religioni neopagane.

Il rapporto di sorellanza fra le tre protagoniste si staglia al centro di ogni singolo episodio (o quasi), ma un’altra cosa che ho apprezzato tanto è il fatto che ogni singolo personaggio di questa serie arriva corredato da un suo particolare (e coinvolgente) arco narrativo.

La seconda stagione, da questo punto di vista, si dimostra superiore alla prima; un po’ perché Tally, finalmente, riesce a uscire dal guscio e a svelare parte del suo grande potenziale, e un po’ perché la narrazione si “scinde” ad accompagnare il complesso viaggio di redenzione di un certo personaggio (il mio preferito), ampliando considerevolmente la nostra prospettiva sul mondo di “Motherland: Fort Salem”, sempre più dilaniato da tensioni sotterranee violente e insopprimibili.

Se non siete riusciti mai a spingervi oltre i primi due episodi di “The Chilling Adventures of Sabrina”, e se non riuscite a trattenervi dal sollevare le mani in segno di resa ogni volta che qualcuno si azzarda a scandire la frase «Amo le ucronie, ma penso che “The Man in the High Castle” sia uno dei libri più noiosi del creato!», bè...

Probabilmente questa non è la serie che fa per voi.

Ma sospetto che tutti gli altri troveranno più di un motivo per trasformare “Motherland: Fort Salem” in un guilty pleasure spettacolare, e di andarne dannatamente fieri! :D

 

 


domenica 23 gennaio 2022

"Yellowjackets": la recensione della prima stagione della serie tv horror disponibile su Sky/NowTv

Nel corso dell’ultima stagione televisiva, seguire “Yellowjackets” per dieci settimane mi ha fatto ricordare il valore di parole come “suspense”, “mistery” e “Oh-mia-Dea, quando diamine esce la prossima puntata?”.

La serie, disponibile su Sky/NowTV, si staglia sul sottile confine fra survival horror, dramma (forse) sovrannaturale e thriller YA.

Se “Lost”, “The Wilds” e il libro di Alma Katsu “The Hunger” avessero in qualche modo potuto concepire una figlia d’amore, state pur sicuri che si sarebbe trattato di “Yellowjackets”...

 


La trama

Nel 1996, l’aereo di una squadra di calcio femminile liceale precipita in una selvaggia regione desolata dell’Ontario.

I pochi superstiti attendono i soccorsi per diciannove mesi, prima di essere tratti in salvo. Ma non tutte le persone sopravvissute all’impatto tornano a casa...

Venticinque anni dopo, le vittime dell’incidente stanno ancora facendo i conti con i traumi e le terribili conseguenze di quell’esperienza, fra lutti mai elaborati, ricordi frammentari e la consapevolezza di antichi, tremendi peccati collettivi.

Perché fra quei boschi primordiali, assediate dai picchi innevati e dalla fame inconcepibile che spesso l’inverno trascina con sé, le Yallowjackets hanno condiviso qualcosa di cui non possono parlare.

Una catena di fatti di cui hanno solennemente giurato di non parlare mai, a costo della loro sanità mentale; eventi così foschi, violenti e vergognosi da continuare a pendere sulla loro testa, ancora oggi, come la proverbiale spada di Damocle.

Perché, ai piedi di quei boschi, le Yallowjackets hanno deposto tutti i loro segreti, i loro sogni e le loro speranze.

Ma l’oscurità è l’unica forza che ha deciso di rispondere alle loro preghiere...

 

The Wilderness Between Knowledge And Ignorance...

Yellowjackets” è una di quelle serie che molta gente sta tralasciando di guardare, fondamentalmente perché non compare in cima all’elenco delle consigliate su Netflix (è una produzione Showtime, quindi difficilmente la vedremo mai sbarcare sul colosso streaming...) e, come se non bastasse, si dà il caso che sia anche un titolo dal taglio profondamente adulto, dark e maturo.

È anche difficile da inquadrare con precisione: teen-drama, horror, coming-of-age, thriller psicologico, dark comedy... La trama abbraccia una spanna di argomenti e di tonalità, e si affida a una potente narrazione a doppio binario (le due linee temporali del “prima” e del “dopo”) per costruire un intricato e complesso racconto sospeso fra realtà e immaginazione.

Per fortuna, di recente la serie è stata rinnovata per una seconda stagione.

Ho saputo che Stephen King in persona ci ha messo una buona parola (cosa che non mi sorprende: la struttura di “Yellowjackets” richiama, in un certo senso, quella di romanzi come “It” o “L’Acchiappasogni”...), per cui possiamo sperare che gli spettatori interessati al genere abbiano finalmente avuto modo di notare la sua esistenza.

Sarebbe un peccato veder chiudere questa serie prima del tempo, soprattutto perché:

a) il finale di questa prima stagione si chiude con una serie di cliffhanger pazzeschi, e in definitiva offre più domande che risposte;

b) la sceneggiatura è semplicemente brillante, e il formidabile cast in grado di sorreggerla alla perfezione: le attrici “adulte” sono quasi tutte veterane, molto popolari all’interno del circuito del cinema indipendente, mentre le “giovani” sono volti noti o astri potenzialmente in ascesa, dalla Ella Purnell di “Arcane” alla Liv Hewson di “Santa Clarita Diet”, passando per Sophie Nélisse (“Storia di una ladra di libri”) e Jasmin Savoy Brown (“The Leftovers”);

c) non è che esistano poi così tanti show di qualità incentrati sul tema dell’amicizia del femminile, soprattutto nell’ambito del genere horror/fantasy.

 

Le follie di Misty

L’atmosfera di “Yellowjackets” è estremamente ambigua, cupa e straniante.

I personaggi ci vengono presentati lentamente, secondo una modalità “slow burn” successivamente smentita da una luuuunga serie di colpi di scena e rivelazioni destabilizzanti.

Fra i boschi come in città, nessuna delle ragazze (o delle donne che alcune di loro avranno modo di diventare) tende a comportarsi in maniera particolarmente eroica o gradevole; eppure le loro rivalità, le loro amicizie e i loro ostacoli, a poco a poco, riusciranno a diventare anche i nostri, trascinandoci in una spirale apparentemente infinita di omicidi, rituali di sangue e tradimenti assortiti.

Al tempo stesso, la sceneggiatura di “Yellowjackets” tende a servirsi di un’abbondante (e graditissima!) dose di umorismo nero; battute al vetriolo e siparietti di comicità allucinante che riescono ad alleggerire la tensione montante un secondo prima che questa possa correre il rischio di trasformarsi in gravità eccessiva, o addirittura in pesantezza.

Non per niente, la mia Yellowjacket preferita è Misty Quigley, interpretata dalla mitica Christina Ricci in versione adulta e da Sammi Hanratty in versione adolescente.

Psicopatica di categoria superiore, Misty è un po’ una Annie Wilkes dei giorni nostri; spostata, sempre deliziosamente sopra le righe, imprevedibile come un trickster e semplicemente imbattibile nella materia “how to get away with murder”...  ma anche protagonista, assieme ai personaggi interpretati dalle colleghe Melanie Lynskey, Tawny Cypress e Juliette Lewis, di alcuni momenti esilaranti e di numerosi dialoghi tragicomici in stile “Le quattro casalinghe di Tokyo”!

 

Cosa ci aspettiamo dalla seconda stagione

Per contro, c’è da dire che il ritmo di “Yellowjackets” non si rivela sempre all’altezza delle aspettative.

La sensazione che gli sceneggiatori potrebbero, nel lungo periodo, sviluppare la sgradevole tendenza a tenersi stretti gli assi migliori e a tirarla per le lunghe continua ad aleggiare su questa prima stagione come una sorta di nube oscura.

Per ora, abbiamo sentito l’odore del fumo (e del sangue), ci siamo nascosti nell’erba e abbiamo dato una sbirciata fra le fronde... ma i nuovi episodi dovranno necessariamente offrici una porzione di arrosto, e anche abbondante, o correre il serio pericolo di perdersi per strada parte della nostra fascinazione.

Mi sento abbastanza fiduciosa, però.

Mi è piaciuto tutto quello che ho visto fin qui, e resto fermamente convinta del fatto che “Yellowjackets” offra alcune delle scene più terrificanti e/o disturbanti della storia dell’horror in tv.

Quindi l’unica certezza che ho, per il momento, è questo: ne voglio ancora!

Per fortuna, pare che non dovremo aspettare troppo per veder tornare sullo schermo le nostre problematiche ex-calciatrici (e potenziali cannibali) preferite... La seconda stagione di “Yellowjackets”, infatti, è già prevista per la fine del 2022!

 

giovedì 13 gennaio 2022

"The Silent Sea": la recensione della serie tv disponibile su Netflix

The Silent Sea” è una serie tv di genere distopico/sci-fi ambientata sulla Luna.

Anche se vanta una trama un po’ derivativa e un cast di personaggi tutt’altro che indimenticabili, la ritengo un prodotto di intrattenimento di tutto rispetto: gli effetti speciali sono notevoli, i colpi di scena abbondano, e i momenti di tensione non tardano a catturare l’attenzione dello spettatore...

 

 




La trama

In un imminente futuro catastrofico, la Terra sta cercando di affrontare la più grande carenza d’acqua che il genere umano abbia mai sperimentato.

Per cercare di ovviare al problema, il governo sudcoreano ha deciso di razionare il prezioso liquido, ma ovviamente la distribuzione avviene su basi di profonda ingiustizia sociale: ciò vuol dire che i ricchi e i potenti si ritrovano a “godersi” più acqua di quanta le loro famiglie possano sperare di consumare, mentre le persone comuni devono accontentarsi di qualche sorso al giorno.

Alla dottoressa Song (l’inconfondibile Bae Doo-na di “Sense8”) i tumulti del mondo non sembrano poi così importanti.

Forse perché sta ancora cercando di superare il lutto dovuto alla perdita dell’amata sorella, una ricercatrice scomparsa in circostanze poco chiare.

Le giornate della dottoressa si trascinano in un vortice di grigia amarezza... quando ecco piombare nel suo laboratorio un rappresentante del governo!

L’uomo si presenta “armato” di una proposta impossibile da rifiutare: l’invito a unirsi a una spedizione spaziale diretta sulla Luna, con l’incarico di recuperare un prezioso campione da un edificio di ricerca caduto in rovina.

Un campione che, forse, potrebbe rappresentare la chiave per la salvezza del genere umano nella sua interezza.

In quest’occasione, però, la dottoressa Song intravede soprattutto una possibilità di raccogliere informazioni sulla morte della sorella; la donna accetta quindi di partire insieme all’equipaggio guidato dal coraggioso capitano Han Yoon (Gong Yoo).

Una volta arrivati sul satellite, gli scienziati vengono tuttavia travolti da un vortice di incidenti, intrighi e sabotaggi senza precedenti...

Ma non è tutto.

Domande senza risposta continuano a impilarsi come i detriti alla base di una valanga.

Da dove arriva, ad esempio, il terribile virus che sta seriamente rischiando di mettere a repentaglio la sopravvivenza della squadra?

Perché il governo continua a inviare al comandante una serie di ordini poco chiari?

E chi è il misterioso superstite che si aggira per i corridoi deserti della base lunare?

 

Il Mare della (non) Tranquillità

The Silent Sea” prende in prestito una dozzina di elementi tratti da altrettante pellicole e serie tv di fantascienza, da “Alien” a “Moon”, passando per “Sunshine” e “Gravity”.

Se amate il genere, è probabile che la serie riesca a divertirvi, forse perfino a emozionarvi. Personalmente, ho trovato un po’ noiosi gli episodi centrali (diciamo dal terzo al quinto), e incredibilmente coinvolgenti gli ultimi due o tre.

Il problema principale, secondo me, è che la sceneggiatura si rifiuta di imboccare una direzione precisa, limitandosi a tirare dentro un po’ di questo e un po’ di quello. Distopia ambientale, dramma sociale, survival horror... per non parlare di una sottotrama alla “24” e di un paio di vistosi riferimenti al “Serenity” di Joss Whedon!

C’è da dire che il connubio, per quanto improbabile, tende a funzionare più spesso di quanto non faccia cilecca.

Dopotutto, l’ambientazione claustrofobica riesce a evocare una considerevole dose di suspense, e il comparto degli effetti speciali riesce a sostenere le esigenze narrative in maniera sorprendente efficace.

Purtroppo, nello sforzo disperato di riuscire a stabilire un’autentica connessione empatica fra i suoi personaggi e i suoi spettatori, “The Silent Sea” tende anche a cadere nell’onnipresente trappola del flashback (in questo caso, del tutto inutili) e dell’esagerato livello di attenzione prestata a un gruppo di comprimari simpatici, ma tutto sommato intercambiabili.

Una mossa abbastanza controproducente, dal momento che, a conti fatti, la serie di Netflix riesce a brillare soprattutto nei suoi momenti più fracassoni. Di fatto, ogni volta che il focus tende a spostarsi dagli avvenimenti all’impatto psicologico che quegli eventi hanno il potere di esercitare sui personaggi (soprattutto i secondari), all’interno della serie comincia a subentrare un fattore di innegabile letargia...

 

Il futuro, forse...

Nonostante i suoi difetti, “The Silent Sea” resta, secondo me, uno dei prodotti più interessanti rilasciati su Netflix di recente.

Sarà anche un po’ lento, a tratti, ma la solidità dei suoi cliffhanger e la “confortevole” familiarità della sua (angosciante) atmosfera contribuiscono a renderlo un appuntamento imperdibile per tutti i fan dell’horror e delle space opera.

Il finale, di per sé, garantisce un’esperienza di visione soddisfacente e appagante.

Ci sarà una seconda stagione? Fra i bene informati circola già qualche voce, ma, per quanto mi riguarda, al momento confesso di non sentirne una smodata esigenza.

La storia, per il momento, funziona benissimo sulle sue gambe.

Odierei vedere questa qualità sacrificata sull’altare di un percorso di serializzazione forzato; per cui mi auguro che i produttori, in caso di rinnovo, riescano a estrapolare nuove idee da una premessa che, per il momento, sembra aver fruttato già tutto quello che poteva, e anche di più!



giovedì 6 gennaio 2022

Recensione: "Arcane: Stagione 1" (Netflix)

Arcane” è stata una delle mie serie televisive preferite del 2021.

Una piccola gemma nel campo delle storie d’animazioni per adulti, e di sicuro uno dei migliori titoli fantasy che Netflix abbia in archivio.

Mmm...

E pensare che, all’inizio, stavo quasi correndo il rischio di lasciarmela scappare!



 

La trama

Piltover è una città divisa, perennemente in preda ai tumulti.

Le due sorelle Vi e Powder, rimaste orfane a causa degli scontri fra le parti “alte” e i bassifondi della metropoli, lo sanno forse meglio di tanti altri.

Per chi ha il privilegio di nascere nei quartieri giusti, la vita è facile e agiata. Tutti gli altri, invece, sono costretti ad arrabattarsi in mezzo alla criminalità e alle macerie.

Non che i ricchi abbiano necessariamente un’indole avida o malvagia. Il giovane Jayce, ad esempio, sogna da sempre un mondo migliore; una società plasmata dal progresso scaturito dalla sapiente combinazione fra scienza e magia.

Ma giocare con le forze arcane su cui l’esistenza stessa del creato pone le sue fondamenta comporta dei rischi mortali.

E mentre le tensioni sociali crescono in ogni angolo della città, dilaniando i suoi abitanti e scaraventando le strade nel caos, il fragile equilibrio fra tecnologia e stregoneria finisce per spezzarsi... così come le amicizie, i cuori e i rapporti di fratellanza di molti personaggi.

 

Arcanepunk in azione!

L’arcanepunk è un sottogenere del fantasy che amo moltissimo.

A beneficio di chi non avesse grande familiarità con l’espressione, mi soffermerò un attimo a ricordarne le caratteristiche principali, prendendo in prestito le parole di un ottimo articolo proposto da Discovery:

“Il mondo descritto negli arcanepunk  è uno in cui la magia e la scienza coesistono fianco a fianco, sebbene non sempre in maniera armoniosa. In realtà, è l’esatto opposto: queste due forze, più o meno equivalenti dal punto di vista del potere, si contrappongono spesso fra loro, perché la magia che dimora in questi mondi si rivela imperfetta e difficile da controllare. L’arcanepunk tende a essere un po’ più dark, nelle sue tonalità (alcuni lo descriverebbero come un “noir”), ed è spesso simile allo steampunk, o in grado di sovrapporsi all’urban fantasy.”

 

Fra gli esempi più famosi di arcanepunk: la saga “Magic Bites” di Ilona Andrews, la trilogia di Bartimeus di Jonathan Stroud e parecchi episodi della serie “Final Fantasy”.

Ora, per amor di cronaca...

Sappiate che questa definizione riesce a riassumere lo serie animata prodotta da Riot Games e Fortiche Production praticamente alla perfezione!

 

In relationships we trust!

Dovete sapere che “Arcane” nasce come un prodotto “costola” di “League of Legends”, una fortunata saga di videogame nota in tutto il mondo.

In realtà, è uno dei motivi per cui ho continuato a rimandare la visione così a lungo: non ho mai giocato a “League of Legends”, non ho intenzione di farlo nell’immediato futuro, ed ero terrorizzata al pensiero che “Arcane” potesse rivelarsi uno di quei titoli “just for fan” XD, una storia raffazzonata e imbastita con il solo e unico obiettivo di deliziare gli storici appassionati del videogioco.

Stavolta stavo prendendo un granchio, e anche di quelli belli grossi!

Perché “Arcane” vanta un intreccio semplice, tutto considerato (alla portata di chiunque, sul serio!), ma anche un cast di personaggi incredibili, pronti a regalarci alcuni degli archi narrativi più intriganti ed emotivamente coinvolgenti di sempre!

Credo che uno dei motivi del successo stellare di questo show a livello internazionale vada cercato proprio nel fatto che “Arcane”, a differenza di molti altre serie tv di genere fantastico, tende a concentrare il suo centro d’interesse sulle relazioni fra i personaggi, anziché sugli eventi.

Il che non implica certo un’assenza d’azione, anzi: questi nove episodi regalano, apparentemente senza sforzo, un vero e proprio diluvio di combattimenti spettacolari, colpi di scena e inseguimenti al cardiopalma!

È solo che, in “Arcane”, resta valido dall’inizio alla fine uno dei più efficaci dettami che l’arte dello storytelling abbia da offrire: di fatto, sono le azioni dei personaggi a far avanzare la trama dal punto A al punto B, mai il contrario!

Una progressione che, fra l’altro, avviene spesso a suon di errori, diatribe e scossoni. Sbagli (consapevoli, involontari e/o del tutto inevitabili...) di cui i protagonisti, in un modo o in un altro, vengono sempre a chiamati a rispondere, innescando una serie di ripercussioni (anche psicologiche) in grado di arricchire la narrazione di ombre, luci e sfumature...

 

Una gioia per gli occhi, una panacea per lo spirito, e... un colpo al cuore!

Anche dal punto di vista estetico, “Arcane” si conferma semplicemente impeccabile.

Le animazioni, tanto per cominciare, sono incredibili, curate fin nel più minuzioso e certosino dei dettagli.

Consci della propria superiorità tecnica, i creatori della serie si sentono quindi liberi di rinunciare a qualsiasi barbosa, insopportabile tendenza all’esposizione: a che servirebbe, infatti, commettere il passo falso di introdurre spiegoni e infodump, quando il mondo di “Arcane” riesce a prendere vita di fronte agli occhi dei suoi spettatori in modo del tutto “spontaneo”, attraverso ciascun glorioso, sontuoso, cupissimo fotogramma?

Ogni particolare relativo ai personaggi viene studiato allo scopo di potenziarne la caratterizzazione: gestualità, piccoli tic, espressioni del volto... in “Arcane”, nessun particolare viene lasciato al caso.

Ma anche il cast vocale, naturalmente, fa la sua parte: l’interpretazione di Hailee Steinfeld (la Kate Bishop di “Hawkeye”), ad esempio, eleva l’intensità della tormentata e impulsiva Vi di almeno quindici tacche; mentre la performance di Ella Purnell (“Yellowjackets”) riesce a infondere abbastanza vulnerabilità, dolore e confusione nella voce di Jinx da impedire al suo instabile personaggio di trasformarsi in un dimenticabile clone di Harley Quinn.

Ma ho apprezzato tantissimo anche la prova di Shohreh Aghdashloo (se seguite “The Expanse”, sapete benissimo di sto parlando...), e la (parziale) rentrée di Katie Leung nel ruolo di Caytlin.

Insomma, se amate il fantasy, se seguite regolarmente il mondo delle serie tv d’animazione per adulti... Bè, chi voglio prendere in giro? Probabilmente avete già visto “Arcane”, e nulla di ciò che sto dicendo giungerà alle vostre orecchie come una novità!

Ma, in caso contrario, ricordatevi di fare un pensierino su questo titolo...

E poi, magari, tornate qui a farmi a sapere con quanta magnetica energia distruttivo-catartica il finale di stagione è riuscito a investirvi! XD


martedì 28 dicembre 2021

Le mie 10 serie tv preferite del 2021

Dando un’occhiata al mio profilo sulla App TvTime, mi sono resa conto di aver guardato un numero di serie tv sorprendentemente alto, quest’anno.

Molte, per fortuna, le ho anche apprezzate. Qualcuna, l’ho addirittura amata dal profondo dell’anima.

Cosa ne dite? Andiamo a sbirciare insieme l’elenco delle mie preferite? ;D

 

Arcane – Prima Stagione


La prima volta che ne ho sentito parlare, ho storto un po’ il naso. La seconda, ho cominciato a incuriosirmi. La terza... ci sono cascata. E meno male! “Arcane” è l’incarnazione animata del concetto di “arcanepunk”, uno dei sottogeneri più affascinanti (e meno inflazionati!) del genere fantastico. Le animazioni di “Arcane” sono divine, la storia è un pugno nello stomaco, i personaggi ti entrano nel cuore, e il doppiaggio è semplicemente impareggiabile (parlo di quello in lingua originale, ovviamente, con le mitiche Hailee Steinfeld e Ella Purnell nei panni delle due sorelle protagoniste). Trovate QUI la mia recensione!

 

Yellowjackets – Prima Stagione


A metà strada fra “Lost”, “The Wilds” e il romanzo a sfondo cannibalistico “The Hunger”, “Yellowjackets” è semplicemente la serie tv del 2021 di cui il pubblico non sta parlando abbastanza. Misteriosa, intrigante, sconvolgente e, a tratti, genuinamente terrificante, vanta un cast impreziosito da una Christina Ricci in stato di grazia e da una Juliette Lewis in un ruolo che sembra cucito su misura per lei. Sulle doti di Melanie Lynskey, invece, non mi esprimo... ma solo perché, se la conoscete, sapete già che lei è una delle attrici più in gamba della sua generazione, nonché una delle più sottovalutate. Su Sky Atlantic sono già andati in onda i primi 6 episodi di “Yellowjackets”; poche settimane fa, la produzione ha anche confermato l’arrivo di una seconda stagione. Trovate QUI la mia recensione. 

 

Dickinson – Terza Stagione


L’ultima stagione della serie biopic/fantasy incentrata sulla vita, artistica e familiare, della più grande poetessa americana mai vissuta si rivela anche, a mio avviso, la più matura e la più convincente. Parentesi anacronistiche di pura e semplice leggerezza pop a parte, la verità è che “Dickinson” riesce a centrare in pieno il suo obiettivo: trasformare la figura di Emily Dickison in un’icona femminista, un’anima moderna e contradditoria in cui qualsiasi giovane donna dei giorni nostri potrebbe tranquillamente identificarsi.

 

Legends of Tomorrow – Settima Stagione 



Per me il 2021, televisivamente parlando, è stato l’anno di “Legends of Tomorrow”. Nel senso che ho recuperato le prime sei stagioni in meno di tre settimane, per rimettermi in pari con la programmazione americana e cominciare a smaniare disperatamente per i nuovi episodi insieme al resto del mondo. Se dovessi cominciare a elencarvi i motivi che mi spingono ad amare follemente questa pazza, sciocca, esilarante, brillante serie targata DC, credo che potrei continuare tranquillamente fino all’alba del 2025. Per farla breve, mi limiterò a dirvi che ogni singolo personaggio è diventato un membro della mia famiglia, e che ormai credo fermamente in un mantra soltanto: Beebo for President! XD

 

L’Assistente di Volo – Prima Stagione


Kaley Cuoco è la mia “Harley Quinn” del cuore XD, e, fortunatamente, questa serie le ha permesso di dimostrare al mondo intero la sua considerevole bravura. Uno show frizzante, intelligente e mai scontato, incentrato sulle disavventure di una hostess alcolizzata che, per caso o per destino, finisce con il ritrovarsi invischiata al centro di un complotto intenzionale. Se volete, potete leggere QUI la mia recensione completa.


WandaVision


Ho visto ogni singolo film del MCU sotto il sole. Eppure, prima di “WandaVision”, non avevo mai preso in considerazione, neanche remotamente, l’idea di potermi affezionare ai personaggi di Wanda e Visione come a una coppia di vecchi, adorabili, romanticissimi e tragici amici personali! Il pubblico (che, a volte, soffre un po’ di memoria corta...) ultimamente sembra determinato a scovare ogni genere di difetto in questa miniserie, probabilmente il progetto più originale, ambizioso e innovativo a cui i Marvel Studios abbiano mai dato l’ok. Ma io non dimenticherò mai il brivido di emozione sperimentato il mercoledì sera, la pura delizia nata dall’attesa di un nuovo episodio di “WandaVision” ogni settimana: le teorie, i colpi di scena, i cliffhanger, le scene post credits e i ritorni imprevisti... quando ci penso, ho ancora la pelle d’oca, ragazzi! *____*   

 

Midnight Mass



Filosofica, complessa, dolceamara, dark, terrificante... “Midnight Mass” è il nuovo capolavoro di Mike Flanagan, già regista delle miniserie horror “The Haunting of Hill House” e “The Haunting of Bly Manor”. Un carismatico predicatore arriva in città, ed è subito il delirio: un’ondata di miracoli prende a riversarsi per le strade, mentre, dall’ombra, una presenza inquietante continua a tenere gli ignari abitanti sotto stretta sorveglianza. Un esplicito omaggio ai libri di Stephen King, corredato da una sceneggiatura impeccabile e da alcuni dei migliori monologhi di cui si abbia mai avuto notizia. Trovate QUI la mia recensione completa.

 

Omicidio a Easttown


L’anello di congiunzione mancante fra “Miystic River” e “Broadchurch”. Kate Winslet è sempre stata una delle mie attrici preferite; vederla interpretare il ruolo di Mare, cinica detective di mezza età alle prese con una vagonata di problemi (di natura tanto lavorativa, quanto personale...) mi ha ricordato ancora una volta il perché. Se amate le serie crime, ma anche i drammi famigliari angoscianti e densi di torbide emozioni represse, “Omicidio a Easttown” è la serie che fa al caso vostro!

 

Hawkeye


La serie disneyana natalizia per eccellenza! Leggera, divertente, spiritosa e colma di riferimenti al mondo dei fumetti, “Hawkeye” ha allietato le mie serate e mi ha regalato, nell’ordine: a) la Kate Bishop eccentrica, spaccona, chiassosa e piena di energia per cui tutti noi fan della Marvel stavamo smaniando... peraltro, interpretata dalla miglior attrice possibile per il ruolo; b) un grande Clint Burton, finalmente all’altezza della situazione... e delle nostre speranze!; c) quel doveroso tributo alla memoria di Natasha, che il pessimo “Endgame” aveva così clamorosamente fallito nell’elargire. Per non parlare, ovviamente, delle spettacolari scene d’azione, dell’entrata in scena di Echo e della rentrée di un certo personaggio... adesso non abbiamo più che da aspettare il ritorno del Diavolo Rosso, ragazzi! *____*

 

Servant – Seconda Stagione


Un suggestivo racconto di stregoneria, superstizione, perdita e mistero, diretto dalla mano inimitabile del grande maestro della suspense in persona, M. Night Shymalan. La seconda stagione di “Servant” ci offre un inquietante scorcio nella lenta spirale di follia che sembra pronta a travolgere le vite dei quattro protagonisti, mentre la trama si infittisce e la tensione lievita come in uno dei migliori film di Alfred Hitchcook. Con un grande, imprevedibile, inaspettatamente impeccabile Rupert Grint. A gennaio parte la terza stagione... non vedo l’ora! <3

 

E voi, amici?

Quali sono state le vostre serie tv preferite del 2021? ^___^




Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...