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lunedì 21 marzo 2022

"Master": la recensione del film horror disponibile su Prime Video...

Su Amazon Prime Video è arrivato “Master”, un inquietante thriller psicologico interpretato da Regina Hall e diretto da Mariama Diallo.

Una pellicola che è al 40% Dark Academia, 60% Black Horror, e 100% denuncia sociale; una storia dai risvolti drammatici, scioccanti e pessimisti che va a collocarsi sulla scia di titoli come “Antebellum”, Them e “Noi”...

 



La trama

Gail Bishop (Regina Hall) è appena diventata la prima preside di colore in una prestigiosa e snobbissima scuola del New England.

Jasmine Moore (Zoe Renee) è una matricola del primo anno alle prese con un numero di difficoltà estremamente superiore al normale.

Il loro è un istituto antico, rinomato e privilegiato. Studenti e insegnanti amano dichiararsi (ipocritamente) progressisti, ma la verità è che fra le loro fila militano quasi esclusivamente bianchi, persone facoltose e viziate che fanno fatica anche soltanto a relazionarsi con le vere sfide e insidie del mondo reale.

E, in effetti, è come se costoro vivessero in un mondo parte. Uno che fa veramente fatica ad accettare Jasmine, con la sua pettinatura afro e l’indole da outsider. 

Ma, in fondo, non è che a Gail le cose vadano poi tanto meglio: non nel momento in cui si trova costretta a prendere possesso di una sinistra magione in stile coloniale, un posto che sembra fare il possibile per richiamare in vita i “fasti” di un passato a base di pregiudizio, sofferenza e schiavitù.

La situazione degenera nel momento in cui Jasmine entra in contatto con l’incarnazione di un’oscura leggenda, una sinistra figura che si aggira per i corridoi e che, secondo alcune voci, rappresenterebbe nientemeno che il fantasma di una strega giustiziata sul terreno della scuola.

Da quel momento in avanti, la ragazza si ritrova invischiata in una rete di bugie, sospetti ed eventi inspiegabili, una spirale che sembra determinata a trascinare la sua vita in una direzione alquanto oscura... e pericolosa.

Riuscirà la nuova preside a risolvere il mistero della maledizione che aleggia sul college, prima che sia troppo tardi?

 

Dead Poets Society...  un corno! 

Nonostante le sue pecche, ritengo “Master” un film estremamente affascinante.

Nel complesso, certo, temo di averlo trovato un po’ didascalico, e tutt’altro che sottile nell’elaborazione delle sue tematiche... ma sfido chiunque a mettere in discussione la potenza massacrante del suo finale, o quel particolare senso di disagio, infido e strisciante, che continua a insinuartisi sotto la pelle per l’intera durata della visione.

Mariama Diallo offre agli spettatori la sua personale prospettiva sulle tematiche “gemelle” del razzismo e del privilegio; e si potrebbero forse tirare fuori molti difetti dalla sceneggiatura – che sia un bulldozer, ad esempio, è indubbio; il fatto che le sue componenti horror e di satira sociale avrebbero potuto legarsi a creare una sinfonia più armonica, pure -  ma la verità è che si tratta di un’interpretazione dannatamente convincente!

Il terzo atto, deliberatamente ambiguo, si presta a più di una lettura: sovrannaturale o di ordine psicologico, a seconda della personale inclinazione del pubblico. Ma, in fondo, non è che faccia poi tutta questa differenza: il messaggio, dopotutto, arriva forte e chiaro, e perfino il più ignaro e meno incline all’(auto-)introspezione degli spettatori rischierà di restare tramortito dalla sua intensa carica vitale.

Aldilà di tutto, non posso fare a meno di apprezzare il coraggio e l’intraprendenza dimostrata da Mariama Diallo: dopotutto, se esiste un genere più “bianco” ed elitario del Dark Academia, confesso di non averlo ancora mai trovato.

Sfruttare le sue convenzioni, evocare le sue suggestive atmosfere e cercare di ampliare i suoi orizzonti per raccontare la storia di due donne emarginate, respinte da quello stesso sistema culturale occidentale “classico” che, in teoria, avrebbe dovuto accoglierle, nutrirle e proteggerle... non so voi, ma l'ho trovata un'idea decisamente brillante!

 

Anatema sociale

D’altro canto, confesso che mi sarebbe piaciuto vedere “Master” abbracciare la sua natura “orrifica” con un pizzico di convinzione in più, e magari anche concedere a noi spettatori la possibilità di scoprire qualcosa in più a proposito della “maledizione” che affligge la scuola... e intendo ovviamente aldilà della sua incontrovertibile valenza metaforica.

Le atmosfere rarefatte, i dialoghi criptici e le apparizioni appena intraviste con la coda dell’occhio contribuiscono senz’altro a suggerire un senso di suspense e pericolo incombente; ma se il film avesse concesso più spazio alla caratterizzazione psicologica dei personaggi, anche al di là delle loro ansie, delle loro paure e dei loro stigmi sociali, probabilmente il mio cuore avrebbe battuto più forte in almeno una dozzina di occasioni.

Il discorso vale tanto per le due protagoniste, quanto per i personaggi secondari: ad esempio, l’insegnante d’arte Liv Beckman (Amber Gray) rimane secondo me un enigma dall’inizio alla fine e, onestamente, ho trovato il tentativo di inserire il suo abbozzato arco narrativo all’interno della storyline principale un’operazione abbastanza goffa e fallimentare.

Inoltre, capisco la necessità di presentare il gruppetto di mean girls formato dai personaggi di Sofia Hublitz, Talia Ryder e Ella Hunt sotto una luce completamente negativa: dico sul serio, lo capisco. “Master” racconta la storia di Jasmine e Gail, non la loro, per cui tenerle relegate ai margini risulta indubbiamente giusto e sacrosanto.

Ma siamo sicuri al 100% che trasformarle in spauracchi, sottrarre ogni forma di complessità dal loro rapporto con Jasmine, sia stata la scelta ideale, dal punto di vista del potenziale narrativo... o dello stesso personaggio interpretato da Zoe Renee, quanto a questo?



domenica 23 gennaio 2022

"Yellowjackets": la recensione della prima stagione della serie tv horror disponibile su Sky/NowTv

Nel corso dell’ultima stagione televisiva, seguire “Yellowjackets” per dieci settimane mi ha fatto ricordare il valore di parole come “suspense”, “mistery” e “Oh-mia-Dea, quando diamine esce la prossima puntata?”.

La serie, disponibile su Sky/NowTV, si staglia sul sottile confine fra survival horror, dramma (forse) sovrannaturale e thriller YA.

Se “Lost”, “The Wilds” e il libro di Alma Katsu “The Hunger” avessero in qualche modo potuto concepire una figlia d’amore, state pur sicuri che si sarebbe trattato di “Yellowjackets”...

 


La trama

Nel 1996, l’aereo di una squadra di calcio femminile liceale precipita in una selvaggia regione desolata dell’Ontario.

I pochi superstiti attendono i soccorsi per diciannove mesi, prima di essere tratti in salvo. Ma non tutte le persone sopravvissute all’impatto tornano a casa...

Venticinque anni dopo, le vittime dell’incidente stanno ancora facendo i conti con i traumi e le terribili conseguenze di quell’esperienza, fra lutti mai elaborati, ricordi frammentari e la consapevolezza di antichi, tremendi peccati collettivi.

Perché fra quei boschi primordiali, assediate dai picchi innevati e dalla fame inconcepibile che spesso l’inverno trascina con sé, le Yallowjackets hanno condiviso qualcosa di cui non possono parlare.

Una catena di fatti di cui hanno solennemente giurato di non parlare mai, a costo della loro sanità mentale; eventi così foschi, violenti e vergognosi da continuare a pendere sulla loro testa, ancora oggi, come la proverbiale spada di Damocle.

Perché, ai piedi di quei boschi, le Yallowjackets hanno deposto tutti i loro segreti, i loro sogni e le loro speranze.

Ma l’oscurità è l’unica forza che ha deciso di rispondere alle loro preghiere...

 

The Wilderness Between Knowledge And Ignorance...

Yellowjackets” è una di quelle serie che molta gente sta tralasciando di guardare, fondamentalmente perché non compare in cima all’elenco delle consigliate su Netflix (è una produzione Showtime, quindi difficilmente la vedremo mai sbarcare sul colosso streaming...) e, come se non bastasse, si dà il caso che sia anche un titolo dal taglio profondamente adulto, dark e maturo.

È anche difficile da inquadrare con precisione: teen-drama, horror, coming-of-age, thriller psicologico, dark comedy... La trama abbraccia una spanna di argomenti e di tonalità, e si affida a una potente narrazione a doppio binario (le due linee temporali del “prima” e del “dopo”) per costruire un intricato e complesso racconto sospeso fra realtà e immaginazione.

Per fortuna, di recente la serie è stata rinnovata per una seconda stagione.

Ho saputo che Stephen King in persona ci ha messo una buona parola (cosa che non mi sorprende: la struttura di “Yellowjackets” richiama, in un certo senso, quella di romanzi come “It” o “L’Acchiappasogni”...), per cui possiamo sperare che gli spettatori interessati al genere abbiano finalmente avuto modo di notare la sua esistenza.

Sarebbe un peccato veder chiudere questa serie prima del tempo, soprattutto perché:

a) il finale di questa prima stagione si chiude con una serie di cliffhanger pazzeschi, e in definitiva offre più domande che risposte;

b) la sceneggiatura è semplicemente brillante, e il formidabile cast in grado di sorreggerla alla perfezione: le attrici “adulte” sono quasi tutte veterane, molto popolari all’interno del circuito del cinema indipendente, mentre le “giovani” sono volti noti o astri potenzialmente in ascesa, dalla Ella Purnell di “Arcane” alla Liv Hewson di “Santa Clarita Diet”, passando per Sophie Nélisse (“Storia di una ladra di libri”) e Jasmin Savoy Brown (“The Leftovers”);

c) non è che esistano poi così tanti show di qualità incentrati sul tema dell’amicizia del femminile, soprattutto nell’ambito del genere horror/fantasy.

 

Le follie di Misty

L’atmosfera di “Yellowjackets” è estremamente ambigua, cupa e straniante.

I personaggi ci vengono presentati lentamente, secondo una modalità “slow burn” successivamente smentita da una luuuunga serie di colpi di scena e rivelazioni destabilizzanti.

Fra i boschi come in città, nessuna delle ragazze (o delle donne che alcune di loro avranno modo di diventare) tende a comportarsi in maniera particolarmente eroica o gradevole; eppure le loro rivalità, le loro amicizie e i loro ostacoli, a poco a poco, riusciranno a diventare anche i nostri, trascinandoci in una spirale apparentemente infinita di omicidi, rituali di sangue e tradimenti assortiti.

Al tempo stesso, la sceneggiatura di “Yellowjackets” tende a servirsi di un’abbondante (e graditissima!) dose di umorismo nero; battute al vetriolo e siparietti di comicità allucinante che riescono ad alleggerire la tensione montante un secondo prima che questa possa correre il rischio di trasformarsi in gravità eccessiva, o addirittura in pesantezza.

Non per niente, la mia Yellowjacket preferita è Misty Quigley, interpretata dalla mitica Christina Ricci in versione adulta e da Sammi Hanratty in versione adolescente.

Psicopatica di categoria superiore, Misty è un po’ una Annie Wilkes dei giorni nostri; spostata, sempre deliziosamente sopra le righe, imprevedibile come un trickster e semplicemente imbattibile nella materia “how to get away with murder”...  ma anche protagonista, assieme ai personaggi interpretati dalle colleghe Melanie Lynskey, Tawny Cypress e Juliette Lewis, di alcuni momenti esilaranti e di numerosi dialoghi tragicomici in stile “Le quattro casalinghe di Tokyo”!

 

Cosa ci aspettiamo dalla seconda stagione

Per contro, c’è da dire che il ritmo di “Yellowjackets” non si rivela sempre all’altezza delle aspettative.

La sensazione che gli sceneggiatori potrebbero, nel lungo periodo, sviluppare la sgradevole tendenza a tenersi stretti gli assi migliori e a tirarla per le lunghe continua ad aleggiare su questa prima stagione come una sorta di nube oscura.

Per ora, abbiamo sentito l’odore del fumo (e del sangue), ci siamo nascosti nell’erba e abbiamo dato una sbirciata fra le fronde... ma i nuovi episodi dovranno necessariamente offrici una porzione di arrosto, e anche abbondante, o correre il serio pericolo di perdersi per strada parte della nostra fascinazione.

Mi sento abbastanza fiduciosa, però.

Mi è piaciuto tutto quello che ho visto fin qui, e resto fermamente convinta del fatto che “Yellowjackets” offra alcune delle scene più terrificanti e/o disturbanti della storia dell’horror in tv.

Quindi l’unica certezza che ho, per il momento, è questo: ne voglio ancora!

Per fortuna, pare che non dovremo aspettare troppo per veder tornare sullo schermo le nostre problematiche ex-calciatrici (e potenziali cannibali) preferite... La seconda stagione di “Yellowjackets”, infatti, è già prevista per la fine del 2022!

 

lunedì 25 ottobre 2021

"Outback": la recensione del film horror disponibile sul canale Midnight Factory

Outback” è il film d’esordio di Mike Green, regista già noto per i suoi apprezzati cortometraggi, molti dei quali vincitori di svariati premi.

Il suo primo lungometraggio è invece un survival horror ispirato alla tragica storia vera di una coppia di turisti americani; una pellicola che si rifà a piccole perle del genere come “Backcountry” o “Open Waters”, e che si svolge nel cuore del desolato outback australiano...

Dove potete vederlo? Lo trovate incluso nell’abbonamento al canale tematico Midnight Factory di Amazon Prime Video!

 



La trama

Lisa (Lauren Lofberg) e Wade (Taylor Wiese) sono una giovane coppia americana appena atterrata in Australia.

La loro vacanza non è iniziata sotto il migliore degli influssi – per qualche motivo, infatti, Wade è furioso con Lisa e Lisa si comporta in maniera piuttosto ambigua e distaccata.

Prima di partire, i ragazzi hanno scelto di inseguire una vacanza all’insegna dell’avventura; per cui, spesso si accontentano di dormire sotto le stelle e spostarsi in un auto a noleggio, alla ricerca di alcune delle più note mete turistiche della regione.

Per un po’, tutto si svolge più o meno come da copione; le spiagge sono stupende, le città incantevoli e la gente amichevole.

Ma poi a uno dei due salta in mente di vivacizzare un po’ le cose, proponendo di lasciarsi alle spalle la costa e inoltrarsi nell’entroterra; di attraversare cioè l’outback, l’immenso “deserto rosso” che collega le varie aree abitate delle zone centrali australiane.

Per uno scherzo del destino, Lisa e Wade finiranno invece arenati al centro di questa incredibile terra ostile, inospitale e infestata di animali pericolosi; senza acqua, cibo, né mezzi di comunicazione con il mondo esterno, e senza la più pallida di come tornare indietro...

 

“La bellezza ha un prezzo”

È un personaggio secondario di “Outback” a pronunciare questa battuta, e devo dire che riassume perfettamente il tema al cuore della trama del film di Green!

Una storia che, per sua stessa natura, non riserva un intreccio eclatante né grandi colpi di scena, ma che, secondo me, riesce ad assolvere benissimo il suo scopo: creare tensione, tenere lo spettatore incollato allo schermo e scagliarlo sotto il sole di un paesaggio che può risultare (alternativamente o contemporaneamente) bellissimo, diabolico e letale.

Una pianura di polvere, rocce e sterpaglie che, a pensarci bene, assomiglia quasi al deserto di un pianeta alieno

Sfiderei chiunque a restare impassibile, al cospetto di determinati panorami (una maestosità che, nel suo film, Green riesce a catturare magnificamente); ma lo sapete anche voi che cosa dicono alcuni, a proposito della Natura... in determinate circostanze, tende a comportarsi meno da madre e più da matrigna!

E, in effetti, le prove che Wade e Lisa devono superare arrivano presto ad assumere i connotati di un vero e proprio incubo, fra arti paralizzati e morsi di scorpione; un’esperienza che, a poco a poco, li incoraggerà a esporre i loro segreti e a svelare la vera natura della loro relazione.

Sotto questo punto di vista, immagino che gli sceneggiatori avrebbero forse potuto lavorare un po’ di più, soprattutto per approfondire l’aspetto psicologico, introdurre delle zone d’ombra, ed eventualmente anche mettere in rilievo le conseguenze del terribile trauma a cui i due protagonisti vanno incontro.

Wade e Lisa sono personaggi piacevoli, e fare il tifo per loro è praticamente inevitabile, ma alla loro caratterizzazione manca senz’altro qualcosa. Per fortuna, le interpretazioni di Lofberg e Wiese si rivelano fresche e convincenti; abbastanza solide e coinvolgenti, perlomeno, da riuscire a trascinare lo spettatore nell’ordalia vissuta dalle loro controparti e costringerlo a partecipare alla loro angoscia, alla loro disperata battaglia contro gli elementi.

   

Qui e ora

Se amate i survival, credo che troverete più di un motivo per amare “Outback”.

Anche gli estimatori di titoli come “Strangerland, o qualsiasi altra produzione ambientata nel cuore di uno scenario altrettanto ammaliante e pericoloso, potrebbero trovare del pane per i loro denti.

In caso contrario, eviterei di guardarlo senza pensarci due volte: il film di Mike Green è molto intenso, viscerale e ricco di suspense, ma si rivolge probabilmente a un pubblico piuttosto ristretto, spostandosi agilmente fra i due poli (mai del tutto opposti) del thriller e del genere drammatico.

Il messaggio di “Outback”, dal canto suo, non brilla particolarmente per originalità, ma resta sicuramente una di quelle massime che non mi stancherò mai di sentirmi ripetere: alla faccia di ogni nostro presunto istinto di pianificazione, la verità è che la vita andrebbe vissuta ADESSO!

Non tanto in previsione di un ipotetico domani, quanto nella piena consapevolezza di una delle (poche) verità fondamentali dell’esistenza: il passato, in realtà, non esiste, e lo stesso vale per il futuro.

Qui e ora: il presente è, pressappoco, tutto quello su cui possiamo contare.

Perché non puoi mai sapere quando il tuo navigatore GPS smetterà di funzionare, o se il deserto dietro l'angolo finirà per risucchiarti nelle sue spire! XD

 

I film horror sono la vostra passione?
Sapevate che la nota etichetta Midnight Factory offre la possibilità di abbonarsi a un canale tematico interamente dedicato al mondo del cinema del terrore? 

 Come tutti gli altri Prime Video Channels, Midnight Factory permette anche di usufruire di un periodo di prova gratuita!




mercoledì 17 marzo 2021

"L' Uomo Invisibile": la recensione del film horror di Leigh Wannell


Potete acquistarlo QUI in Blu-Ray

 

Avete già visto “L’Uomo Invisibiledi Leigh Whannell?

Dal momento che il film è in circolazione da un po’, è probabile che per molti di voi la risposta a questa domanda sia assolutamente affermativa. Io l’ho recuperato ieri sera, su Sky. L’ho trovato un ottimo film, un horror psicologico singolare e suggestivo, pronto a fare delle atmosfere e del suo efficace apparato metaforico i propri principali cavalli di battaglia.

Cecilia (Elisabeth Moss) è vittima di un fidanzato collerico e abusivo. Dal canto suo, Adrian (Oliver Jackson-Cohen, che i fan del genere ricorderanno per la sua recente apparizione in “The Haunting of Bly Manor”) è un magnate della tecnologia brillante e facilmente incline all’ossessione.

Cecilia decide di scappare e sottrarsi al suo controllo; eppure, neanche a quel punto riesce a convincersi di averla scampata. Non per davvero; non da quell’uomo arrogante e manipolatore che pretendeva di dettar legge su ogni più intimo e capillare dettaglio della sua vita. Anzi, il terrore di Cecilia non scompare neanche quando viene raggiunta dall’incredibile notizia della scomparsa di Adrian, morto suicida all’interno della sua lussuosa abitazione.

A poco a poco, infatti, la nostra eroina comincia a subire le angherie di una fantomatica “presenza” che sembra infestare le pareti della sua nuova casa. Dubbi e sospetti si insinuano nella sua vita, gettando ombre sulla sua ritrovata serenità e scaraventando nel delirio le sue giornate: e se Adrian, in realtà, fosse ancora vivo?

E se l’inferno fosse sul punto di ricominciare?

L’Uomo Invisibile” è un film sofisticato e intelligente, che riesce a sfruttare i suoi archetipi di riferimento a proprio indiscusso vantaggio. Whannell, infatti, prende un vecchio mostro della tradizione hollywoodiana (ma apparso per la prima volta in un libro di H. G. Wells) e lo scaraventa all’interno di un contesto squisitamente moderno. All’interno della sua pellicola, non c’è spazio per decrepite magioni vittoriane, né per sghignazzanti scienziati con i capelli sparati per aria: soltanto per case di vetro con vista sull’oceano e design d’alto profilo, spazi bianchi e tutta la videosorveglianza che i soldi sono in grado di comprare. 

Il tema – tremendamente attuale – non fa altro che riportarci al piano metaforico; la sceneggiatura, dal taglio originale e grintoso, si fa portavoce di un messaggio deliziosamente femminista. Di fatto, “L’Uomo Invisibile” di Whannell è un film che ci parla di un legame abusivo e profondamente sbagliato; che incoraggia lo spettatore a calarsi nei panni di una donna a cui il compagno ha portato via tutto (sanità mentale compresa), e che pure continua a trovarsi isolata e colpevolizzata, oppressa dallo sguardo cinico di una collettività che non sembra disposta a credere alle sue parole.

In ogni momento, l’orrore è sotto gli occhi di tutti. Eppure, per qualche motivo la società continua a rifiutarsi di attribuire un nome e una condanna a quella violenza. L’aggressore, ai loro occhi, è uno spauracchio, un’esagerazione, l’invenzione di una mente eccessivamente suscettibile. Sotto accusa finisce piuttosto la vittima, rea di aver minato la pace imposta dal quieto vivere, lo stramaledetto status quo.

Bisogna dire che, nel ruolo di Cecilia, Elisabeth Moss è assolutamente perfetta. Un credibilissimo connubio di rabbia e vulnerabilità; disperazione e brama smodata di andare avanti. La sua interpretazione contribuisce a drammatizzare i momenti clou della sceneggiatura e ad aumentare la montante sensazione d’angoscia che dilaga nel petto dello spettatore.

Nella sua recensione, il “Guardian” ha paragonato “L’Uomo invisibile” al cinema di Hitchcock, con i suoi lunghi silenzi, lo stile incalzante, le ambientazioni “stilose” e la sua bionda protagonista in stile “La Donna che Visse Due Volte”. Un’opinione che condivido, nel mio piccolo, e a cui mi sentirei di aggiungere un’unica, minuscola recriminazione: la leggera prevedibilità dell’intreccio, che a suo modo continua a scorrere su una serie di binari relativamente collaudati.

Se siete alla ricerca di jump scares o effetti speciali particolarmente elaborati, “L’Uomo Invisibile” non sarà il film che risponderà ai vostri criteri. Vi incoraggio a guardarlo lo stesso, perché è un thriller ad altissimo impatto emotivo, dotato di una solida regia e di un’encomiabile struttura narrativa.

Decisamente uno dei migliori prodotti Blumhouse degli ultimi anni.


Giudizio personale:

8.0/10




sabato 19 dicembre 2020

Recensione: "The Wilds - Stagione 1" (serie tv Amazon Prime Video)


 

The Wilds” è una serie televisiva YA disponibile sul servizio streaming Amazon Prime Video. Sebbene si ponga a metà strada fra survival, mistery e storia di formazione, a me piace considerarla soprattutto come una sorta di “Lost" incontra "Orange is the New Black” in versione teen.

La trama, già da sola, era stata più che sufficiente a catturare la mia attenzione: in seguito a un bizzarro incidente aereo, una banda di ragazzine finisce arenata sulla più classica e inospitale delle isole deserte. Le nostre eroine, diversissime fra loro per estrazione sociale e inclinazioni personali, dovranno imparare a mettere da parte le divergenze e a collaborare per far fronte alle numerose sfide che la natura porrà sul loro sentiero. Ma non è tutto: ben presto, infatti, una serie di eventi poco chiari prende a dispiegarsi sull’isola, spingendo l’instabile Leah (Sarah Pidgeon) a sospettare di alcune delle sue nuove compagne… E se il disastro aereo che ha cambiato le loro vite non fosse stato un incidente, dopotutto? E se nel folto di quella natura incontaminata si nascondessero più segreti di quanti chiunque avrebbe ritenuto possibile?

The Wilds”, a mio avviso, è una serie che appassiona e sorprende, peraltro quasi sempre in positivo. Mi aspettavo quasi un drammone banale in stile “The O.C.” o una sconclusionata accozzaglia di elementi surreali alla J.J. Abrams; invece, mi sono ritrovata a seguire una storia coinvolgente e ricca di tensione, sorretta da un cast affiatato e da una sceneggiatura che sa il fatto suo.

Le relazioni fra le protagoniste, l’agguerrita lotta contro i propri demoni e l’onestà spigliata e verosimile con la quale viene sviluppato il tema dell’amicizia al femminile: per me, sono questi i tre ingredienti principali alla base del successo di “The Wilds”, una serie che negli USA sta già facendo parlare molto di sé. Le mille fragilità e incertezze dell’adolescenza, ma soprattutto: l’impossibilità di crescere in maniera sana ed equilibrata in un mondo dominato dagli uomini, all’interno di un sistema sociale che sembra intenzionato a fare del suo meglio per schiacciare la creatività, l’intelligenza e il senso di indipendenza di ogni donna. Ed ecco che lo spunto iniziale (“nove ragazzine e un’isola deserta”) si trasforma nell’occasione ideale per parlare di argomenti scottanti e delicati quali malattia mentale, anoressia, suicidio, pedofilia e fondamentalismo religioso.

Perfino la gran “villain” di “The Wilds” è riuscita a conquistarmi, dopotutto. Per evitare spoiler, mi tratterrò dal fare il suo nome; tuttavia, ho apprezzato molto la sua caratterizzazione, la sua complessità, il fatto che abbia un punto di vista particolare, un’etica personale che la spinge a compiere delle azioni esecrabili per la più valide e incontrovertibile delle ragioni.   

Come altri hanno fatto notare prima di me, “The Wilds” è una serie che riesce a sottrarsi al cosiddetto “sguardo maschile” e a trovare una sua forma di inequivocabile autenticità. Le attrici sono giovanissime e in gamba, e nessuno si preoccupa di filmarle al solo scopo di mettere in risalto le loro curve o il loro profilo migliore. Al contrario. Il loro modo di reagire e relazionarsi le une con le altre suona per lo più credibile e interessante; per di più, la sceneggiatura espone i loro dolori e i loro punti di vulnerabilità con critica precisione e un doveroso senso di rispetto, senza idealizzarle o ostentare un distaccato senso di compassione nei loro confronti. È possibile che il miracolo sia accaduto perché lo show può vantare, fra le altre cose, ben quattro produttrici esecutive, quattro sceneggiatrici, nove attrici protagoniste (+ una cattiva) e quattro registe donne? Ai posteri l’ardua sentenza…

Io posso soltanto consigliarvi di guardarla, e di non lasciarvi scoraggiare dalla visione dei primi due, tre episodi (obiettivamente parlando, i più deboli, almeno dal punto di vista dell’intrattenimento vero e proprio). “The Wilds”, infatti, sembra una di quelle serie destinate a crescere nel tempo, probabilmente assieme alle sue acerbe e singolari protagoniste. Nella speranza che Amazon decida di concedergliene l’opportunità, si capisce, e di annunciarne il rinnovo per una seconda stagione nel corso delle prossime settimane! ;D

 

Giudizio personale:
8.0/10

Potete attivare il servizio di prova gratuita di Prime Video in qualsiasi momento: cliccate QUI per dare un'occhiata! 


giovedì 29 ottobre 2020

Recensione: "Black Box: Ritrova Te Stesso" - Welcome to the Blumhouse (Episodio 2)

 


Sto iniziando a sospettare che Amazon Prime Video non abbia fatto un grande affare, con l'acquisto di questo progetto "Welcome to the Blumhouse".
 Il primo film, "The Lie", è uno scialbo thrillerino  a base di abusati cliché narrativi e generici pregiudizi sul mondo degli adolescenti. Questo "Black Box - Ritrova Te Stesso", drammone esistenziale infarcito di elementi sci-fi, sinceramente mi è sembrato altrettanto fiacco e demoralizzante.

Il protagonista è Nolan (Mamoudou Athie), un vedovo dell'alta borghesia con gravi problemi di amnesia. Dopo la morte della moglie, l'uomo si prende cura dell'adorabile figlioletta Ava (Amanda Christine) e cerca di venire a capo dei suoi sporadici attacchi di prosopagnosia. Ma le complicazioni legate alla vita quotidiana gli rendono impossibile proseguire sugli stessi binari: i ricordi smarriti e i danni cerebrali riportati in seguito a un brutto incidente l'hanno trasformato in un uomo profondamente diverso da ciò che era in passato. Nolan decide quindi di rivolgersi alla dottoressa Lilian (Phylicia Rashad), una scienziata che afferma di aver approntato una complessa tecnologia in grado di restituire alle persone affette dai suoi stessi disturbi una parvenza di identità.

La cosa che mi ha colpito di "Black Box" è che la trama avrebbe potuto svilupparsi in decine di direzioni diverse, e generare un intreccio intrigante e degno di nota in almeno metà delle occasioni. Come abbia fatto Emmanuel Osei-Kuffour a imboccare l'unica strada destinata a sconcertare e frustrare lo spettatore fino allo sfinimento, non credo che lo capirò mai. 
La sceneggiatura, nel complesso, sembra puntare molto sul twist di fine secondo atto, ma onestamente credo che qualsiasi persona in grado di aggrapparsi a una soglia d'attenzione minima sarebbe stata in grado di prevedere la "grande rivelazione" con largo anticipo. La trama ci getta gli indizi in faccia come se fossero pietre, piuttosto che pietanze delicate da servirci su un piatto d'argento. E così, a lungo andare, le incongruenze e le evidenti  contraddizioni hanno finito per risvegliare l'implacabile Annie Wilkes che dorme dentro di me; una voce da censore nascosta da qualche parte in fondo alla mia testa che all'occorrenza non fa altro che tuonare: "Ma tu hai imbrogliato, Paul, sei stato cattivooooo!" XD.

Anche sul piano tematico, "Black Box" si muove sul filo del rasoio, senza mai decidersi a imboccare una strada coerente. All'inizio, sembra quasi che Osei-Kuffour voglia provare a esplorare le difficoltà del rapporto genitori/figli; ma anche questi spunti vengono sacrificati in men che non si dica, mentre l'attenzione torna a concentrarsi esclusivamente sul disagio interiore di un protagonista instabile e assolutamente incomprensibile. 
Il potenziale fascino dell' idea primaria (sintetizzata, in breve, dalla scena in cui Nolan entra nella cosiddetta "black box" per la prima volta) viene peraltro vanificato dalle blande scelte estetiche del regista (quali scelte?) e dai frettolosi sviluppi che collegano le due metà del film (pre e post-rivelazione), stroncando sul nascere ogni possibilità di lasciarci irretire dai fattori "suspense e mistero".

Esattamente come "The Lie", "Black Box" sembra girato soltanto per garantire ai malati di insonnia una valida alternativa all'opzione "fissa-il-soffitto-finchè-non-muori-o-ti-addormenti". 
Come se non bastasse, l''epilogo mi ha fatto digrignare i denti e ululare una serie di invettive contro lo schermo ("Paaaauuullll!"), perché un epilogo abborracciato (e scopiazzato) non basta certo a trasformare un pretenzioso filmetto intimista in una pellicola di genere.


Giudizio personale:

2.4/10

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martedì 22 settembre 2020

Recensione: "Away" (prima stagione - Netflix 2020)

 


Away” è una serie televisiva di genere drammatico e sci-fi, rigorosamente in quest’ordine. La prima stagione si compone di dieci episodi ed è disponibile su Netflix.

La trama verte attorno alle vicissitudini personali e professionali di Emma Green (Hilary Swank), comandante della prima missione spaziale intenzionata a far sbarcare su Marte un equipaggio in carne e ossa. Ovviamente la sfida presenterà immense complicazioni; oltre alle difficoltà tecniche, logistiche e politiche, gli astronauti protagonisti (provenienti dai più disparati angoli della Terra) dovranno infatti confrontarsi con attriti personali, differenze culturali, disturbi psicologici di varia natura... per non parlare della terribile nostalgia di sapersi “lontani”, intenti a fluttuare ad anni luce di distanza dalle persone amate.

Malgrado i difetti, “Away” si è rivelata una serie interessante. Per essere una “space opera” è un po’ atipica; ad esempio, la sceneggiatura tende a concentrare sulle relazioni personali dei vari personaggi lo stesso livello di attenzione che dedica alle minacce “spaziali” e alla costante lotta per la sopravvivenza a cui deve sottoporsi l’equipaggio. Ma mentirei se vi dicessi di non aver apprezzato questo risvolto; del resto, mi considero una grande fan di film come “The Martian” o “Gravity”, a cui secondo me la serie con Hilary Swank deve la sua principale ragion d’essere (una tesi confermata anche dal taglio spettacolare, nettamente cinematografico, della fotografia e del montaggio). Pellicole ironiche, commoventi e/o intimiste, ricche di ottimismo e di speranza per il futuro, così diverse nello spirito dagli shows in streaming che in questo momento vanno tanto per la maggiore.

Badate, l’elemento “adrenalinico” è comunque presente e ben sviluppato all’interno di questi primi dieci episodi. Ho trovato la visione di “Away” coinvolgente e ricca di emozioni, malgrado un paio di prevedibili cadute di tensione qua e là. Semmai avessi avuto bisogno di una conferma del fatto che gli esseri umani non sono stati geneticamente programmati per prosperare nello spazio, bè... diciamo che “Away” spiega in termini abbastanza eloquenti per quale motivo Ridley Scott non avrebbe avuto veramente bisogno di inserire Alien all’interno del suo film, per riuscire a girare un claustrofobico survival horror.

Sotto altri punti di vista, non posso negarlo, “Away” mi è parso un po’ troppo prevedibile – un po’ troppo deciso a sbloccare i nostri dotti lacrimali e a fare del politically correct il proprio asso nella manica.  Probabilmente non aiuta il fatto che il personaggio della Swank, protagonista assoluta assieme al marito Matt (Josh Charles), sembri studiato a tavolino per conquistare e impressionare il pubblico. Peraltro (non è che esistano molti modi per girarci attorno), secondo me il personaggio della figlia, l’adolescente e biondissima, intelligentissima, educatissima, perfettissima Alexis (Talitha Eliana Bateman), è una vera e propria spina nel fianco! Ho trovato noioso e insopportabilmente retorico il 90% delle sue scene; da standing ovation, invece, il nutrito cast di comprimari, dal burbero veterano Misha (Mark Ivanir) all’inflessibile chimica cinese Lu (Vivian Wu), dal timido botanico Kwesi (Ato Essandoh) al riservato co-pilota Ram (Ray Panthaki).

Ultima (e forse peggiore) causa di rimostranze, la fuggevole impressione che “Away” abbia già esaurito parte del proprio potenziale. Ha un finale che funziona, e la cosa di per sé potrebbe rappresentare un eccellente punto a favore; ma in caso di rinnovo, onestamente faccio fatica a immaginare il genere di sorprese che gli sceneggiatori potrebbero estrarre dal cilindro. Anche se potrei sbagliarmi...

Un buon prodotto, insomma, nel complesso, questo “Away”. A volte si sforza troppo e, a partire dal settimo episodio in poi, la sceneggiatura prende a riciclare il proprio canovaccio con una certa insistenza; ma il cast è eccellente, le tematiche attualissime, il ritmo impeccabile. Se vi piacciono le storie di fantascienza, e vi sentite particolarmente in vena di imbarcarvi per un lungo, catartico viaggio emozionale, secondo me potreste aver trovato la serie che fa per voi!


Giudizio personale:

7.2/10


domenica 13 settembre 2020

Recensione: "Sto pensando di finirla qui" (film Netflix, 2020)

 

Sto pensando di finirla qui - recensione - film originale Netflix - 2020

Sto pensando di finirla qui” è un film di Charlie Kaufman – un nome che è già di per sé una garanzia, e che di certo non ha bisogno di alcuna presentazione da parte mia.

Non saprei dirvi a che genere appartenga, o chi siano esattamente i personaggi. Non sono neanche in grado di scrivere una vera e propria recensione: come nel caso del controverso “Madre!” di Darren Aronofsky, ci troviamo alle prese con un’opera troppo complessa e stratificata per le mie modeste risorse. Però c’è una cosa che posso assicurarvi: “Sto pensando di finirla qui” è un film bellissimo, e credo che dovreste assolutamente vederlo!

E’ come se Charlie Kaufman stesse portando avanti una specie di discorso con il suo pubblico; una lunga dissertazione cominciata anni e anni fa, con le sceneggiature di “Essere John Malkovitch” e “Il Ladro di Orchidee”, e portata poi avanti con le due struggenti storie d’amore in chiave esistenziale “Se mi lasci ti cancello” e “Anomalisa” (di cui Charlie ha firmato anche la regia). La natura umana, i rapporti di coppia, il peso della solitudine, le insondabili tortuosità della mente umana… Se conoscete Kaufman, forse riuscirete a farvi una remota idea di cosa aspettarvi. Forse. Nel mio piccolo, ritengo che “Sto pensando di finirla qui” sia il suo capolavoro assoluto; il film che riesce a imbrigliare tutte le potenzialità insiste nel cuore delle sue tematiche e nelle sue peculiarità stilistiche, nelle sue eccentricità e nel suo innegabile talento di sceneggiatore.

La trama è un lungo, febbricitante sogno a occhi aperti, di quelli da raccontare alla proprio psicoterapeuta nel corso di una sessione di analisi particolarmente intensa ed epifanica. E’ anche ciò che fa di questa pellicola una sorta di versione alternativa e in chiave orrifica di un famoso classico della Pixar; e più di questo, amici lettori, non posso davvero rivelare! Nonostante la sua struttura “sfilacciata”, ibrida, “Sto pensando di finirla qui” può contare sul fattore dell’emotività al cento per cento; raramente mi è capitato di commuovermi così tanto, durante la visione di un film. Non soltanto per le interpretazioni degli ottimi interpreti (Jesse Plemons e Jessie Buckley nei ruoli principali, gli immensi Toni Collette e David Thewlis in quelli di supporto), ma anche per i memorabili dialoghi, le scene in auto durante la bufera e quelle a casa dei genitori di Jake, il personaggio di Plemons; quelli scambi pieni di silenzi e carichi di sottintesi che risultano in realtà fin troppo eloquenti, e che parlano con la psiche dello spettatore in un modo che ha qualcosa di preternaturale. Come se Kaufman avesse strappato via quelle voci da dentro la tua stessa testa, per trasporle poi nel contesto di un grande, surreale e bizzarro esperimento cinematografico.

Last but not least, la straordinaria commistione di elementi tratti dai più disparati generi cinematografici, dal thriller alla commedia romantica, passando per l’horror e per il musical.

Ora… Sospetto che “Sto pensando di finirla qui” sia un film che piacerà (e comunicherà emozioni) soprattutto agli introversi. Per buona parte della visione ho continuato a pensare “Oddio, ma c***o sto guardando?!”, salvo poi sentire la frase “'There is kindness in the world. You have to search for it, but it's there” e cominciare a versare fiumi e fiumi di lacrime, senza neanche sapere bene il perché. Credo che lo stesso accadrà a tutte le persone come Jake, come la sua fidanzata, come me, abituate a vivere dentro la propria testa per i tre quarti del tempo perché … certe volte la superficialità, la freddezza e la fretta del mondo esterno ci feriscono. Se non avessimo un’oasi in cui rifugiarci, probabilmente nessuno di noi arriverebbe all’età adulta.

Guardate questo film. Quando avrete tempo, quando vi sentirete particolarmente serafici e tranquilli. Come sempre, mi troverete qui ad aspettare le vostre impressioni! ^^

Giudizio personale:
9.0/10

Il libro:


"I’m thinking of ending things. Once this thought arrives, it stays. It sticks, lingers, dominates. There’s not much I can do about it, trust me. It doesn’t go away. It’s there whether I like it or not. It’s there when I eat, when I go to bed. It’s there when I sleep. It’s there when I wake up. It’s always there. Always."


 

venerdì 14 febbraio 2020

Recensione: "Horse Girl" (film Netflix, 2020)


thriller psicologico - drammatico - Alison Brie


"Horse Girl" è un film drammatico del 2020 diretto dal regista Jeff Baena.
O forse è un thriller psicologico. O magari è un film di fantascienza sugli alieni, sui cloni e sui viaggi nel tempo; chi può dirlo?
Sospetto che nemmeno gli sceneggiatori (l'attrice Alison Brie e lo stesso Baena) sarebbero in grado di fornire una risposta univoca a questa domanda. L'unica cosa che posso dirvi per certo è che si tratta di una pellicola indipendente molto, molto particolare; e che "Horse Girl" riesce a essere quel genere di film criptico, confusionario e terribilmente infarcito di suggestioni oniriche, che tende a irritarti oltre ogni dire e al tempo stesso ad affascinarti, a coinvolgerti nella visione nonostante i suoi innegabili difetti.

Secondo me il soggetto di partenza è piuttosto originale, intrigante, forse perfino ammaliante; il problema è che non mi sembra sia stato sviluppato con sufficiente maestria o grazia particolare.
La trama ruota attorno alla triste storia di Sarah (interpretata dalla Brie), la timida e schiva commessa di un negozio di tessuti. Sulle sue spalle grava il peso di una storia famigliare afflitta da parecchi problemi di natura psicologica; così, non appena la nostra eroina comincia a inabissarsi in una spirale di squilibrio, paranoia e farneticazioni sempre più inverosimili, la prima inclinazione dello spettatore sarà quella di mettere in discussione la sua sanità mentale e ogni singola parola che esce dalla sua bocca... Ma se invece si nascondesse un filino di verità dietro le sovrannaturali e inquietanti allucinazioni sperimentate da Sarah?
E se una cosa, anziché escludere del tutto l'altra... la rafforzasse?!

Non credo che "Horse Girl" possa essere considerato un bel film; o almeno, non nel senso canonico del termine.
Secondo me non riesce a brillare né dal punto di vista della regia, ne' da quello della fotografia, della scenografia o del montaggio. Il suo punto di forza principale è dato senz'altro dall'ottima (e inquietante) interpretazione di Alison Brie; nel caso in cui non abbiate mai visto "Glow", posso confermarvi che questa ragazza è davvero in grado di recitare, ragazzi, senza "ma", senza "se" e senza "forse"!

Il finale di "Horse Girl", dal canto suo, rappresenta un gigantesco punto interrogativo...
Cosa posso dire? Non sono una grande fan degli enigmi irrisolti (ne possiamo già trovare in abbondanza nella vita reale, di quelli... almeno nella finzione, per carità: offritemi un significato!), ma in realtà non penso che mi sentirei disposta a sconsigliare del tutto la visione di questo eccentrico e surreale film targato Netflix.
Perché "Horse Girl", in fondo, riesce a infondere nello spettatore una sana e abbondante dose di tensione; i brividi nascono dalla nostra progressiva comprensione dell'evidente stato di deterioramento della psiche della protagonista, più che da un reale timore per il suo stato di salute fisica, ma, in fondo, credo che il risultato sia più o meno lo stesso: fiato sospeso, cuore che batte e fronte aggrottata per l'intera durata della pellicola, anche se purtroppo i titoli di coda non arrivano poi a esercitare quell'effetto catartico e rivelatorio che alcuni di noi avrebbero senz'altro gradito...

Se avete apprezzato titoli "alternativi" e sperimentali come "Madre!" o "Under the Skin", insomma, secondo me fareste bene a fare un tentativo. Per me "Horse Girl" non è all'altezza di nessuno di questi illustri precedenti, ma non mi pento assolutamente di averlo guardato.
Il ritratto della follia messo in scena da Baena, morbosamente lucido, spietatamente convincente, è riuscito comunque a colpirmi e a lasciarmi in preda a un persistente senso di confusione e dubbio esistenziale... Quanto di quello che percepiamo è reale? Quante delle certezze cui siamo soliti attribuire un livello di verità inconfutabile sono in realtà frutto della nostra immaginazione?
Quanto potrebbe essere facile - liberatorio, perfino - scrollarci di dosso quelle convinzioni e lasciarci scivolare dolcemente in fondo alla leggendaria Tana del Coniglio Bianco?
Fra parentesi, se state scorrendo queste parole e avete già visto "Horse Girl", provate a leggere "Lizzie" o "Abbiamo sempre vissuto nel castello" di Shirley Jackson.
Poi capirete il perché! ;D


Giudizio personale:
6.0/10


martedì 11 giugno 2019

Killing Eve - Stagione 2





Ultimamente, ho perso un bel po’ di interesse nei confronti delle serie televisive. Per carità, ne seguo ancora qualcuna… ma nessuna delle novità proposte quest’anno dalle varie reti/servizi streaming è riuscita a esaltarmi, tant’è che non credo proprio di essere riuscita a portare a termine la visione in più di un’occasione o due.
Ma ovviamente non potevo abbandonare “Killing Eve”, uno dei telefilm più brillanti, eccentrici e divertenti in cui mi sia mai capitato di imbattermi!




Questa seconda stagione mi ha convinto ed entusiasmato (quasi) quanto la prima. Oddio, forse non proprio agli stessi livelli: nel corso di questa nuova ondata di episodi, un paio di momenti e situazioni qua e là sono riusciti anche a farmi alzare vagamente la pressione… Ma la verità è che l’energia titanica, magnetica e travolgente della co-protagonista Jodie Comer rende quasi impossibile tenere a mente per molto tempo queste piccole (seppur frequenti) sbavature, contraddizioni, sviste, lacune.
Il personaggio di Villanelle continua infatti a fiorire, evolversi e regalarci una quantità industriale di brividi e risate, grazie all'ausilio di una sceneggiatura scaltra e mordace, sempre più determinata a concederle il giusto spazio. Senza parlare della vulcanica interpretazione della Comer: una prova recitativa a mio avviso superba, camaleontica, travolgente; in altre parole, degna della grande Tatiana Maslany (“Orphan Black”) in persona.
Ed è proprio su queste doti, sulle morbose e affascinanti patologie mentali della nostra villain/antieroina preferita del piccolo schermo, che sembra ormai basarsi interamente il successo di “Killing Eve”.




Eh, sì... Perché secondo me è proprio qui che arriva la prima (forse unica) nota dolente dell’originale show creato da Phoebe Waller-Bridge.
Nell'arco di questa seconda stagione, il personaggio di Eve risente secondo me di un terrificante calo di credibilità.
È come se la sceneggiatura cercasse di trasformarla continuamente in qualcosa che non è, azzerando le sue vecchie caratteristiche e tracciando una rotta abbastanza inverosimile per la sua futura evoluzione. Il tutto per cercare di giustificare una connessione, un legame speciale, un'alchimia che, per quanto mi riguarda, forse avrebbe fatto meglio a restare avvolta in un alone di mistero, misticismo e incomprensione.
Posso accettare senza batter ciglio la cronaca di un un'attrazione basata su non meglio specificati fattori alchemici; detto fra voi e me, avrei comunque assistito alla creazione dal vivo di coppie infinitamente più improbabili e terrificanti di questa. Ma non riesco assolutamente a mandar giù la teoria di una fantomatica "uguaglianza" fra Villanelle e Eve. Che il personaggio di Sandra Oh possa pensare, anche soltanto per un momento, di aver sviluppato un rapporto “alla pari” con Villanelle mi pare un'idea semplicemente forzata, per non dire ridicola.
Anche quando ci si sforza di sottolineare l'affinità delle loro personalità attraverso evidenti parallelismi di tipo "fattuale" (ad esempio: il momento  dell'irruzione nelle stanze di persone che le hanno fatte inviperire in modo particolare...), mi pare che la sceneggiatura non faccia altro che accentuare le differenze, anziché sottolineare le affinità. Quando Villanelle si introduce in casa di Eve e comincia a mettere ogni cosa a soqquadro, quello che vediamo è un pericoloso predatore intento a marcare il territorio. Quando Eve entra in camera di Gemma e le rompe il carillon con la ballerina, assistiamo invece semplicemente allo spettacolo di una ragazzina insicura e pedante, capricciosa e confusa, che agisce per accaparrarsi l'attenzione di un vecchio fidanzatino e vendicarsi di una potenziale rivale.




L'unica nota comune è il graduale precipitare in un'ossessione talmente destabilizzante, sconvolgente e inevitabile da spingerle a mettere costantemente in discussione la loro definizione di sé stesse, nonché le fragili relazioni instaurate con le persone che le circondano.
Il modo di reagire a questo cambiamento, però, è totalmente diverso. Nel senso che Villanelle accetta la situazione, abbraccia il proprio egocentrismo a braccia spalancate e si comporta di conseguenza... Mentre Eve lascia che Villanelle continui a fare un po' tutto quello che le pare e reagisce in modo goffo, sciocco, meschino, confuso. Si lascia “distruggere“, plagiare, trascinare; più che l’arci-nemesi, l'oggetto del desiderio o la “partner in crime”, a me ormai infatti Eve pare più che altro la fedele “sidekick”, l’aiutante, la spalla comica su cui puoi sempre contare.

Non a caso, forse, nel contesto del libro originale di Luke Jennings quello dell'agente Polastri era soltanto un personaggio secondario.
Se vogliono sperare di tenerci avvinti allo schermo ancora a lungo, forse gli autori della serie dovrebbero prendere in considerazione l’idea di lavorare un po' di più sulla sua psicologia. Smettere di affidarsi completamente alle doti di Sandra Oh, per dimostrarci costantemente cosa Eve non potrà mai essere (una donna equilibrata, assertiva, conciliante... ) e cominciare piuttosto a farci capire chi è - semplicemente una donna di mezza età verbalmente aggressiva e sessualmente frustrata, pronta a lasciarsi irretire dal sentore del sangue e del pericolo? Oppure una psicopatica confusa, incapace di accettare la sua natura di sacrosanta figlia di buona donna?!

Probabilmente la terza stagione sarà in grado di distrarci e continuare a temporeggiare ancora per un po', per quanto riguarda questa questione... Ma secondo me non a tempo indeterminato, e probabilmente neppure a lungo.


martedì 4 giugno 2019

"Unicorn Store" (film Netflix, 2019)



Concediamoci oggi qualche minuto per parlare un po’ di Unicorn Store”, il lungometraggio che ha segnato il debutto alla regia di Bree “Captain Marvel” Larson. Un film che difficilmente entrerà a far parte della storia del cinema, ma che, detto fra voi e me, è riuscito a fare breccia nel mio cuore e a regalarmi una valanga di emozioni; vale a dire un risultato che neppure il chiacchieratissimo finale di “Avengers: Endgame”, a sorpresa, è stato in grado di eguagliare.

Merito probabilmente delle tematiche-chiave trattate dalla sceneggiatura di “Unicorn Store”, che si propone di narrare la dolce-amara storia di formazione della trentenne Kit (interpretata per l’appunto da un’inedita, goffissima e adorabile Larson). Una delle pochissime donne rimaste sul pianeta Terra disposte ad ammettere che crescere è difficile a qualsiasi età, perché questa parola in realtà vuol dire qualcosa di molto diverso dal trangugiare caffè in quantità industriale, spettegolare di scappatelle altrui e riempirsi la casa di pezzi d’arte astratta. Per citare la stratosferica e compianta Ursula Le Guin: “I believe that maturity is not an outgrowing, but a growing up: that an adult is not a dead child, but a child who survived.”

La protagonista di “Unicorn Store” riesce indubbiamente a compiere questa difficilissima impresa, dal momento che, fin dalle primissime scene del film, appare chiaro che la vulcanica “bambina interiore” di Kit è più viva e vitale che mai. La nostra eroina infatti è una “ragazza grande” che, per motivi di forza maggiore, vive ancora a casa con i suoi genitori; è una persona eccentrica, introversa e talentuosa, fin troppo colorata e imprevedibile per i gusti dei suoi coetanei, che tendono per questo a considerarla infantile e priva d’ambizioni. Così Kit finisce per rintanarsi in casa e sprofondare in uno stato d’apatico isolamento, una situazione inasprita dal suo conflittuale rapporto con i genitori (Joan Cusack  e Bradley Whitford) e dalla sua cronica incapacità di trovare un modo per incanalare le sue febbrili energie creative, imbrigliate e messe alla berlina da chi, a quanto pare, preferisce continuare a coltivare la propria immagine di “persona vincente e omologata che riesce a sembrare sexy perfino mentre passa l’aspirapolvere”, piuttosto che concedersi uno slancio di fantasia e di ottimismo una volta ogni tanto.

E… be’, la vita di Kit compie una brusca svolta il giorno in cui riceve, quasi per caso, una misteriosa missiva proveniente da un losco figuro, un logorroico negoziante (interpretato dall’immancabile Samuel L. Jackson) che le rivolge una proposta straordinaria: se riuscirà a dimostrarsi degna delle aspettative, alla nostra artista verrà infatti concessa niente meno che l’opportunità di portarsi a casa… un bellissimo unicorno! Sì, avete sentito bene: mi sto riferendo proprio al mitico destriero delle leggende, un onirico amico per la vita, una creatura magica e speciale scaturita direttamente fuori dalle pagine di una fiaba. L’idea, ovviamente, basta e avanza a deliziare Kit sopra ogni altra cosa; da questo momento in avanti, la donna si sforzerà in ogni modo di rivoluzionare la propria vita e di guadagnarsi l’approvazione di questo misterioso e simpatico “negoziante di unicorni”.

Da questa surreale premessa ai confini della realtà, insomma, nasce uno dei miei film preferiti di questo 2019; un gioiellino raro e prezioso che forse, agli occhi di molti altri, non avrà proprio nessun valore… ma che ha per me ha significato veramente tantissimo, e che mi sentirei di consigliare spassionatamente a qualsiasi fan del genere fantastico. E forse, più in generale, a chiunque abbia avuto l’impressione, a un certo punto della propria vita, di non riuscire più a sentirsi a casa in questo mondo, e di non capire più dove finisca esattamente il regno del Consumismo e della Finzione e dove inizi invece quello della Personalità e dell’Essenza… ammesso poi che inizi ancora da qualche parte.

Al di là di fattori “convenzionali” del linguaggio cinematografico quali regia, fotografia, scenografia e via discorrendo, dunque, ciò che è riuscito a imporsi maggiormente alla mia attenzione è stato soprattutto il messaggio di “Unicorn Store”; un piccolo raggio di speranza e di dolcezza, di sensibilità, onestà e accettazione, che verso la fine del film mi ha ridotto sull’orlo delle lacrime e colmato di un profondo, inconfutabile senso di gratitudine e rispetto nei confronti di Brie Larson, attrice talentuosa ed essere umano dotato di rarissima intelligenza.

Decisamente il mio “feel-good” movie dell’anno, insomma, a quanto sembra; anzi, probabilmente del decennio intero…
Spero tanto che resti disponibile su Netflix a tempo indeterminato, perché una certa vocina interiore mi suggerisce che, nel corso dei giorni e delle settimane a venire, vorrò vederlo ancora, e ancora, e ancora… XD



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