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lunedì 28 marzo 2022

Recensione: "Dead Silence", di S. A. Barnes

Dead Silence” è un elettrizzante libro horror/sci-fi di S.A. Barnes, ambientato nello spazio profondo e ispirato ad alcuni fra i più grandi classici della narrativa e del mondo del cinema: “Shining”, “Titanic”, “Alien”, “Gravity”...

Un survival horror che è praticamente un blockbuster, e che, tuttavia, riesce a elevarsi al di sopra della stragrande maggioranza di titoli affini grazie all’impeccabile uso del suo narratore inaffidabile, alla sua inquietante atmosfera claustrofobica e allo sviluppo di una trama talmente incalzante e coinvolgente da rischiare seriamente di creare dipendenza!


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La trama

Claire Kovalik è a un passo dal ritrovarsi senza lavoro. La sua figura professionale, ormai, è diventata obsoleta: ben presto, la sua squadra di “riparatori” spaziali verrà sostituita da un sistema automatizzato, e a lei non resterà altro da fare se non tornare sulla Terra e rassegnarsi a un impiego d’ufficio dietro una comoda scrivania.

Ma, nel bel mezzo della sua ultima missione fra le stelle, la squadra di Claire intercetta un segnale di soccorso proveniente da una nave sconosciuta.

Claire, che non ha più nulla da perdere (e nessun desiderio di rimettere piede sulla Terra), decide di investigare.

Il team fa quindi una scoperta scioccante, e si imbatte nell’Aurora, una famosa nave spaziale da crociera scomparsa, nel pieno del suo viaggio inaugurale, insieme al suo carico di personalità di spicco, membri dell’alta società e piccole celebrità del mondo dello spettacolo.

Un incidente avvenuto vent’anni prima, e di cui mai nessuno era riuscito a svelare il mistero.

Poiché nello spazio vige una regola su tutte – “chi lo trova, se lo tiene” – Claire e il resto della squadra decidono di sbarcare sul ponte della Aurora e procurarsi le prove necessarie a rendere legale e vincolante il loro ritrovamento.

Ma basta un’occhiata per rendersi conto che, a bordo dell’Aurora, c’è qualcosa che non quadra.

Sussurri nell’oscurità. Ombre in movimento. Messaggi inquietanti scribacchiati con il sangue.

Claire dovrà lottare con le unghie e con i denti per rimanere aggrappata alla propria sanità mentale, ma anche per scoprire cos’è veramente accaduto a bordo dell’Aurora... prima che il suo equipaggio vada incontro allo stesso destino.

 

“Dead Silence”: la recensione

L’immagine che apre il romanzo di S. A. Barnes è talmente primordiale ed espressiva da rendere immediatamente chiaro quale sarà il tema della narrazione: un’istantanea della sua protagonista, Claire, sospesa nello spazio. Un cavo sottilissimo costituisce il suo unico legame con la sua nave e, soprattutto, con le persone che la aspettano a bordo.

Claire tiene molto al suo equipaggio. Li considera quasi una famiglia; l’unica che le sia rimasta, dopo che un’esperienza traumatica della sua infanzia le ha portato via tutto il resto... anche se lei dubita seriamente che i suoi colleghi siano disposti a vederla allo stesso modo.

Ma, ormai, Claire sta per perdere il lavoro, insieme a ogni speranza di continuare a fare quello che ha sempre desiderato, o di vivere come ha sempre sognato. Così, a poco a poco, il suo collegamento con la realtà, comincia a farsi più fragile e intermittente; ed ecco che la mano della donna comincia a spostarsi -  dapprima timidamente, poi sempre con maggior convinzione - verso il cavo che le impedisce di perdersi definitivamente fra le stelle.

Sganciarlo potrebbe rappresentare un piccolo passo per l’umanità, un grande passo per il suo sogno inconfessabile di rinunciare a tutto e lasciarsi scivolare via nell’oscurità una volta per tutte...

Dead Silence” comincia così, all’insegna dell’eterna dicotomia fra l’istinto di sopravvivenza e il desiderio di morte; fra la voglia di lottare e la tentazione di piegare le ginocchia e rimanere a terra.

Un’immagine vividissima, viscerale e universale, che mi ha scaraventato al centro della narrazione con la forza di un motore propulsore, incoraggiandomi a divorare i capitoli del romanzo uno dopo l’altro...

 

In the dark...

Ma sia messo agli atti il fatto che “Dead Silence” si propone di essere, sopra ogni altra cosa, un romanzo deliziosamente terrificante; la storia di una nave spaziale infestata che galleggia a centinaia di milioni di anni luce da tutto ciò che la nostra specie conosce, di cui ha bisogno per sopravvivere e prosperare.

Nel corso del suo romanzo, S. A. Barnes riesce a regalarci parecchi jump scares, quasi tutti efficaci, e lo fa con la grazia consumata di un’autentica maestra del brivido.

Dopotutto, durante la lettura, la suspense comincia ad avvolgersi intorno al petto del lettore come una specie di coperta bagnata; e quel senso di ansiosa aspettativa, di febbrile anticipazione, non fa altro che crescere esponenzialmente con lo scorrere dei capitoli – e, chiaramente, delle scioccanti rivelazioni che attendono l’equipaggio a bordo dell’Aurora.

Claire, dal canto suo, incarna una protagonista al tempo stesso forte e vulnerabile. I suoi punti di debolezza controbilanciano perfettamente le sue qualità, per cui il lettore viene scaraventato in un vortice di dubbio costante: riuscirà la donna a superare le mille (e agghiaccianti) prove che la aspettano fra i tetri corridoi dell’Aurora? Oppure soccomberà alle sue paure, lasciandosi definitivamente consumare dai suoi demoni?

Il suo conflitto interiore è talmente realistico, talmente convincente, da evocare in chi legge uno stato di imprevedibilità assolutamente magnetico.

Per scoprire il finale, puoi soltanto continuare a leggere fino a perdere ogni cognizione del tempo, e rassegnarti all’idea di trascorrere una paio di notti insonni.

Ma ne vale la pena...

Insomma, se vi piace il genere, se pensate che film come “Sunshine” e “Prometheus” siano fin troppo sottovalutati, provate a leggere “Dead Silence”: vi lascerà senza fiato! ;D



domenica 26 settembre 2021

Recensione: "Black Water Sister", di Zen Cho

Black Water Sister” è il nuovo urban fantasy di Zen Cho, già autrice della duologia “Sorcerer to the Crown + “The True Queen”, nonché del notevole romanzo wuxia “The Order of the Pure Moon Reflected inWater”.

Black Water Sister” vanta una variopinta ambientazione asiatico-contemporanea e un nucleo di tematiche altamente significative; è un libro divertente, eccentrico e colorato, che giustappone la sensibilità e il materialismo (tutto occidentale) di una protagonista nata e cresciuta negli USA, al folclore e allo spiritualismo malesiano.

Un fantasy singolare e potenzialmente irresistibile, che a tratti ricorda “The Ghost Bride” di Yangsze Choo; purtroppo, la trama sconnessa e i personaggi da light novel tendono a guastare l’effetto di insieme, rendendo l’esperienza di lettura gradevole, forse addirittura pittoresca, ma tutt’altro che indimenticabile...


Potete acquistarlo QUI in inglese

 

La trama

Jessamyn Teoh si è sempre considerata americana; eppure, quando suo padre perde il lavoro a seguito di una grave malattia, viene costretta a tornare in Malesia assieme al resto della sua famiglia.

Jess non ha mai vissuto in Malesia, neanche per un giorno. Non conosce quasi nulla delle tradizioni locali, e meno ancora di quelle relative al suo stesso albero genealogico. Così, quando comincia a sentire una voce che le parla all’orecchio, attribuisce la cosa allo stress e si mette subito alla ricerca di un terapeuta.

Dopotutto, è una laureata di Harvard senza uno straccio di prospettiva, esiliata in una terra “straniera” a un paio di pianeti di distanza dalla sua ragazza, dai suoi amici, dal mondo che conosceva.

Chi è che non ne uscirebbe con i nervi un tantino logorati?

Tutto cambia, quando lo spirito con cui è entrata in comunicazione si rivela appartenere ad Ah Ma, la nonna materna che non ha mai veramente conosciuto. In vita, Ah Ma era una potentissima medium, l’avatar di una misteriosa divinità chiamata “Black Water Sister”.

Adesso, Ah Ma è più che mai determinata a pareggiare i conti con il boss della malavita locale, colpevole di aver arrecato un’offesa mortale alla sua dea – e, per qualche ragione, pare proprio che non possa riuscirci senza l’aiuto di Jess!

Attirata in un mondo di fantasmi, divinità e oscuri segreti di famiglia, Jess scoprirà che stringere accordi con uno spirito capriccioso potrebbe rivelarsi più pericoloso del previsto. Anche perché la “Black Water Sister” di cui parla Ah Ma è molto, molto arrabbiata... e, se Jess dovesse fallire, la sua prossima vittima potrebbe essere qualcuno che le è molto caro.


Genitori, zii, cugini e tanti guai!

Ci tengo a precisare che “Black Water Sister” è un libro che la stragrande maggioranza del pubblico (e della critica) ha amato profondamente.

Per me non è stato così, ma la verità è che non so quanto di tutto questo sia da attribuire alla mia scarsa capacità di relazionarmi a quello che è l’effettivo tema portante di quest’opera: vale a dire la famiglia, nel senso più biologico ed esteso del termine.

In realtà, l’opera di Zen Cho affronta molti argomenti interessanti; quello dell’immigrazione è decisamente quello che mi ha colpito di più, dal momento che lo smarrimento di Jess, la sua dolorosa mancanza di una specifica identità culturale in cui riconoscersi, viene rappresentata dall’autrice con passione e un’ encomiabile dose di approfondimento psicologico.

Ma è un fatto che i riflettori restino puntati soprattutto sui rapporti famigliari. Tutta la vita di Jess in Malesia, in un certo senso, ruota attorno a questo enorme, chiassoso, “simpatico” serraglio di zii, cugini, parenti di terzo grado e ficcanaso vari ed eventuali.

Ora... I personaggi della madre, del padre e della nonna sono stupendi, non mi fraintendete. Ma il resto della banda?

Sarò sincera con voi: riferimenti alle varie esperienze LGBT a parte, per me non è stato sempre facile riuscire a stabilire un punto di connessione con la protagonista; trovare un modo per immedesimarmi nei suoi problemi, nei suoi dilemmi morali e nella sua visione della vita.

Parte del problema ha sicuramente a che fare con una questione di “gap” culturale. Dopotutto, come l’autrice si prende la briga di ricordarci, molte famiglie asiatiche allevano i propri figli in base a valori completamente diversi da quelli occidentali.

C’è anche da dire che il significato che attribuisco io alla parola “famiglia” ha poco a che fare con il DNA, e molto più a che vedere con la gente che effettivamente si prende cura di me e mi protegge le spalle. Ma, forse, questa modalità di pensiero è un lusso che posso concedermi soltanto perché non ho avuto la sfortuna di crescere in una terra diversa da quella dei miei antenati; dopotutto, nessuno ha mai cercato di sradicare me dalle mie radici. Posso scegliere di allontanarmene; posso crogiolarmi nella consapevolezza che saranno sempre lì: per ritrovarle mi basterebbe allungare una mano.

Perfino così, sarà sincera: ho trovato difficile comprendere i motivi che spingono Jess a vivere in preda al terrore costante di deludere questo clan di parenti che, a ben vedere, non sono altro che sconosciuti che per caso portano il suo stesso cognome; gente che si prende la briga di giudicare ogni sua azione e di pianificare la sua vita in ogni insignificante dettaglio, ma mai – il cielo ce ne scampi – di conoscerla per ciò che Jess realmente è.

Jess, dal canto suo, reagisce a tutte queste interferenze mostrando soltanto passività, pavidità e una vaga predisposizione al martirio... una serie di circostanze che, lo ammetto candidamente, purtroppo non mi hanno reso particolarmente bendisposta nei confronti del resto della sua storia.


Un arco spezzato

Dal punto di vista della trama vera e propria, trovo che “Black Water Sister” risenta di una grave mancanza di struttura.

Questo difetto, secondo me, va attribuito soprattutto all’arco narrativo della protagonista, che non arriva mai a svilupparsi in modo soddisfacente. La trasformazione di Jess, alla fine del libro, mi è parsa tutt’altro che convincente; una specie di parabola “a singhiozzi”, che si evolve a forza di scenari pittoreschi e incontri con personaggi sui generis, piuttosto che per mezzo di lezioni apprese e prove superate.

Oltretutto, non ho apprezzato particolarmente neanche la tendenza dell’autrice a ricorrere alla costante minaccia di violenza sessuale come espediente narrativo. Perché, detto fra voi e me, questo sarà anche uno stratagemma dolorosamente credibile... ma, nell’ambito di un libro a sfondo sovrannaturale, in realtà si traduce anche in un cliché pigro, la prima freccia nell’arco di un autore che non conosce il mondo che ha creato e che si rifiuta di fare i compiti a casa.

L’ambientazione, viceversa, è un elemento in cui “Black Water Sister” senz’altro eccelle. La Malesia dipinta da Zen Cho non mi è mai sembrata così vivida, problematica e interessante. Le sue descrizioni mi sono entrate sotto la pelle come le schegge di una cornice; un dipinto quadrimensionale, che è riuscito ad avvolgermi nelle sue luci, nei suoi profumi e nelle sue seducenti percezioni sensoriali.

Mentirei, se vi dicessi di non essermi aspettata un qualcosa di più. Ma suppongo che trarrò consolazione dal fatto di essermi imbattuta in una delusione parziale, e non integrale al 100%! XD




mercoledì 8 settembre 2021

Tor Nightfire: i primi titoli proposti dal nuovo marchio editoriale americano specializzato in narrativa horror...

Come molti di voi sapranno, Tor è una delle più influenti e importanti case editrici americane specializzate in narrativa fantasy e fantastica.

Una considerevole rilevanza riveste anche Tor.com, una delle più popolari e dinamiche “costole” della Tor: sotto il suo prestigioso marchio, infatti, sono stati pubblicati recenti successi quali “Gideon la Nona, “Murderbot”, “Middlegame”, “Binti”, “La Ballata di BlackTom” e tantissimi altri bestseller.

Ebbene, a partire da questo settembre, prenderanno finalmente il via anche le pubblicazioni di Nighfire, la nuovissima etichetta "affiliata" Tor dedicata al mondo dellhorror a 360°!

Approfittiamone, dunque, per dare un’occhiata da vicino ai primi titoli proposti da Nightfire. 

Intanto vi ricordo che ciascun libro sarà disponibile (ovviamente, in lingua inglese) a partire da questo autunno...

   

Certain Dark Things

di Silvia Moreno-Garcia


“Benvenuti a Mexico City, un’oasi in un oceano di vampiri. Domingo, un ragazzino di strada, sta soltanto provando a sopravvivere alle incursioni della polizia, quando una vampira irrompe improvvisamente nella sua vita. Atl, la discendente di un clan di succhiatori di sangue aztechi, è intelligente, bellissima e letale. Domingo è ipnotizzato da lei. Tutto quello che occorre a Atl è una via di fuga dalla città, un modo per sfuggire alle guerra fra clan di narco-vampiri rivali che la sta perseguitando; i suoi piani non prevedevano Domingo... Ma, si sa, nella vita le cose raramente si svolgono come previsto." Potete acquistarlo QUI in inglese.



Slewfoot: A Tale of Bewitchery

di Brom 


"Connecticut, 1666. Un antico spirito si risveglia in un bosco oscuro. La gente dei boschi lo chiama Padre, Cacciatore, Protettore. I coloni lo chiamano Slewfoot, demone, diavolo. Per Abitha, un’emarginata recentemente rimasta vedova, sola e vulnerabile all’interno di un villaggio pio e bigotto, lui rappresenta semplicemente l’unica speranza di salvezza. Insieme, innescheranno una battaglia fra pagani e puritani – una che minaccerà di distruggerà ogni cosa, e di lasciarsi alle spalle nient’altro che ceneri e rovina." Potete acquistarlo QUI in inglese.

 


The Last House on Needless Street

di Catriona Ward

Potete leggere QUI la mia recensione. "In una casa alla fine di una strada senza via d’uscite, al margine dei selvaggi boschi di Washington, vive una famiglia di tre persone. Una ragazza a cui non è concesso uscire... non dopo quello che è successo l’ultima volta. Un uomo che beve da solo di fronte alla sua tv, cercando di ignorare i buchi nella sua memoria. E un gatto che ama sonnecchiare e leggiucchiare la Bibbia. Un segreto innominabile li lega insieme, ma, non appena una nuova vicina si trasferisce nella casa accanto, ciò che giace nascosto fra gli alberi si prepara a tormentarli di nuovo...” Potete acquistarlo QUI in inglese.

 


Nothing But Blackened Teeth

Cassandra Khaw

"Una magione dell’era Heian giace abbandonata. Le fondamenta dimorano sulle ossa di una sposa e le sue mura sono costellate dei resti delle ragazze sacrificate per tenerle compagnia. È la meta perfetta per un gruppo di amici a caccia di brividi, riuniti insieme per celebrare un matrimonio. Una notte di cibo, bevute e giochi precipita rapidamente in una spirale di incubi, mentre antichi segreti vengono esposti alla luce e relazioni messe seriamente alla prova. Ma anche la casa ha dei segreti. E, dall’ombra, la sposa fantasma osserva ogni cosa con il suo sorriso nero e il suo cuore affamato... Magari sta cominciando a sentirsi sola, lì nella terra.” Potete acquistarlo QUI in inglese.


 

sabato 22 maggio 2021

"The Turning - La Casa del Male": la recensione del film horror disponibile su Prime Video



 

The Turning: La Casa del Male” è l’ennesimo adattamento del romanzo gotico di Henry James “Il Giro di Vite”.

Suppongo che, dopo averlo visto, le malelingue abbiano finalmente smesso di spargere veleno su quel capolavoro indiscusso chiamato “The Haunting of Bly Manor”, eh? *___*

Scherzo, scherzo... almeno, fino a un certo punto! :P

In realtà, “The Turning” ha ricevuto un quantitativo allarmante di recensioni rabbiose e indispettite, fatto che di per sé è riuscito a sorprendermi.

Cioè, non fraintendetemi: il film di Floria Sigismondi è abbastanza scialbo, e il finale garantisce indubbiamente uno degli anticlimax più devastanti e idiotici che abbia mai visto.

Però non capisco da dove arrivi tutto questo accanimento nei suoi confronti. Chiaro che non puoi pretendere di paragonare “The Turning” a “Suspense” di Jack Clayton, o alla bellissima serie tv di Mike Flanagan (o meglio, puoi anche farlo, nella consapevolezza che sarà a tuo rischio e pericolo…), ma alla fine le convincenti interpretazioni di Mackenzie Davis, Finn Wolfhard e Brooklynn Prince contribuiscono a risollevare, in parte, le sorti di un canovaccio debole e ammantato di anonimità.

In realtà, secondo me il problema principale di “The Turning” è proprio questo: è uno degli adattamenti meno coraggiosi e ispirati che abbia mai visto. La Sigismondi si limita a girare la prima metà come se fosse il vostro classico filmetto horror di turno, con tanto di scale cigolanti, effetti sonori roboanti e jump scares assortiti, salvo poi virare in una direzione che nessuno (a parte, forse, gli estimatori del libro) avrebbe mai potuto prevedere.

Una scelta che stizzisce (questo non posso negarlo), anche perché il colpo di scena sembra terribilmente telefonato; un fiacco riferimento alla magistrale ambiguità de “Il Giro di Vite” originale, nient’altro.

Una specie di doccia fredda, che ammazza la tensione nel modo più cruento e in qualche modo destabilizza lo spettatore, costringendolo a ripensare agli elementi interessanti di “The Turning” sotto una luce diversa, infinitamente più critica e distaccata.

Perché il film della Sigismondi, secondo me, ha dei punti di forza di cui andare fiero (ad esempio, i due ragazzini, e in modo particolare il rapporto disturbante che viene a crearsi fra il piccolo Miles e la nuova istitutrice Kate…); semplicemente, non si tratta di aspetti che potrebbero interessare molto a un tipico fan dell’horror, ivi compresa la sottoscritta.

Fra l’altro, non mi ha convinto particolarmente neanche il tentativo di “modernizzare” l’ambientazione del romanzo di James, perché la cornice contemporanea, secondo me, non riesce in nessun modo a mascherare la natura profondamente vittoriana della trama.

Chi è Kate, la ragazza bella, giovane e in salute che, di punto in bianco, decide di mollare tutto e trasferirsi nella casa isolata gestita da un branco di pazzi perché la sua ossessione è quella di riuscire a fare la differenza? L’insegnante che accetta di sorbirsi interminabili sermoni sulla superiorità di classe da parte di una governante spettrale, e raccapriccianti molestie da parte di un ragazzino rachitico che forse neanche cinquecento pizze in faccia sarebbero capaci di raddrizzare?

Questo identikit corrisponde a quello di una donna dei giorni nostri, secondo voi?

O al personaggio di una melodrammatica ghost-story ottocentesca?


Giudizio personale:

5.5/10


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sabato 8 maggio 2021

"Marrowbone": la recensione del film horror disponibile su Amazon Prime Video

 

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Nel 1969, Jack (George MacKay) e i suoi fratelli Billy (Charlie Heaton), Jane (Mia Goth) e Sam (Matthew Stagg) attraversano l’oceano insieme alla madre per trasferirsi in America e iniziare una nuova vita.

La famiglia, braccata da un personaggio sinistro e oscuro, decide di cambiare identità e assumere un nuovo cognome: Marrowbone.

Un’estate felice e spensierata conduce sulla loro soglia la vivace Allie (Anya Taylor-Joy), una coetanea con cui i fratelli stringono subito un’intensa amicizia. All’inizio, i giorni scorrono tranquilli, e il passato comincia piano a piano a sbiadire dalle loro menti…

Ma lasciarsi alle spalle certi traumi può rivelarsi più difficile di quanto immaginino; soprattutto perché al mondo esistono persone che farebbero qualsiasi cosa, pur di continuare a renderti la vita un inferno. E quando la loro mamma si ammala, i giovani Marrowbone cominciano a intuire che presto potrebbero ritrovarsi soli e in balia di una minaccia oscura.

La loro casa si sta svegliando. Forze ignote complottano per separare i Marrowbone e distruggere la loro famiglia… a meno che Jack, il fratello maggiore, non riesca a trovare un modo per proteggere i suoi cari e dissolvere l’incubo una volta per tutte.

Marrowbone” è stato scritto e diretto da Sergio G. Sánchez, già sceneggiatore di “The Orphanage” (film con cui condivide senz’altro echi e affinità). Nonostante l’ambientazione rurale a stelle e strisce, potremmo considerarlo un film gotico a tutti gli effetti. Si pone un po’ al punto di congiunzione fra i generi horror e romance, tanto per cominciare, e presta tantissima attenzione ai conflitti interiori dei personaggi, alle tragedie che scandiscono le loro vite, alle loro tribolate dinamiche familiari.

L’inquietudine che serpeggia attraverso le buie stanze della magione dei Marrowbone è un lungo brivido che scorre lungo la schiena; abbastanza suggestiva da sembrare romantica, abbastanza vivida da raggelare lo spettatore fin nel profondo delle ossa. 

Da questo punto di vista, consiglio il film soprattutto ai fan di “The Haunting of Bly Manor”, la seconda stagione della strepitosa serie tv antologica di Mike Flanagan: le atmosfere struggenti e la costante tensione di sottofondo, i personaggi tormentati e i dialoghi significativi sono soltanto alcuni degli elementi che accomunano questi due titoli.

Marrowbone”, a onor del vero, presenta una trama di chiaro stampo derivativo. L’intreccio è stato costruito con un certo grado di abilità, ma credo che lo sceneggiatore abbia disseminato un po’ troppi indizi nel corso dei primi due atti della sua pellicola; abbastanza “briciole di pane” da permettere allo spettatore di sgamare il finale in anticipo, un fatto che ho trovato abbastanza deludente.

Potrei indicarvi la scena precisa che mi ha permesso di mangiare la foglia e auto-spoilerarmi il finale; ovviamente non lo farò, ma mi sorprenderebbe molto scoprire di essere stata l’unica!

Eppure, nonostante questo “piccolo” contrattempo, “Marrowbone” è un film che si lascia apprezzare. Le buone interpretazioni e l’atmosfera evocativa, i cliffhanger e i giochi di luce: sono molti gli ingredienti che contribuiscono a valorizzare questa intelligente e delicata ghost story in salsa intimista!

E poi, vogliamo parlare di Anya Taylor-Joy, ragazzi? Perfino nel ruolo di semplice “fidanzatina d’America”, la star di “New Mutants” e “La Regina degli Scacchi” riesce a brillare e a rubare la scena ai colleghi! Fosse pure solo per recuperare un frammento della sua filmografia, varrebbe senz'altro la pena guardare “Marrowbone”! *____*

 

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domenica 28 marzo 2021

Recensione: "The Luminous Dead", di Caitlin Starling

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La Trama

“Quando Gyre Price ha mentito per ottenere un incarico in questa spedizione, pensava che il suo lavoro avrebbe richiesto per lo più la mappatura di siti minerali, e che i suoi più grandi problemi avrebbero avuto a che fare con possibili cedimenti delle caverne o con il malfunzionamento dell’equipaggiamento. Pensava che la paga generosa – abbastanza da permetterle di lasciare il pianeta e rintracciare sua madre – avrebbe comportato un abile team di supporto sulla superficie, pronto a monitorare lo stato della sua tuta e del suo ambiente in ogni momento. Un team che la tenesse al sicuro. Che la tenesse sana di mente.

Invece, Gyre ha avuto Em.

Em non pensa che ci sia nulla di sbagliato nella somministrazione di droghe forzata, o nel fatto di conservare gelosamente per sé parecchi brandelli di informazione vitale. Em sa tutto a proposito delle false credenziali di Gyre, e non si fa nessun problema a usare la cosa a proprio vantaggio. Dopotutto, anche lei ha dei segreti…

Mentre Gyre comincia a inoltrarsi nella profondità della terra, piccole inconsistenze – scorte mancanti, inaspettati cambiamenti del percorso… - cominciano ad allarmarla. Circondata dall’ignoto e dall’oscurità, dovrà superare qualcosa di molto più pericoloso delle difficoltà del terreno o delle mostruose creature giganti che dimorano nel complesso di caverne. Per tornare a casa, dovrà affrontare i fantasmi che vivono nella sua mente.

Eppure, per qualche motivo, Gyre non riesce a scuotersi di dosso la sensazione che qualcuno - o qualcosa - la stia seguendo…"


La Recensione

The Luminous Dead” è l’anello di congiunzione mancante fra il film “The Descent” e il survival horror di Alma Katsu “The Hunger: Gli Affamati”.

Un romanzo d’esordio potente e terrificante, che fa delle parole “paranoia” e “tensione” i propri cavalli di battaglia.

C’è un motivo se la stampa estera ha paragonato l’opera prima di Caitlin Starling a “The Martian” di Andy Weir, o a “Gravity” di Alfonso Cuaron. Anche “The Luminous Dead” è una storia sulla sopravvivenza, un libro che parla soprattutto di fantasmi e mostri della mente. E devo dire che la componente psicologica si sposa alla perfezione con l’ambientazione “aliena” e irta di pericoli di una colonia spaziale ancora parzialmente inesplorata, un territorio ostile e misterioso che riecheggia le insidie sepolte in profondità all’interno della nostra psiche.

Una spirale d’ansia e d’orrore, che costringe la protagonista Gyre a confrontarsi continuamente con le proprie debolezze, con i propri limiti, con i demoni di un passato che sembra seguirla giù per i claustrofobici recessi delle caverne che Em – la sua ambigua datrice di lavoro – le ha ordinato di esplorare.

Gyre è da sola, al buio. Tonnellate di rocce la separano dall’essere umano più vicino; l’unica voce che bisbiglierà al suo orecchio, per settimane, sarà quella della donna che l’ha spedita lì a morire. Una giovane carismatica e spietata di cui non riesce fidarsi, ma che gestisce la stessa tecnologia alla base del suo sistema di sopravvivenza, e di cui arriverà ad aver bisogno come dell’aria che respira.

Nell’oscurità intorno a Gyre, vivono soltanto le piccole spore bioluminescenti di una bizzarra colonia di funghi e le gigantesche creature (simil-Tremors) che hanno scavato i tunnel in primo luogo.

Quanto tempo ci vorrà, prima di vedere la nostra eroina sprofondare nella spirale della solitudine, dell’abbandono, della follia?

Caitlin Starling scrive un romanzo dall’atmosfera intensa e viscerale, un universo narrativo popolato da due soli personaggi. Una coppia di complesse (e, per certi aspetti, anche un po’ detestabili…) anti-eroine che, per qualche ora, riescono a trasformarsi in un’ossessione letteraria deliziosamente fagocitante; la cassa di risonanza delle tue stesse paure, delle tue stesse vulnerabilità, delle tue stesse angosce esistenziali.

Non puoi fare a meno di amarle. Non puoi fare a meno di odiarle. Non puoi fare a meno di soffrire, lottare e annaspare con loro.

The Luminous Dead”, insomma, è un libro cupo, cupissimo. Sospetto che alcuni lettori – soprattutto quelli meno avvezzi alla lettura del genere sci-fi – potrebbero trovarlo lento, le sue scene-chiave rallentate da un apparato descrittivo molto capillare e dettagliato. Eppure vi assicuro che mi ha tolto il respiro; lo stile immersivo, l’ambientazione terrificante, i personaggi complessi e dolorosamente umani, contribuiscono senz’altro a renderlo uno dei migliori libri horror che abbia mai letto!

Non riesco a credere che sia un’opera d’esordio, fra parentesi. Se è vero che il buongiorno si vede dal mattino, dovrò assolutamente continuare a seguire la Starling e prenotare in anticipo una copia di qualsiasi cosa scriva in futuro! *____*

 

 Giudizio personale:

9.2/10


 


domenica 28 febbraio 2021

Recensione: "A Casa Prima di Sera", di Riley Sager

A Casa Prima di Sera”: dovrebbe essere questo il titolo italiano di “Home Before Dark”, il nuovo, atteso romanzo di Riley Sager, autore del bestseller internazionale “Final Girls – Le Sopravvissute”.

Un libro che, che secondo me, piacerà tanto ai fan di “The Amytiville Horror” quanto agli estimatori del recente thriller “La Casa delle Voci” di Donato Carrisi.

La Time Crime dovrebbe portarlo in Italia ad aprile 2021; nel frattempo, colgo l’occasione per proporvi la mia recensione dell’edizione in lingua originale! ;D

 


Potete acquistarlo QUI in italiano


“A Casa Prima di Sera”: la trama

«Com’era? Vivere in quella casa.»

Maggie Holt è abituata a sentirsi ripetere domande del genere.

Venticinque anni fa, lei e i suoi genitori, Ewan e Jess, si sono trasferiti a Baneberry Hall, una gigantesca proprietà vittoriana nel cuore dei boschi del Vermont. Sono riusciti a passare in quel posto soltanto una ventina di giorni: alla fine di quelle fatidiche tre settimane, infatti, gli Holt sono balzati in macchina e sono scappati via a gambe levate. Da quella notte, nessuno di loro è più tornato a Baneberry Hall.

Ewan ha raccontato la sua ordalia in un libro di non fiction chiamato “La Casa degli Orrori”. La sua cronaca riportava i suoi terrificanti incontri con le malefiche presenze che infestano Baneberry Hall, diaboliche entità che, a quanto pare, avevano preso di mira soprattutto sua figlia Meggie. Un libro di memorie che, in breve tempo, è diventato un clamoroso successo tradotto in una mezza dozzina di lingue.

Oggi, Maggie non ricorda più niente di quegli eventi. Ha passato gran parte della sua adolescenza e della sua vita da adulta a porsi un milione di domande, a cercare di capire se nelle parole di suo padre potesse nascondersi un germoglio di verità. Da tempo, ormai, sospetta che Ewan e Jess non siano altro che una coppia di abili truffatori, ma il loro categorico rifiuto di tornare a parlare di quei fatidici venti giorni in Vermont ha continuato a tenerla sulle spine per anni.

Fino a quando una malattia non arriva a stroncare Ewan, e l’atto di proprietà di Baneberry Hall passa definitivamente nelle mani di Maggie.

È il momento di tornare a casa… e di scoprire che il libro di suo padre conteneva, forse, più verità di quanta gli stessi abitanti del posto siano disposti ad ammettere.


Doppia anima

Come avrete notato, i punti di contatto fra la trama di “A Casa Prima di Sera” e tutti i millemila retroscena legati alla pubblicazione del celebre “The Amityville Horror” di Jay Hanson sono veramente numerosi.

Da parte sua, il romanzo di Riley Sager può vantare una sorta di “doppia natura”: nel corso delle sue pagine, infatti, ci viene data la possibilità di esplorare, a capitoli alterni, la linea temporale di Maggie e quella di suo padre, attraverso le parole del suo famigerato libro dedicato alla Casa degli Orrori. 

Che è un po’ come dire che il lettore può concedersi il lusso di leggere due storie al posto di una: un adrenalinico thriller basato sul tradizionale modello a base di indizi, false piste e incredibili colpi di scena, e un agghiacciante horror gotico dedicato alle farneticanti entità che si aggirano per i corridoi di una scricchiolante magione sperduta fra i boschi.

Un espediente che funziona, soprattutto perché queste due diverse “versioni” della realtà sono destinate a sovrapporsi e a sfumare dolcemente l’una nell’altra.


Di eroine e voci narranti

Se avete letto “Final Girls” (edizione Giunti), sapete già che Riley Sager è un maestro della tensione. Il ritmo di “A Casa Prima di Sera” si conferma altrettanto incalzante e suggestivo. E il mistero al centro della trama è veramente in grado di stuzzicare l’immaginazione; il lettore non potrà fare altro che continuare a girare spasmodicamente le pagine, intrigato dall’accorta disposizione degli indizi e disperatamente affamato di risposte... un po’ come la stessa Maggie, insomma.

La costruzione dei personaggi, invece, rappresenta un po’ il tasto dolente di “A Casa Prima di Sera”. Dopotutto, il romanzo di Sager punta molto sulla solidità del plot e sull’immediatezza dello stile (diretto, scorrevole e completamente privo di fronzoli).

Nel corso della narrazione, né Maggie, né Ewan si dimostrano protagonisti particolarmente complessi o interessanti. Sono personaggi di finzione, non persone in carne e ossa, e al lettore non viene concessa alcuna opportunità di dimenticarsi questa differenza. È un po’ lo stesso difetto che mi è capitato di riscontrare durante la lettura de “La Casa delle Voci”, adesso che ci penso.

Bisogna anche ammettere che si tratta di una “pecca” perfettamente funzionale al dipanarsi dell’intreccio. Perché è a questo punto che entra in gioco il concetto di narratore inaffidabile: se Maggie racconta una cosa e suo padre Ewan ne riporta un’altra, a un certo punto il lettore comincerà automaticamente a mettere in dubbio ogni parola che legge.

Chi sta dicendo la verità? Chi sta mentendo? E perché?

Il punto è che non arriviamo mai a “conoscere” fino in fondo questi personaggi, perciò non possiamo fidarci di nessuno dei due. Ed è proprio questo, in fondo, che rende così avvincente la lettura!


A ciascuno il suo

Se amate leggere storie di fantasmi di stampo un po’ più “letterario”, dal linguaggio forbito e dall’immaginario ricco e sviluppato… bè, naturalmente vi consiglierei di scartare “A Casa Prima di Sera” senza esitare! Tornate immediatamente dalla Jackson e da Henry James, e non muovetevi da lì fino a quando non avrete finito di divorare i vostri “Hill House” e il vostro “Giro di Vite”! ;D

Nel romanzo di Riley Sager, infatti, non troviamo una significativa e ricercata costruzione dell’atmosfera (come accade, ad esempio, nel recente horror hollywoodiano “Plain Bad Heroines” di Emily M. Danforth). Il tema non è particolarmente sviluppato, e continua per lo più ad aleggiare sullo sfondo senza riuscire a raggiungere grandi picchi di intensità.

Quello che “A Casa Prima di Serapuò offrire, signori e signore, è una trama orchestrata a regola d'arte. Un tripudio di cliffhanger, rivelazioni e pistole di Cechov al servizio di un intreccio che spiazza, aggancia, inquieta, irretisce dalla prima all’ultima pagina.

Il finale – lo confesso candidamente – mi ha raggelato fin nel profondo delle ossa. C’è una scena in particolare che torna a balzarmi in mente, anche a distanza di ore. Vi dico solo che sono abituata a leggere horror da quando avevo 12 anni, eppure ieri, a tarda notte, mi sono ritrovata a osservare le ombre che si rincorrevano sul soffitto della mia stanza in preda a un senso di apprensione che mi scivolava lentamente giù per lo stomaco... ma, soprattutto, a fissare il mio armadio.

Ragazzi, lo giuro: non credo che riuscirò più a guardare il mio armadio nello stesso modo! XD




lunedì 21 dicembre 2020

Recensione: "Plain Bad Heroines", di Emily M. Danforth


 Potete acquistarlo QUI in inglese

"Nel 1902, le studentesse Flora e Clara si lasciano ossessionare dal libro di una giovane scrittrice ribelle chiamata Mary MacLane, l'autrice di uno scandaloso memoir che ha venduto una quantità impressionante di copie. Per dimostrare la propria devozione, le ragazze fondano un circolo privato ispirato a quel libro, il Club delle "Plain Bad Heroines". Ma poco tempo dopo, i corpi delle due giovani vengono rinvenuti nel bosco, accanto a una copia del memoir. La scuola chiude i battenti - ma non prima che altre tre persone abbiano perso tragicamente la vita sul sito della scuola. Un secolo più tardi, l'autrice prodigio Merritt Emmons decide di scrivere un libro su quegli avvenimenti. Hollywood acquista i diritti per trarne un film horror e ingaggia la star Harper Harper e l'ex-talento della recitazione Audrey Wells per ricoprire i panni delle protagoniste. Ma non appena la scuola apre di nuovo i battenti, strani fenomeni inspiegabili iniziano a funestare le riprese e a mettere a repentaglio la sanità mentale della crew..."


Plain Bad Heroines" è un libro gotico scritto da Emily M. Danforth, già autrice del popolare YA di formazione “La Diseducazione di Cameron Post" (pubblicato in Italia dalla Harper Collins).

La nuova fatica della Danforth è un bizzarro esperimento narrativo che gioca molto con le atmosfere e si basa principalmente sul concetto di metatesto. Se esistesse un premio per la struttura narrativa più improbabile, "Plain Bad Heroines" farebbe presto ad aggiudicarsi una menzione speciale da parte dellla giuria. In pratica, il libro si propone come una sorta di mash-up fra elementi tratti da svariate fonti di ispirazione (letterarie e pop): da "Picnic ad Hanging Rock" a "The Blair Witch Project", passando per "Incubo a Hill House", “Paranormal Activity” e l’intera biografia di Truman Capote.

La trama è difficilmente riepilogabile, dal momento che abbraccia un mucchio di linee temporali e una quantità di digressioni abbastanza impressionante da fare invidia al titanico "American Gods" di Neil Gaiman. Comunque, probabilmente potremmo riassumerla in questo modo: una troupe hollywoodiana decide di trasformare una scuola femminile maledetta, ormai chiusa da anni, nel set di un nuovo progetto cinematografico.  Il film che dovrebbero girare si propone di ripercorrere la tragica storia di Flo e Clara, le due ragazze innamorate che, all'inizio del ventesimo secolo, persero la vita nel bosco incontaminato che circonda l'Istituto. Ma la maledizione di Brookhants continua a colpire e a influenzare le menti di chiunque si trovi sul set, a partire dalla fragile e insicura Audrey Wells, l'attrice scelta per interpretare una delle protagoniste del film. La sua collega Harper Harper, diva gay in stile Kristen Stewart sulla cresta dell'onda, assiste a sua volta a una serie di avvenimenti inquietanti; lo stesso vale per Merritt Emmons, la caustica e brillante autrice del libro a cui si ispira il film di Audrey e Harper. Sulla scia di questa inquietudine condivisa, le tre donne cominciano o a sviluppare un forte legame di attrazione/repulsione, fino ad arrivare ad attribuire un significato del tutto nuovo al concetto di "poliamore saffico". Nel frattempo, il narratore quasi-onnisciente di "Plain Bad Heroines" ci prende per mano e ci mostra alcuni episodi relativi alla fondazione e alla maledizione della scuola. Una luuuuunga serie di retroscena che coinvolge molteplici coppie f/f (lungi da me lamentarmi...) e un paio di occultisti dalle intenzioni poco chiare (anche perché, sennò, che razza di occultisti sarebbero?).

Credo che il problema fondamentale di questo libro sia che la Danforth è stata lasciata un po' troppo in balia di se stessa, durante la sua stesura. Mi spiego meglio: "Plain Bad Heroines" è quel classico esempio di libro infinitamente troppo lungo e dispersivo per il suo stesso bene, pieno zeppo di retroscena irrilevanti e infarcito di chilometriche note "spiritose"; appunti che, in realtà, fanno presto a trucidare l’interesse del lettore. L'autrice, palesemente, si diverte un mondo a saltare di palo in frasca; a permettere al suo narratore di sfondare la quarta parete e a fare l'occhiolino al suo pubblico nei momenti meno indicati. Più che una ghost story o una commedia satirica in salsa horror (come promesso dalla quarta di copertina), a me “Plain Bad Heroines" è sembrato un po' il lungo aneddoto raccontato da una vecchia zia a una festa di compleanno; con il narratore che non fa altro che darti di gomito e far danzare in su e in giù le sopracciglia, ossessionandoti: “Allora, adesso l’hai capita? E adesso? Eh? Eh? Aspetta, che te la spiego meglio!

Tutto questo profluvio di punti di vista, giochetti di parole e citazioni forbite, insomma, a lungo andare non fa altro che annacquare ciò che di buono effettivamente risiede in questo libro: vale a dire un'ambientazione seducente e misteriosa, un cast di personaggi potenzialmente interessanti e un paio di passaggi densi di tensione. Non sono una grande fan della cosiddetta “focalizzazione zero”, e la lettura di “Plain Bad Heroines” è servita a dimostrarmi, una volta di più, quanto poco questo tipo di narrazione si adatti a un romanzo di stampo moderno. Tanto il più se il finale risulta debole e inconcludente, come in questo caso, e se finisce con il gettare alle ortiche ogni possibilità di ricavare un messaggio o una fonte di stimolo intellettuale dal resto del testo.

Se amate i giochi letterari, le atmosfere surreali e ambigue in stile "I Diari della Falena" e i romanzoni americani ambientati ai primi del Novecento, "Plain Bad Heroines" potrebbe fare al caso vostro. Ma se siete qui - come me - per l'horror, il romance o la commedia, cambiate direzione, gentili Lettori: prima che sia troppo tardi, e che le labirintiche sottotrame di Brookhants finiscano con il risucchiare anche voi!


Giudizio personale:

5.8/10


venerdì 27 novembre 2020

Recensione: "Truth Seekers" - Stagione 1 (Amazon Prime Video)

 


Se, come me, pensate che il magico duo formato dagli attori britannici Nick Frost e Simon Pegg sia una delle poche ragioni per cui ancora vale la pena di alzarsi dal letto la mattina, non potete perdervi la serie “Truth Seekers”, la loro ultima “co-creazione” televisiva a tema sovrannaturale.

Gus Roberts (interpretato dallo stesso Frost) è un mite “acchiappafantasmi” di periferia, un indagatore dell’occulto amatoriale (e un po’ sfigato) che, per ragioni di lavoro, viene spesso chiamato a girare per il Paese sul suo mitico furgoncino aziendale. Dopo la tragica scomparsa della moglie Emily, l’uomo, goffo ma volenteroso, ama considerarsi una sorta di lupo solitario; perciò, ormai consacra il 90% del suo tempo libero alle indagini esoteriche e ai suoi personali studi sul paranormale. Il restante 10%, invece, è occupato dai bisticci incessanti con il burbero Richard (interpretato da un irresistibile Malcolm McDowell), l’arzillo “vecchietto” con cui Gus condivide l’appartamento.

La tranquilla routine del nostro eroe viene sconvolta il giorno in cui il suo capo (Pegg) decide di appioppargli un apprendista/assistente chiamato Elton John (sì, avete capito bene…XD), un simpatico ma imbranatissimo ragazzo di colore che rimarrà coinvolto, insieme a Gus, in una delirante spirale di incontri con fantasmi, spiriti ed entità di ogni tipo. E che, piano piano, incoraggerà Gus a uscire dal suo guscio…

Truth Seekers” è quella classica serie tv british incentrata soprattutto sui dialoghi, sulla caratterizzazione dei personaggi e sull’uso indiscriminato di battute fulminanti. Una pioggia di citazioni pop condisce la sceneggiatura, infarcita di riferimenti al mondo del cinema e della tv (non credo che dimenticherò mai l’emblematica scena dell’ipnosi a sfondo “Friends”…) e di una deliziosa dose di umorismo nero. Diciamo che non bisogna per forza considerarsi nerd fin dentro l’anima, per riuscire ad apprezzare la serie fino in fondo… ma di certo un simile prerequisito non guasterebbe!

Purtroppo, devo ammettere che il tentativo di combinare l’ironia dei protagonisti e delle varie situazioni presentate alla tensione al cardiopalma di alcune scene dal taglio un po' più serio (sotto certi aspetti, “Truth Seekers” sconfina quasi nel campo dell’horror vero e proprio...) non è riuscito a convincermi del tutto. La scelta di concentrarsi sulla cosiddetta “trama orizzontale”, piuttosto che sullo sviluppo dei singoli episodi, mi è parsa un po’ eccentrica (considerando le premesse) ma completamente azzeccata, non mi fraintendete. Eppure, il budget risicato, a parer mio, ha compromesso la riuscita di molti di questi sforzi; i dialoghi scoppiettanti possono coprire l’assenza di mezzi solo fino a un certo punto: i personaggi dello show di Frost & Pegg vengono spesso sopraffatti dalla necessità di spiegare allo spettatore portenti e miracoli che, di fatto, non vengono mostrati al pubblico perché alla produzione non sono stati messi a disposizione i finanziamenti necessari per farlo. Perdere interesse, in questo profluvio incessante di parole, aneddoti e spiegoni, purtroppo si rivela più facile del previsto.

Tuttavia, in virtù della sua verve contagiosa, della sua convincente umanità e dei suoi sketch esilaranti, considero “Truth Seekers” una serie potenzialmente moooolto valida  a patto che chi di dovere si prenda la briga di rinnovarla per una seconda stagione, certo. Ad ogni modo, sono convinta che fan di programmi televisivi in stile “Doctor Who” o “Dirk Gently” ne apprezzeranno senz’altro la vena surreale e i colpi di scena in salsa semi-seria; l’unico consiglio che mi sento di darvi, in ogni caso, è di guardarla in lingua originale: per sbaglio, una volta, ho avviato la versione doppiata… vi dico solo che stavo rischiando di restarci stecchita per la noia! XD


Giudizio personale:
7.0/10

Potete attivare il servizio di prova gratuita di Prime Video in qualsiasi momento: cliccate QUI per dare un'occhiata! 


sabato 14 novembre 2020

Recensione: "Tigers Are Not Afraid" (Midnight Factory, film horror)

 


Potete acquistarlo QUI o guardarlo su Midnight Factory


L’altro giorno, spulciando fra i vari titoli disponibili sul nuovo canale Prime Video interamente dedicato ai film horror (Midnight Factory), mi sono imbattuta in questo “Tigers are not afraid”. Un film di cui avevo molto sentito parlare, dal momento che ha ricevuto ottime critiche ed è stato salutato come una specie di erede naturale di pellicole come “Il Labirinto del Fauno” o “La Spina del Diavolo” di Guillermo del Toro.

La protagonista è Estrella (Paola Lara), una ragazzina di bassa estrazione sociale che vive in un quartiere povero di una non meglio identificata città messicana. Il suo è un paese devastato, travolto dalla guerra fra narcotrafficanti, per cui le sue giornate sono scandite dalla paura e dalla violenza; un posto in cui i bambini non possono andare a scuola per paura di ritrovarsi accidentalmente crivellati dalle pallottole e in cui le persone non possono dirsi al sicuro neanche all’interno delle loro case. Una situazione da incubo che, per Estrella, si trasforma ben presto in tragedia: sua madre, infatti, scompare senza lasciare tracce (un evento che, fra quelle strade imbevute di sangue, in realtà è tutt'altro che inaudito). La piccola, orfana e senza casa, si troverà quindi costretta unirsi a una banda di bambini di strada per cercare di imparare come sopravvivere in questo nuovo, pericoloso mondo oscuro e privo di protezione in cui è stata scagliata. A complicare la situazione, una serie di inquietanti presenze e apparizioni, che la inseguono ovunque vada e che non le concedono tregua…

Tigere are not afraid” è, a mio avviso, una fiaba dark molto coinvolgente, dai toni maturi e suggestivi. Credo che il merito di questo risultato vada attribuito soprattutto alla regista Issa López e alla sua capacità di combinare momenti di realismo nudo e crudo a scene di magia quasi lirica, anche grazie al ricorso a un permeante “senso of wonder” che, a tratti, permette ai suoi personaggi di “liberarsi” dei rispettivi connotati storico-sociale e di assurgere al ruolo di archetipi universali. Non hai bisogno di essere un bambino messicano braccato dai signori della droga per ricordarti ciò che provavi quando, da bambino, vedevi gli adulti intorno a te comportarsi in modo crudele e incomprensibile; quando il senso di impotenza che provavi si trasformava in rabbia, quando il bisogno di proteggere le persone che amavi faceva continuamente a gara, dentro di te, con la voglia di urlare in faccia al mondo: “Perché vi comportate così? Non vedete che esiste un altro mondo, oltre a questo? Un posto pieno di tigri, di draghi, di meraviglie e di avventure… perché non lo portiamo qui, perché non lo trasformiamo nella nostra quotidianità, invece di accontentarci di vivere in questo squallore?”.

Allo stesso tempo, però, “Tigers are not afraid” è un film che non si sottrae da un doveroso tentativo di denuncia, dalla voglia irrefrenabile di comunicare il suo messaggio e di mostrare le condizioni inumane in cui QUESTI bambini sono costretti a crescere; ed è per questo che il film diventa, alla fine, qualcosa in più di un mero strumento di intrattenimento. Una sorta di inno alla resilienza e all’inventiva di tutti coloro che, sopravvivendo alle sparatorie, alla corruzione, agli agguati, hanno trovato un modo per resistere; il personaggio di El Shine (Juan Ramón López), il ragazzino che, da quasi-antagonista, si trasforma per Estrella dapprima in un mentore,  e poi in prezioso amico e alleato, in fondo simbolizza un po’ questo: un tributo alla potenza dell’immaginazione, a quella forza che ci permette di riscattarci e che ci aiuta a imboccare la strada giusta (quella dell’umanità, dell’amore, della comprensione), anche quando tutto il mondo sembra cospirare per spingerci da un’altra parte.

So che si è parlato, in alcune recensioni a opera di riviste specializzate, di eccessive drammatizzazioni, soprattutto per quanto concerne il finale di “Tigers are not afraid”.  Non sono del tutto d’accordo, anche perché ritengo che la potenza di questo film risieda soprattutto nel suo nucleo emotivo, nella sua capacità di raccontare una storia popolata di personaggi a cui risulta facilissimo affezionarsi. Il sovrannaturale, le scene di mostri e di visioni, sono in grado di suscitare un sussulto o due… ma credo sia piuttosto chiaro quale sia l’orrore, il male oscuro che corrompe le vite dei giovanissimi protagonisti. Perciò, se siete a caccia di brividi, probabilmente non è questa la pellicola che fa per voi. Se sono le emozioni che cercate, invece… be’, voi provate a dare un’occhiata a questo film! ;D

Giudizio personale:

8.0/10


Vi ricordo che il canale tematico Midnight Factory, come tutti gli altri Prime Video Channels, permette di usufruire di un periodo di prova gratuita. Per iscrivervi o curiosare un po' in giro, potete dare un'occhiata a QUESTA pagina! ^____^


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