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lunedì 4 aprile 2022

Recensione: "Delilah Green doesn't care", di Ashley Herring Blake

Per riprenderci dalle fatiche del lunedì, lasciamo che sia la recensione della deliziosa rom-com saffica “Delilah Green doesn’t care” a inaugurare la nostra settimana!

Una commedia romantica effervescente, spassosa e all’insegna dell’ottimismo più sfrenato, firmata da Ashley Herring Blake, già autrice dei romanzi YA “Girl Made of Stars” e “Hazel Bly and the Deep Blue Sea”...

 


Bright Falls, Vol. 1

Potete acquistarlo QUI in inglese

 

La trama

Delilah Green ha giurato a se stessa che non sarebbe più tornata a Bright Falls.

Dopotutto, lì non c’è più niente per lei; nulla, a parte i ricordi di un’infanzia trascorsa all’insegna della solitudine e dell’indifferenza, e di una matrigna e di una sorellastra che, a suo avviso, hanno sempre fatto del loro meglio per respingerla e tagliarla fuori.

La vita di Delilah è a New York, adesso, e passa attraverso la sua carriera di fotografa (finalmente avviata incontro a una direzione promettente...), oltre a includere un letto a due piazze che non è costretta a occupare da sola neanche per una notte.

Certo, si tratta di una donna diversa ogni volta, ma questo, in fondo, si intona benissimo alla sua visione della vita: nessuna relazione, nessuna responsabilità, nessuna possibilità di ritrovarsi con un cuore spezzato.

Ma poi Astrid, la sorellastra in questione, la “incoraggia” caldamente ad accettare un lavoro: occuparsi delle fotografie nel corso del suo imminente matrimonio con un medico facoltoso.

Delilah vorrebbe rifiutare, ma fra la necessità di incassare un sostanzioso assegno e una vagonata di sensi di colpa, la frittata è fatta: contro ogni buon senso, eccola di nuovo nella sua vecchia cittadina dimenticata da dio, quella che un tempo era solita chiamare “casa”.

La stessa sera, succede qualcosa di molto strano: Delilah si imbatte in Claire Sutherland, una delle migliori amiche di sua sorella. Claire, che ai tempi del liceo faceva parte della “cricca” di mean girls da cui Delilah ha sempre cercato di tenersi lontano... e che, adesso, sta facendo del suo meglio per allevare una figlia da sola, mentre affronta i capricci di un ex inaffidabile e cerca di tenere a galla una piccola libreria.

Claire e Delilah si conoscono da anni, e fra loro non è mai corso buon sangue, per cui non è assolutamente possibile che fra di loro scatti improvvisamente qualcosa... O sì?

Mentre formano un’alleanza per impedire ad Astrid di compiere il più grosso errore della sua vita – sposare un arrogante buono a nulla – Delilah e Claire si ritroveranno a fare con i reciproci difetti, un’attrazione insopprimibile, e... parecchie scintille!

 

Un pizzico di felicità

Ogni tanto, ho bisogno anch’io di affidarmi alle pagine di un confortevole ed elettrizzante “feel-good book”; qualcosa in grado di trasportarmi a duecentomila anni luce di distanza dalla mia vita quotidiana e da qualsivoglia tematica scottante, il porto sicuro in cui fermarmi a riprendere il fiato e a recuperare le forze .

Delilah Green doesn’t care” ha rappresentato esattamente questo per me, e non mi imbarazza minimamente affermare che ne ho amato OGNI. SINGOLO.CAPITOLO.

Siamo ancora all’inizio dell’anno, per cui non voglio sbilanciarmi, ma sospetto già che quella di Ashley Herring Blake sarà la mia commedia preferita del 2022; un po’ come accadde con “One Last Stop” per il 2021, insomma.

Il romanzo offre, sopra ogni cosa, la cronaca di una storia d’amore contemporanea, briosa e travolgente; un canovaccio basato su uno dei più classici cliché del genere (quello degli opposti che si attraggono), fortunatamente privo di risvolti eccessivamente drammatici o “angoscianti”.

Claire e Delilah sono protagoniste divertenti, sexy e ricchissime di difetti; l’alchimia fra di loro non può essere messa in discussione neanche per un secondo e, anzi, sfido qualsiasi lettore/lettrice a negare l’assurdo carico di energia “ormonale” che caratterizza ogni loro interazione.

Voglio dire, una super-mamma nerd dall’indole dolcissima e dal piglio battagliero, e una bad girl dalla battuta pronta e il look alla Faith Lehane/Wynonna Earp?

E come si fa, a non fare il tifo per una ship così? XD


La chiave del successo

Ho sempre pensato che il segreto del successo, per una commedia romantica che si rispetti, risieda almeno al 50% nella qualità dei suoi dialoghi e nella natura accattivante dei suoi personaggi secondari.

In “Delilah Green doesn’t care”, ad esempio, mi sono imbattuta in quel particolare tipo di comprimario che ti spinge a tuffarti fra le pagine come fra le braccia spalancate di un vecchio amico.

I dialoghi, dal canto loro, sono irresistibili, e l’atmosfera “confortevole” mi ha fatto immediatamente fatto pensare a una certa serie tv di Amy Sherman-Palladino. Dopotutto, non è difficile vedere Bright Falls come una sorta di Stars Hollow in versione 2022; se vi è mai capitato di vedere anche un solo episodio di “Una mamma per amica”, sospetto che capirete immediatamente di cosa sto parlando.

Al di là del romance, comunque, la cosa che ho amato di più è stata sicuramente la sottotrama dedicata all’esplorazione del delicato rapporto fra Delilah e Astrid; una relazione difficile, commovente e quasi dolorosa che, con un pizzico di fortuna, Ashley Herring Blake tornerà a esplorare nel corso di “Astrid Parker doesn’t fail”, il secondo volume della serie!

 



sabato 26 marzo 2022

“Youngblood”: Mondadori porterà in Italia il romanzo horror/queer di Sasha Laurens

Youngblood” non è ancora uscito negli USA (anche se, ormai, manca poco...), eppure l’autrice Sasha Laurens,  tramite i suoi accont social, ci ha già comunicato una notizia fantastica: il suo nuovissimo libro YA, a metà strada fra dark academia e commedia nera, arriverà prossimamente anche sugli scaffali delle librerie italiane!

La traduzione avverrà a opera della Mondadori...

  

Potete acquistarlo QUI in inglese

 

Youngblood”: la trama

Per Kat Finn e sua madre, non è facile vivere in mezzo agli umani.

Dal momento che la maggio parte dell’umanità è stata infettata da un virus letale per i succhiasangue, per sopravvivere le due donne sono costrette a bere Hema, un sostituto sintetico del sangue estremamente costoso; lo stesso, ovviamente, vale ormai per tutti i vampiri.

Kat non è esattamente entusiasta all’idea di trascorrere una vita immortale di stenti e fatica; ma non appena apprende di essere appena stata ammessa presso la Harcote School, una prestigiosa scuola preparatoria che, in segreto, accoglie solo vampiri, comincia a pensare che la sua fortuna stia finalmente per cambiare.

Taylor Sanger, dal canto suo, è cresciuta nel mondo dell’abbiente alta società vampira, ma sta cominciando seriamente a stancarsi dei suoi valori arretrati, terribilmente conservatori – soprattutto nel campo della sessualità, dal momento che Taylor è una lesbica dichiarata, soddisfatta e orgogliosa.

Ormai deve stringere i denti e sopportare soltanto un altro paio d’anni alla Harcote, prima di conquistarsi l’agognata libertà. Ma quando scopre che la sua nuova compagna di stanza è Kat Finn, rimane orripilata: perché Taylor e Finn erano le migliori amiche del mondo, tanto tempo fa, ma quella storia non è affatto finita bene!

E poi, Taylor si imbatte nel corpo morto di un vampiro, e Kat fa una scoperta scioccante negli archivi della scuola...

A poco a poco, le due iniziano a realizzare che i segreti della Harcote potrebbero essere assai più oscuri del previsto – segreti peraltro collegati alle più potenti figure del Vampirdom, e a quello stesso sangue sintetico su cui tutti loro, ormai, sono costretti a fare affidamento.

 

Sasha Laurens

Youngblood” è il secondo romanzo di Sasha Laurens.

L’uscita americana è prevista per luglio 2022; se tanto mi dà tanto, probabilmente occorrerà aspettare almeno fino al 2023 per mettere le mani sull’edizione italiana, ma intanto sappiamo già che uscirà, fra l’altro per opera della più influente e affermata casa editrice del nostro Paese.

Oltre che per l’Italia, nel frattempo i diritti di traduzione sono già stati acquistati anche per la Francia, il Brasile, l’Ungheria e una manciata di altre nazioni.

La campagna promozionale descrive “Youngblood” come la lettura ideale per gli amanti della serie “Vampire Diaries” e del sottogenere dark academia, e ogni singolo elemento citato all'interno della sua trama sembra confermarlo.

In realtà, anche se la maggior parte di voi (probabilmente) non avrà la più pallida idea di cosa io stia parlando XD, mi è sembrato di scorgere fra le righe anche un velato (deliberato?) riferimento alla webserie canadese che, fra il 2014 e il 2016, ha fatto impazzire le giovani spettatrici lesbiche di tutto il mondo: vale a dire, l’inimitabile “Carmilla”.

Ma, in realtà, al momento tutto quello che mi aspetto – e prego! - di ottenere leggendo “Youngblood”, è la possibilità di trascorrere qualche ora spensierata in compagnia di un libro divertente, ironico e leggero.

Ci riuscirò?

A quanto pare, dovremo aspettare l’estate per scoprirlo! ;D

 

 



lunedì 31 gennaio 2022

Recensione: "The Deathless Girls", di Kiran Millwood Hargrave

The Deathless Girls” è un libro fantasy/gotico per ragazzi di Kiran Millwood Hargrave.

La trama è vagamente – ma proprio molto vagamente – ispirata ad alcuni personaggi creati da Bram Stoker; nello specifico, mi sto riferendo alle celebri “spose di Dracula” citate all’interno del suo capolavoro immortale.

Il romanzo di Millwood Hargrave narra l’odissea di due sorelle nomadi, strappate ai loro cari e costrette a servire nelle cucine di un arrogante signorotto locale. A un certo punto, le ragazze vengono divise, costringendo la più mite e remissiva delle due a imbastire un azzardato piano di salvataggio...

Che cosa c’entreranno mai i vampiri, in tutta questa sciarada?

Ecco, questa è un'ottima domanda! XD


Potete acquistarlo QUI in italiano

 

La trama

Alla vigilia della sua divinazione, il giorno in cui il suo fato verrà finalmente svelato, la diciassettenne Lil e sua sorella gemella, Kizzy, vengono catturate e ridotte in schiavitù dal crudele Boyar Valcar.

La loro comunità, nomade e pacifica, viene completamente distrutta; il resto della loro famiglia massacrata o dispersa.

Costretta a lavorare nelle dure e inospitali cucine del castello, Lil trova conforto in Mira, una compagna schiava da cui si sente attratta in un modo che non riesce a comprendere.

Ma l’indole temeraria e ribelle di Kizzy continua ad attirare l’attenzione di chi detiene il potere in modi vertiginosamente imprevedibili; compreso l’interesse di un sinistro figuro che si fa chiamare il Drago, e che sembra balzato direttamente fuori dalle pagine di un libro di miti e leggende.

O da un incubo, magari.

Perché può darsi che le gemelle non abbiano avuto la possibilità di ricevere la loro divinazione... eppure, in un modo o nell’altro, Lil e Kizzy stanno per scoprire il loro destino.

 

Toxic twins

La quarta di copertina insisterà anche a definire “The Deathless Girls” un retelling... ma, in realtà, non è che questo libro abbia veramente qualcosa a che fare con “Dracula”.

Nel senso che l’autrice sembra fare riferimento tanto al romanzo di Stoker quanto a successi del calibro di “Twilight” o “28 Giorni di Buio”... ma  a nessuno di questi titoli riesce, in realtà, a rendere il giusto tributo.

A essere sinceri, non sono neanche sicura che intendesse provarci: anzi, a tutt’oggi, non sono ancora riuscita a farmi una ragione delle motivazioni che hanno spinto Kiran Millwood Hargrave (o chi per lei) a cercare di spacciare il suo libro per qualcosa che, evidentemente, il testo non ambisce a essere neanche per un secondo.

A meno che non si sia trattato di interessi di natura esclusivamente commerciale, si capisce.

Anche perché dubito che scrivere, a mo’ di sinossi, «questo libro è uno YA che non si differenzia dagli altri in nessuna maniera; il wordbuilding è insensato, la trama non ha ragione di esistere e la protagonista sviluppa un arco narrativo interessante quanto un sottobicchiere» sarebbe stata una mossa particolarmente saggia, dal punto di vista delle vendite.

Anche se si sarebbe trattato di una descrizione maledettamente onesta!

Il punto è che “The Deathless Girls” non è un libro di vampiri; non è neanche un romance, un romanzo d’avventura o una storia di formazione (se non, forse, nel senso più lasco e superficiale del termine).

Al massimo, è un libro che parla (in termini dannatamente snervanti) di un legame tossico fra sorelle; la storia di una ragazzina che scambia ripetutamente la propria fragilità e la propria difficoltà ad affermare la sua identità per una forma di amore superiore e indiscutibile.

Se il finale avesse manifestato un pizzico di consapevolezza, da questo punto di vista, magari mi sarei azzardata a ritenerlo uno spunto narrativo interessante.

Ma al terzo, quarto o quindicesimo luogo comune sulle gemelle, sinceramente ho deciso di gettare la spugna e arrendermi all’evidenza: Kiran Millwood Hargrave è davvero convinta che frasi come “io e mia sorella siamo un’unica persona confinata all’interno di due corpi diversi” abbiano un suono poetico e salutare, e non francamente agghiacciante.

 

Un ripensamento chiamato Vlad l’Impalatore

The Deathless Girls” è anche un libro che si degna di introdurre i vampiri (e il conte Dracula, in particolare) soltanto nell’arco delle ultime 100 pagine o giù di lì.

Manco a dirlo, la struttura del romanzo risulta pesantemente sbilanciata da questa virata; anche se, a onor del vero, dopo 200 pagine passate a seguire le giornate di uno stuolo di ragazzine perennemente assediate da minacce di stupro e altre tremende punizioni corporali, mi sono ritrovata ad accogliete l’arrivo del primo strigoi con un senso di profondo sollievo.

Anche se questo evento, in realtà, mi ha preso un po’ alla sprovvista (più che altro perché non c’entrava nulla con il resto della storia); e anche se il mostro, da un punto di vista narrativo, a quel punto avrebbe potuto essere tranquillamente sostituito da qualsiasi altro tipo di creatura: uno zombie, il Bigfoot, la creatura di Frankenstein, il diavolo della Tazmania, fate un po’ voi!

La storia d’amore, dal canto suo, risulta spaventosamente piatta e artificiosa. Probabilmente perché Lil non riesce a essere una protagonista convincente, e Mira ha una caratterizzazione.... siamo seri, quale caratterizzazione?!

Se mai uno studio hollywoodiano dovesse girare un film tratto da “The Deathless Girls”, i produttori potrebbero tranquillamente affidare il ruolo di Mira a una scopa di saggina: nessuno si accorgerebbe mai della differenza!

E poi, le scene di interazione fra lei e Lil si contano sulle dita di una mano... Eppure, in qualche modo, l’autrice vorrebbe darci a intendere che il loro sia uno di quegli amori tragici e sconfinati di cui parlava anche il Bardo.

Mmm... No, grazie.

Questa non me la bevo.

In compenso, ho trovato lo stile dell’autrice leggermente sopra la media. Molto lirico, poetico ed evocativo, soprattutto per quanto riguarda la descrizione degli ambienti naturali.

Peccato che, secondo me, questa qualità non si riveli neanche remotamente in grado di compensare l’incomparabile presunzione dell’epilogo... ma, in fondo, la mia opinione a questo punto si è già capita, vero? XD



giovedì 27 gennaio 2022

"Motherland - Fort Salem": la recensione della serie tv sulle streghe di Amazon Prime Video

L’Accordo di Salem, firmato nel 1692, costringe tutte le streghe ad arruolarsi nell’esercito degli Stati Uniti e a combattere i nemici della nazione... In cambio, ogni persecuzione a danno delle donne di poteri magici verrà cessata.

Trecento anni dopo, le giovani streghe stanno ancora tenendo fede alla loro parte del patto... ma a quale prezzo?

Su Amazon Prime Video trovate le prime due stagioni di “Motherland: Fort Salem”, la serie tv fantasy/ucronica creata da Eliot Laurence e prodotta dall’attore Will Ferrell.

Uno show per ragazzi dal taglio moderno, spettacolare e intriso d’azione, interpretato da uno spettacolare cast al femminile e destinato a creare dipendenza fin dal primissimo episodio...

 


Puoi vederla QUI  in italiano


La trama

Dopo che l’Accordo di Salem ha cambiato tutto, le donne si sono riappropriate della maggior parte delle posizioni di potere.

Ad esempio, l’esercito, guidato dall’immortale generale Sarah Alder (Lyne Renée), ormai si compone di sole streghe, peraltro tenute in grande considerazione dalla popolazione civile a causa della loro inconfondibile abnegazione e del loro immenso spirito di sacrificio.

Ogni anno, infatti, ogni ragazza in età da combattimento è tenuta a prestare giuramento e a recarsi a Fort Salem per dare inizio a uno spietato addestramento a base di prodezza fisica, canti di guerra e incantesimi difensivi.

La giovane recluta Raelle Collar (Taylor Hickson), una guaritrice dal talento eccezionale, ha perso la madre in battaglia, e adesso si prepara con amarezza a seguire il suo destino.

Tally Craven (Jessica Sutton) è l’ultima della sua stirpe, e come tale avrebbe diritto a un esonero dal servizio militare... ma il suo idealismo avventato la spinge comunque ad arruolarsi, nonostante la ferma opposizione della madre.

Abigail Bellwheater (Ashley Nicole Williams) proviene invece da una famiglia ricca e influente, e da quand’è nata non sogna altro che di scalare le gerarchie militari e dimostrare alle sue antenate il proprio valore.

Le tre ragazze, contro ogni aspettativa e malgrado le reciproche divergenze, riescono a sviluppare un legame indissolubile e a eccellere in ogni campo dell’addestramento militare.

Eppure il mondo viene costantemente travolto dagli attacchi della Mattanza, un’organizzazione terroristica che cerca di mettere in evidenza le devastanti conseguenze della coscrizione forzata all’interno della comunità magica

È giusto considerare le streghe alla stregua di carne da macello?

Ma è soltanto quando Ralle comincia a innamorarsi perdutamente di Scylla Ramshorn (Amalia Holm), affascinante necromante dal passato ambiguo, che le cose per le tre amiche cominciano a imboccare una svolta inaspettata...


Il potere è nella voce

Adoro questa serie!

Dico sul serio: voglio dire, certo, la sceneggiatura ha dei difetti, il target principale è mooooolto giovane, la prima stagione risulta stranamente sbilanciata, le scene di sesso a volte risultano un po’ intrusive, e... bla, bla, bla!

In fondo, siamo onesti... chi se ne importa?!

La verità è che in “Motherland: Fort Salem” ci sono così tante cose buone da apprezzare, che ostinarsi a concentrarsi sui difetti non avrebbe molto senso.

È una serie tv fantasy per ragazzi. Che parla di matriarcato, e ne mostra ripetutamente in azione le conseguenze (pregi e difetti). 

Che narra le storie di un gruppo di personaggi estremamente complessi e ambivalenti (bè, non il terzetto di protagoniste, magari... ma vogliamo parlare di forze della natura come Scylla o Anacostia?), e non esita a sollevare domande intelligenti durante il tragitto.

La trama gioca pesantemente con i sentimenti primordiali dello spettatore, e cerca di tenerlo avvinghiato a sé con una serie di stratagemmi a base di cliffhanger, amori impossibili ed epiche lotte generazionali in stile romanzo YA?

Ma certo che sì. Diamine, sarei un’ipocrita di categoria superiore, se non ammettessi di aver finito il binge watching compulsivo in tempi da record, soltanto perché avevo disperatamente bisogno di scoprire cosa sarebbe accaduto alla mia adorata ship Raylla! XD

Ma (tanto per dirne una) si dà il caso che “Motherland: Fort Salem” sia anche uno show che si basa un sistema magico molto intrigante, diverso da qualsiasi altra cosa siamo stati abituati a vedere in tv.

Il potere delle streghe passa attraverso l’uso delle loro corde vocali; della complessa manipolazione delle onde sonore, attraverso intricati canti chiamati “semi”. 

Come a dire che la voce delle donne, per antonomasia, si trasforma nel più pericoloso ed elettrizzante dei catalizzatori naturali, una fucina di energie letteralmente impossibile da sottovalutare... figuriamoci da ignorare o mettere a tacere!

Questa caratteristica, fra l’altro, offre allo spettatore la possibilità di assistere a un incredibile numero di combattimenti e sequenze d’azione di stampo pirotecnico; soprattutto nel corso della seconda stagione, con l’avvento di un nuovo, formidabile nemico in grado di rispondere alle mosse delle nostre eroine rima per rima...

 

La realtà alternativa in salsa young adult

La trama di “Motherland: Fort Salem” si basa, inoltre, sullo sviluppo di una mitologia singolare e ricca di spunti affascinanti, parzialmente ispirata alle tradizioni insegnate dalle religioni neopagane.

Il rapporto di sorellanza fra le tre protagoniste si staglia al centro di ogni singolo episodio (o quasi), ma un’altra cosa che ho apprezzato tanto è il fatto che ogni singolo personaggio di questa serie arriva corredato da un suo particolare (e coinvolgente) arco narrativo.

La seconda stagione, da questo punto di vista, si dimostra superiore alla prima; un po’ perché Tally, finalmente, riesce a uscire dal guscio e a svelare parte del suo grande potenziale, e un po’ perché la narrazione si “scinde” ad accompagnare il complesso viaggio di redenzione di un certo personaggio (il mio preferito), ampliando considerevolmente la nostra prospettiva sul mondo di “Motherland: Fort Salem”, sempre più dilaniato da tensioni sotterranee violente e insopprimibili.

Se non siete riusciti mai a spingervi oltre i primi due episodi di “The Chilling Adventures of Sabrina”, e se non riuscite a trattenervi dal sollevare le mani in segno di resa ogni volta che qualcuno si azzarda a scandire la frase «Amo le ucronie, ma penso che “The Man in the High Castle” sia uno dei libri più noiosi del creato!», bè...

Probabilmente questa non è la serie che fa per voi.

Ma sospetto che tutti gli altri troveranno più di un motivo per trasformare “Motherland: Fort Salem” in un guilty pleasure spettacolare, e di andarne dannatamente fieri! :D

 

 


martedì 25 gennaio 2022

Recensione: "Among Thieves", di M. J. Kuhn

Sulla scia di “Sei di corvi”, M. J. Kuhn firma “Among Thieves”, un fantasy heist novel incentrato sulle disavventure di una combriccola di ladri in procinto di compiere il colpo del secolo!

Una lettura scorrevole e vivace, corredata da una solida trama e da un cast di eccentrici bricconi, che tuttavia risente pesantemente dell’inesperienza tecnica dell’autrice, qui alla sua prova d’esordio...


Potete acquistarlo QUI in inglese


La trama

In poco più di un anno, Ryia Cautella è riuscita a guadagnarsi una certa reputazione: nel suo quartiere, la gente la chiama “il Macellaio di Carrowwick”, l’assassina più veloce, letale e spietata della zona del porto... per non parlare della sua lingua tagliante e del suo atteggiamento indisponente!

Ryia lavora per un boss locale che controlla la maggior parte delle attività clandestine in città. O meglio, le controllava: da qualche tempo, infatti, la banda dei Santi sta affrontando delle difficoltà impreviste, e adesso i vari membri si ritrovano assediati dalle pressanti ambizioni di svariate gang rivali.

Ma, un giorno, lo scaltro capobanda scopre l’esistenza di un artefatto magico custodito nella formidabile fortezza del Guildmaster, il padrone assoluto dei cinque regni di Thamorr; l’uomo si dedica quindi, anima e corpo, all’organizzazione di un improbabile piano per impossessarsi dell’oggetto, nella speranza riconquistare il prestigio perduto.

A Riya viene pertanto ordinato di unirsi a una piccola compagnia di delinquenti, contrabbandieri ed ex-soldati disadattati, e di partire per l’isola del Guildmaster, un sito protetto da centinaia e centinaia di guardie dotate di superpoteri.

Ma ogni partecipante alla spedizione custodisce un segreto – lei compresa – e dall’ombra complotta per portare avanti un progetto privato...

Quando non puoi fidarti di nessuno, puoi davvero sperare di sopravvivere a una missione suicida?

 

La banda dei Santi

Among Thieves” è quel classico genere di libro, a metà strada fra il serio e il faceto, che cerca di incastrare diecimila sottotrame e di armonizzare le storie di una mezza dozzina di malandrini. Senza mai prendersi sul serio e, soprattutto, senza mai cercare di impegnare la soglia d’attenzione del lettore in modo particolare.

Una lettura all’insegna dello svago puro e semplice, insomma, sulla falsariga di film come “Ocean’s Eleven” e di romanzi come “The Maleficent Seven” di Cameron Johnston.

La narrazione segue parecchi PoV, anche se il maggior numero di capitoli è dedicato a Riya. 

L’uso della focalizzazione multipla, secondo me, in questo caso convince solo fino a un certo punto: dopotutto, nessuno dei co-protagonisti riesce a esibire un arco narrativo interessante, e gli unici personaggi dotati di un minimo di appeal sono Evelyn, un ex capitano della guardia cittadina caduto in disgrazia, e Riya stessa.

Fra l’altro, il 90% del mio gradimento, durante la lettura di “Among Thieves”, è scaturito proprio dalle frequenti (e divertentissime) interazioni fra l’eroica poliziotta con il pallino della giustizia e l’irriverente assassina dai mille talenti. I dialoghi sono piuttosto esilaranti, e il trope degli opposti che si attraggono, per quanto abusato, tende a fare centro più spesso che no.

Anche se il finale, devo ammetterlo, giunge come una sorta di doccia fredda perfino da questo punto di vista... e pensare che i primi capitoli mi avevano subito trasmesso un brivido di interesse, facendomi addirittura sperare in una sorta di dinamica alla Vi e Caitlyn di “Arcane”. 

Sigh... ma dico io, come si fa a sprecare un’occasione così!? XD

  

Ultima fermata... il nulla!

Among Thieves” è un romanzo progettato con cura. Si intuisce dalla quantità di colpi di scena, dal numero di tic e manie particolari che contraddistingue ogni singola comparsa e dalle intricatissime macchinazioni che vivacizzano il suo intreccio.

Si deduce anche, purtroppo, dall’esagerata concentrazione di infodump e dalla terrificante artificiosità che appesantisce la narrazione.

Il world-building è sicuramente molto “raccontato”. Si procede soprattutto per esposizione, descrizioni statiche e cliché stagnanti, presi in prestito da mille altri libri fantasy appartenenti allo stesso sottogenere. 

Ne consegue un’inconfondibile piattezza di fondo, una tonalità monocorde che, a lungo andare, tende a logorare il lettore, convintissimo di essersi imbattuto in una storia del genere in almeno un’altra ventina di occasioni.

Probabilmente a ragione.

Il terzo atto è un disastro. Lo dico senza mezzi termini, tenendo sempre in considerazione il fatto che si tratta soltanto di un’opinione personale... eppure, non credo che riuscirei a descrivere in un altro modo l’assurda amputazione di tematiche, relazioni, punti di vista e storyline che M. J. Kuhn decide di mettere in atto nel finale.

Tanto per cominciare, “Among Thieves”, romanzo (sulla carta) perfettamente autoconclusivo, non offre alcuna risoluzione per i due terzi dei suoi comprimari. Preferisce adagiarsi, piuttosto, sui comodi (e discutibili) allori di un colpo di scena conclusivo trito e scontato, una banalità che qualsiasi lettore adulto sarebbe in grado di prevedere a pagina 50.

Comunque, perfino nel momento in cui si degna di offrire uno scioglimento di qualche tipo, “Among Thieves” si lascia precipitare in una spirale di frenesia e superficialità. Tant’è che la sensazione, a lettura ultimata, è quella di essersi lanciati a tutta birra contro una parete di mattoni, una sorta di (dolorosa) presa in giro alla Road Runner e Wile Coyote.

All’epilogo segue quindi un senso di delusione bruciante, sicuro come la notte segue il giorno.

Soprattutto dopo essersi presi la briga di sopportare, con pazienza, ottimismo e fiducia, trecentocinquanta pagine piene zeppe di capitoli traballanti, paragrafi infestati di aggettivi, frasi convolute e metafore inconsistenti.

 


domenica 23 gennaio 2022

"Yellowjackets": la recensione della prima stagione della serie tv horror disponibile su Sky/NowTv

Nel corso dell’ultima stagione televisiva, seguire “Yellowjackets” per dieci settimane mi ha fatto ricordare il valore di parole come “suspense”, “mistery” e “Oh-mia-Dea, quando diamine esce la prossima puntata?”.

La serie, disponibile su Sky/NowTV, si staglia sul sottile confine fra survival horror, dramma (forse) sovrannaturale e thriller YA.

Se “Lost”, “The Wilds” e il libro di Alma Katsu “The Hunger” avessero in qualche modo potuto concepire una figlia d’amore, state pur sicuri che si sarebbe trattato di “Yellowjackets”...

 


La trama

Nel 1996, l’aereo di una squadra di calcio femminile liceale precipita in una selvaggia regione desolata dell’Ontario.

I pochi superstiti attendono i soccorsi per diciannove mesi, prima di essere tratti in salvo. Ma non tutte le persone sopravvissute all’impatto tornano a casa...

Venticinque anni dopo, le vittime dell’incidente stanno ancora facendo i conti con i traumi e le terribili conseguenze di quell’esperienza, fra lutti mai elaborati, ricordi frammentari e la consapevolezza di antichi, tremendi peccati collettivi.

Perché fra quei boschi primordiali, assediate dai picchi innevati e dalla fame inconcepibile che spesso l’inverno trascina con sé, le Yallowjackets hanno condiviso qualcosa di cui non possono parlare.

Una catena di fatti di cui hanno solennemente giurato di non parlare mai, a costo della loro sanità mentale; eventi così foschi, violenti e vergognosi da continuare a pendere sulla loro testa, ancora oggi, come la proverbiale spada di Damocle.

Perché, ai piedi di quei boschi, le Yallowjackets hanno deposto tutti i loro segreti, i loro sogni e le loro speranze.

Ma l’oscurità è l’unica forza che ha deciso di rispondere alle loro preghiere...

 

The Wilderness Between Knowledge And Ignorance...

Yellowjackets” è una di quelle serie che molta gente sta tralasciando di guardare, fondamentalmente perché non compare in cima all’elenco delle consigliate su Netflix (è una produzione Showtime, quindi difficilmente la vedremo mai sbarcare sul colosso streaming...) e, come se non bastasse, si dà il caso che sia anche un titolo dal taglio profondamente adulto, dark e maturo.

È anche difficile da inquadrare con precisione: teen-drama, horror, coming-of-age, thriller psicologico, dark comedy... La trama abbraccia una spanna di argomenti e di tonalità, e si affida a una potente narrazione a doppio binario (le due linee temporali del “prima” e del “dopo”) per costruire un intricato e complesso racconto sospeso fra realtà e immaginazione.

Per fortuna, di recente la serie è stata rinnovata per una seconda stagione.

Ho saputo che Stephen King in persona ci ha messo una buona parola (cosa che non mi sorprende: la struttura di “Yellowjackets” richiama, in un certo senso, quella di romanzi come “It” o “L’Acchiappasogni”...), per cui possiamo sperare che gli spettatori interessati al genere abbiano finalmente avuto modo di notare la sua esistenza.

Sarebbe un peccato veder chiudere questa serie prima del tempo, soprattutto perché:

a) il finale di questa prima stagione si chiude con una serie di cliffhanger pazzeschi, e in definitiva offre più domande che risposte;

b) la sceneggiatura è semplicemente brillante, e il formidabile cast in grado di sorreggerla alla perfezione: le attrici “adulte” sono quasi tutte veterane, molto popolari all’interno del circuito del cinema indipendente, mentre le “giovani” sono volti noti o astri potenzialmente in ascesa, dalla Ella Purnell di “Arcane” alla Liv Hewson di “Santa Clarita Diet”, passando per Sophie Nélisse (“Storia di una ladra di libri”) e Jasmin Savoy Brown (“The Leftovers”);

c) non è che esistano poi così tanti show di qualità incentrati sul tema dell’amicizia del femminile, soprattutto nell’ambito del genere horror/fantasy.

 

Le follie di Misty

L’atmosfera di “Yellowjackets” è estremamente ambigua, cupa e straniante.

I personaggi ci vengono presentati lentamente, secondo una modalità “slow burn” successivamente smentita da una luuuunga serie di colpi di scena e rivelazioni destabilizzanti.

Fra i boschi come in città, nessuna delle ragazze (o delle donne che alcune di loro avranno modo di diventare) tende a comportarsi in maniera particolarmente eroica o gradevole; eppure le loro rivalità, le loro amicizie e i loro ostacoli, a poco a poco, riusciranno a diventare anche i nostri, trascinandoci in una spirale apparentemente infinita di omicidi, rituali di sangue e tradimenti assortiti.

Al tempo stesso, la sceneggiatura di “Yellowjackets” tende a servirsi di un’abbondante (e graditissima!) dose di umorismo nero; battute al vetriolo e siparietti di comicità allucinante che riescono ad alleggerire la tensione montante un secondo prima che questa possa correre il rischio di trasformarsi in gravità eccessiva, o addirittura in pesantezza.

Non per niente, la mia Yellowjacket preferita è Misty Quigley, interpretata dalla mitica Christina Ricci in versione adulta e da Sammi Hanratty in versione adolescente.

Psicopatica di categoria superiore, Misty è un po’ una Annie Wilkes dei giorni nostri; spostata, sempre deliziosamente sopra le righe, imprevedibile come un trickster e semplicemente imbattibile nella materia “how to get away with murder”...  ma anche protagonista, assieme ai personaggi interpretati dalle colleghe Melanie Lynskey, Tawny Cypress e Juliette Lewis, di alcuni momenti esilaranti e di numerosi dialoghi tragicomici in stile “Le quattro casalinghe di Tokyo”!

 

Cosa ci aspettiamo dalla seconda stagione

Per contro, c’è da dire che il ritmo di “Yellowjackets” non si rivela sempre all’altezza delle aspettative.

La sensazione che gli sceneggiatori potrebbero, nel lungo periodo, sviluppare la sgradevole tendenza a tenersi stretti gli assi migliori e a tirarla per le lunghe continua ad aleggiare su questa prima stagione come una sorta di nube oscura.

Per ora, abbiamo sentito l’odore del fumo (e del sangue), ci siamo nascosti nell’erba e abbiamo dato una sbirciata fra le fronde... ma i nuovi episodi dovranno necessariamente offrici una porzione di arrosto, e anche abbondante, o correre il serio pericolo di perdersi per strada parte della nostra fascinazione.

Mi sento abbastanza fiduciosa, però.

Mi è piaciuto tutto quello che ho visto fin qui, e resto fermamente convinta del fatto che “Yellowjackets” offra alcune delle scene più terrificanti e/o disturbanti della storia dell’horror in tv.

Quindi l’unica certezza che ho, per il momento, è questo: ne voglio ancora!

Per fortuna, pare che non dovremo aspettare troppo per veder tornare sullo schermo le nostre problematiche ex-calciatrici (e potenziali cannibali) preferite... La seconda stagione di “Yellowjackets”, infatti, è già prevista per la fine del 2022!

 

domenica 16 gennaio 2022

Recensione: "The Midnight Girls", di Alicia Jasinska

The Midnight Girls” è un libro fantasy YA di Alicia Jasinska.

La trama è ambientata in un reame fantastico ispirato alla storia e alle antiche leggende della Polonia del diciottesimo secolo.  

Un “setting” che ricorda un po’ le atmosfere fiabesche dell’indimenticabile “L’Orso e l’Usignolo” di Katherine Arden. La storia ruota, invece attorno alle disavventure di Marynka e Zosia, due apprendiste streghe rivali in lizza per la conquista del potere...

 


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La trama

Nel Regno di Lechija, avvolto dalle nevi, è finalmente arrivata la stagione del Karnawal. Da adesso alla mezzanotte del Martedì del Diavolo, il tempo scorrerà quindi in un guizzo di balli di inverno e mascherate scintillanti, feste attorno al falò e spericolate processioni in slitta simili a gigantesche fiaccolate ambulanti.

Gli innocenti partecipanti non sospettano nulla, eppure anche due mostri in forma umana hanno deciso di prendere parte al divertimento generale, scendendo nella città reale di Warszów sotto le spoglie di due ragazze normalissime.

Zosia e Marynka sono agli antipodi: pacata, logica e razionale la prima, impulsiva e chiassosa la seconda. Non avrebbero mai dovuto sviluppare alcun tipo di legame... ma certe cose si rivelano più forti di qualsiasi magia!

Eppure perfino questa relazione speciale viene messa a repentaglio, nel momento in cui le ragazze scoprono di essere in competizione: ognuna di loro, infatti, è stata inviata in città da una delle infami “Streghe Yaga”, le sorelle fattucchiere che comandano i boschi primordiali al di là delle mura cittadine.

Le padrone di Marynka e Zosia, per acquisire un potere maggiore, hanno bisogno di consumare cuori umani; e non esiste merce più rara e preziosa del cuore di un principe dall’animo puro.

Marinka e Zosia cominceranno quindi a darsi battaglia, nella speranza dissennata di arrivare alla preda per prime.

Ma presto la loro rivalità inizia a imboccare un sentiero pericoloso, innescando un’escalation di calamità in grado di mettere a repentaglio non soltanto i sentimenti che provano l’una per l’altra, ma anche le loro stesse vite...

  

Beautiful Monsters

Leggendo “The Midnight Girls”, una delle cose che ho apprezzato di più è il fatto che la trama, per una volta, non mente e non cerca di scendere a compromessi: le due ragazze protagoniste sono effettivamente una coppia di mostri, assassine incallite e bugiarde patentate, assolutamente incapaci di concepire una scala di moralità simile alla vostra o alla mia, dal momento che le streghe del folclore vivono seguendo un codice molto diverso da quello “umano”.

Questa ambiguità di fondo continua ad aleggiare sulla narrazione dall’inizio alla fine, senza concedere nulla a quel classico senso di buonismo disneyano che la splendida immagine di copertina sembrava invece pronta a suggerire.

Devo ammettere che si è trattato di una novità divertente; nel 99% dei casi, la vostra tipica eroina da YA sarà un’adolescente ribelle e volitiva, determinata a capeggiare chissà quale ribellione, o a conquistare la corona del regno dopo aver sconfitto crudeli tiranni e/o malvagi usurpatori del potere...

A Zosia e Marynka, invece, non potrebbe fregar meno dei giochi di poteri interni al regno, del concetto della giustizia o del destino della razza umana. L’unica cosa che conta, per loro, è riuscire a strappare il cuore dal petto di un valoroso principe, un autentico eroe del regno, per poi consumarlo/cederlo in regalo a una delle spietate streghe Yaga che servono.

Ovviamente, questo “egoismo” verrà messo a dura prova dal loro reciproco incontro, e un qualche tipo di cambiamento si innescherà nella vita di ciascuna di loro... ma si tratterà di un’evoluzione che, fortunatamente, continuerà a sfidare ogni vostro senso di aspettativa!

 

Inferno e bufera

Per il resto, confesserò di aver trovato “The Midnight Girls” una lettura scorrevole, fresca ed eccentrica, ma poco più di questo.

I siparietti fra le due protagoniste sono molto simpatici (le riluttanti fantasie erotiche di Marynka hanno seriamente rischiato di farmi sbellicare!), ma lo sviluppo della trama secondo me lascia molto a desiderare, e lo stesso vale per la caratterizzazione dei personaggi, che purtroppo non mi ha convinto in modo particolare.

In nove casi su dieci, Marynka tende a comportarsi da poppante viziata, e le sue trovate infantili corrono costantemente il rischio di snervare e indispettire il lettore, anziché farlo sogghignare come un lunatico insieme a lei.

Zosia, dal canto suo, è una sorta di copia-carbone di Elsa, la co-protagonista di “Frozen”. Con tutti i difetti e le virtù che questo “limite” comporta! XD

Come se non bastasse, la focalizzazione continua a slittare da esterna a interna, e viceversa, a un ritmo che debilita e sconcerta il lettore. I paragrafi si succedono in un vortice di dettagli pittoreschi e descrizioni di festival variopinti, senza concedere molto spazio all’introspezione, e una serie di ripetizioni nella parte centrale appesantiscono un po’ il flusso della narrazione.

Anche le scene d’azione, purtroppo, mi sono parse raffazzonate e poco coinvolgenti, troppo “raccontate” e niente affatto mostrate.

Ottima, invece, la gestione delle sottotrame, dal momento che permettono ad Alicia Jasinska di gettare un velo di luce sulle vite di tutti i comprimari e di inserire, senza apparente soluzione di continuità, una serie di pertinenti dettagli storici all’interno di una “cornice” dal taglio così marcatamente folcloristico e fiabesco.

  




giovedì 6 gennaio 2022

Recensione: "Arcane: Stagione 1" (Netflix)

Arcane” è stata una delle mie serie televisive preferite del 2021.

Una piccola gemma nel campo delle storie d’animazioni per adulti, e di sicuro uno dei migliori titoli fantasy che Netflix abbia in archivio.

Mmm...

E pensare che, all’inizio, stavo quasi correndo il rischio di lasciarmela scappare!



 

La trama

Piltover è una città divisa, perennemente in preda ai tumulti.

Le due sorelle Vi e Powder, rimaste orfane a causa degli scontri fra le parti “alte” e i bassifondi della metropoli, lo sanno forse meglio di tanti altri.

Per chi ha il privilegio di nascere nei quartieri giusti, la vita è facile e agiata. Tutti gli altri, invece, sono costretti ad arrabattarsi in mezzo alla criminalità e alle macerie.

Non che i ricchi abbiano necessariamente un’indole avida o malvagia. Il giovane Jayce, ad esempio, sogna da sempre un mondo migliore; una società plasmata dal progresso scaturito dalla sapiente combinazione fra scienza e magia.

Ma giocare con le forze arcane su cui l’esistenza stessa del creato pone le sue fondamenta comporta dei rischi mortali.

E mentre le tensioni sociali crescono in ogni angolo della città, dilaniando i suoi abitanti e scaraventando le strade nel caos, il fragile equilibrio fra tecnologia e stregoneria finisce per spezzarsi... così come le amicizie, i cuori e i rapporti di fratellanza di molti personaggi.

 

Arcanepunk in azione!

L’arcanepunk è un sottogenere del fantasy che amo moltissimo.

A beneficio di chi non avesse grande familiarità con l’espressione, mi soffermerò un attimo a ricordarne le caratteristiche principali, prendendo in prestito le parole di un ottimo articolo proposto da Discovery:

“Il mondo descritto negli arcanepunk  è uno in cui la magia e la scienza coesistono fianco a fianco, sebbene non sempre in maniera armoniosa. In realtà, è l’esatto opposto: queste due forze, più o meno equivalenti dal punto di vista del potere, si contrappongono spesso fra loro, perché la magia che dimora in questi mondi si rivela imperfetta e difficile da controllare. L’arcanepunk tende a essere un po’ più dark, nelle sue tonalità (alcuni lo descriverebbero come un “noir”), ed è spesso simile allo steampunk, o in grado di sovrapporsi all’urban fantasy.”

 

Fra gli esempi più famosi di arcanepunk: la saga “Magic Bites” di Ilona Andrews, la trilogia di Bartimeus di Jonathan Stroud e parecchi episodi della serie “Final Fantasy”.

Ora, per amor di cronaca...

Sappiate che questa definizione riesce a riassumere lo serie animata prodotta da Riot Games e Fortiche Production praticamente alla perfezione!

 

In relationships we trust!

Dovete sapere che “Arcane” nasce come un prodotto “costola” di “League of Legends”, una fortunata saga di videogame nota in tutto il mondo.

In realtà, è uno dei motivi per cui ho continuato a rimandare la visione così a lungo: non ho mai giocato a “League of Legends”, non ho intenzione di farlo nell’immediato futuro, ed ero terrorizzata al pensiero che “Arcane” potesse rivelarsi uno di quei titoli “just for fan” XD, una storia raffazzonata e imbastita con il solo e unico obiettivo di deliziare gli storici appassionati del videogioco.

Stavolta stavo prendendo un granchio, e anche di quelli belli grossi!

Perché “Arcane” vanta un intreccio semplice, tutto considerato (alla portata di chiunque, sul serio!), ma anche un cast di personaggi incredibili, pronti a regalarci alcuni degli archi narrativi più intriganti ed emotivamente coinvolgenti di sempre!

Credo che uno dei motivi del successo stellare di questo show a livello internazionale vada cercato proprio nel fatto che “Arcane”, a differenza di molti altre serie tv di genere fantastico, tende a concentrare il suo centro d’interesse sulle relazioni fra i personaggi, anziché sugli eventi.

Il che non implica certo un’assenza d’azione, anzi: questi nove episodi regalano, apparentemente senza sforzo, un vero e proprio diluvio di combattimenti spettacolari, colpi di scena e inseguimenti al cardiopalma!

È solo che, in “Arcane”, resta valido dall’inizio alla fine uno dei più efficaci dettami che l’arte dello storytelling abbia da offrire: di fatto, sono le azioni dei personaggi a far avanzare la trama dal punto A al punto B, mai il contrario!

Una progressione che, fra l’altro, avviene spesso a suon di errori, diatribe e scossoni. Sbagli (consapevoli, involontari e/o del tutto inevitabili...) di cui i protagonisti, in un modo o in un altro, vengono sempre a chiamati a rispondere, innescando una serie di ripercussioni (anche psicologiche) in grado di arricchire la narrazione di ombre, luci e sfumature...

 

Una gioia per gli occhi, una panacea per lo spirito, e... un colpo al cuore!

Anche dal punto di vista estetico, “Arcane” si conferma semplicemente impeccabile.

Le animazioni, tanto per cominciare, sono incredibili, curate fin nel più minuzioso e certosino dei dettagli.

Consci della propria superiorità tecnica, i creatori della serie si sentono quindi liberi di rinunciare a qualsiasi barbosa, insopportabile tendenza all’esposizione: a che servirebbe, infatti, commettere il passo falso di introdurre spiegoni e infodump, quando il mondo di “Arcane” riesce a prendere vita di fronte agli occhi dei suoi spettatori in modo del tutto “spontaneo”, attraverso ciascun glorioso, sontuoso, cupissimo fotogramma?

Ogni particolare relativo ai personaggi viene studiato allo scopo di potenziarne la caratterizzazione: gestualità, piccoli tic, espressioni del volto... in “Arcane”, nessun particolare viene lasciato al caso.

Ma anche il cast vocale, naturalmente, fa la sua parte: l’interpretazione di Hailee Steinfeld (la Kate Bishop di “Hawkeye”), ad esempio, eleva l’intensità della tormentata e impulsiva Vi di almeno quindici tacche; mentre la performance di Ella Purnell (“Yellowjackets”) riesce a infondere abbastanza vulnerabilità, dolore e confusione nella voce di Jinx da impedire al suo instabile personaggio di trasformarsi in un dimenticabile clone di Harley Quinn.

Ma ho apprezzato tantissimo anche la prova di Shohreh Aghdashloo (se seguite “The Expanse”, sapete benissimo di sto parlando...), e la (parziale) rentrée di Katie Leung nel ruolo di Caytlin.

Insomma, se amate il fantasy, se seguite regolarmente il mondo delle serie tv d’animazione per adulti... Bè, chi voglio prendere in giro? Probabilmente avete già visto “Arcane”, e nulla di ciò che sto dicendo giungerà alle vostre orecchie come una novità!

Ma, in caso contrario, ricordatevi di fare un pensierino su questo titolo...

E poi, magari, tornate qui a farmi a sapere con quanta magnetica energia distruttivo-catartica il finale di stagione è riuscito a investirvi! XD


domenica 2 gennaio 2022

Recensione: "One Last Stop", di Casey McQuiston

A mo’ di buon augurio, cominciamo il nuovo anno con la recensione di “One Last Stop” di Casey McQuiston, alias uno dei libri più vivaci, gioiosi e colorati che abbia letto nel 2021!

Una scoppiettante commedia romantica in salsa fantastica, che ruota intorno all’incontro fra una cinica ragazza amareggiata dalla vita e una combattiva punk ribelle, rimasta intrappolata in una sorta di loop temporale fin dai ruggenti anni ’70...

 


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La trama

August si è appena trasferita a New York.

In realtà, parlare di “trasferimento” non è proprio corretto, dal momento che la sua è stata più che altro una fuga: un piano scaturito dalla necessità di allontanarsi da sua madre, sempre più consumata dai denti acuminati di un’ossessione impossibile.

L’idea, adesso, è quella di terminare gli studi, trovare un lavoro, magari riuscire finalmente a stringere un’amicizia o due... Nulla di complicato: tutto quello che ci vuole, pensa August, è continuare a tenere la testa bassa e la guardia alta; perché, si sa, il mondo è pieno di insidie, e la possibilità di ritrovarsi con una testa rotta (o un cuore spezzato) si annida dietro ogni angolo.

Si dà il caso che i nuovi coinquilini e vicini di casa di August siano di tutt’altra opinione: un’eccentrica e allegra combriccola di artisti che include, fra gli altri, un medium transessuale, una drag queen che, di giorno, si trasforma in un affabilissimo contabile, e una brillante ragazza in grado di trasformare un tostapane in una navicella spaziale.

August è incuriosita dal loro stile di vita alternativo e dalla loro capacità di affrontare ogni problema con l’impeto di un uragano; ma, soprattutto, è attratta dal loro calore, dal loro cameratismo, dalle incredibili avventure che sente raccontare ogni giorno fra le pareti del suo nuovo appartamento.

Eppure, la magia – quella vera  – non entra a far parte della sua vita fino al giorno in cui, alzando lo sguardo nel vagone di un treno della metropolitana affollato, non ha finalmente l’opportunità di notare una giovane donna avvolta in un’iconica giacchetta di pelle.

Jane, la ragazza impossibile: legata a doppio filo con quella particolare linea della metropolitana da oltre trent’anni, sbalzata da un punto della linea temporale all’altro senza possibilità di appello.

August è stregata. Ma riuscirà a strappare Jane dalle grinfie di quel perfido “incantesimo” sotterraneo, o la loro tragica storia si concluderà ancora prima di cominciare?

 

La magia della Grande Mela

Non leggo molti new adult, ormai lo sapete.

Fantasy per adulti e YA, in quantità industriale; una mezza dozzina di thriller all’anno e un paio di romance f/f rivolti al pubblico delle lettrici un po’ più grandicelle: la mia “dieta” libresca, di solito, si compone in questo modo.

Ma di “One Last Stop” avevo sentito parlare così tanto (l’autrice è la stessa di “Rosso, Bianco e Sangue Blu”, tradotto di recente dalla Hope...), che, fra una cosa e l’altra, alla fine non sono proprio riuscita a resistere!

Alla resa dei conti, devo ammettere che Casey McQuiston è riuscita a stupirmi.

Il suo, tanto per cominciare, è un romanzo che risponde perfettamente alla definizione di “feel-good books”; 400 pagine di puro ottimismo, energia, passione e voglia di cambiare il mondo.

Ma “One Last Stop” non si sottrae alla responsabilità di raccontare anche i lati oscuri della nostra epoca (che poi sembrano gli stessi in ogni epoca, in realtà...), con il suo carico di pregiudizi, alienazione e crudeltà gratuita.

Semplicemente, l’autrice sceglie – in modo del tutto deliberato – di porre l’accento soprattutto sul ruolo svolto da tutti quegli emarginati “metropolitani” che, posti al cospetto un mondo freddo, oppressivo e bellicoso, decidono di armarsi di un sorriso e reagire con coraggio, speranza e umanità.

Sognatori, intellettuali, romantici nell’anima...  Persone straordinarie, che, contro ogni aspettativa, riescono a ritagliarsi il proprio posto e a diventare forti; a unirsi in un’indomabile comunità improntata sull’amicizia, sulla compassione, sul cambiamento e sulla capacità di amare il prossimo.

È facile capire, quindi, come di “One Last Stop” io abbia amato moltissimo le numerose sottotrame; sia per il modo in cui ciascun arco narrativo riesce a legarsi agli altri, amplificando magistralmente le tematiche affrontate dalla trama principale, sia per lo splendido cast di personaggi secondari che si rivelano in grado di regalarci.

 

August e Jane

Anche se le tonalità del romanzo restano leggere dall’inizio alla fine, credo che “One Last Stop” sia in grado di offrire ai suoi lettori, fra le altre cose, una credibilissima rappresentazione di una tematica che a me è sempre stata a cuore: vale a dire l’ansia, e i mille modi in cui questo piccolo, grande mostro tende a influenzare le scelte quotidiane delle persone che avvertono il suo influsso in modo particolare.

Identificarsi nelle gioie e nei dolori di August, anche per questo motivo, si rivela davvero semplicissimo. Nella sua ricerca di un posto, di una “casa” (e una famiglia) a cui appartenere, di un motivo per cui continuare a esistere e lottare... nel suo bisogno incontrollabile di tornare a credere in qualcosa, nell’ambito di una società che, nel corso degli ultimi cento anni, ha fatto di tutto (ma veramente, veramente di tutto...) per assicurarsi che sulle nostre vite non aleggiasse più neanche un soffio di misticismo o magia.

Jane, invece, è un personaggio che, secondo me, matura con lo scorrere delle pagine.

Una delle poche cose di “One Last Stop” che non sono stata in grado di apprezzare (insieme all’eccessiva lunghezza), in effetti ha a che fare proprio con la sorta di insta-love che si viene a creare fra le due protagoniste.

Un difetto che, a poco a poco, l’autrice cerca di riscattare, facendo del suo meglio per trasformare Jane in una co-protagonista credibile; da manic pixie dream girl a giovane donna di carne, sangue e ossa, perfino problematica a suo modo, anche se non tutte le sue reazioni mi sono parse convincenti allo stesso modo.

  




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