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sabato 2 aprile 2022

"Servant": la recensione della terza stagione della serie tv di M. Night Shyamalan

La terza stagione di “Servant” ripaga la paziente attesa degli spettatori più fedeli... e lo fa con gli interessi!

Spostando finalmente il focus della narrazione sul personaggio più emblematico e ambiguo della serie – vale a dire Leanne, la “servitrice” cui accenna il titolo – la serie tv prodotta da M. Night Shyamalan riesce finalmente a consegnarci la valanga di brividi e suspense che la misteriosa e inquietante atmosfera ci aveva promesso fin dal primissimo episodio...

 


La trama

Dopo i tumultuosi eventi narrati nel corso della seconda stagione, Leanne (Nell Tiger Free) è tornata a convivere pacificamente con i Turner.

Dorothy (Lauren Ambrose) e Sean (Toby Kebbell) sono al settimo cielo: il loro piccolo Jericho è di nuovo fra le loro braccia, e tutti i sacrifici (e gli eventi inspiegabili) superati per arrivare a questo punto cominciano finalmente a sfumare dalla loro memoria.

Persino il cinico Julian (Rupert Grint) sembra determinato a riprendere il corso di un’esistenza normale e a cercare di superare i propri demoni... nonché a lasciarsi alle spalle un passato fatto di segreti inenarrabili e dipendenze letali.

L’unica che non ha dimenticato (né la minaccia rappresentata dal culto, né la vera fonte del potere sovrannaturale che sembra averle permesso di compiere una piccola resurrezione o due...) è proprio Leanne, sempre più terrorizzata al pensiero della vendetta che i suoi ex-compagni di setta potrebbero tornare a esigere da un momento all’altro.

Quando un gruppo di giovani senzatetto si stabilisce nel parco dall’altra parte della strada, e comincia a tenere d’occhio gli spostamenti della balia con crescente interesse, la paranoia si impadronisce definitivamente di Leanne... dando vita a conseguenze imprevedibili.

 

Ogni volta che guardi nell’abisso

La terza stagione di “Servant” si è rivelata incredibilmente elettrizzante e ricca di soprese.

L’amletica sceneggiatura comincia finalmente a rivelare le sue carte, e... diavolo, la verità è che si tratta di una mano addirittura più stupefacente del previsto!

La prima parte della stagione si concentra soprattutto sul tema del miracolo, e ci illustra i travagliati modi in cui i vari membri della famiglia Turner (ciascuno, a suo modo, chiamato a rappresentare una diversa sfumatura dell’animo umano...) cominciano ad affrontare le conseguenze del loro contatto con l’ignoto.

Sean, ad esempio, decide di rivolgere lo sguardo alla fede, mentre cerca di fare del suo meglio per espiare le proprie colpe e tenere unito un gruppo di persone che, a conti fatti, forse finirà sempre con il farsi più male che bene.

Dorothy, invece, si lascia ricadere nella consueta spirale di iperattività e negazione, ogni oncia della propria vulcanica energia assorbita da una slavina di frivolezze e manfrine quotidiane...  Qualsiasi cosa, pur di non guardare in faccia quella verità che continua a mostrarle i denti ogni mattina, attraverso il suo stesso riflesso nello specchio.

Julian, intanto, cerca di smuovere mari e montagne per dimostrare scientificamente che Leanne è una pazza e/o un’imbrogliona, per demistificare l’operato della giovane e trovare conforto nella sua solita patina di razionalismo... salvo poi continuare a gravitare, contro ogni buon senso, nell’orbita a di quella conturbante babysitter che lo attrae e lo respinge ogni giorno con la forza di un magnete.

Nel frattempo, l’unica persona che sembra possedere ogni risposta si ritrova a gestire il peso di una responsabilità e di una solitudine assurde. Una balia dall’apparenza angelica e lo sguardo inquietante, i cui segreti hanno continuato a tenere noi spettatori sulle spine per la bellezza di tre anni consecutivi.

Una ragazzina che, a poco a poco, comincia a trasformarsi in una donna, a prendere consapevolezza del proprio potenziale e delle proprie risorse.

Una ragazzina che, a poco a poco, comincia a liberarsi dalle catene delle repressione e ad abbracciare l’inquietante evidenza del proprio lato oscuro...

 

Astri polari

La seconda parte di questa terza stagione si focalizza, invece, sul conflitto fra Leanne e Dorothy.

Due personalità fortissime, problematiche, manipolatrici, terrificanti, che (come ogni spettatore di “Servant” sarà in grado di confermarvi) in fondo sono sempre state destinate a scontrarsi.

Fra colpi di ingegno e sequenze genuinamente terrificanti (l’inquietante conversazione con la ministra, attorno al tavolo della cena dei Turner, e l’efferata aggressione in seguito alla festa di quartiere, sono solo due fra gli esempi possibili...) si dipana quindi un coinvolgente racconto di formazione e decostruzione; una storia che parla di maternità e spiritualismo, emancipazione e fanatismo, orrore e innocenza... del modo complicato e tortuoso in cui, in fondo, umanità e mostruosità sembrano adattarsi a convivere perfettamente sotto la stessa pelle.

Probabilmente, a questo punto, non ci sarà davvero bisogno di specificarlo, ma il fatto è che le interpretazioni del cast di “Servant” restano di altissimo livello.

Quest’anno, ovviamente, sono state soprattutto le incontenibili Nell Tiger Free e Lauren Ambrose a dominare la scena; due opposti complementari, i poli di luce e oscurità attorno a cui le loro controparti maschili, inevitabilmente, si limitano a ruotare intorno come satelliti.

Fra l’altro, l’inconcepibile mobilità dei loro visi ha consentito loro reggere dei primi piani che mi sentirei di definire quasi espressionisti; un mix esplosivo di tensioni sotterranee, istinti primordiali ed emozioni represse, che consente alle due attrici di comunicare con il pubblico su un livello che sfida i confini della mera razionalità.

Cos’altro potrei aggiungere?

Attendere la quarta - e ultima - stagione sarà un’agonia.

 

martedì 15 marzo 2022

Recensione: "The Afterparty" - Stagione 1

The Afterparty” è una serie televisiva mistery/comica disponibile sul servizio streaming Apple Tv+.

Per amor di cronaca, tengo a precisare che non ha nulla a che fare con il genere fantasy (che è, dopotutto, il tema centrale di questo blog fin dal giorno in cui è nato).

Ma la verità è che l’ho trovata così brillante, irresistibile e divertente, che non ho davvero saputo trattenermi: voglio dire, rifiutarsi di spendere almeno due parole a proposito di questo esuberante e fantastico show potrebbe essere considerato un vero delitto, ragazzi...



 

La trama

Tutto ha inizio in occasione di un’epica rimpatriata fra ex-compagni di liceo.

Una “reunion” leggermente diversa dalle altre, però: per la prima volta, infatti, il grande evento vedrà la partecipazione speciale del cantante pop/attore/inarrestabile astro in ascesa Xavier (Dave Franco).

Prima di diventare una grande star, ovviamente, Xavier frequentava un normalissimo istituto superiore... anzi, il ragazzo veniva addirittura considerato come una sorta di paria sfigato, perlomeno dalla maggior parte degli altri studenti.

Ma ormai quei tempi miserabili sono acqua passata: alla riunione, tutti aspettano con ansia di rivedere Xavier, e fra i partecipanti non c’è nessuno che non sia ansioso di sfruttare l’occasione per fregiarsi di un po’ di luce riflessa.

Mmm... forse non proprio nessuno, a pensarci bene.

Il timido e mite Aniq (Sam Richardson), ad esempio, si presenta alla rimpatriata con il solo e unico obiettivo di approcciare Chloe (Zoë Chao), il suo primo amore, e dichiararle una valanga di sentimenti inespressi. E poi c’è Brett (Ike Barinholtz), l’ex marito di Chloe, ancora ossessionato dalla fine del suo matrimonio e intenzionato a tenere d’occhio ogni singola mossa di quella che, un tempo, considerava la sua dolce metà.

Il vivace Yasper (Ben Schwartz), dal canto suo, è alla ricerca di una maniera rapida e indolore per sfondare nel campo musicale; mentre l’ex-bad girl Chelsea (Ilana Glazer) ha ancora un paio di conti in sospeso da regolare...

Nel corso della festa, com’è prevedibile, antichi segreti e rancori mai del tutto sopiti cominciano a sobbollire, scatenando una slavina di imprevedibili (ed esilaranti) conseguenze.

Nessuno, però, sembra disposto a dare troppo peso alla tensione montante; almeno fino a quando il corpo di Xavier non viene ritrovato in fondo a una balconata, riverso in una pozza del proprio sangue.

L’anticonvenzionale detective Danner (Tiffany Haddish) piomba quindi sul luogo del delitto, con l’ordine di risolvere il caso nel giro di 24 ore, o consegnare l’intera investigazione nelle mani di uno specialista.

Gli indizi sono molteplici e confusionari. Tutti, in un modo o nell’altro, sembrano puntare un dito d’accusa in direzione di Aniq... Ma Danner non è convinta.

Ricostruire gli eventi della notte appena trascorsa, interrogando ogni singolo testimone e confrontando capillarmente ciascuna versione dei fatti, potrebbe rappresentare l’unica strategia per arrivare alla verità.

 

Game Night... no, Cluedo Night!

Se avete apprezzato la comicità effervescente e un po’ pazza del film “A Cena con il Lupo”, finirete quasi sicuramente per innamorarvi perdutamente della serie tv “The Afterparty”.

Un po’ perché l’attore protagonista, il coccoloso Sam Richardson, è lo stesso; e un po’ perché stiamo parlando, anche in questo caso, di un prodotto “ibrido”, un imprevedibile mix di generi, temi e tonalità, contrassegnato peraltro da una spiccata personalità e da un graffiante senso dell’ironia.

Ogni episodio di “The Afterparty” segue il punto di vista di un diverso partecipante alla rimpatriata, offrendo ai creatori la preziosa opportunità di trasformare ogni puntata in un impeccabile esponente/divertita parodia di svariati generi cinematografici: musical, animazione, buddy-cop, thriller hitchcockiano, romcom, e chi più ne ha, più ne metta!

I personaggi sono questo assurdo, rumoroso, esagerato, completamente svitato gruppo di millenials alle prese con le loro esistenze disagiate e con uno spinoso caso alla Agatha Christie. Per lo più gli interpreti, quasi tutti attori comici con una solida e lunghissima carriera alle spalle, sono semplicemente grandiosi, e fanno piegare in due dalla risate.

Sospetto, fra l’altro, di aver apprezzato ogni singolo istante di leggerezza, ogni battuta scema e gag innocente, con il triplo dell’entusiasmo che mi capita di riscontrare di solito.

Non so voi, ma in questo periodo mi sento disposta ad abbracciare con gratitudine qualsiasi occasione di tornare a sorridere e ricordarmi che la mia vita, con le sue tragicomiche disavventure e i suoi buffi trionfi, è importante anche se è imperfetta, e anche se a volte sembra... bè, totalmente fuori controllo! XD

 

Whodunnit?

The Afterparty”, insomma, è un murder mistery che non ha nulla a che spartire con il 99.9% dei gialli che avete visto e di cui avete letto.

Non sono sicura di aver trovato il finale di questa prima stagione particolarmente soddisfacente, ma in realtà non mi ha nemmeno deluso e, in ogni caso, la verità è che mi sono divertita moltissimo a seguire gli indizi e a cercare di individuare il colpevole insieme alla scatenata detective Danner.

Ora... Non ho la più pallida idea di quanto, e fino a che punto, il doppiaggio possa influire sulla vostra capacità di gustarvi la show, perché, ovviamente, l’ho visto in lingua originale; ma sono stra-arci-sicura che le varie performance degli attori vadano “ascoltate”, oltre che ammirate, specialmente nel caso di una serie eccentrica e scoppiettante come “The Afterparty”.

A questo punto, non ci resta che aspettare di scoprire di cosa parlerà la seconda stagione (già confermata, e ordinata da Apple Tv+), e pregare che comprenda il maggior numero possibile di elementi introdotti nella prima.

Haddish e Richardson, per il momento, sono praticamente una garanzia; ma spero ardentemente di rivedere anche gli altri, soprattutto i buffissimi personaggi di Zoë Chao e Ike Barinholtz! ^____^




mercoledì 30 giugno 2021

"Katla": la mia recensione della serie tv targata Netflix..


 

Fan delle serie TV intriganti e misteriose, a me...

Qualche settimana fa, è sbarcato su Netflix "Katla", enigmatico telefilm a sfondo sovrannaturale (forse...) ambientato alle pendici di un vulcano nel Sud dell'Islanda. Il Katla, che sorge al di sotto del noto ghiacciaio Mýrdalsjökull, gode effettivamente di una certa fama, soprattutto a causa della sua grandezza e delle sue storiche eruzioni.

Nella serie tv ideata da Baltasar Kormákur, si ipotizza uno scenario da incubo: il vulcano continua a vomitare cenere e fumo da oltre un anno, e il paesino che sorge nei paraggi è stato avvolto da una cappa di fuliggine che annerisce e rende irriconoscibile qualsiasi tratto del paesaggio!

La maggior parte degli abitanti ha deciso di trasferirsi a Reykjavík, la città oltre il fiume, a titolo cautelativo; ma c'è anche chi non se la sente di abbandonare la sua casa, anche perché magari ha ancora dei conti in sospeso con il proprio passato.

È il caso di Grima, trentenne depressa ancora in attesa del ritorno dell'adorata sorella Asa, scomparsa un anno prima. Ma anche di suo padre Thor (il personaggio più odioso in assoluto...), in tarda età ancora ossessionato dal ricordo della sua amante perduta. O del poliziotto Gimli, che accudisce una moglie ammalata e prega il suo dio ogni giorno, nella speranza di ricevere un segnale dal cielo che non si decide ad arrivare...

Nel pieno di questa atmosfera densa e grigia, in stile Purgatorio, si consuma un'attesa straziante e piena di tensione; ma attesa di che cosa?

Salvezza, condanna… redenzione?

Nessuno di loro sembra saperlo. 

Almeno fino a quando, dalle viscere del vulcano, non cominciano a emergere strane persone ricoperte di cenere, sinistro presagio di un grande cambiamento in arrivo...

Sotto parecchi punti di vista, trovo che “Katla” sia una serie tv estremamente affascinante. Il vanto più grande è senza dubbio la fotografia, che riesce a catturare in maniera divina le potenti turbolenze “elementali” che contraddistinguono l’ambientazione: l’interminabile giro di valzer fra ghiaccio e fuoco, per usare una metafora di stampo martiniano, ma anche la potenza primordiale dell’oceano e la sferzata gelida della bufera; la colonna di cenere scura che trapassa le nuvole e l’immensità sterminata di un cielo bianco, algido, infinito – una volta che intrappola, abbaglia e insieme scherma i più violenti sentimenti dei personaggi.

Malgrado il ritmo lento (o, forse, proprio per questo..) degli episodi, ho apprezzato il primo atto della trama, la complessità di molti protagonisti e quel sottile senso di inquietudine montante, la certezza inconfutabile di una grande fonte di travaglio in agguato.

Peraltro, Kormákur e la sua squadra riescono a giocare bene con il folclore e gli elementi mitologici, mettendo in scena un ipnotico spettacolo di luci e ombre, una sorta di “portale su un altro mondo” che si sposa benissimo con le tematiche intimiste affrontate dalla trama, nonché con il mio personale modo di vedere il mondo (un po’ a metà strada fra spiritualismo e scienza, diciamo).

Quello che ho mi è piaciuto meno – e qui mi viene spontaneo tracciare un parallelo con la recente serie tv danese “Equinox” – è stato il modo in cui gli sceneggiatori hanno deciso di sciogliere la matassa (vale a dire, senza sciogliere un bel niente…), e il fatto che il momento del climax si riveli deludente e molto al di sotto delle aspettative.

Anche se, forse, il vero, unico elemento stonato di “Katla” ha a che fare con la (non) capacità di reazione di molti personaggi, a partire dalla stessa Grima. In una certa misura, parte delle loro decisioni strampalate e “inebetite” possono essere ricondotte all’atmosfera onirica e surreale che permea il loro villaggio, certo; come se sull’intero paese aleggiasse un incantesimo, una magia dell’attesa che intorpidisce i loro pensieri e li rende in qualche modo simili ai protagonisti di un sogno.

Ma solo fino a un certo punto.

Nel senso che, a partire dal terzo episodio o giù di lì, Grima e gli altri prendono a comportarsi come assurdi spaventapasseri e a trascinarsi di qua e di là, senza darsi minimamente da fare per trascinare la storia in avanti. Tutta questa passività, ovviamente, non fa bene alla trama, che finisce inevitabilmente per ristagnare; né giova al legame empatico con il pubblico, che si ritroverà inevitabilmente a rigettare il 90% degli eventi messi in scena (vedi il finale dell’episodio “Da un altro sistema solare”).

Un peccato, perché il potenziale di questa serie, secondo me, aveva una portata stratosferica. La consiglio in ogni caso, ma con riserva: “Katla” si staglia almeno duecentomila gradini sopra ridicole sceneggiate alla “Curon”, per capirci; eppure, nella sua parte finale, non riesce neanche a esimersi dal ricadere in determinati tranelli e banalità tipici di taluni recenti prodotti targati Netflix.


Giudizio personale:

7.0/10


domenica 27 giugno 2021

Recensione: "L' ultimo ospite" di Paola Barbato

Potete acquistarlo QUI

"All'inizio è solo una sensazione, un fastidio. L'odore di polvere mista a muffa, certo. Ma anche qualcosa di stonato, un dettaglio fuori posto. È questo ciò che prova Letizia quando mette piede per la prima volta a Olimpia d'Arsa, una villa antica e quasi in rovina in cui è costretta a rinchiudersi per qualche giorno con Flavio, il notaio che le ha dato un lavoro e una ragione per ricominciare. La proprietaria della casa è morta novantenne senza eredi né testamento e i lontanissimi parenti si sono fatti avanti come bestie avide e feroci, pronti a scannarsi tra loro per impossessarsi della tenuta. E di tutto quello che c'è dentro. Un incarico come tanti. Ma non questa volta. Sono solo piccoli dettagli che non combaciano, un cuscino spostato, una serie infinita di armadi nascosti nella boiserie, il cane di Letizia, che in quella casa non vuole entrare, e una luce azzurra, comparsa per brevi istanti una notte dalle bocche di lupo del seminterrato. Sono solo scherzi della mente, si ripete Flavio, compreso nella propria razionalità. Ma Letizia è certa che non sia così e la sua fervida immaginazione si accende quando trova oggetti infantili sepolti nella casa, ciocche di capelli biondi, muffole, piccoli trofei. Perché una donna senza figli né nipoti avrebbe dovuto conservarli? Perché avrebbe dovuto nasconderli? Ora Flavio e Letizia sono dentro senza possibilità di uscire e il più atroce dei dubbi si insinua nelle loro menti così diverse: e se non fossero soli?"



Un notaio e la sua anticonvenzionale assistente entrano in una casa piena di misteri, rischiando seriamente di non uscirne più. 

Qualcuno nascosto nell'ombra potrebbe essere disposto a tutto pur di proteggere il suo territorio...

O no?

È davvero sempre così semplice, riuscire a distinguere la realtà dall'immaginazione?

"L'ultimo ospite" è il primo romanzo di Paola Barbato che leggo, e lasciate che vi riveli una cosa in anteprima: non sarà l'ultimo.

Trovo sempre stimolante immergermi nella lettura di un libro che predilige la componente psicologica a quella dell'azione. Anche perché la deliberata ambiguità della premessa (cosa sta succedendo? Un piano criminale? Un'infestazione ectoplasmatica? Un trip mentale? Un accidenti di niente?) e il viaggio nell'anima dei protagonisti fanno miracoli per il concetto di sospensione dell'incredulità.

Forse, "L'ultimo ospite" non è un thriller psicologico magistrale, nel senso canonico del termine (il capitolo "spiegone" di fine libro è un po' uno scivolone, ad esempio...), ma lo spessore dei personaggi e l'incisività dello stile riescono quasi sempre a bilanciare l'imperfezione.

Per non parlare del fatto che la trama de "L'ultimo ospite" riesce sicuramente a catturare l'attenzione dalla primissima pagina, mentre l'altissimo livello di tensione trasforma il volume in uno di quei titoli impossibili da mettere giù.

Credo che, fra le principali fonti di ispirazione della Barbato, sia doveroso citare Shirley Jackson e Stephen King. Se non fosse esistita la stratosferica Holly Gibney della serie "Mr Mercedes" (e altri libri), ad esempio, penso che difficilmente ci saremmo imbattuti nella figura di Letizia Migliavacca, ossessiva "detective" improvvisata, nonché vera e unica protagonista de "L'ultimo ospite".

Così come credo sia vero che, senza "L'incubo di Hill House", avremmo potuto scordarci un'ambientazione così claustrofobica e indistricabilmente legata agli stati emotivi e psicologici dei due protagonisti.

Fra l'altro, sospetto che il personaggio di Letizia (e forse anche Flavio), abbia fatto la sua prima apparizione nel corso di qualche altro libro della Barbato. Perché la sua presentazione (un riassunto di caratteristiche spiattellate nel corso delle prime pagine) lascia molto a desiderare e getta deliberatamente un alone di mistero sul suo passato, che neanche il finale del libro riesce completamente a fugare. 

Magari qualcuno di voi riuscirà a confermarmi se ho ragione o no...

Nel frattempo, ditemi: avete già letto "L' ultimo ospite"? Conoscete altri libri di Paola Barbato? C'è un thriller o un autore di mistery che secondo voi dovrei assolutamente recuperare? :)


Giudizio personale:

7.7/10





domenica 30 maggio 2021

Recensione: "Le sette morti di Evelyn Harcastle", di Stuart Turton

Potete acquistarlo QUI in italiano

"Blackheath House è una maestosa residenza di campagna cinta da migliaia di acri di foresta, una tenuta enorme che, nelle sue sale dagli stucchi sbrecciati dal tempo, è pronta ad accogliere gli invitati al ballo in maschera indetto da Lord Peter e Lady Helena Hardcastle. Gli ospiti sono membri dell’alta società, ufficiali, banchieri, medici ai quali è ben nota la tenuta degli Hardcastle. Diciannove anni prima erano tutti presenti al ricevimento in cui un tragico evento – la morte del giovane Thomas Hardcastle – ha segnato la storia della famiglia e della loro residenza, condannando entrambe a un inesorabile declino. 

Ora sono accorsi attratti dalla singolare circostanza di ritrovarsi di nuovo insieme, dalle sorprese promesse da Lord Peter per la serata, dai costumi bizzarri da indossare, dai fuochi d’artificio. Alle undici della sera, tuttavia, la morte torna a gettare i suoi dadi a Blackheath House. Nell’attimo in cui esplodono nell’aria i preannunciati fuochi d’artificio, Evelyn, la giovane e bella figlia di Lord Peter e Lady Helena, scivola lentamente nell’acqua del laghetto che orna il giardino antistante la casa. Morta, per un colpo di pistola al ventre. 

Un tragico decesso che non pone fine alle crudeli sorprese della festa. L’invito al ballo si rivela un gioco spietato, una trappola inaspettata per i convenuti a Blackheath House e per uno di loro in particolare: Aiden Bishop. Evelyn Hardcastle non morirà, infatti, una volta sola. Finché Aiden non risolverà il mistero della sua morte, la scena della caduta nell’acqua si ripeterà, incessantemente, giorno dopo giorno. E ogni volta si concluderà con il fatidico colpo di pistola. La sola via per porre fine a questo tragico gioco è identificare l’assassino. Ma, al sorgere di ogni nuovo giorno, Aiden si sveglia nel corpo di un ospite differente. E qualcuno è determinato a impedirgli di fuggire da Blackheath House…"

 

Di che parla “Le sette morti di Evelyn Hardcastle”?

Bè… tanto per cominciare, non di Evelyn Harcastle (o forse sì?).

Provate a immaginare uno scenario a metà strada fra “Lost” e “I dieci piccoli indiani” di Agatha Christie; un’isolata magione degli anni ’30 in cui una valanga di avvenimenti impossibili si succedono a un ritmo indiavolato. Tutto, nel corso di una giornata che avrebbe fatto sbiancare precocemente i capelli anche al Bill Murray di “Ricomincio da capo”, fra medici della peste, loop temporali e accoltellatori seriali perennemente in agguato negli angoli.

Stuart Turton, all’epoca autore esordiente, si è premurato di confezionare per noi un giallo all’inglese dal taglio inquietante e particolare; una storia che sembra sfidare la ragione e farsi beffe di tutte le principali convenzioni del genere mistery, perfino nel momento stesso in cui si accinge a riproporne allegramente la maggior parte dei tropes: eroi in preda all’amnesia, misteri della camera chiusa, singolari apparizioni di uomini mascherati, falsi suicidi eccetera eccetera.

Sotto tanti punti di vista, “Le sette morti di Evelyn Hardcastle” è quel classico genere di libro che sembra implorare un adattamento cinematografico o televisivo (provvederà Netflix, prossimamente, a esaudire questo desiderio). La trama del romanzo di Turton, infatti, si basa su un’idea forte e si sviluppa in una direzione che fa del suo meglio per tenere altissima l’attenzione del lettore: il che vuol dire che possiamo aspettarci cliffhanger, rivelazioni, misteri, tradimenti e colpi di scena ogni cinque pagine o giù di lì…

E, in realtà, quest’elevata soglia di concentrazione si rivelerà inestimabile, durante la lettura: dopotutto, questo libro è un cubo di Rubik, e per seguire l’intreccio in tutte le sue tortuosissimo sfumature sarà necessario tenere a mente ogni indizio e rammentare un numero incalcolabile di retroscena, fatti e personaggi.

Onestamente mi ha divertito, “Le sette morti di Evelyn Harcastle”. Evento raro, sono rimasta soddisfatta perfino dalla soluzione dell’enigma – anche se la tecnica austera e poco malleabile di Turton tende a rendere la narrazione artefatta e anticlimatica nei momenti meno opportuni. Ma, del resto, se siete fan di titoli come “Gosford Park” o “Downton Abbey”, potreste avere una capacità di resistenza ai dialoghi ampollosi e ai protagonisti ingessati infinitamente superiore alla mia…

In realtà, alla resa dei conti, l’unica cosa che posso “rimproverare” all’autore è una certa vacuità di fondo. Leggere “Le sette morti di Evelyn Harcastle” mi ha garantito diverse ore di intrattenimento e di sospiri, di occhi sgranati e brividi lungo la schiena… Eppure, alla fine, nulla di tutto questo si traduce in un’esperienza di lettura particolarmente significativa. Avrei potuto radunare attorno a me una manciata di amici dall’indole creativa e organizzare una partita a Cluedo: nel bene o nel male, il risultato sarebbe stato lo stesso. Anche perché, detto fra voi e me, avrei fatto volentieri a meno dell’abbondante dose di “fat shaming” che Turton ci propone in relazione al personaggio di Ravenclaw.

Ma se siete alla ricerca di una variante elettrizzante, incalzante e originale del classico leitmotiv “chi ha ucciso il maggiordomo?”, il libro d’esordio di Turton potrebbe essere esattamente quello che fa per voi! Un concentrato di svago, false piste e twist imprevedibili, che si pone al crocevia fra diversi generi (crime, fantasy, mistery, sci-fi…), e che riesce in qualche modo a trascenderli tutti. Non vi cambierà la vita, ma vi terrà svegli ben oltre l’orario di andare a nanna! ;D

 

Giudizio personale:

7.0/10




sabato 10 aprile 2021

Recensione: "The Island", di C. L. Taylor

 

Potete acquistarlo QUI in inglese

"Avrebbe dovuto essere la vacanza perfetta: un viaggio di una settimana, per sei amici di lunga data, su una remota isola tropicale. Ma quando la loro guida avverte un malore e muore improvvisamente, i ragazzi restano intrappolati sulla spiaggia, circondati solo dalla giungla e da un complesso di caverne. Il viaggio di una vita si trasforma rapidamente in un incubo. Soprattutto perché sull'isola c'è qualcuno che, a quanto pare, conosce tutte le peggiori paure di ogni singolo membro del gruppo. E non vede l'ora di farle avverare..."


Sei adolescenti restano bloccati su una paradisiaca isola tropicale.

La loro guida muore in maniera improvvisa e misteriosa. La barca su cui sono arrivati è stata deliberatamente sabotata. Una sinistra catena di eventi comincia a mettere in discussione la loro possibilità di sopravvivere fino all'arrivo dei soccorsi.

Riuscirà la loro fragile, tentennante amicizia a schermarli dal sospetto, dalla paranoia, dalla consapevolezza del pericolo imminente?

"The Island" è un thriller che l’autrice britannica C. L. Taylor dedica in primo luogo al suo affezionato pubblico di lettori teenagers. La fascia d'età a cui si rivolge oscilla dai 16 ai 20/25 anni; la trama, infatti, non risparmia piccole concessioni ad alcuni cliché tratti dal classico "formulario" YA, e di sicuro si astiene dallo sfiorare picchi di crudeltà o brama sanguinaria inauditi.

Tuttavia, non posso fare a meno di esprimere tutta la mia ammirazione per le straordinarie capacità narrative della Taylor. "The Island" è un romanzo ipnotico e coinvolgente; in ogni momento, l'ottima padronanza tecnica permette all'autrice di confezionare immagini vivide e piacevolmente ricche di dettagli. Il taglio cinematografico della narrazione si traduce in un'esperienza di lettura immersiva e incalzante, che non concede ai suoi lettori un attimo di tregua!

Sull'isola convivono sei personaggi principali, ma le due voci narranti appartengono a Jessie, una ragazza traumatizzata dalla brutale morte del fratello, e Danny, presentato all'inizio come il tipico ragazzetto da confraternita americana. Sapete anche voi a quale genere di Amichevole Perfettino mi sto riferendo, giusto? Quel tizio estroverso, biondo e un po’ scemotto, che tutti adorano e che chiaramente esce da anni con la fanciulla più bella e bionda della scuola.

Questi personaggi, che a prima vista potrebbero sembrare familiari e scontati, in realtà nascondono vulnerabilità e punti di forza insospettati. Una sconfinata umanità di fondo, che aiuta il lettore a calarsi immediatamente nei panni di questi ragazzi un po' fragili, un po' coraggiosi, un po' gentili e un po' spietati.

In "The Island", il livello di tensione resta alto e incalzante (quasi) fino alla fine. In realtà, la soluzione del mistero si rivela tutt’altro che imprevedibile… ma potreste comunque ritrovarvi a voltare le pagine a un ritmo indiavolato, e finire con l’avvertire il ritmo martellante del cuore che vi batte nel petto, soprattutto al cospetto di determinati colpi di scena.

Come survival, purtroppo, "The Island" tende a funzionare infinitamente meno. I ragazzi non affrontano quasi mai sfide "ambientali" in grado di mettere veramente in pericolo la loro vita. Anzi, le condizioni sull'isola sono quasi idilliache: frutta e pesce in abbondanza per sfamarsi, una polla d'acqua dolce in cui rinfrescarsi, un clima meravigliosamente favorevole...  Diciamo che questo livello di conflitto lascia un po' a desiderare, anche se poi la Taylor riesce a farsi perdonare, spostando l'attenzione sulle rivalità interne al gruppo e sulla psicologia dei personaggi.

A chi consiglierei, insomma, la lettura di "The Island"?

Be', secondo me ci sono ottime probabilità che il romanzo possa piacere agli amanti degli YA, ai fan della serie tv Amazon "The Wilds" e del libro di Agatha Christie "I Dieci Piccoli Indiani".

I Iettori adulti, navigati consumatori di mistery, thriller e crime stories, difficilmente troveranno in questo titolo del pane per i loro denti. Ma, personalmente, lo considero un ottimo esempio di narrativa "gialla" per ragazzi. Mi ha coinvolto e sorpreso più di taluni "clamorosi" bestseller britannici (come, ad esempio, "Dietro i Suoi Occhi" di Sarah Pimborough...) e anzi, a tratti, devo ammettere che mi ha sinceramente emozionato!

 Giudizio personale:

7.7/10



domenica 24 gennaio 2021

Recensione: "The Apothecary Diaries" - Vol. 1 (light novel)

 


Potete acquistarlo QUI in inglese


Avete mai letto una light novel?

Io ho cominciato quest’anno, con tutti i prevedibili alti e bassi del caso. “The Apothecary Diaries” è stata una delle mie scoperte preferite del mese (insieme all’esilarante “I’m In Love With The Villainess”, di cui parleremo sicuramente più avanti).

I diritti per la traduzione in inglese del primo volume della serie di libri firmati dall’autrice giapponese Natsu Hyūga sono stati acquistati dalla casa editrice americana J-Novel Club, che fra l’altro offre ai suoi abbonati la possibilità di leggere le proprie novità con mesi di anticipo rispetto all’uscita in cartaceo o in ebook.

The Apothecary Diaries” è una saga che si colloca a metà strada fra il mistery e il genere storico. La protagonista, una giovanissima speziale di nome Maomao, viene rapita per strada da un branco di predoni e venduta ad alcuni attendenti di palazzo. La sua vita da sguattera nell’area del palazzo dedicata allo sconfinato harem di concubine messo su dal neo-incoronato Imperatore non si rivela semplice né gradevole, ma la sua natura brusca e pratica la spinge a tenere la testa bassa e a darsi da fare per evitare di attirare l’attenzione. Almeno fino a quando non si ritrova a salvare – praticamente per caso – la vita dell’unica Principessa Imperiale ancora in vita e a guadagnarsi l’eterna gratitudine di sua madre, una delle consorti favorite del sovrano. L’eunuco a capo dell’harem decide quindi di ricompensare le straordinarie competenze mediche di Maomao promuovendola al rango di “assaggiatrice di veleni ufficiale”, un ruolo poco ambito che, tuttavia, soddisfa pienamente le esigenze dettate dall’insaziabile curiosità scientifica della ragazza. Il nuovo lavoro si rivelerà ricco di sfide intellettuali e di puzzle da risolvere; ma riuscirà Maomao a sopravvivere ai mille intrighi della corte imperiale, fra spie, avvistamenti misteriosi, tradimenti rocamboleschi e tentati colpi di Stato?

Sotto alcuni punti di vista, “The Apothecary Diaries” mi ha ricordato un po’ “Girls of Paper and Fire”, il sorprendente romanzo YA fantasy pubblicato da Natasha Nngan un paio di anni fa. L’ambientazione è molto simile, e lo stesso vale, secondo me, per le tematiche e il messaggio: in entrambi i casi, infatti, ci troviamo alle prese con un una storia che parla di donne straordinarie, messe in gabbia ed esposte in un serraglio che, per loro, serve al tempo stesso da santuario e da prigione. Una trama dai risvolti estremamente cupi e drammatici, quindi, che tuttavia ci permette di esplorare un mondo e una cultura oppressivi dal punto di vista di chi, quella crudeltà, evidentemente l’ha sempre subita in prima persona: le donne, gli anziani, gli stranieri, i diversi, gli emarginati.

Ho amato, in modo particolare, il personaggio di Maomao, ad oggi senz’altro la protagonista più eccentrica e originale in cui mi sia capitato di imbattermi leggendo una light novel. Una giovane donna appassionata di veleni e dotata di un intelletto formidabile, una curiosità che la spinge a sottoporsi agli esperimenti scientifici più folli e a oltrepassare costantemente i limiti imposti dalla società e – in qualche caso – perfino dalla stessa natura, pur di ottenere quei preziosi appigli che le consentiranno di spianare lentamente la strada per il progresso. Un’eroina introversa e determinata che non ha tempo per i pettegolezzi, le puerili rivalità fra domestici, i pregiudizi o le questione di cuore… Terribilmente efficiente e competente dal punto di vista professionale, quindi, quanto goffa e imbranata da quello delle amicizie e delle relazioni interpersonali! XD

Se avete già letto altri romanzi dello stesso genere, sapete che la maggior parte degli autori giapponesi è pronta a fare carta straccia delle nostre regole narrative. Per loro parole come “show, don’t tell” o “struttura in tre atti” non rivestono il minimo significato; procedono a istinto, si potrebbe quasi dire, focalizzando l’attenzione sui minuziosi dettagli logici della trama e senza quasi prestare un briciolo d’attenzione all’impalcatura, a tutti quegli artifici che permettono effettivamente a quegli elementi di reggersi e amalgamarsi in un insieme armonico e d'impatto. Divorare una ligh novel, nove volte su dieci, equivale a leggere una sorta di fan fiction; la qualità dell’esperienza può variare a seconda dell’abilità e della preparazione dell’autore, certo, ma naturalmente ci ritroveremo sempre ad avere a che fare con i limiti imposti dal genere.

Nel caso di “The Apothecary Diaries”, uno di questi limiti, per quanto mi riguarda, ha a che fare con la pessima gestione dell’elemento “romance” e dell’orrendo personaggio di Jinshi, l’eunuco determinato a conquistare Maomao. Ma c’è da dire che Natsu Hyūga è riuscita a evitare di cadere nel tranello sempre in agguato dell’infodump almeno nove volte su dieci, e che la sua capacità di generare tensione narrativa e di preparare il terreno per l’innesto di svariati cliffhanger e colpi di scena, in alcune occasioni, mi ha addirittura sbalordito, soprattutto considerando il livello tecnico generale della maggior parte delle light novel in cui mi sono imbattuta finora. Peraltro la sua prosa è chiara, nitida, focalizzata. I personaggi, per la maggior parte, risultano intriganti e ben curati.

Una serie valida e sicuramente da prendere in considerazione, quindi, soprattutto se, come me, avete appena cominciato ad approcciarvi al genere. Fra l’altro, pare che prossimamente “The Apothecary Diaries” diventerà anche un anime  A questo punto, auguriamoci solo di poterlo vedere al più presto anche in Occidente! :)

 




sabato 19 dicembre 2020

Recensione: "The Wilds - Stagione 1" (serie tv Amazon Prime Video)


 

The Wilds” è una serie televisiva YA disponibile sul servizio streaming Amazon Prime Video. Sebbene si ponga a metà strada fra survival, mistery e storia di formazione, a me piace considerarla soprattutto come una sorta di “Lost" incontra "Orange is the New Black” in versione teen.

La trama, già da sola, era stata più che sufficiente a catturare la mia attenzione: in seguito a un bizzarro incidente aereo, una banda di ragazzine finisce arenata sulla più classica e inospitale delle isole deserte. Le nostre eroine, diversissime fra loro per estrazione sociale e inclinazioni personali, dovranno imparare a mettere da parte le divergenze e a collaborare per far fronte alle numerose sfide che la natura porrà sul loro sentiero. Ma non è tutto: ben presto, infatti, una serie di eventi poco chiari prende a dispiegarsi sull’isola, spingendo l’instabile Leah (Sarah Pidgeon) a sospettare di alcune delle sue nuove compagne… E se il disastro aereo che ha cambiato le loro vite non fosse stato un incidente, dopotutto? E se nel folto di quella natura incontaminata si nascondessero più segreti di quanti chiunque avrebbe ritenuto possibile?

The Wilds”, a mio avviso, è una serie che appassiona e sorprende, peraltro quasi sempre in positivo. Mi aspettavo quasi un drammone banale in stile “The O.C.” o una sconclusionata accozzaglia di elementi surreali alla J.J. Abrams; invece, mi sono ritrovata a seguire una storia coinvolgente e ricca di tensione, sorretta da un cast affiatato e da una sceneggiatura che sa il fatto suo.

Le relazioni fra le protagoniste, l’agguerrita lotta contro i propri demoni e l’onestà spigliata e verosimile con la quale viene sviluppato il tema dell’amicizia al femminile: per me, sono questi i tre ingredienti principali alla base del successo di “The Wilds”, una serie che negli USA sta già facendo parlare molto di sé. Le mille fragilità e incertezze dell’adolescenza, ma soprattutto: l’impossibilità di crescere in maniera sana ed equilibrata in un mondo dominato dagli uomini, all’interno di un sistema sociale che sembra intenzionato a fare del suo meglio per schiacciare la creatività, l’intelligenza e il senso di indipendenza di ogni donna. Ed ecco che lo spunto iniziale (“nove ragazzine e un’isola deserta”) si trasforma nell’occasione ideale per parlare di argomenti scottanti e delicati quali malattia mentale, anoressia, suicidio, pedofilia e fondamentalismo religioso.

Perfino la gran “villain” di “The Wilds” è riuscita a conquistarmi, dopotutto. Per evitare spoiler, mi tratterrò dal fare il suo nome; tuttavia, ho apprezzato molto la sua caratterizzazione, la sua complessità, il fatto che abbia un punto di vista particolare, un’etica personale che la spinge a compiere delle azioni esecrabili per la più valide e incontrovertibile delle ragioni.   

Come altri hanno fatto notare prima di me, “The Wilds” è una serie che riesce a sottrarsi al cosiddetto “sguardo maschile” e a trovare una sua forma di inequivocabile autenticità. Le attrici sono giovanissime e in gamba, e nessuno si preoccupa di filmarle al solo scopo di mettere in risalto le loro curve o il loro profilo migliore. Al contrario. Il loro modo di reagire e relazionarsi le une con le altre suona per lo più credibile e interessante; per di più, la sceneggiatura espone i loro dolori e i loro punti di vulnerabilità con critica precisione e un doveroso senso di rispetto, senza idealizzarle o ostentare un distaccato senso di compassione nei loro confronti. È possibile che il miracolo sia accaduto perché lo show può vantare, fra le altre cose, ben quattro produttrici esecutive, quattro sceneggiatrici, nove attrici protagoniste (+ una cattiva) e quattro registe donne? Ai posteri l’ardua sentenza…

Io posso soltanto consigliarvi di guardarla, e di non lasciarvi scoraggiare dalla visione dei primi due, tre episodi (obiettivamente parlando, i più deboli, almeno dal punto di vista dell’intrattenimento vero e proprio). “The Wilds”, infatti, sembra una di quelle serie destinate a crescere nel tempo, probabilmente assieme alle sue acerbe e singolari protagoniste. Nella speranza che Amazon decida di concedergliene l’opportunità, si capisce, e di annunciarne il rinnovo per una seconda stagione nel corso delle prossime settimane! ;D

 

Giudizio personale:
8.0/10

Potete attivare il servizio di prova gratuita di Prime Video in qualsiasi momento: cliccate QUI per dare un'occhiata! 


domenica 15 marzo 2020

Recensione: "La Piuma Magica di Gwendy" di Richard Chizmar


stephen king - sequel - la scatola dei bottoni di gwendy - sperling

Gwendy, Vol. 2

Potete acquistarlo QUI

"Dopo una bufera di neve, la piccola città di Castle Rock si risveglia all'improvviso dal suo torpore: due adolescenti sono scomparse nel nulla. Lo sceriffo e la sua squadra danno subito il via alle ricerche, in una drammatica corsa contro il tempo. A Washington, Gwendy Peterson ha iniziato una nuova vita, conquistando la fama come scrittrice e come politica. Si è lasciata alle spalle l'infanzia trascorsa a Castle Rock e il ricordo dell'estate in cui un uomo misterioso le aveva dato in custodia una scatola dotata di bottoni colorati e di ambigui poteri. Tornato a riprendersela, lo sconosciuto le aveva promesso che non l'avrebbe rivista mai più. E invece, ora, ecco ricomparire quella scatola, senza motivo e senza istruzioni. Proprio mentre da Castle Rock le giunge la notizia delle ragazze scomparse. Gwendy ha sempre pensato di essere l'unica artefice del proprio successo, frutto di tenacia e duro lavoro. Ma forse il suo destino è legato a doppio filo a quella misteriosa scatola. Forse la missione che le era stata affidata non è ancora del tutto compiuta. Forse la attendono nuovi incubi da scongiurare prima di poter dormire sonni tranquilli."


"La Piuma Magica di Gwendy" è il sequel de "La Scatola dei Bottoni di Gwendy", un libro ambientato a Castle Rock e nato dalla collaborazione fra gli autori Stephen King e Richard Chizner.
Personalmente ho trovato questa secondo volume di una tediosità e di una banalità abbastanza marcati, ma suppongo che la mia valutazione vada considerata alla luce del mio stato d'animo attuale... Per capirci: l'insulso buonismo finto-progressista alla base della trama de "La Piuma Magica di Gwendy" stavolta mi ha fatto veramente, veramente innervosire.... anche se ho la netta sensazione che anche la deliberata decisione di trasformare la protagonista del libro nell'incarnazione perfetta del concetto stesso di Mary-Sue letteraria abbia svolto un ruolo significativo.

Mi risulta difficile trovare molti aggettivi positivi da attribuire a questo libro.
Magari il fatto che tutto sommato si tratti di una lettura breve e scorrevole potrebbe deporre in suo favore. Magari, se siete innamorati persi di romanzi come "Buick 8" o "Colorado Kid", potrebbe farvi piacere tornare a intravedere qualche faccia familiare fra le strade dell'amena e rurale area del Maine in cui la storia è ambientata.
Richard Chizmar, dal canto suo, non è certo Stephen King - cosa che forse non dovrebbe sorprendere più di tanto, dal momento che, per quanto mi riguarda, nel corso degli ultimi 4 o 5 anni neanche Stephen King è più stato Stephen King.
I personaggi di Chizmar sembrano la caricatura di una caricatura, e sinceramente questa sua ultima fatica letteraria assomiglia tanto all'ennesimo manuale di propaganda anti-Trump per giovani liberali bianchi di certo medio-borghese. Non credo che i toni di condiscendente e paternalistica superiorità assunti da questi autori nei confronti di minoranze etniche e sociali che, in realtà, nessuno di loro mostra il benché minimo interesse a rappresentare sulla carta stampata, finirà mai di stupirmi o farmi stare male in fondo allo stomaco.

Anche a prescindere da tutto questo, continuo a non capire quale dovrebbe essere la ragion d'essere di un romanzo scialbo e privo di personalità come "La Piuma Magica di Gwendy". La narrazione sembra girare in tondo senza portate da nessuna parte, svincolandosi da qualsiasi canone appartenente alla letteratura di genere per portare... verso un gigantesco e mummificato nulla di fatto, da quanto mi è stato dato di capire.
Perfino un personaggio emblematico e inquietante del carisma di Richard Farris (identificato dai più come un'incarnazione dell'arcinemesi ricorrente Randall Flagg) viene ridotto dalla penna di Chizner al rango di assurdo Babbo Natale/Fatina Madrina personale della dolce, impeccabile, affascinante e biondissima eroina americana Gwendy.

Non fatevi ingannare dalla sinossi, quindi, amici lettori: "La Piuma magica di Gwendy" non ambisce a essere un thriller inquietante, un horror al cardiopalma, un originale romanzo di formazione o un avvincente mistery illustrato...
Suppongo che potremmo considerarlo un semplice omaggio al King dei bellissimi Tempi d'Oro, portato avanti da un fan entusiasta che ne condivide in pieno l'immaginario e l'allineamento politico, ma non (purtroppo) il talento o la capacità di colpire, stupire, coinvolgere ed emozionare.
Per quanto mi riguarda, la parte più interessante de "La Piuma Magica di Gwendy" resta infatti la prefazione (scritta dal buon vecchio Steve in persona), che spiega nel dettaglio la travagliata e particolare genesi dell'opera originale...


Giudizio personale:
4.5/10




mercoledì 26 febbraio 2020

Recensione: "Mistero al Castello Blackwood" (film)


adattamento cinematografico - Shirley Jackson - thriller - mistery - 2020


"Mistero al Castello Blackwood" è l'adattamento cinematografico del celebre romanzo "Abbiamo Sempre Vissuto nel Castello" di Shirley Jackson.
Sono stata estremamente felice di trovarlo disponibile su Amazon Prime Video, perché amo molto il libro e non vedevo l'ora di dare un'occhiata al film diretto da Stacie Passon.
Eppure, lo confesserò, al momento faccio molta fatica a formulare un'opinione specifica in relazione a questa pellicola; le sensazioni sperimentate durante la visione si sovrappongono inevitabilmente a quelle scatenate dalla lettura, rendendo difficile cercare di tracciare una netta linea di confine fra le due esperienze.
Va da sé che "Abbiamo Sempre Vissuto nel Castello", in versione libro, è in grado di offrire molto, molto di più a un suo eventuale fruitore. Non per niente, la divina Shirley Jackson viene considerata una delle più grandi autrici di suspense e thriller psicologici mai esistite al mondo.

Ciò premesso, trovo che "Mistero al Castello Blackwood" sia un film abbastanza carino.
La trama è fedele a quella del romanzo originale, e non credo che potrei spendere una parola negativa a proposito del cast neppure se lo volessi: Taissa Farmiga ("The Final Girls") è una Merricat stralunata e perfettamente credibile, mentre Alexandra Daddario interpreta un'alienatissima Costance e Sebastian Stan (il "Winter Soldier" di casa Marvel) presta volto e fattezze al viscido "estraneo" Charles.
I temi alla base di questa storia mi sono sempre stati cari, e il ritratto del concetto di "sorellanza" che "Mistero al Castello Blackwood" riesce a evocare mi è parso decisamente accurato e interessante. È perfino possibile che, in questa versione, le due sorelle protagoniste siano state rese un po' più innocenti, le loro personalità un po' meno criptiche e ostiche da decifrare... ma lo ribadisco: i Blackwood, in versione "romanzata", mi sono entrati nel cuore molto tempo fa, perciò non sarei in grado di dire se - o fino a che punto - questo affetto abbia contribuito a incidere sulla qualità
della mia visione.

Nel complesso, ritengo in ogni caso che la Passon sia riuscita a rendere piuttosto bene l'idea di ansia, trauma e paranoia che nel romanzo gronda attraverso ogni singola riga della splendida, evocativa prosa di Shirley Jackson.
La regia del film è un tantino blanda, secondo me, un po' troppo restia a proporre una chiave interpretativa alternativa, o anche solo ad aggiungere un pizzico di prospettiva personale (esemplare, da questo punto di vista, il lavoro di adattamento e rielaborazione messo in atto da Mike Flanagan in occasione del suo magistrale capolavoro televisivo "The Haunting of Hill House").
La sceneggiatura lascia trapelare appena un accenno supplementare di critica al sistema patriarcale, ma si sottrae a qualsiasi tentativo di approfondire a dovere l'argomento, limitandosi, per lo più, a riproporre una serie di interazioni e dialoghi entrati ormai a far parte della leggenda letteraria.
Come non citare, ad esempio, le magnifiche Cene a Casa Blackwood, che ricordano da vicino il famoso "Mad Tea Party" di Lewis Carroll , con Costance nel ruolo del Cappellaio Matto, Merricat in quello della Lepre Marzolina, e l'inimitabile zio Julian nei panni del Ghiro?
Peccato solo che il cugino Charles si riveli essere una pessima, pessima Alice...


Giudizio personale:
7.0/10


Vi ricordo che potete attivare il servizio di prova gratuita di Prime Video in qualsiasi momento! 
Cliccate pure QUI per guardare "Mistero al Castello Blackwood", o anche solo per dare semplicemente un'occhiata al catalogo di titoli attualmente a disposizione!




domenica 19 gennaio 2020

Recensione: "Servant" (Prima Stagione)


Serie tv - recensione - M. Night Shyamalan - Apple Tv +


Servant” è una serie tv creata da Tony Basgallop e prodotta dal popolare regista M. Night Shyamalan, che ne ha peraltro diretto alcuni episodi.
Lo show è disponibile su Apple Tv + nella sua interezza, insieme a qualche altra piccola chicca di cui spero di riuscire a parlarvi nei prossimi giorni… E’ anche stato rinnovato per una seconda stagione, cosa di cui non posso che essere felice: il finale di “Servant” si è infatti rivelato al tempo stesso tempo criptico, suggestivo e assolutamente incomprensibile, per cui adesso non vedo l’ora di scoprire come proseguirà la storia!

Ma facciamo un piccolo passo indietro.
Di cosa parla “Servant”, in realtà?
Be’, la trama secondo me in questo caso passa quasi in secondo piano, al cospetto di una regia talmente elegante e di un’atmosfera così sofisticata e piacevolmente “creepy” da riuscire a inquietare lo spettatore senza dover tirare fuori dal cilindro nessuno dei soliti trucchetti da due soldi che ormai siamo abituati ad associare alla parola “horror” (se avete visto quell’assurda carnevalata chiamata “Dracula” su Netflix, probabilmente sapete benissimo a quali mezzucci circensi mi sto riferendo…).

In ogni caso, la sceneggiatura di “Servant” inizia a svilupparsi a partire da una premessa che sulle prime mi ha ricordato un po’ quella del film “The Boy”: la giovane tata Leanne (Nell Tiger Free) trova impiego presso una coppia benestante di New York, con l’incarico di prendersi cura del figlio neonato e dare una mano alla nevrotica madre del bambino, la giornalista Dorothy (Lauren Ambrose). Il marito di Dorothy, Sean (Toby Kebbell) sembra fin da subito estremamente turbato all’idea di avere una sconosciuta in giro per casa…  Un comportamento abbastanza losco e inquietante, che tuttavia assumerà un valore completamente diverso ai nostri occhi, dopo appena una manciata di minuti di visione: vale a dire nel momento preciso in cui scopriremo che la culla del piccolo Jericho è stata in realtà occupata da una Bambola Reborn, e che Sean è semplicemente terrorizzato all’idea di quello che Leanne potrebbe pensare della loro assurda situazione familiare… Ma la giovane tata, tutt’altro che sorpresa da questa “rivelazione”, una volta scoperto il segreto si limiterà a non battere ciglio e a proseguire con il suo lavoro come se nulla fosse, insistendo nella sua convinzione che "Jericho" sia un bambino come gli altri e che, come tale, abbia bisogno di ricevere tutte le cure e le attenzioni che i suoi genitori saranno in grado di dargli…

Inutile dire che la faccenda inizierà ben presto a complicarsi, e che la nostra prospettiva sugli eventi in corso verrà ribaltata in più di un’occasione. 
Suppongo che questo sia una degli elementi che mi sono maggiormente ritrovata ad apprezzare: sotto certi aspetti, “Servant” ricorda quasi più una serie di Damon Lindelof che di M. Night Shyamalan (anche se mi sentirei di consigliare questa prima stagione a chiunque sia rimasto deliziato dal film “The Visit”…), perché la densa atmosfera di mistero e il fine lavoro di introspezione psicologica compiuto sui personaggi riescono a restituirti una sensazione di ambiguità e suspense che per l’intera durata dei 10 episodi non si attenua e non vacilla neanche per un secondo.
Perché presto diventa chiaro che Leanne si sta comportando in modo parecchio strano, e la ragazza probabilmente nasconde dei segreti… Ma lo stesso vale per Sean e Dorothy, sempre più ansiosi, angosciati e gravati dal peso di un macigno che a noi spettatori non è concesso vedere, e si applica anche per il quarto personaggio importante della serie, Julian (interpretato da un Rupert Grint in grandissima forma), un uomo probabilmente più fragile e tormentato di quanto si potrebbe inizialmente sospettare.

Non sono del tutto sicura che “Servant” troverà moltissimi estimatori fra gli amanti delle serie tv che vanno per la maggiore in questo momento. Il ritmo è abbastanza diluito; i dialoghi risultano spesso enigmatici e poco trasparenti (occorre osservare con attenzione la mimica facciale e la gestualità degli attori per riuscire a capire cosa i vari personaggi intendano dire davvero…), e l’atmosfera rarefatta e patinata di alcune situazioni potrebbe sicuramente finire per disturbare i fan di telefilm di stampo più “spettacolare” e improntati sulla dinamicità delle scene.
Ma se avete amato film (o libri) come “Rosemary’s Baby” o “Che Fine Ha Fatto Baby Jane?”, e se il cinema d’autore (con la sua essenzialità e la sua cura maniacale per elementi del discorso cinematografico quali fotografia, montaggio, recitazione…), sappiate che “Servant” potrebbe essere la serie che fa per voi!


Giudizio personale:
7.5/10




martedì 1 ottobre 2019

Recensione: "Gideon the Ninth", di Tamsyn Muir


Gideon The Ninth - migliori libri fantasy 2019 - prossimamente in Italia


The Locked Tomb, Vol. 1

Potete acquistarlo in italiano QUI


“L’Impero ha bisogno di negromanti.
La negromante della Nona Casata ha bisogno di una spadaccina.
Gideon ha una spada, un bel po’ di riviste sconce, e nessuna pazienza per tutte quelle str****te da non-morti.
Cresciuta da un mucchio di suore ostili e mummificate, da un gruppo di antichi custodi di segreti e da innumerevoli scheletri vaganti, Gideon non vede l’ora di lasciarsi alle spalle una vita di servitudine, e un’aldilà da potenziale corpo rianimato. Così la ragazza prepara i bagagli, la sua spada, le sue scarpe e la sua collezione di riviste, e si prepara a lanciarsi nella sua fuga rocambolesca. Ma la sua nemesi d’infanzia non ha alcuna intenzione di lasciarsela sfuggire… almeno non senza averla prima costretta a prestare un ultimo servizio a beneficio della Nona Casata.
Harrowhark Nonagesimus, Reverenda Figlia della Nona Casata e negromante straordinaria, è stata convocata d’urgenza. L’Impero ha invitato gli eredi di ciascuna famiglia a un letale percorso di prove di ingegno e abilità. Se Harrow avrà successo, riuscirà a diventare una potente, immortale servitrice della Resurrezione – ma nessun negromante può ascendere senza un cavaliere…”



Gideon The Ninth” è un libro di genere fantasy/sci-fi, pubblicato lo scorso settembre in America dalla Tor, una delle mie case editrici preferite in assoluto. L’autrice, la giovane Tamsyn Muir, ci propone una trama effervescente e al cardiopalma infarcita di azione, enigmi, colpi di scena, passioni segrete e irriverenti frecciatine condite di irresistibile humor nero.
Si tratta senz’altro di una delle novità più eccentriche, frizzanti e divertenti previste per quest’autunno. La massiccia campagna pubblicitaria lanciata negli USA, combinata all’assoluta magnificenza dell’immagine di copertina, ha fatto sì che moltissimi lettori e lettrici aspettassero questo titolo con l’acquolina in bocca… compresa la sottoscritta, ovviamente! E a questo punto sono lieta di potervi confermare che, : per una volta l’hype smodato si è rivelato ampiamente giustificato! Almeno per quanto mi riguarda.

 Gideon The Ninth”, sulla carta e a tutti gli effetti la prima e unica “storia di negromanti e paladine queer nello spazio” che vi capiterà di leggere in questa vita, è un romanzo particolare, che combina al suo interno molti più generi e suggestioni di quanto potrebbe inizialmente sembrare. Space opera per un quarto, ghost story per due terzi, fantasy fin nel midollo, dotato di un’ambientazione misteriosa e accattivante che tende a rivelarsi a poco a poco e di un sistema magico fin troppo elaborato e cervellotico; con un tocco di mistery nell’intreccio, ben più di qualcosina del gdr, e un pesante “debito” nei confronti dell’immortale classico di Agatha Christie “Dieci Piccoli Indiani”. Il tutto mescolato in dosi anticonvenzionali, brillanti e azzardate; un connubio di elementi improbabile e vincente che, contro ogni dettame della logica, ha condotto alla creazione di un romanzo frenetico e stridente, caotico e avvincente, esilarante e rivoluzionario… in poche parole: sorprendentemente, dolorosamente coinvolgente.

In realtà credo che i primi capitoli di “Gideon the Ninth” rappresentino la parte più debole e confusionaria del libro. Affezionarsi ai personaggi, non mi fraintendete, si rivela un processo spontaneo e naturale quanto respirare: i dialoghi dissacranti e la caratterizzazione pressoché perfetta delle due protagoniste, la negromante Harrow e la sua riluttante “paladina” Gideon, riescono a imporsi all’attenzione fin dalle primissime pagine. Nonostante la nebulosità iniziale dei vari scenari, e i reiterati riferimenti a personaggi e situazioni non ancora noti, la curiosità nei confronti di questo “dinamico duo” (per così dire…) ti incoraggia a cercare di scoprirne di più e a proiettarti nel vivo della storia il più rapidamente possibile.

Ma ho anche l’impressione che “Gideon the Ninth” non si rivelerà esattamente un libro adatto al palato di tutti: tanto per cominciare, lo stile caustico e infarcito di humor grottesco della Muir potrebbe rischiare di disturbare qualche spirito un po’ più sensibile… anche se io ho adorato ogni singola battuta, perfino quelle più goliardiche, demenziali e/o grossolane. Mi ha aiutato molto, credo, in questo senso, il fatto di condividere l’anti-senso romantico dell’autrice praticamente al cento per cento; per me uno solo degli scambi fra Harrow e Gideon, a partire dalla seconda metà del libro, vale cento volte più di qualsiasi altisonante dichiarazione d’amore strombazzata dagli svenevoli protagonisti di uno qualsiasi dei romanzi di Laini Taylor o chi per lei! XD 
Sono cresciuta nella ferma convinzione che le persone più importanti e preziose della tua vita saranno sempre quelle che riescono a esasperarti, a stuzzicarti e a farti ammattire come nessun altro al mondo; quelle che sono capaci di farti ribollire il sangue nelle vene (mica sempre per i motivi giusti…), e che a conti fatti non si lasceranno mai sfuggire l’occasione di farti notare le grandi ca***te che hai fatto e quelle che stai per fare.

Harrow e Gideon hanno un po’ questo tipo di rapporto: un legame che le unisce praticamente fin dal giorno in cui sono nate, una sorta di amore/odio che le induce a immaginarsi nei panni di Nemesi (ebbene sì, con la lettera maiuscola…) e di rivali inconciliabili, ma che in realtà le aiuta a crescere e a maturare, oltre che a sviluppare un senso di attaccamento e devozione nei confronti l’una dell’altra talmente profondo da sembrare perversamente dolce, morbosamente totale… e straordinariamente reale.

Il resto dei personaggi mi ha convinto quasi nella stessa misura… Anche se, nel complesso, ho detestato una certa gatta morta della Settima Casata praticamente fin dalla sua trionfale entrata in scena, e non sono del tutto sicura di potermi dichiarare una grande fan della Seconda Casata.
Anche alcune sequenze d’azione, d’altro canto, si sono rivelate per me un tantino troppo prolisse e indigeste. Sarà perché per l’intera durata del libro seguiamo quasi esclusivamente il punto di vista di Gideon – spadaccina e donna d’armi fino all’osso –  ma la verità è che in alcuni punti le descrizioni hanno iniziato a farsi un po’ troppo “tecniche” e specifiche per i miei gusti. Ma c’è da dire che la maggior parte dei combattimenti risulta decisamente pirotecnica, intrigante e spettacolare… soprattutto quelli che coinvolgono l’elemento negromantico e la mia nuova beniamina Harrow! XD

Nel complesso, insomma, suppongo di non avere molto di cui lamentarmi. Certo, per riuscire a evocare la giusta atmosfera la Muir, a tratti, tende a ricorrere a una quantità davvero smodata di allusioni e giochi di parole… come se provasse a dimostrarsi arguta in ogni momento, sempre e con tutte le sue forze, anche a discapito del flusso naturale della narrazione. Un pizzico di esuberanza in meno avrebbe forse contribuito a rendere più incalzante il ritmo… Ma avrebbe anche compromesso il carisma e la personalità del libro nel suo complesso, quindi suppongo che alla fine non si sarebbe trattato di uno scambio equo.

Ad ogni modo…
Ho saputo che “Gideon The Ninth” (“Gideon la Nona”) verrà pubblicato prossimamente anche in Italia, e devo ammettere che si è trattato di una notizia che mi ha scaldato davvero il cuore!
Un po’ perché, secondo me, un libro che osa è un libro che merita, un po’ sempre e quasi a prescindere; e un po’ perché l’arrivo di un fantasy f/f in traduzione rimane ancora un piccolo evento da celebrare… Ma mi aspetto che le acque comincino a smuoversi presto anche da noi, da questo punto di vista: in fondo negli USA ormai il concetto di “rappresentazione della diversità” è diventato di importanza vitale, e fortunatamente – dopo anni e anni di assenza totale – pare proprio che le leggi del mercato abbiano cominciato a piegarsi al cospetto di questo nuovo e cruciale interesse...




Giudizio personale: 

9.2/10




Potete leggere QUI la mia recensione di "Harrow the Ninth", il secondo volume della trilogia! :)

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