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sabato 2 aprile 2022

"Servant": la recensione della terza stagione della serie tv di M. Night Shyamalan

La terza stagione di “Servant” ripaga la paziente attesa degli spettatori più fedeli... e lo fa con gli interessi!

Spostando finalmente il focus della narrazione sul personaggio più emblematico e ambiguo della serie – vale a dire Leanne, la “servitrice” cui accenna il titolo – la serie tv prodotta da M. Night Shyamalan riesce finalmente a consegnarci la valanga di brividi e suspense che la misteriosa e inquietante atmosfera ci aveva promesso fin dal primissimo episodio...

 


La trama

Dopo i tumultuosi eventi narrati nel corso della seconda stagione, Leanne (Nell Tiger Free) è tornata a convivere pacificamente con i Turner.

Dorothy (Lauren Ambrose) e Sean (Toby Kebbell) sono al settimo cielo: il loro piccolo Jericho è di nuovo fra le loro braccia, e tutti i sacrifici (e gli eventi inspiegabili) superati per arrivare a questo punto cominciano finalmente a sfumare dalla loro memoria.

Persino il cinico Julian (Rupert Grint) sembra determinato a riprendere il corso di un’esistenza normale e a cercare di superare i propri demoni... nonché a lasciarsi alle spalle un passato fatto di segreti inenarrabili e dipendenze letali.

L’unica che non ha dimenticato (né la minaccia rappresentata dal culto, né la vera fonte del potere sovrannaturale che sembra averle permesso di compiere una piccola resurrezione o due...) è proprio Leanne, sempre più terrorizzata al pensiero della vendetta che i suoi ex-compagni di setta potrebbero tornare a esigere da un momento all’altro.

Quando un gruppo di giovani senzatetto si stabilisce nel parco dall’altra parte della strada, e comincia a tenere d’occhio gli spostamenti della balia con crescente interesse, la paranoia si impadronisce definitivamente di Leanne... dando vita a conseguenze imprevedibili.

 

Ogni volta che guardi nell’abisso

La terza stagione di “Servant” si è rivelata incredibilmente elettrizzante e ricca di soprese.

L’amletica sceneggiatura comincia finalmente a rivelare le sue carte, e... diavolo, la verità è che si tratta di una mano addirittura più stupefacente del previsto!

La prima parte della stagione si concentra soprattutto sul tema del miracolo, e ci illustra i travagliati modi in cui i vari membri della famiglia Turner (ciascuno, a suo modo, chiamato a rappresentare una diversa sfumatura dell’animo umano...) cominciano ad affrontare le conseguenze del loro contatto con l’ignoto.

Sean, ad esempio, decide di rivolgere lo sguardo alla fede, mentre cerca di fare del suo meglio per espiare le proprie colpe e tenere unito un gruppo di persone che, a conti fatti, forse finirà sempre con il farsi più male che bene.

Dorothy, invece, si lascia ricadere nella consueta spirale di iperattività e negazione, ogni oncia della propria vulcanica energia assorbita da una slavina di frivolezze e manfrine quotidiane...  Qualsiasi cosa, pur di non guardare in faccia quella verità che continua a mostrarle i denti ogni mattina, attraverso il suo stesso riflesso nello specchio.

Julian, intanto, cerca di smuovere mari e montagne per dimostrare scientificamente che Leanne è una pazza e/o un’imbrogliona, per demistificare l’operato della giovane e trovare conforto nella sua solita patina di razionalismo... salvo poi continuare a gravitare, contro ogni buon senso, nell’orbita a di quella conturbante babysitter che lo attrae e lo respinge ogni giorno con la forza di un magnete.

Nel frattempo, l’unica persona che sembra possedere ogni risposta si ritrova a gestire il peso di una responsabilità e di una solitudine assurde. Una balia dall’apparenza angelica e lo sguardo inquietante, i cui segreti hanno continuato a tenere noi spettatori sulle spine per la bellezza di tre anni consecutivi.

Una ragazzina che, a poco a poco, comincia a trasformarsi in una donna, a prendere consapevolezza del proprio potenziale e delle proprie risorse.

Una ragazzina che, a poco a poco, comincia a liberarsi dalle catene delle repressione e ad abbracciare l’inquietante evidenza del proprio lato oscuro...

 

Astri polari

La seconda parte di questa terza stagione si focalizza, invece, sul conflitto fra Leanne e Dorothy.

Due personalità fortissime, problematiche, manipolatrici, terrificanti, che (come ogni spettatore di “Servant” sarà in grado di confermarvi) in fondo sono sempre state destinate a scontrarsi.

Fra colpi di ingegno e sequenze genuinamente terrificanti (l’inquietante conversazione con la ministra, attorno al tavolo della cena dei Turner, e l’efferata aggressione in seguito alla festa di quartiere, sono solo due fra gli esempi possibili...) si dipana quindi un coinvolgente racconto di formazione e decostruzione; una storia che parla di maternità e spiritualismo, emancipazione e fanatismo, orrore e innocenza... del modo complicato e tortuoso in cui, in fondo, umanità e mostruosità sembrano adattarsi a convivere perfettamente sotto la stessa pelle.

Probabilmente, a questo punto, non ci sarà davvero bisogno di specificarlo, ma il fatto è che le interpretazioni del cast di “Servant” restano di altissimo livello.

Quest’anno, ovviamente, sono state soprattutto le incontenibili Nell Tiger Free e Lauren Ambrose a dominare la scena; due opposti complementari, i poli di luce e oscurità attorno a cui le loro controparti maschili, inevitabilmente, si limitano a ruotare intorno come satelliti.

Fra l’altro, l’inconcepibile mobilità dei loro visi ha consentito loro reggere dei primi piani che mi sentirei di definire quasi espressionisti; un mix esplosivo di tensioni sotterranee, istinti primordiali ed emozioni represse, che consente alle due attrici di comunicare con il pubblico su un livello che sfida i confini della mera razionalità.

Cos’altro potrei aggiungere?

Attendere la quarta - e ultima - stagione sarà un’agonia.

 

lunedì 21 marzo 2022

"Master": la recensione del film horror disponibile su Prime Video...

Su Amazon Prime Video è arrivato “Master”, un inquietante thriller psicologico interpretato da Regina Hall e diretto da Mariama Diallo.

Una pellicola che è al 40% Dark Academia, 60% Black Horror, e 100% denuncia sociale; una storia dai risvolti drammatici, scioccanti e pessimisti che va a collocarsi sulla scia di titoli come “Antebellum”, Them e “Noi”...

 



La trama

Gail Bishop (Regina Hall) è appena diventata la prima preside di colore in una prestigiosa e snobbissima scuola del New England.

Jasmine Moore (Zoe Renee) è una matricola del primo anno alle prese con un numero di difficoltà estremamente superiore al normale.

Il loro è un istituto antico, rinomato e privilegiato. Studenti e insegnanti amano dichiararsi (ipocritamente) progressisti, ma la verità è che fra le loro fila militano quasi esclusivamente bianchi, persone facoltose e viziate che fanno fatica anche soltanto a relazionarsi con le vere sfide e insidie del mondo reale.

E, in effetti, è come se costoro vivessero in un mondo parte. Uno che fa veramente fatica ad accettare Jasmine, con la sua pettinatura afro e l’indole da outsider. 

Ma, in fondo, non è che a Gail le cose vadano poi tanto meglio: non nel momento in cui si trova costretta a prendere possesso di una sinistra magione in stile coloniale, un posto che sembra fare il possibile per richiamare in vita i “fasti” di un passato a base di pregiudizio, sofferenza e schiavitù.

La situazione degenera nel momento in cui Jasmine entra in contatto con l’incarnazione di un’oscura leggenda, una sinistra figura che si aggira per i corridoi e che, secondo alcune voci, rappresenterebbe nientemeno che il fantasma di una strega giustiziata sul terreno della scuola.

Da quel momento in avanti, la ragazza si ritrova invischiata in una rete di bugie, sospetti ed eventi inspiegabili, una spirale che sembra determinata a trascinare la sua vita in una direzione alquanto oscura... e pericolosa.

Riuscirà la nuova preside a risolvere il mistero della maledizione che aleggia sul college, prima che sia troppo tardi?

 

Dead Poets Society...  un corno! 

Nonostante le sue pecche, ritengo “Master” un film estremamente affascinante.

Nel complesso, certo, temo di averlo trovato un po’ didascalico, e tutt’altro che sottile nell’elaborazione delle sue tematiche... ma sfido chiunque a mettere in discussione la potenza massacrante del suo finale, o quel particolare senso di disagio, infido e strisciante, che continua a insinuartisi sotto la pelle per l’intera durata della visione.

Mariama Diallo offre agli spettatori la sua personale prospettiva sulle tematiche “gemelle” del razzismo e del privilegio; e si potrebbero forse tirare fuori molti difetti dalla sceneggiatura – che sia un bulldozer, ad esempio, è indubbio; il fatto che le sue componenti horror e di satira sociale avrebbero potuto legarsi a creare una sinfonia più armonica, pure -  ma la verità è che si tratta di un’interpretazione dannatamente convincente!

Il terzo atto, deliberatamente ambiguo, si presta a più di una lettura: sovrannaturale o di ordine psicologico, a seconda della personale inclinazione del pubblico. Ma, in fondo, non è che faccia poi tutta questa differenza: il messaggio, dopotutto, arriva forte e chiaro, e perfino il più ignaro e meno incline all’(auto-)introspezione degli spettatori rischierà di restare tramortito dalla sua intensa carica vitale.

Aldilà di tutto, non posso fare a meno di apprezzare il coraggio e l’intraprendenza dimostrata da Mariama Diallo: dopotutto, se esiste un genere più “bianco” ed elitario del Dark Academia, confesso di non averlo ancora mai trovato.

Sfruttare le sue convenzioni, evocare le sue suggestive atmosfere e cercare di ampliare i suoi orizzonti per raccontare la storia di due donne emarginate, respinte da quello stesso sistema culturale occidentale “classico” che, in teoria, avrebbe dovuto accoglierle, nutrirle e proteggerle... non so voi, ma l'ho trovata un'idea decisamente brillante!

 

Anatema sociale

D’altro canto, confesso che mi sarebbe piaciuto vedere “Master” abbracciare la sua natura “orrifica” con un pizzico di convinzione in più, e magari anche concedere a noi spettatori la possibilità di scoprire qualcosa in più a proposito della “maledizione” che affligge la scuola... e intendo ovviamente aldilà della sua incontrovertibile valenza metaforica.

Le atmosfere rarefatte, i dialoghi criptici e le apparizioni appena intraviste con la coda dell’occhio contribuiscono senz’altro a suggerire un senso di suspense e pericolo incombente; ma se il film avesse concesso più spazio alla caratterizzazione psicologica dei personaggi, anche al di là delle loro ansie, delle loro paure e dei loro stigmi sociali, probabilmente il mio cuore avrebbe battuto più forte in almeno una dozzina di occasioni.

Il discorso vale tanto per le due protagoniste, quanto per i personaggi secondari: ad esempio, l’insegnante d’arte Liv Beckman (Amber Gray) rimane secondo me un enigma dall’inizio alla fine e, onestamente, ho trovato il tentativo di inserire il suo abbozzato arco narrativo all’interno della storyline principale un’operazione abbastanza goffa e fallimentare.

Inoltre, capisco la necessità di presentare il gruppetto di mean girls formato dai personaggi di Sofia Hublitz, Talia Ryder e Ella Hunt sotto una luce completamente negativa: dico sul serio, lo capisco. “Master” racconta la storia di Jasmine e Gail, non la loro, per cui tenerle relegate ai margini risulta indubbiamente giusto e sacrosanto.

Ma siamo sicuri al 100% che trasformarle in spauracchi, sottrarre ogni forma di complessità dal loro rapporto con Jasmine, sia stata la scelta ideale, dal punto di vista del potenziale narrativo... o dello stesso personaggio interpretato da Zoe Renee, quanto a questo?



martedì 1 febbraio 2022

"Baby": la recensione del film horror disponibile sul canale Midnight Factory

Baby” è un film horror del 2020 diretto dal regista spagnolo Juanma Bajo Ulloa.

Una pellicola a metà strada fra fiaba dark e tesissimo thriller psicologico che, contro ogni aspettativa, è riuscita a tenermi con il fiato sospeso a per la bellezza di un’ora e quarantacinque minuti...

 

Potete vederlo QUI


Trama

Una giovane donna, afflitta dal peso di una tossicodipendenza sempre più invalidante, dà alla luce un neonato nella più completa solitudine del suo appartamento.

All’inizio cerca di allevarlo come può; ma quando diventa chiaro che il suo stile di vita mal si adatta alle esigenze di un bambino (per usare un eufemismo...) decide di sbarazzarsene.

Dal momento che il denaro per comprare la droga è finito da un pezzo, la ragazza pensa bene di cogliere due piccioni con una fava e di vendere il tenero frugoletto a una losca trafficante di bambini.

L’accordo va a buon fine, almeno apparentemente.

Ma poi la donna si pente della sua azione avventata, e si reca presso l’abitazione della sua acquirente per scoprire il fato del figlio appena nato.

A quel punto, però, scopre che la trafficante ha un cuore più nero di quanto dovrebbe essere umanamente concepibile, e cerca di compiere l’impossibile per salvare il neonato.

 

La Madre e la Strega

“Baby” è uno dei film horror più suggestivi e peculiari che abbia mai visto.

Parte della sua originalità è dovuta all’assenza totale di dialoghi: l’opera di Juanma Bajo Ulloa, infatti, vanta una colonna sonora incredibilmente evocativa (nonché coinvolgente, soprattutto dal punto di vista emotivo), ma, per l’intera durata della pellicola, i suoi personaggi non pronunciano neanche una battuta.

All’inizio, credevo che questa caratteristica mi avrebbe spinto a interrompere la visione dopo dieci minuti. Amo il cinema, soprattutto quello di genere, ma tendo a considerarmi una lettrice sopra ogni altra cosa: per me, l’uso della parola è sacro, e di solito sono una grande sostenitrice del motto “dialoghi all’altezza = mezza bellezza”.

Invece la sceneggiatura di “Baby” mi ha sorpreso, regalandomi palpitazioni e brividi in abbondanza.

Forse perché, per forza di cose, la recitazione procede fra un parossismo espressivo e l’altro, come in un vero e proprio spettacolo da grand guignol a base di occhi sbarrati, sogghigni malvagi e denti digrignati.

Questa continua, inquietante esasperazione dei tratti più grotteschi di ogni personaggio fa sì che il film si trasformi presto in una fiaba surreale, spaventosa e nerissima, trascendendo la realtà della situazione per irrompere, a poco a poco, nello sfumato regno del mito e del folclore.

Ad esempio, la trafficante di bambini (interpretata da una spettacolare Harriet Sansom Harris) diventa la Strega per antonomasia; la divoratrice di bambini, una figura malevola e sorniona, pronta ad attirare gli innocenti nella sua isolata casetta di marzapane....

 

La danza dei sopravvissuti

Il contrasto fra la squallida quotidianità della madre protagonista e la natura atavica, quasi mistica, del grande Male che incombe sul suo bambino viene enfatizzato da una serie di splendide inquadrature relative al mondo naturale.

Brevi intermezzi che mostrano cervi, topi e ragni tessitori intenti a lottare per sopravvivere in un mondo che si ostina a porre ai suoi abitanti sempre la stessa domanda: «Chi sei, tu? Il cacciatore o la preda?».

Che poi è lo stesso interrogativo al quale anche la protagonista di “Baby” verrà chiamata a rispondere, durante la sua disperata ricerca di una via di fuga dalla tana della trafficante di bambini. E devo dire che questa parte del film non è affatto malvagia: a prescindere dal simbolismo, Juanma Bajo Ulloa riesce a infondere nello spettatore un senso di suspense e timore non indifferente.

 Altro particolare degno di nota, “Baby” è una pellicola che può vantare un cast interamente al femminile.

La protagonista è interpretata dall’attrice britannica Rosie Day (già intravista nell’horror “Il Convento – Heretiks”, sempre disponibile sul canale Midnight Factory...), ma non credo che si possa concepire l’idea di scrivere una recensione di “Baby” senza citare la giovanissima Mafalda Carbonell.

Il suo personaggio, totalmente fuori di testa, rappresenta una vera e propria “scheggia impazzita”.

Né alleata, né nemica della protagonista (come si premura di confermarci lo stesso regista in questa interessante intervista), l’apprendista della trafficante di neonati arriva a incarnare l’emblema stesso dell’imprevedibilità, dell’amoralità e della sfrenata immaginazione dei bambini.

Un altro archetipo, quindi, se vogliamo; quello della “fata” giocherellona e completamente priva di malizia, che potrebbe sacrificarsi per te il mercoledì, conficcarti un coltello nel cuore il giovedì, dimenticarti per tutto il fine settimane e poi cercare di evocare un demone per riportarti in vita il lunedì mattina.

Purché non ci sia mai da annoiarsi, insomma...

 

 I film horror sono la vostra passione?

Sapevate che la nota etichetta Midnight Factory offre la possibilità di abbonarsi a un canale tematico interamente dedicato al mondo del cinema del terrore? 

 Come tutti gli altri Prime Video Channels, Midnight Factory permette anche di usufruire di un periodo di prova gratuita!

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giovedì 27 gennaio 2022

"Motherland - Fort Salem": la recensione della serie tv sulle streghe di Amazon Prime Video

L’Accordo di Salem, firmato nel 1692, costringe tutte le streghe ad arruolarsi nell’esercito degli Stati Uniti e a combattere i nemici della nazione... In cambio, ogni persecuzione a danno delle donne di poteri magici verrà cessata.

Trecento anni dopo, le giovani streghe stanno ancora tenendo fede alla loro parte del patto... ma a quale prezzo?

Su Amazon Prime Video trovate le prime due stagioni di “Motherland: Fort Salem”, la serie tv fantasy/ucronica creata da Eliot Laurence e prodotta dall’attore Will Ferrell.

Uno show per ragazzi dal taglio moderno, spettacolare e intriso d’azione, interpretato da uno spettacolare cast al femminile e destinato a creare dipendenza fin dal primissimo episodio...

 


Puoi vederla QUI  in italiano


La trama

Dopo che l’Accordo di Salem ha cambiato tutto, le donne si sono riappropriate della maggior parte delle posizioni di potere.

Ad esempio, l’esercito, guidato dall’immortale generale Sarah Alder (Lyne Renée), ormai si compone di sole streghe, peraltro tenute in grande considerazione dalla popolazione civile a causa della loro inconfondibile abnegazione e del loro immenso spirito di sacrificio.

Ogni anno, infatti, ogni ragazza in età da combattimento è tenuta a prestare giuramento e a recarsi a Fort Salem per dare inizio a uno spietato addestramento a base di prodezza fisica, canti di guerra e incantesimi difensivi.

La giovane recluta Raelle Collar (Taylor Hickson), una guaritrice dal talento eccezionale, ha perso la madre in battaglia, e adesso si prepara con amarezza a seguire il suo destino.

Tally Craven (Jessica Sutton) è l’ultima della sua stirpe, e come tale avrebbe diritto a un esonero dal servizio militare... ma il suo idealismo avventato la spinge comunque ad arruolarsi, nonostante la ferma opposizione della madre.

Abigail Bellwheater (Ashley Nicole Williams) proviene invece da una famiglia ricca e influente, e da quand’è nata non sogna altro che di scalare le gerarchie militari e dimostrare alle sue antenate il proprio valore.

Le tre ragazze, contro ogni aspettativa e malgrado le reciproche divergenze, riescono a sviluppare un legame indissolubile e a eccellere in ogni campo dell’addestramento militare.

Eppure il mondo viene costantemente travolto dagli attacchi della Mattanza, un’organizzazione terroristica che cerca di mettere in evidenza le devastanti conseguenze della coscrizione forzata all’interno della comunità magica

È giusto considerare le streghe alla stregua di carne da macello?

Ma è soltanto quando Ralle comincia a innamorarsi perdutamente di Scylla Ramshorn (Amalia Holm), affascinante necromante dal passato ambiguo, che le cose per le tre amiche cominciano a imboccare una svolta inaspettata...


Il potere è nella voce

Adoro questa serie!

Dico sul serio: voglio dire, certo, la sceneggiatura ha dei difetti, il target principale è mooooolto giovane, la prima stagione risulta stranamente sbilanciata, le scene di sesso a volte risultano un po’ intrusive, e... bla, bla, bla!

In fondo, siamo onesti... chi se ne importa?!

La verità è che in “Motherland: Fort Salem” ci sono così tante cose buone da apprezzare, che ostinarsi a concentrarsi sui difetti non avrebbe molto senso.

È una serie tv fantasy per ragazzi. Che parla di matriarcato, e ne mostra ripetutamente in azione le conseguenze (pregi e difetti). 

Che narra le storie di un gruppo di personaggi estremamente complessi e ambivalenti (bè, non il terzetto di protagoniste, magari... ma vogliamo parlare di forze della natura come Scylla o Anacostia?), e non esita a sollevare domande intelligenti durante il tragitto.

La trama gioca pesantemente con i sentimenti primordiali dello spettatore, e cerca di tenerlo avvinghiato a sé con una serie di stratagemmi a base di cliffhanger, amori impossibili ed epiche lotte generazionali in stile romanzo YA?

Ma certo che sì. Diamine, sarei un’ipocrita di categoria superiore, se non ammettessi di aver finito il binge watching compulsivo in tempi da record, soltanto perché avevo disperatamente bisogno di scoprire cosa sarebbe accaduto alla mia adorata ship Raylla! XD

Ma (tanto per dirne una) si dà il caso che “Motherland: Fort Salem” sia anche uno show che si basa un sistema magico molto intrigante, diverso da qualsiasi altra cosa siamo stati abituati a vedere in tv.

Il potere delle streghe passa attraverso l’uso delle loro corde vocali; della complessa manipolazione delle onde sonore, attraverso intricati canti chiamati “semi”. 

Come a dire che la voce delle donne, per antonomasia, si trasforma nel più pericoloso ed elettrizzante dei catalizzatori naturali, una fucina di energie letteralmente impossibile da sottovalutare... figuriamoci da ignorare o mettere a tacere!

Questa caratteristica, fra l’altro, offre allo spettatore la possibilità di assistere a un incredibile numero di combattimenti e sequenze d’azione di stampo pirotecnico; soprattutto nel corso della seconda stagione, con l’avvento di un nuovo, formidabile nemico in grado di rispondere alle mosse delle nostre eroine rima per rima...

 

La realtà alternativa in salsa young adult

La trama di “Motherland: Fort Salem” si basa, inoltre, sullo sviluppo di una mitologia singolare e ricca di spunti affascinanti, parzialmente ispirata alle tradizioni insegnate dalle religioni neopagane.

Il rapporto di sorellanza fra le tre protagoniste si staglia al centro di ogni singolo episodio (o quasi), ma un’altra cosa che ho apprezzato tanto è il fatto che ogni singolo personaggio di questa serie arriva corredato da un suo particolare (e coinvolgente) arco narrativo.

La seconda stagione, da questo punto di vista, si dimostra superiore alla prima; un po’ perché Tally, finalmente, riesce a uscire dal guscio e a svelare parte del suo grande potenziale, e un po’ perché la narrazione si “scinde” ad accompagnare il complesso viaggio di redenzione di un certo personaggio (il mio preferito), ampliando considerevolmente la nostra prospettiva sul mondo di “Motherland: Fort Salem”, sempre più dilaniato da tensioni sotterranee violente e insopprimibili.

Se non siete riusciti mai a spingervi oltre i primi due episodi di “The Chilling Adventures of Sabrina”, e se non riuscite a trattenervi dal sollevare le mani in segno di resa ogni volta che qualcuno si azzarda a scandire la frase «Amo le ucronie, ma penso che “The Man in the High Castle” sia uno dei libri più noiosi del creato!», bè...

Probabilmente questa non è la serie che fa per voi.

Ma sospetto che tutti gli altri troveranno più di un motivo per trasformare “Motherland: Fort Salem” in un guilty pleasure spettacolare, e di andarne dannatamente fieri! :D

 

 


giovedì 20 gennaio 2022

"Wytches": la recensione del fumetto horror di Scott Snyder e Jock

Dopo aver letto lo strabiliante “Nocterra”, il nome Scott Snyder continuava a ronzarmi nella mente.

Per cui, non appena ho scoperto l’esistenza della sua miniserie a fumetti “Wytches”, mi sono praticamente sentita in dovere di recuperare questa suggestiva e inquietante storia a tema stregonesco...

Avrò fatto bene?

Continuate a leggere la recensione per scoprirlo! ;D

 

Potete acquistarlo QUI in italiano


La trama

In cerca di pace dopo un terribile trauma, la famiglia Rooks si trasferisce in un pacifico paese del New Hampshire.

Ma la loro vita è tutt’altro che idilliaca...

Sailor, la figlia adolescente, soffre di un grave disturbo d’ansia e viene costantemente presa di mira da una bulletta della scuola.

Il padre, Charlie, è uno scrittore di libri per bambini, disperatamente alla ricerca di un modo per lasciarsi alle spalle un passato denso di alcolismo e vergogna.

La madre, Lucy, è finita sulla sedia a rotelle in seguito a un terribile incidente, e da allora non è più stata esattamente la stessa.

I Rooks, adesso, non sognano d’altro che di voltare pagina e ricominciare tutto daccapo... ma nei boschi intorno alla loro nuova casa si nascondono creature mostruose e affamate; spaventose entità assassine che gli abitanti del luogo definiscono “streghe”.

E quando una di loro prende di mira Sailor, Charlie capisce che è arrivato il momento di sguainare le armi e sfidare l’oscurità che si annida fra gli alberi – e dentro di lui.

 

Cosa si nasconde nei boschi del New England?

Wytches” narra una storia profondamente violenta e disturbante, a metà fra folk horror e il tipico filone da maledizione famigliare in stile “Hereditary”.

Sospetto che i fan di Joe Hill potrebbero apprezzarla in modo particolare.

Dal canto mio, l’ho trovata affascinante e complessa, anche se a un certo punto ho cominciato ad accusare una punta di angoscia e mi sono ritrovata, quasi non volendo, a dilazionare la lettura.

Sotto certi aspetti, la trama e i personaggi mi hanno fatto pensare a “Locke and Key” (mi riferisco alla versione originale, il fumetto edito in Italia da Magic Press, e non all’omonima serie tv Netflix...); ma anche a innumerevoli romanzi di Stephen King.

Wytches”, infatti, deve sicuramente moltissimo ai lavori del grande Re del Brivido, e intendo sia in termini di ispirazione, che di atmosfera e sviluppo dell’intreccio.

Ad esempio, il confronto fra Sailor e la sua aguzzina adolescente, la temibile Annie, secondo me richiama alla memoria alcune dinamiche di “Stand by me”; ma anche alcune sequenze di “Le notti di Salem” e di “Cuori in Atlantide”, e a questo punto mi tratterrò dall’aggiungere altro, soprattutto per evitare spoiler a chi ancora non avesse letto nessuno di questi libri!

Mentre l’intenso e commovente rapporto fra padre e figlia, l’autentico fulcro emotivo della narrazione, mi ha fatto tornare in mente libri come “Doctor Sleep” e “L’Incendiaria”...

 

Ombre come mostri

Anche al di là di queste affinità, l’opera di Scott Snyder e Jock (alias Mark Simpson, noto collaboratore della DC) regala un turbine di shock e di emozioni forti, fra colpi di scena inenarrabili e svolte narrative deliziosamente spietate.

Le illustrazioni, badate, sono moooolto particolari.

Un maelstrom di ombre nerissime, luci abbaglianti e spigoli taglienti; una frenesia di colori che, se da un lato contribuisce ad aumentare in maniera esponenziale il senso di terrore e sgomento “onirico” evocato dai testi, in altre scene rischia seriamente di trasformarsi in un test di Rorschach!

Personalmente, non ho amato moltissimo questo aspetto, perché a tratti ammetto di essermi sentita confusa e disorientata; mi riferisco soprattutto ai primi capitoli della miniserie, laddove la penna di Snyder prende a farsi particolarmente ellittica e frettolosa.

Ma il tocco di Jock contribuisce senz’altro a infondere quel certo tocco alla “Cappuccetto Rosso persa nel bosco” al resto della storia; dopotutto, sospetto che sia stata soprattutto la sua visione degli eventi, personale e grondante di sangue, a trasformare un classico monster comic come “Wytches” in una fiaba dark dolente, grottesca e contemporanea.

Le creature, dal canto loro, rappresentano forse uno degli elementi più convincenti e genuinamente terrificanti del fumetto.

La mitologia alla base della loro creazione è molto solida, tanto per cominciare, e l’ambientazione rurale riesce a evocare un costante senso di disagio e paranoia nel lettore.

Probabilmente perché, a differenza di molti altri titoli simili, “Wytches” riesce effettivamente a instillare in chi legge il dubbio insistente che il pericolo, la corruzione e l’orrore si annidino ovunque, perfino nei recessi più insospettabili della vita quotidiana... e che a nessuno – in nessun caso – vada mai concesso l’enorme beneficio della fiducia incondizionata.

 



domenica 16 gennaio 2022

Recensione: "The Midnight Girls", di Alicia Jasinska

The Midnight Girls” è un libro fantasy YA di Alicia Jasinska.

La trama è ambientata in un reame fantastico ispirato alla storia e alle antiche leggende della Polonia del diciottesimo secolo.  

Un “setting” che ricorda un po’ le atmosfere fiabesche dell’indimenticabile “L’Orso e l’Usignolo” di Katherine Arden. La storia ruota, invece attorno alle disavventure di Marynka e Zosia, due apprendiste streghe rivali in lizza per la conquista del potere...

 


Potete acquistarlo QUI in inglese


La trama

Nel Regno di Lechija, avvolto dalle nevi, è finalmente arrivata la stagione del Karnawal. Da adesso alla mezzanotte del Martedì del Diavolo, il tempo scorrerà quindi in un guizzo di balli di inverno e mascherate scintillanti, feste attorno al falò e spericolate processioni in slitta simili a gigantesche fiaccolate ambulanti.

Gli innocenti partecipanti non sospettano nulla, eppure anche due mostri in forma umana hanno deciso di prendere parte al divertimento generale, scendendo nella città reale di Warszów sotto le spoglie di due ragazze normalissime.

Zosia e Marynka sono agli antipodi: pacata, logica e razionale la prima, impulsiva e chiassosa la seconda. Non avrebbero mai dovuto sviluppare alcun tipo di legame... ma certe cose si rivelano più forti di qualsiasi magia!

Eppure perfino questa relazione speciale viene messa a repentaglio, nel momento in cui le ragazze scoprono di essere in competizione: ognuna di loro, infatti, è stata inviata in città da una delle infami “Streghe Yaga”, le sorelle fattucchiere che comandano i boschi primordiali al di là delle mura cittadine.

Le padrone di Marynka e Zosia, per acquisire un potere maggiore, hanno bisogno di consumare cuori umani; e non esiste merce più rara e preziosa del cuore di un principe dall’animo puro.

Marinka e Zosia cominceranno quindi a darsi battaglia, nella speranza dissennata di arrivare alla preda per prime.

Ma presto la loro rivalità inizia a imboccare un sentiero pericoloso, innescando un’escalation di calamità in grado di mettere a repentaglio non soltanto i sentimenti che provano l’una per l’altra, ma anche le loro stesse vite...

  

Beautiful Monsters

Leggendo “The Midnight Girls”, una delle cose che ho apprezzato di più è il fatto che la trama, per una volta, non mente e non cerca di scendere a compromessi: le due ragazze protagoniste sono effettivamente una coppia di mostri, assassine incallite e bugiarde patentate, assolutamente incapaci di concepire una scala di moralità simile alla vostra o alla mia, dal momento che le streghe del folclore vivono seguendo un codice molto diverso da quello “umano”.

Questa ambiguità di fondo continua ad aleggiare sulla narrazione dall’inizio alla fine, senza concedere nulla a quel classico senso di buonismo disneyano che la splendida immagine di copertina sembrava invece pronta a suggerire.

Devo ammettere che si è trattato di una novità divertente; nel 99% dei casi, la vostra tipica eroina da YA sarà un’adolescente ribelle e volitiva, determinata a capeggiare chissà quale ribellione, o a conquistare la corona del regno dopo aver sconfitto crudeli tiranni e/o malvagi usurpatori del potere...

A Zosia e Marynka, invece, non potrebbe fregar meno dei giochi di poteri interni al regno, del concetto della giustizia o del destino della razza umana. L’unica cosa che conta, per loro, è riuscire a strappare il cuore dal petto di un valoroso principe, un autentico eroe del regno, per poi consumarlo/cederlo in regalo a una delle spietate streghe Yaga che servono.

Ovviamente, questo “egoismo” verrà messo a dura prova dal loro reciproco incontro, e un qualche tipo di cambiamento si innescherà nella vita di ciascuna di loro... ma si tratterà di un’evoluzione che, fortunatamente, continuerà a sfidare ogni vostro senso di aspettativa!

 

Inferno e bufera

Per il resto, confesserò di aver trovato “The Midnight Girls” una lettura scorrevole, fresca ed eccentrica, ma poco più di questo.

I siparietti fra le due protagoniste sono molto simpatici (le riluttanti fantasie erotiche di Marynka hanno seriamente rischiato di farmi sbellicare!), ma lo sviluppo della trama secondo me lascia molto a desiderare, e lo stesso vale per la caratterizzazione dei personaggi, che purtroppo non mi ha convinto in modo particolare.

In nove casi su dieci, Marynka tende a comportarsi da poppante viziata, e le sue trovate infantili corrono costantemente il rischio di snervare e indispettire il lettore, anziché farlo sogghignare come un lunatico insieme a lei.

Zosia, dal canto suo, è una sorta di copia-carbone di Elsa, la co-protagonista di “Frozen”. Con tutti i difetti e le virtù che questo “limite” comporta! XD

Come se non bastasse, la focalizzazione continua a slittare da esterna a interna, e viceversa, a un ritmo che debilita e sconcerta il lettore. I paragrafi si succedono in un vortice di dettagli pittoreschi e descrizioni di festival variopinti, senza concedere molto spazio all’introspezione, e una serie di ripetizioni nella parte centrale appesantiscono un po’ il flusso della narrazione.

Anche le scene d’azione, purtroppo, mi sono parse raffazzonate e poco coinvolgenti, troppo “raccontate” e niente affatto mostrate.

Ottima, invece, la gestione delle sottotrame, dal momento che permettono ad Alicia Jasinska di gettare un velo di luce sulle vite di tutti i comprimari e di inserire, senza apparente soluzione di continuità, una serie di pertinenti dettagli storici all’interno di una “cornice” dal taglio così marcatamente folcloristico e fiabesco.

  




mercoledì 17 novembre 2021

"Sir Gawain e il Cavaliere Verde": la recensione del film fantasy disponibile su Prime Video

Sir Gawain e il Cavaliere Verde” è uno dei migliori film dark fantasy che abbia mai visto.

Ambizioso, seducente, mistico ed esteticamente stupefacente, rappresenta l’adattamento cinematografico del poema omonimo risaliente al tardo quattordicesimo secolo. La trama ruota attorno alle avventure di Gawain, nipote di Re Artù e figlio della strega Morgana.

Per quanto concerne noi appassionati di fantasy (e non solo), il film di David Lowery rappresenta semplicemente uno dei titoli inediti più affascinanti, suggestivi e spettacolari che l’abbonamento al servizio Amazon Prime Video ci abbia mai offerto...

Consigliato a tutti i fan del genere, ma soprattutto agli estimatori della recente serie tv "Midnight Mass"! :D



 

La trama

Gawain (Dev Patel) è un ragazzo un po’ frivolo, che ama darsi alla vita dissoluta e detesta sentirsi pressato dalle inevitabili attese famigliari.

Soprattutto considerando che i suoi zii, gli ormai attempati Artù (Sean Harris) e Ginevra (Katie Dickie), sono due leggende viventi, nientemeno che i fondatori della celeberrima Tavola Rotonda!

Il Re e la Regina nutrono grandi speranze per Gawain, ma il giovane stenta a trovare il proprio posto fra i cavalieri del suo tempo, uomini disposti a sacrificare ogni cosa per perseguire i propri ideali: fama, onore e gloria, non necessariamente in quest’ordine.

Almeno fino a quando, nel corso di un’animata cena di Natale a Corte, non arriva qualcuno a lanciare il fatidico guanto della sfida: il Cavaliere Verde, una misteriosa creatura dei boschi ricoperta di licheni, si materializza sulla soglia e propone un “gioco” rivolto al più audace degli uomini del re.

Le condizioni sono poche, ma precise: il Cavaliere Verde si batterà contro uno dei valorosi presenti e, in caso di sconfitta, cederà la sua preziosa arma alla corte di Artù.

Eppure, qualsiasi colpo Egli riceverà quel giorno, a prescindere dalla sua natura o entità, il Cavaliere Verde avrà il diritto di ricambiarlo l’anno successivo, presso una fantomatica Cappella Verde che si trova a centinaia di leghe – e di incontri - di distanza dalle possenti mura di Camelot...

 

Il destino di un (aspirante) cavaliere

Sir Gawain e il Cavaliere Verde” è un film singolare, surreale e ricco di potenziali chiavi di lettura. Una di quelle rare pellicole che mi farebbe davvero piacere (e bene) rivedere con calma e probabilmente anche più di una volta, proprio perché si rivela in grado di regalare così tanto ai suoi spettatori, già a partire dal primissimo atto.

Delle tematiche ci soffermeremo a parlare fra un minuto.

Da un punto di vista prettamente visivo, invece, “Sir Gawain e il Cavaliere Verde” offre panorami mozzafiato e cieli sconfinati, rifiutandosi di rinunciare al “sense of wonder” e di comunicare con noi attraverso un linguaggio universale fatto di suoni naturali, giochi di luce e colori indescrivibili.

Per quanto concerne l’atmosfera, vi basti sapere che “Sir Gawain e il Cavaliere Verde” è un fantasy cupo, allegorico, tesissimo. La fotografia allucinata e le intense interpretazioni del cast (che comprende, fra parentesi, un’eccellente Alicia Vikander nel doppio ruolo di Essel, l’amante di Gawain, e di una misteriosa nobildonna legata al mondo della stregoneria...) basterebbero, già da sole, a qualificarlo come una sorta di film del terrore.

Alcuni critici americani l’hanno definito, non a caso, un “folk horror”, e sono andati avanti a spiegare come l’ultima fatica di Lowery proceda progressivamente a ribaltare molti (se non tutti) gli attribuiti che siamo soliti collegare al concetto di “eroismo”, per incarnare invece un esempio di cinema di intrattenimento stimolante e di stampo prettamente filosofico.

Eppure, al tempo stesso la sceneggiatura contiene tutti gli elementi tipici del genere fantastico: il viaggio, le prove, l’oggetto del desiderio, l’adorabile animale magico... e una nemesi che non può (che non deve, forse...) essere sconfitta.

 

La stregoneria, come la magia (e la natura), è ovunque!

A visione ultimata, immagino che molte persone si arrovelleranno (come me) a caccia di una spiegazione: che significato avrà mai il finale di “Sir Gawain e il Cavaliere Verde”, e perché ho la sensazione che l’ultima mezz’ora sollevi molte più domande che risposte?

La verità è che il film potrebbe essere interpretato in molti modi, ma probabilmente la chiave di lettura più “vistosa” ha a che fare con una complessa (e splendida) metafora sul significato della vita – e della morte.

Prima di tutto, una parola sul Cavaliere Verde. Chi è? Da dove viene? Che cosa rappresenta?

Da brava neopagana XD, non ho fatto troppa fatica a identificare in Lui l’Uomo Verde, vale a dire quella misteriosa entità sovrannaturale che incarna la potenza stessa della natura; la saggezza della terra, l’ineluttabile ciclo delle stagioni.

Dopotutto, provvede lo stesso “doppleganger” di Essel a spiegarci chi è il Cavaliere, in un memorabile monologo che racchiude l’anima stessa del film: perché la nemesi del protagonista è “verde”, ad esempio, e non di un qualsiasi altro colore? Perché non avrebbe potuto essere... rossa, ad esempio?

«Red is the color of lust, but green is what lust leaves behind, in heart, in womb. Green is what is left when ardor fades, when passion dies, when we die, too.»

Gawain è ossessionato dal pensiero di gloria e onore.  Crede che non esista nulla di più immenso di suo zio e dei suoi cavalieri; delle loro gesta spregiudicate, della loro dedizione alla causa dell’ordine, della prosperità, della giustizia.

Gawain (probabilmente a ragione) non sente di meritare un posto accanto a questi grandi uomini, ma ritiene comunque necessario continuare a provarci, aspirare a una meta più alta, trovare un modo per elevarsi dalla sua “grettezza” di avido bevitore e rinomato frequentatore di bordelli.

Ma il personaggio di Alicia Vikander è lì per strappargli ogni illusione, e ricordargli che nulla sarà mai più importante, fondamentale o forte della natura; quel Verde incontrastabile e onnipresente che ci circonda, ci protegge, ci distrugge, ci riempie, ci possiede.

Lo stesso effetto sortiscono, d’altronde, anche i maestosi e totalizzanti paesaggi che appaiono nel corso di così tante scene di “Sir Gawain e il Cavaliere Verde”: montagne titaniche, selve ancestrali, creature monolitiche che sfuggono a ogni capacità di comprensione... laddove Gawain, povero ragazzo a caccia di gloria, altro non è se un minuscolo “puntino”, una figura microscopica e ignara divorata dall’ansia e dalla paura di non poter essere mai “abbastanza”.

 

Il finale: una possibile interpretazione

 SPOILER ALERT! Se non avete ancora visto il film, vi sconsiglio caldamente di continuare a leggere questo paragrafo!

A un certo punto, Artù dice a Gawain: «I Do Not Know Of Any Man Who Has Not Marched Up To Greet Death Before His Time."

Che è una frase molto sibillina, se ci fate caso.

Da una parte (la parte in superficie), il Re sta semplicemente cercando di incoraggiare il nipote. Vai, affronta il pericolo a testa alta, come fanno tutti gli uomini onorevoli, e torna indietro per raccontarlo.

Dall’altra, secondo me, gli sta anche lanciando un avvertimento: «Non conosco un uomo che non abbia marciato incontro alla morte prima del suo tempo

Che, se ci fate caso, equivale un po’ a dire «Tutti gli uomini vanno via troppo presto. Ma nessuno marcia incontro alla morte prima del proprio tempo.»

Perché, quando è ora, è ora.

Quello che il Cavaliere Verde chiede a Gawain (dopo avergli offerto così tanto) è un semplice atto di sottomissione. Sei arrivato fino a qui; hai lottato, hai fatto incontri, ti sei innamorato, hai vissuto. Adesso piega il capo e arrenditi, perché non sei diverso dalle altre creature.

Come me, come tutto, appartieni alla Terra. Non importa quanti castelli, eserciti o spade magiche possiamo possedere: sotto la pelle, siamo tutti Verdi, e un giorno il Verde tornerà a reclamarci.

Perfino le fattezze di Artù e Ginevra, all’inizio del film, contribuiscono a confermarlo. Guardateli bene in volto: nonostante la loro grandezza, il loro successo, la loro saggezza... non sembrano un po’ cadaverici, non hanno forse un incarnato malsano?

Non vi sembra che il Verde abbia già cominciato a reclamare anche loro?

Gawain, all’inizio, non riesce ad accettare questo destino.

«Is this really all there is?», chiede allora al suo “carnefice”, stupefatto.

E il Cavaliere Verde, altrettanto perplesso, non può che rispondere: «What Else Ought There Be?»

Ma il nostro eroe continua a cercare un senso, uno scopo, una missione più alta. E così si ostina a “imbrogliare”, a indossare la sua fascia magica, finché alla fine fugge via senza chinare il capo.

Torna a Camelot, diventa Re, realizza tutti i suoi sogni di ragazzo... ma da tanta gloria e ricchezza non riceve altro che dolore, umiliazione e sconfitta.

Perché sta vivendo una bugia – la vita di un uomo morto, che si ostina a respirare ben oltre il proprio tempo. Trasformando il Verde della vita nel Verde della Putrefazione... una Putrefazione completamente innaturale, perché finisce con il verificarsi prima del trapasso.

E così, Gawain torna indietro, al momento della sua fatidica resa dei conti con l’Uomo Verde.

E quando piega le ginocchia e scaglia via la fascia incantata, è come se dicesse: ecco, va bene. Accetto la mia natura. Accetto la mia mortalità, rinuncio ai miei trucchi e ai miei tentativi di barare, perché adesso so che una cosa del genere sarebbe peggio che inutile: sarebbe un abominio.

Nessun uomo può sconfiggere la natura.

Quindi, riesce finalmente a compiere il suo gesto di autentico eroismo: si sottomette a una forza più grande di lui e di qualsiasi umana ambizione.

E attraverso quest’unico atto di immenso, impareggiabile coraggio, Gawain si guadagna finalmente il titolo di cavaliere...





giovedì 30 settembre 2021

Recensione: "The Maleficent Seven", di Cameron Johnston

 Se l’unica cosa che mancava nella vostra vita era un retelling in chiave grimdark del film “I Sette Samurai” di Akira Kurosawa... bè, non abbiate paura: “The Maleficent Seven”, il nuovo romanzo di Cameron Johnston, è qui per aiutarvi a colmare l'assenza!

Un libro fantasy divertente, fracassone e iper-violento, che strizza l’occhio a tanto a “Kill Bill” quanto a Suicide Squad”; ai “Magnifici Sette” di John Sturges quanto all’indimenticabile “I Guerrieri di Wyld” di Nicholas Eames…

 

Potete acquistarlo QUI in inglese


La trama

Un tempo, Black Herran era una temuta demonologa, la più spietata guerriera del continente di Essoran.

Sei generali, i più potenti e vendicativi della nazione, si erano radunati sotto il suo comando, attratti dalla sua sete di sangue e dal suo desiderio di stravolgere il mondo.

Il piano sembrava semplice: annientare i Paladini, impossessarsi della loro capitale, sradicare il sistema...

E, per una volta, stava andando tutto per il verso giusto. I cattivi stavano vincendo, stavano vincendo sul serio...

E poi, il tradimento.

Alla vigilia della battaglia definitiva, una vittoria certa, Black Herran ha deciso di voltare le spalle ai suoi uomini e andarsene per la sua strada.

Alla fine della guerra, il signore degli Inferi avrebbe reclamato la sua anima, dopotutto; e il generale non è mai stato tipo da rinunciare a qualcosa facilmente.

Dopo il suo abbandono, le canaglie che componevano la sua armata si sono sbranate a vicenda, e i Paladini hanno trionfato.

40 anni dopo, il prezzo di quella sconfitta torna a gravare sulle spalle dell’anziana evocatrice di demoni.

Per salvare Tarnbrook, il tranquillo villaggio di contadini e pescatori che l’ha accolta e in cui la donna, nel frattempo, è riuscita a mettere su famiglia, Black Herran dovrà assemblare la vecchia squadra ancora una volta; radunare i suoi sette generali, i più malvagi fra i malvagi, e imbastire una resistenza disperata al confine della città.

Stavolta, i mostri di Black Herran diventeranno l’ultima speranza di sopravvivenza; se falliranno, un male ancora più crudele e ipocrita finirà per dilaniare Essoran e porre fine a ogni parvenza di libertà...


La banda

Il “cast” di personaggi che incontrerete fra le pagine di “The Maleficent Seven” è composto da uno stuolo di canaglie assolutamente irresistibili. Gente molto cattiva, non mi fraintendete; assassini e approfittatori dal cuore nero come l’inferno, ma che vi conquisteranno in virtù della loro esuberanza e del loro inconfondibile carisma.  

Nell’ordine, possiamo contare: un’ex-generalessa anziana esperta di demonologia, un vampiro mutaforma, una necromante assetata di vendetta, un dio della guerra alcolizzato, una regina pirata, uno scienziato pazzo e una nerboruta guerriera appartenente alla tribù degli orchi.

Una combriccola di protagonisti squisitamente sopra le righe, lasciate che ve lo dica; e il cui unico compito nella vita sembra consistere nel seminare caos, combinare casini e saltarsi reciprocamente alla gola.

La maggior parte di loro sembra saltata fuori dalle vignette di un fumetto Marvel o DC. Il dio della guerra, ad esempio, mi ha ricordato una versione ubriacona e spostata di Thor; il vampiro è una via di mezzo fra Morbius e Carnage,  Black Herran è una sorta di John Costantine in versione sbarellata eccetera eccetera.

Ne consegue un livello di caratterizzazione deliberatamente scarso, dal momento che Cameron Johnston si diverte perlopiù a giocare con i cliché cari al genere e a sguinzagliare la sua allegra brigata di villains nel contesto delle situazioni più surreali, grottesche e pazze che gli vengano in mente; ma anche una quantità di scene irriverenti e infarcite di contagioso umorismo nero, una narrazione incalzante e una sfilza di sequenze d’azione al cardiopalma, l’una più spettacolare e sanguinosa dell’altra.  


Cattivissimi Loro!

L’intreccio di “The Maleficent Seven”, come avrete immaginato, è molto lineare, semplicissimo da seguire. Leggete la quarta di copertina, e capirete cosa aspettarvi.

Johnston riesce comunque a riservarci qualche piccolo (e grande) twist degno di nota; una girandola di tradimenti e ribaltamenti inaspettati, che ci consentono di goderci la trama senza un attimo di noia o distrazioni.

L’ambientazione è molto cupa, brutale; dopotutto, in un mondo in cui i nostri sette “eroi” rappresentano la miglior speranza di sopravvivenza per gli innocenti, i deboli e gli indifesi... Bè, voi provate soltanto a immaginarvi come potrebbero essere fatti i “veri” cattivi! XD

Vale tuttavia la pena spendere due parole a proposito dei continui (e quasi schizofrenici) cambi di prospettiva a cui ci sottopone l’autore.

Mi rendo conto che Johnston stava, in un certo senso, cercando di fare il verso a quel filone tipicamente pulp della narrativa fantasy anni Ottanta (“Dragonlance”, “Forgotten Realms” e via discorrendo), vale a dire quella particolare branca “storica” del genere che non sapeva nemmeno dove stessero di casa, “quisquilie” tecniche come questa;  ma lo scrittore, soprattutto nella seconda metà del romanzo, sembra gestire la focalizzazione a fatica, come se i suoi sette personaggi, esuberanti e prorompenti come non mai, stessero mettendo a dura prova la sua capacità di concentrazione.

Un difetto a cui attribuisco anche l’altro, grosso punto debole di “The Maleficent Seven”, vale a dire l’incapacità di risolvere tutte le sottotrame e di regalare un arco completo ai sette protagonisti. A mio avviso, alcuni personaggi avrebbero meritato un pizzico di luce in più sotto i riflettori.

È anche vero che Johnston non ha escluso del tutto la possibilità di tornare a scrivere di loro in futuro…  non possiamo fare altro che tenere le dita incrociate!




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