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giovedì 24 febbraio 2022

Recensione: "Servant Mage", di Kate Elliott

Dalla penna di Kate Elliott, autrice di innumerevoli saghe fantasy di successo, ecco arrivare il romanzo breve “The Servant Mage”: la storia di una maga che si ritrova invischiata in una cospirazione ampia quanto lo stesso Impero che ha conquistato il suo mondo. 

Lungo la strada, forse, imparerà a scoprire il suo vero potere...

 

Potete acquistarlo QUI in inglese


La trama

Chi comanda sceglie le leggi, spesso allo scopo di preservare il proprio potere.

Fellian è una “Lampionaia”, una maga in grado di provvedere agli impianti di illuminazione della città attraverso la sua magia.

Questo è, più o meno, tutto quello che ormai le viene consentito di realizzare con il suo potere: il libero esercizio della stregoneria, infatti, è stato ufficialmente proibito con l’avvento della rivoluzione che ha messo fine al vecchio mondo.

Adesso, tutti i maghi naturali sono costretti a prestare servizio governativo e a sottoporsi a una severissima regolamentazione della loro arte.

Possono essere considerati, a tutti gli effetti, dei veri e propri servi della comunità.

Ma poi un gruppo di ribelli monarchici decide di liberare Fellian e di coinvolgerla in una pericolosa missione di salvataggio: alcuni dei loro compagni di ventura sono rimasti intrappolati in un complesso sotterraneo di miniere e, in quell’abisso, soltanto la ragazza potrebbe essere in grado di illuminare la strada.

Tuttavia, lungo la strada, i nostri eroi vengono a conoscenza di una pericolosa cospirazione intenzionata a porre fine alla vita dell’ultimo erede di sangue reale... e, forse, a spazzare via il movimento monarchico una volta per tutte.

Ma salta fuori che l’abilità di Fellian non si limita a qualche trucco di luce...


Persone come atomi, destini come polvere

Vi dirò: ho deciso di leggere “The Servant Mage” non tanto per via della trama (in realtà, la sinossi mi ispirava solo fino a un certo punto...), quanto perché ho continuato a sentir parlare di Kate Elliott per anni, senza mai riuscire a decidere da che parte cominciare a recuperare i suoi libri.

Questa nuova uscita sembrava fornirmi un’ottima occasione per iniziare a orientarmi nel vasto panorama offerto dalle sue pubblicazioni; una storia breve, autoconclusiva, intrigante al punto giusto, che mi avrebbe finalmente permesso di farmi un’idea dell’autrice di saghe così frequentemente osannate dal pubblico e dalla critica (“Crown of Stars”, “Spiritwalker Trilogy”).

Bè... diciamo che le cose, alla fine, non sono andate esattamente come speravo!

The Servant Mage” è un libricino che si basa essenzialmente sullo sviluppo, capillare e sistematico, di due singoli elementi: worldbuilding e sistema magico.

Nell’ambito di una narrazione così breve, devo ammettere che non si è rivelata una scelta felicissima; anche perché il numero di informazioni che ci viene somministrato nel corso di così poche pagine tende a trasformarsi velocemente in una sorta di fiume in piena.

La caratterizzazione della protagonista, Fellian, avrebbe sicuramente potuto essere approfondita; eppure, nel complesso, non posso dire che mi sia dispiaciuta, anche perché riesce a sottrarsi a molti dei classici stereotipi tipici del genere (di parecchi YA, in particolare...), e a offrirci piuttosto il ritratto di una giovane donna con i piedi saldamente ancorati a terra; cinica, realista, umile, anche se in fondo al cuore conserva un profondo idealismo e un forte senso si attaccamento alla propria comunità e alle proprie radici.

La sua bisessualità (o pansessualità: chi può dirlo?) ci viene rivelata invece attraverso l’introduzione di due potenziali interessi romantici, un nobile arrogante e una compagna di studi dall’indole schiva.

Purtroppo, nessuno dei due riesce a emergere dal flusso della narrazione in modo particolare. Anzi, a essere sinceri, credo che avrei fatto volentieri a meno tanto dell’uno, quanto dell’altra... Ma, a essere del tutto onesti, sospetto anche che lo stesso possa applicarsi per ogni singolo comprimario o villain presentato all’interno del libro!

 

La Macina del Tempo

La lettura di “The Servant Mage” mi ha riservato pochissime sorprese, e un numero addirittura inferiore di emozioni.

Non penso che sia stata tutta “colpa” di Kate Elliott: in realtà, ho trovato il suo stile piuttosto gradevole, e non credo che in futuro esiterò a provare qualcos’altro di suo.

Ma la trama mi è sembrata veramente troppo – troppo! – lineare, e a conti fatti non sono riuscita a esaltarmi per nessuno dei colpi di scena. Probabilmente perché il 90% dei personaggi mi sono sembrati vuoti, le loro vicissitudini totalmente distanti dalla mia indole e dalla mia sensibilità.

Ma voglio comunque spezzare una lancia in favore di un libro che, purtroppo, non ho amato, ribadendo il fatto che, in realtà, c’è una cosa che il libro di Kate Elliott riesce a fare in maniera magistrale: vale a dire spingere il lettore a riflettere sull’esatta natura delle tortuose dinamiche di potere che contrassegnano, in ogni momento, il sistema politico di ogni mondo possibile, in tutta la loro (in-)gloriosa, sanguinosa complessità.

Fellian, dopotutto, si staglia ai nostri occhi come l’ennesimo anello di una catena che ha cominciato a dipanarsi molto prima della sua nascita, e che continuerà evidentemente a srotolarsi molto tempo dopo la sua dipartita. Un minuscolo ingranaggio, scagliato all’interno di un meccanismo infinitamente più grande di lei.

Immagino che potremmo chiamarla Storia, se volessimo. O semplicemente Politica.

E questa è una condizione con cui nessuno di noi, in fondo (in questi giorni, come sempre) farà davvero fatica a relazionarsi.

 

 



domenica 9 gennaio 2022

Recensione: "The Pariah", di Anthony Ryan

The Pariah” è il primo libro della nuova trilogia low fantasy “Covenant of Steel” di Anthony Ryan.

Un romanzo adrenalinico e ricco d’azione, che segue una trama dall’impronta molto classica: la storia di formazione di un ragazzo, cresciuto dai banditi, che a poco a poco arriva a trasformarsi in un guerriero-scriba destinato a sconvolgere gli equilibri del mondo...

 


Covenant of Steel, Vol. 1

Potete acquistarlo QUI in inglese

 

La trama

Alwyn Scribe è nato nel tormentato regno di Albermaine.

Dopo che il gestore del bordello in cui lavorava sua madre lo butta fuori a calci nel posteriore, il ragazzo finisce nel bosco e rischia seriamente di morire di fame, o magari divorato dai lupi.

Per sua fortuna, il capo di una banda di predoni decide di prenderlo sotto la sua ala e di offrirgli un posto in squadra.

Lesto di comprendonio e abile con la spada, Alwyn è più che soddisfatto della sua situazione: si gode la libertà dei boschi e il cameratismo dei suoi compagni ladri.

Ma un atto di tradimento insospettabile deraglia completamente il corso della sua vita, scaraventandolo su un sentiero di sangue e vendetta che lo costringerà a indossare i panni del soldato reale.

Chiamato a combattere sotto lo stendardo di Lady Evadine Courlain, una nobildonna assediata dalle visioni di un imminente apocalisse demonico, Alwyn dovrà sopravvivere alla guerra e ai letali intrighi intessuti dalle casate nobiliari.

Ma mentre forze di ogni tipo, arcane e umane, si uniscono a ostacolare l’ascesa di Evadine, Alwyn dovrà fronteggiare la scelta più difficile di tutte: può davvero definirsi un guerriero?

O un tipo come lui è destinato a restare un fuorilegge per sempre?

 

Attraverso Alwyn

Di “The Pariah” ho amato soprattutto due cose:

a) Il ritmo avvincente, che ti tiene sul filo del rasoio perfino nei momenti in cui, apparentemente, l’intreccio prende a imboccare dei sentieri un po’ dispersivi;

b) L’incredibile immersività della narrazione. Di solito, l’uso della prima persona si sposa maluccio con lo sword and sorcery, ma Anthony Ryan riesce a gestirlo talmente bene da trasformare quello che avrebbe potuto benissimo rappresentare un limite, in uno dei maggiori punti di pregio del romanzo!

Alwyn, di per sé, è un personaggio convincente, un connubio di vizi e virtù abbastanza riconoscibili.

Ma, in realtà, credo che Ryan sia da lodare soprattutto per la sua capacità di creare un protagonista in cui è facilissimo immedesimarsi... più che altro perché l’autore riesce ad azzeccare il perfetto equilibrio fra “anonimo” ed “eccessivamente specifico”, permettendo ai suoi lettori di riempire gli spazi vuoti con la propria personalità e immaginazione.

E, ovviamente, di calarsi nei panni della voce narrante al 100%, arrivando ad “osservare” ogni singolo dettaglio dell’ambientazione, della storia e dei comprimari attraverso il suo sguardo; quasi come se stesse giocando a uno di quegli incalzanti sparatutto rpg in prima persona.

A mio avviso, è proprio questa sorta di “simbiosi” spontanea fra lettore e narratore che permette alla lettura di risultare interessante e coinvolgente

Di per sé, infatti, la trama non brilla certo per originalità; anzi, potremmo tranquillamente descriverla come un connubio di elementi tratti dalla leggenda di Robin Hood, dal romanzo breve “The Armored Saint” di Myke Cole e dalle (onnipresenti) “Cronache del Ghiaccio e del Fuoco” di George R. R. Martin.

 

Fra storia medievale e stregoneria

L’introduzione dell’elemento fantastico, in questo primo volume, avviene con il contagocce, e comunque non prima che il lettore abbia fatto fuori una metà abbondante delle sue pagine.

Sotto certi aspetti, in effetti, si potrebbe quasi dire che “The Pariah” abbia un’impostazione più vicina a quella del romanzo storico.

Quasi.

Se il finale del libro ci insegna qualcosa, è che questa situazione cambierà nel corso dei prossimo volumi: le visioni di Lady Evadine arriveranno sicuramente ad assumere un ruolo centrale, e mi aspetto che lo stesso valga per la figura della “strega del sacco” (uno dei comprimari più suggestivi e misteriosi presentati nell’arco di questo primo tomo).

Per quanto riguarda i personaggi femminili... Bè, tagliamo la testa al toro e diciamolo subito: nel libro di Anthony Ryan, ogni donna ha l’aspetto di una divinità dell’amore e tende a farsi portatrice di un carico di sensualità non indifferente.

Ma nulla di tutto questo contribuisce a limitare l’estensione del loro ruolo (anzi!), né impedisce a Ryan di regalarci un cast femminile interessante, combattivo e denso di sfumature: Evandine, Lorine, Toria, la strega, una certa ragazza “dal coltello facile”... ciascuna di queste donne straordinarie meriterebbe il diritto al ruolo di “leading star” in uno spin-off a parte!

In conclusione:  The Pariah” è un romanzo brutale, sanguinoso, intrigante e ricco di sottotrame, che ha tutte le carte in regola per piacere ai fan di autori come John Gwynne, Mark Lawrence o Jenn Lyons.

Il primo libro di Anthony Ryan che abbia mai letto...

State pur certi che non sarà l’ultimo!

 

 

 

venerdì 26 novembre 2021

Recensione: "Le Guerriere dal Sangue d'Oro", di Namina Forna

Lotta al patriarcato, femminismo e un pizzico di romance: se dovessimo fare un riassunto de “Le Guerriere dal Sangue d’Oro”, il libro d’esordio di Namina Forna, probabilmente potremmo limitarci a questa breve introduzione.

Un romanzo che deve il 99% della propria ispirazione (e la causa primaria della sua imminente traduzione in italiano) allo straordinario successo commerciale riscontrato da “Figli di Sangue e Ossa” di Tomi Adeyemi.

Una storia infarcita di tematiche importanti, “colpi di scena” in stile hollywoodiano e un sacco di buone intenzioni...

Se siete alla ricerca di un modo per approcciarvi, da completi neofiti, al genere fantasy, “Le Guerriere dal Sangue d’Oro” potrebbe rappresentare un buon punto di partenza... soprattutto se siete ancora in età da liceo.

Ma sospetto che tutti gli altri troveranno la lettura un po’ insipida e riciclata...

 


Potete acquistarlo QUI in inglese


La trama

In un mondo che opprime le donne e fa dello sciovinismo una sorta di forma d’arte, la giovane Deka si prepara a sottoporsi all’inevitabile “Rituale della Purezza”, una cosina simpatica a cui tutte le ragazze dell’impero sono costrette a prender parte al compimento dei 16 anni di età.

Un rito di passaggio, officiato da varie sottospecie di sacerdoti bigotti, perversi e/o licenziosi, che consiste nel praticare un taglio sul petto della candidata e nello stare a vedere che cosa succede.

Se il sangue che verrà fuori dalla ferita sarà di un colore ordinario – una qualsiasi sfumatura di rosso – benissimo, la ragazza avrà passato l’esame: il suo villaggio comincerà a considerarla ufficialmente una donna, e presto la giovane potrà trovare marito e cominciare a scodellare bambini come se non ci fosse un domani.

Ma se il sangue dovesse essere dorato...

Bè, se il sangue sarà dorato, i preti concluderanno che la candidata è un demone; procederanno quindi a torturarla, abusare di lei, ucciderla in maniera particolarmente cruenta... Le solite cose da Santa Inquisizione spagnola, insomma.

Ovviamente, il giorno della sua prova, Deka comincia a sanguinare nella tonalità sbagliata.

Potrebbe essere la fine... e invece è soltanto l’inizio!

Una donna misteriosa salva Deka dalle grinfie degli uomini del villaggio e le rivolge una proposta impossibile da rifiutare: in cambio della salvezza, la nostra eroina dovrà arruolarsi in una sezione speciale dell’esercito dell’Imperatore, e combattere per lui contro un’orda di mostri sanguinari che si ostinano a minacciare i confini del regno.

Deka sta appena imparando a fare i conti con i suoi nuovi poteri – sensi potenziati, superforza, una certa riluttanza a restare morta... ma che scelta le rimane?

Una volta accettato l’accordo, può soltanto balzare su un carro e cominciare il lungo viaggio verso la capitale...

 

Quei primi capitoli che ti afferrano per la gola...

Come spesso succede, le prime trenta, quaranta pagine de “Le Guerriere dal Sangue d’Oro” sono quelle che tendono a trarti in inganno.

L’inizio del libro è molto coinvolgente, incalzante e in grado di offrire squarcio di brutalità spaventosa.

Peccato che l’effetto venga progressivamente diluito da una serie di fattori, fra i quali non possiamo fare a meno di citare:

a) Una protagonista completamente priva di personalità. La narrazione in prima persona aveva forse lo scopo di metterci in contatto con le emozioni più profonde di Deka e di spingerci a parteggiare per lei, forse addirittura di immedesimarci nelle sue difficoltà. Peccato che Deka non sembri tanto un essere umano – una creatura munita di punti di forza, debolezze, virtù e convinzioni – quanto un involucro; una sintesi ambulante di trope e cliché, così tanto stereotipata che mi è risultato difficile anche soltanto riuscire a trovarla antipatica, per quanto ottuso o irritante il suo atteggiamento potesse dimostrarsi;

b)  Un intreccio piattissimo e prevedibile, che si sforza disperatamente di dimostrare una tesi (per quanto sacrosanta), a scapito di “minuzie” quali suspense, ambiguità morale, sospensione dell’incredulità eccetera. Creature magiche che saltano fuori dal nulla, villain che scoprono di avere fenomenali poteri cosmici a tre pagine dalla fine... tutto per la serie “quando la logica va in vacanza”.

c) Una scrittura vaga, frustrante e pressapochista, incentrata sul “raccontato” e totalmente inadeguata agli scopi della narrazione.  

Il rovescio della medaglia è che “Le Guerriere dal Sangue d’Oro” è un libro che si legge in fretta. Ad esempio, sospetto che lo stile scorrevole, tutt’altro che impegnativo, potrebbe catturare velocemente l’interesse di un’adolescente interessata all’argomento, ma ancora relativamente poco abituata al mondo della lettura...

 

Punto e a capo

Un altro punto a favore è che “Le Guerriere dal Sangue d’Oro” potrebbe, con un pizzico di immaginazione, essere considerato un libro autoconclusivo.

La pubblicazione del sequel, “The Merciless Ones”, è prevista negli USA per il 2022; ma il finale di questo primo volume risulta, di per sé, abbastanza soddisfacente.

Onestamente, l’ho trovato un libro infinitamente meno rivoluzionario di quanto pretenda di essere. Per essere un romanzo di denuncia sociale, tanto per cominciare, l’ho trovato molto meno inclusivo di quanto mi sarebbe piaciuto.

Il sistema patriarcale tende a umiliare, sottomettere e distruggere il libero arbitrio delle donne. Ma il genere femminile non è l’unica vittima, e sarebbe stato bello trovare un riconoscimento di questa verità all’interno delle pagine del libro di Namina Forna.

Oltretutto, durante la lettura mi sono annoiata in modo indecente, soprattutto perché continuavo a essere assalita dalla certezza matematica di avere già letto questa storia, in una salsa o in un’altra. “The Year of the Witching” e “Sawkill Girls” sono soltanto due fra gli esempi più recenti che mi vengono in mente.

Un'altra ipotesi è che, forse, andando avanti con gli anni, sono semplicemente diventata esigente (e rompiscatole :P)!

Magari, se lo avessi letto dieci o quindici anni fa, sarei stata in grado di apprezzare tutte quelle qualità rilevate da centinaia e centinaia di altri lettori a spasso per il mondo! ^^

 


NB: la mia recensione si riferisce all'edizione originale americana, "The Gilded Ones"! :)


domenica 21 novembre 2021

Recensione: "Crier's War + "Iron Heart", di Nina Varela

Crier's War” e il suo sequel, “Iron Heart”, vanno a comporre la duologia d’esordio dell’autrice americana Nina Varela.

Una saga fantasy che si svolge sullo sfondo di un’implacabile conflitto fra Umani e Automi, e che fa dell’amato trope “enemies-to-lovers” il suo più grande fiore all’occhiello...

I due titoli si rivolgono soprattutto agli appassionati di YA ossessionati da autrici come Marie Rutkoski o Kendare Blake. Ma, sotto molti punti di vista, credo sia impossibile leggere “Crier's War” senza pensare a “Westworld”, “Humans” e “Blade Runner”...


 


Il primo volume è disponibile QUI in inglese


La trama

 Dopo che la Guerra delle Specie ha devastato il Regno di Rabu, gli Automi hanno usurpato le proprietà dei loro padroni, conquistato il trono e piegato la popolazione umana al proprio volere.

Gli Automi, all’inizio, erano stati creati per essere poco più che giocattoli; compagni sintetici, vittime sacrificali di ogni capriccio della casta nobiliare.

Almeno fino a quando i più capaci e scaltri membri della loro specie non hanno deciso che era il giunto il momento di dire basta.

Adesso, la situazione si è completamente ribaltata.

Ayla, una giovanissima servitrice umana, è rimasta orfana a causa della guerra. La ragazza odia gli Automi sopra ogni cosa, e non desidera altro che di potersi unire alla Resistenza, l’organizzazione che si propone di distruggere i disprezzati esseri sintetici una volta per tutte.

Il più grande desiderio di Ayla è quello di vendicarsi.

E, nel momento in cui viene nominata domestica personale di Lady Crier, unica figlia del sovrano degli Automi, capisce di ritrovarsi per le mani un’occasione d’oro: se uccidesse la sua padrona, giustizia sarebbe fatta, e il Re pagherebbe finalmente il conto di tutti gli affronti inflitti.

Crier, dal canto suo, è stata creata per essere bellissima, gentile, perfetta, e per portare avanti l’eredità di suo padre. Ma tutto quello che riesce a vedere davanti a sé è l’enigmatico Scyre Kinok, il suo promesso sposo, e la consapevolezza che, forse, suo padre non è quel monarca benevolo e illuminato in cui lei aveva sempre riposto la massima fiducia.

E poi, Crier incontra Ayla... E ogni sua più intima convinzione sul mondo degli umani viene scardinata.

Fra le due ragazze si stabilisce un legame, fatto di risentimenti e sensi colpa, attrazioni proibite e segreti vergognosi.

Che cosa succede, quando il tuo peggior nemico diventa il tuo oggetto del desiderio?

Quando il tuo cuore comincia a battere per tutti i motivi che ritieni sbagliati, mentre nel tuo stomaco arde ancora il fuoco della rabbia e dell’avversione?

Quando sulla strada del tuo amore inconfessabile si staglia una cosa soltanto: la guerra?

 

Crier’s War

Bisogna dire che la duologia di Nina Varela si conforma senza sforzo alla maggior parte dei tropes classici del genere, ma secondo me c’è un “settore” nel quale riesce a eccellere in modo particolare: il romance.

Il primo libro è un lento, cadenzato, “angosciante” slow burn che serve più che altro a esplorare il passato dei personaggi e le loro motivazioni, e ovviamente anche a porre le basi per tutta l’azione che si svolgerà nel corso del romanzo successivo.

Vi assicuro che Nina Verela non arriva a farci mancare assolutamente nulla, in termini di “angst” e crisi esistenziali innescate dai primi turbamenti adolescenziali.

Crier e Ayla sono due personaggi agli antipodi, unite da un’emozione molto ambivalente e contraddittoria. E quel particolare sentimento di sfiducia, rancore e rabbia repressa che ciascuna nutre nei confronti dell’altra non tende certo a svanire al primo segnale di intimità, anzi... Semmai, il legame di crescente complicità che inizia a svilupparsi fra di loro riesce soltanto a renderli più evidenti.

L’autrice esaspera il concetto in alcuni passaggi, ma riesce comunque a regalarci una deliziosa storia tragica dal sapore “shakesperiano”, un amore impossibile dal taglio molto romantico, disperato e coinvolgente.

La cura riservata all’ambientazione è, invece, più o meno quella che vi potreste aspettare di trovare all'interno di un qualsiasi libro fantasy per ragazzi di successo pubblicato nel corso degli ultimi cinque anni.

Il che vuol dire che non ho trovato il worldbuilding particolarmente originale, e che l’80% dei personaggi secondari mi ha fatto venire voglia di correre a picchiare ripetutamente la testa contro il muro...

Ma, d’altro canto, credo anche che lo stile di Verela risulti particolarmente piacevole e soave, intriso da una tensione drammatica e da un uso del foreshadowing a dir poco magistrale.

Una combinazione squisita, che risucchia completamente il lettore all’interno della lacerante relazione fra Ayla e Crier, e che lo spinge a smaniare compulsivamente per il volume successivo...

 

Iron Heart

Il mio consiglio, adesso che si può, è di leggere “Iron Heart” subito dopo aver finito il primo libro. La storia, infatti, è stata spezzata a metà per ragioni di convenienza, ma la verità è che, senza il secondo romanzo a “livellare” le cose, la struttura di “Crier’s War” risulterebbe in qualche modo sbilanciata, e intendo tanto dal punto di vista della storia d’amore, che da quello della trama vera e propria.

Questo perché compone una sorta di primo atto, un “pezzo” di storia diluita da una serie di dialoghi superflui, sporadici attacchi di infodump e comprimari di cui non importa niente a nessuno (Varela compresa).

Iron Heart”, d’altro canto, garantisce la ricompensa che il lettore ottiene per la sua fiducia e la sua perseveranza; il libro che contiene tutto il pathos, l’azione e i colpi di scena promessi dalla suspense che abbiamo respirato attraverso la lettura del primo volume.

Il “mondo capovolto”, l’avventura che Aya e Crier sono finalmente libere di affrontare insieme, lontane dalle macchinazioni di corte e dai soporiferi meccanismi interni della Resistenza.

L’uso del flashback, in alcuni momenti, mi è sembrato ancora un tantino pesante... ma il ritmo, stavolta, risulta infinitamente più dinamico ed elettrizzante!

Anche in questo caso, badate, ci ritroviamo a leggere soprattutto per scoprire come si concluderà la storia d’amore... ma l’evoluzione della story-line romantica, stavolta, riesce a svilupparsi in perfetta sintonia con quella relativa alla guerra e agli scontri fra fazioni opposte.

Per cui, finalmente, ci sentiamo legittimati a considerare tutta questa roba pseudo-politico-sociale XD come un ostacolo credibile, intrigante e spaventoso, e non come un semplice stratagemma per cercare di “elevare” (inutilmente) il tono e gli scopi della narrazione.

Il risultato?

Una lettura grintosa, onesta, originale e divertente.

 

 



mercoledì 17 novembre 2021

"Sir Gawain e il Cavaliere Verde": la recensione del film fantasy disponibile su Prime Video

Sir Gawain e il Cavaliere Verde” è uno dei migliori film dark fantasy che abbia mai visto.

Ambizioso, seducente, mistico ed esteticamente stupefacente, rappresenta l’adattamento cinematografico del poema omonimo risaliente al tardo quattordicesimo secolo. La trama ruota attorno alle avventure di Gawain, nipote di Re Artù e figlio della strega Morgana.

Per quanto concerne noi appassionati di fantasy (e non solo), il film di David Lowery rappresenta semplicemente uno dei titoli inediti più affascinanti, suggestivi e spettacolari che l’abbonamento al servizio Amazon Prime Video ci abbia mai offerto...

Consigliato a tutti i fan del genere, ma soprattutto agli estimatori della recente serie tv "Midnight Mass"! :D



 

La trama

Gawain (Dev Patel) è un ragazzo un po’ frivolo, che ama darsi alla vita dissoluta e detesta sentirsi pressato dalle inevitabili attese famigliari.

Soprattutto considerando che i suoi zii, gli ormai attempati Artù (Sean Harris) e Ginevra (Katie Dickie), sono due leggende viventi, nientemeno che i fondatori della celeberrima Tavola Rotonda!

Il Re e la Regina nutrono grandi speranze per Gawain, ma il giovane stenta a trovare il proprio posto fra i cavalieri del suo tempo, uomini disposti a sacrificare ogni cosa per perseguire i propri ideali: fama, onore e gloria, non necessariamente in quest’ordine.

Almeno fino a quando, nel corso di un’animata cena di Natale a Corte, non arriva qualcuno a lanciare il fatidico guanto della sfida: il Cavaliere Verde, una misteriosa creatura dei boschi ricoperta di licheni, si materializza sulla soglia e propone un “gioco” rivolto al più audace degli uomini del re.

Le condizioni sono poche, ma precise: il Cavaliere Verde si batterà contro uno dei valorosi presenti e, in caso di sconfitta, cederà la sua preziosa arma alla corte di Artù.

Eppure, qualsiasi colpo Egli riceverà quel giorno, a prescindere dalla sua natura o entità, il Cavaliere Verde avrà il diritto di ricambiarlo l’anno successivo, presso una fantomatica Cappella Verde che si trova a centinaia di leghe – e di incontri - di distanza dalle possenti mura di Camelot...

 

Il destino di un (aspirante) cavaliere

Sir Gawain e il Cavaliere Verde” è un film singolare, surreale e ricco di potenziali chiavi di lettura. Una di quelle rare pellicole che mi farebbe davvero piacere (e bene) rivedere con calma e probabilmente anche più di una volta, proprio perché si rivela in grado di regalare così tanto ai suoi spettatori, già a partire dal primissimo atto.

Delle tematiche ci soffermeremo a parlare fra un minuto.

Da un punto di vista prettamente visivo, invece, “Sir Gawain e il Cavaliere Verde” offre panorami mozzafiato e cieli sconfinati, rifiutandosi di rinunciare al “sense of wonder” e di comunicare con noi attraverso un linguaggio universale fatto di suoni naturali, giochi di luce e colori indescrivibili.

Per quanto concerne l’atmosfera, vi basti sapere che “Sir Gawain e il Cavaliere Verde” è un fantasy cupo, allegorico, tesissimo. La fotografia allucinata e le intense interpretazioni del cast (che comprende, fra parentesi, un’eccellente Alicia Vikander nel doppio ruolo di Essel, l’amante di Gawain, e di una misteriosa nobildonna legata al mondo della stregoneria...) basterebbero, già da sole, a qualificarlo come una sorta di film del terrore.

Alcuni critici americani l’hanno definito, non a caso, un “folk horror”, e sono andati avanti a spiegare come l’ultima fatica di Lowery proceda progressivamente a ribaltare molti (se non tutti) gli attribuiti che siamo soliti collegare al concetto di “eroismo”, per incarnare invece un esempio di cinema di intrattenimento stimolante e di stampo prettamente filosofico.

Eppure, al tempo stesso la sceneggiatura contiene tutti gli elementi tipici del genere fantastico: il viaggio, le prove, l’oggetto del desiderio, l’adorabile animale magico... e una nemesi che non può (che non deve, forse...) essere sconfitta.

 

La stregoneria, come la magia (e la natura), è ovunque!

A visione ultimata, immagino che molte persone si arrovelleranno (come me) a caccia di una spiegazione: che significato avrà mai il finale di “Sir Gawain e il Cavaliere Verde”, e perché ho la sensazione che l’ultima mezz’ora sollevi molte più domande che risposte?

La verità è che il film potrebbe essere interpretato in molti modi, ma probabilmente la chiave di lettura più “vistosa” ha a che fare con una complessa (e splendida) metafora sul significato della vita – e della morte.

Prima di tutto, una parola sul Cavaliere Verde. Chi è? Da dove viene? Che cosa rappresenta?

Da brava neopagana XD, non ho fatto troppa fatica a identificare in Lui l’Uomo Verde, vale a dire quella misteriosa entità sovrannaturale che incarna la potenza stessa della natura; la saggezza della terra, l’ineluttabile ciclo delle stagioni.

Dopotutto, provvede lo stesso “doppleganger” di Essel a spiegarci chi è il Cavaliere, in un memorabile monologo che racchiude l’anima stessa del film: perché la nemesi del protagonista è “verde”, ad esempio, e non di un qualsiasi altro colore? Perché non avrebbe potuto essere... rossa, ad esempio?

«Red is the color of lust, but green is what lust leaves behind, in heart, in womb. Green is what is left when ardor fades, when passion dies, when we die, too.»

Gawain è ossessionato dal pensiero di gloria e onore.  Crede che non esista nulla di più immenso di suo zio e dei suoi cavalieri; delle loro gesta spregiudicate, della loro dedizione alla causa dell’ordine, della prosperità, della giustizia.

Gawain (probabilmente a ragione) non sente di meritare un posto accanto a questi grandi uomini, ma ritiene comunque necessario continuare a provarci, aspirare a una meta più alta, trovare un modo per elevarsi dalla sua “grettezza” di avido bevitore e rinomato frequentatore di bordelli.

Ma il personaggio di Alicia Vikander è lì per strappargli ogni illusione, e ricordargli che nulla sarà mai più importante, fondamentale o forte della natura; quel Verde incontrastabile e onnipresente che ci circonda, ci protegge, ci distrugge, ci riempie, ci possiede.

Lo stesso effetto sortiscono, d’altronde, anche i maestosi e totalizzanti paesaggi che appaiono nel corso di così tante scene di “Sir Gawain e il Cavaliere Verde”: montagne titaniche, selve ancestrali, creature monolitiche che sfuggono a ogni capacità di comprensione... laddove Gawain, povero ragazzo a caccia di gloria, altro non è se un minuscolo “puntino”, una figura microscopica e ignara divorata dall’ansia e dalla paura di non poter essere mai “abbastanza”.

 

Il finale: una possibile interpretazione

 SPOILER ALERT! Se non avete ancora visto il film, vi sconsiglio caldamente di continuare a leggere questo paragrafo!

A un certo punto, Artù dice a Gawain: «I Do Not Know Of Any Man Who Has Not Marched Up To Greet Death Before His Time."

Che è una frase molto sibillina, se ci fate caso.

Da una parte (la parte in superficie), il Re sta semplicemente cercando di incoraggiare il nipote. Vai, affronta il pericolo a testa alta, come fanno tutti gli uomini onorevoli, e torna indietro per raccontarlo.

Dall’altra, secondo me, gli sta anche lanciando un avvertimento: «Non conosco un uomo che non abbia marciato incontro alla morte prima del suo tempo

Che, se ci fate caso, equivale un po’ a dire «Tutti gli uomini vanno via troppo presto. Ma nessuno marcia incontro alla morte prima del proprio tempo.»

Perché, quando è ora, è ora.

Quello che il Cavaliere Verde chiede a Gawain (dopo avergli offerto così tanto) è un semplice atto di sottomissione. Sei arrivato fino a qui; hai lottato, hai fatto incontri, ti sei innamorato, hai vissuto. Adesso piega il capo e arrenditi, perché non sei diverso dalle altre creature.

Come me, come tutto, appartieni alla Terra. Non importa quanti castelli, eserciti o spade magiche possiamo possedere: sotto la pelle, siamo tutti Verdi, e un giorno il Verde tornerà a reclamarci.

Perfino le fattezze di Artù e Ginevra, all’inizio del film, contribuiscono a confermarlo. Guardateli bene in volto: nonostante la loro grandezza, il loro successo, la loro saggezza... non sembrano un po’ cadaverici, non hanno forse un incarnato malsano?

Non vi sembra che il Verde abbia già cominciato a reclamare anche loro?

Gawain, all’inizio, non riesce ad accettare questo destino.

«Is this really all there is?», chiede allora al suo “carnefice”, stupefatto.

E il Cavaliere Verde, altrettanto perplesso, non può che rispondere: «What Else Ought There Be?»

Ma il nostro eroe continua a cercare un senso, uno scopo, una missione più alta. E così si ostina a “imbrogliare”, a indossare la sua fascia magica, finché alla fine fugge via senza chinare il capo.

Torna a Camelot, diventa Re, realizza tutti i suoi sogni di ragazzo... ma da tanta gloria e ricchezza non riceve altro che dolore, umiliazione e sconfitta.

Perché sta vivendo una bugia – la vita di un uomo morto, che si ostina a respirare ben oltre il proprio tempo. Trasformando il Verde della vita nel Verde della Putrefazione... una Putrefazione completamente innaturale, perché finisce con il verificarsi prima del trapasso.

E così, Gawain torna indietro, al momento della sua fatidica resa dei conti con l’Uomo Verde.

E quando piega le ginocchia e scaglia via la fascia incantata, è come se dicesse: ecco, va bene. Accetto la mia natura. Accetto la mia mortalità, rinuncio ai miei trucchi e ai miei tentativi di barare, perché adesso so che una cosa del genere sarebbe peggio che inutile: sarebbe un abominio.

Nessun uomo può sconfiggere la natura.

Quindi, riesce finalmente a compiere il suo gesto di autentico eroismo: si sottomette a una forza più grande di lui e di qualsiasi umana ambizione.

E attraverso quest’unico atto di immenso, impareggiabile coraggio, Gawain si guadagna finalmente il titolo di cavaliere...





domenica 14 novembre 2021

Recensione: "The Shadow of the Gods", di John Gwynne

The Shadow of the Gods” è un rocambolesco libro fantasy ispirato alla mitologia nordica.

L’autore, John Gwynne, è noto in Italia soprattutto per aver firmato i romanzi della serie “La Fede e l’Inganno” (edita in Italia dalla Fanucci).

Non ho (ancora) letto altro di suo, ma sul conto di Gwynne ho sempre sentito dire meraviglie. E, devo ammetterlo... “The Shadow of the Gods” si è confermato pienamente all’altezza delle mie aspettative, forse addirittura qualcosa di più: un glorioso e sanguinario epic fantasy a metà strada fra modernità e tradizione, infarcito di battaglie, magia, combattimenti e creature mostruose...

Una storia di puro escapismo, se mai ne ho letta una, ma scritta con stile da un autore che padroneggia alla perfezione i principali strumenti dell’arte narrativa, e che conosce benissimo i gusti dei suoi lettori: un intrinseco bisogno di divertimento, energia e azione...

 

Bloodsworn, Vol. 1

Potete acquistarlo QUI in inglese


La trama

Dopo che gli dèi hanno combattuto, fra di loro e contro il genere umano, fino al punto dell’estinzione, la terra di Vigrið è sempre stata una landa fratturata.

Signori della guerra e bande di mercenari dettano legge, mentre mostri di ogni tipo infestano i boschi e le montagne.

In un mondo in cui le ossa nascoste delle divinità assassinate conservano ancora un potere immenso, per coloro che si dimostreranno coraggiosi – o disperati – abbastanza da cercarle, i discendenti di quegli antichi Titani vivono invece di condizioni di schiavitù, odiati e sfruttati dalla stragrande maggioranza della popolazione... la quale, tuttavia, brama il loro sconfinato potenziale magico sopra ogni cosa.

Orka, una guerriera di mezza età formidabile e senza peli sulla lingua, si è ritirata dalle scene molto tempo fa. Tutto quello che desidera, adesso, è poter vivere in pace, allevare il figlio Breka e concentrarsi sulla sua relazione con il marito Thorkel. Ma quando un gruppo di rapitori (e potenziali assassini) si introduce nella sua proprietà, determinata a distruggere per sempre la sua ritrovata serenità familiare, Orka capisce che è giunto il momento di tornare in azione...

Nel frattempo, il giovane Varg e la coraggiosa Elvar decidono di unirsi, ciascuno a suo modo, a due bande di mercenari vaganti di fama straordinaria.

Varg vuole trovare i responsabili della morte di sua sorella e vendicarla, a qualsiasi costo.

Elvar, invece, cerca di trovare la sua strada, e di sfuggire a un destino che sembra già segnato.

Ma forse gli dèi – più vitali di quello che sembrano – hanno già un piano in serbo per loro...

 

Il codice vichingo

Di “The Shadow of the Gods” ho amato soprattutto tre cose:

1. Il world building, curatissimo e super-immersivo, che riesce a trasportarti immediatamente al centro della cultura vichinga (ovviamente, riletta in chiave super-fantastica), e a scaraventarti in un vortice di avventure senza fine;

2. Il ritmo del romanzo, assolutamente spumeggiante e denso di colpi di scena, che rende ogni capitolo coinvolgente e ricco di sorprese;

3.  Il personaggio di Orka, una straordinaria (anti)eroina degna delle migliori saghe nordiche!

John Gwynne, insomma, scrive un libro fantasy che potremmo definire “d’avventura” (un titolo che meriterebbe senz’altro una posizione di tutto rispetto anche all’interno di QUESTA nostra piccola lista), senza per questo dimenticarsi di creare una sua impeccabile cosmogonia (sempre basata sulle antiche leggende norrene, dal castigo di Loki al Ragnarǫk) e un suo intricatissimo quadro di riferimenti socio-culturali.

Brandon Sanderson incontra “Forgotten Realms”, con un abbondante tocco de “La Spada Spezzata” e una spruzzata di “Game of Thrones”...

 

Fast action... in chiave slow burn!

Il rovescio della medaglia è che la trama di “The Shadow of the Gods”, da un punto di vista meramente strutturale, non ha un grandissimo senso.

L’impressione è quella di leggere un prologo; 500 pagine di avventure e combattimenti servono per lo più a introdurre l’ambientazione e a dare il via a un intreccio che (probabilmente) assumerà una forma definita soltanto nell’arco del secondo volume.

Durante la lettura, hai spesso l’impressione che qualcosa di spettacolare stia per accadere, un grande evento catalizzatore che, finalmente, permetterà ai tre protagonisti di incontrarsi e imbarcarsi per la VERA missione al centro dell’intreccio... solo che Gwynne continua a rimandare l’avvento di quell’incidente ancora e ancora e ancora, fino a quando non ti rendi di aver abbondantemente superato il momento in cui te ne sarebbe importato qualcosa.

Continui a leggere con piacere, perché Gwynne continua a intrattenerti con maestria, e a strabiliarti con il suo intrigante sistema magico e i suoi orgogliosi personaggi tutti d’un pezzo, un nugolo di eroi ed eroine senza macchia e senza paura, degno dei miglior film di Zack Snyder...

Ma, a lettura ultimata, non puoi neanche fare a meno di chiederti quale sia stato esattamente il punto, o quali tematiche The Shadow of the Gods” si proponesse esattamente di affrontare, al di là di questo cameratesco affetto fra commilitoni che si viene a instaurare fra parecchi esponenti del cast di personaggi.


Band of brothers... and sisters!

Un cast che, già che ne stiamo parlando, ho trovato eccessivamente sovraffollato e confusionario; soprattutto perché Gwynne segue una specie di “prassi” ogni volta che ne introduce uno nuovo (cinque paragrafi di descrizione statica, un dettagliato elenco di attributi fisici seguiti da ogni singolo capo di vestiario o arma indossata dal suddetto nuovo arrivato...), elemento che, dopo un po’, tende a generare un leggero senso di monotonia e déjà vu.

D’altro canto, ho adorato il fatto che, in “The Shadow of the Gods”, tutti i personaggi femminili si siano rivelati “tosti”, capaci e importanti quanto le loro controparti maschili, o forse adsirittura di più! Oltre a Orka e ad Elvar, Gwynne introduce infatti un’intera armata di donne forti e combattive, tanto dalla parte dei “buoni” che da quella dei cattivi...

E, personalmente, a questo punto non vedo l’ora di scoprire cosa combineranno la Regina Helka e le altre nel corso dei prossimi volumi! ;D

 



domenica 24 ottobre 2021

Recensione: "A Spindle Splintered”, di Alix E. Harrow

A Spindle Splintered” è un romanzo fantasy breve scritto da Alix E. Harrow, la brillante autrice dei clamorosi bestseller “Le Diecimila Porte di January” e “Streghe in Eterno”.

Una novella irresistibile, ricca di humor, sentimenti e personaggi indimenticabili, che andrà a inaugurare un nuovissimo ciclo di retelling a tema fiabesco...

Quindi, signore, allacciate le cinture e preparatevi a fare un tuffo nel passato: il magico multiverso delle “Fractured Fables” ha bisogno di voi!

 

 

Fractured Fables, Vol. 1

Potete acquistarlo QUI in inglese



La trama

È il ventunesimo compleanno di Zinnia Gray... un giorno che per lei tende ad assumere un significato addirittura più speciale del solito, dal momento che, con ogni probabilità, sarà l’ultimo anniversario che le capiterà di celebrare su questa terra!

Mentre sua madre era incinta di lei, infatti, un incidente relativo a una potente multinazionale ha finito con il compromettere gravemente la sua salute. Il risultato? A Zinnia è stata diagnosticata una rarissima malattia, un male di cui neanche i medici sanno molto... a eccezione di questo: si dà il caso che nessuno di coloro che l’hanno contratto sia mai riuscito a sopravvivere oltre i ventun anni di età.

Dal canto suo, Zinnia è cresciuta in preda a una vera e propria ossessione nei confronti della favola della Bella Addormentata nel Bosco. Probabilmente perché... bè, andiamo: chi meglio della protagonista di quella vecchia storia, con la sua maledizione del “lungo sonno” sospesa sulla testa come un’ineluttabile spada di Damocle, potrebbe capire meglio lo stato d’animo della nostra eroina?

Adesso la migliore amica di Zinnia, Charm, è determinata a rendere il suo ultimo compleanno un evento a di poco indimenticabile; le prepara quindi un’autentica esperienza a tema Bella Addormentata, completa di torre abbandonata, petali di rose e arcolaio...

Ma quando Zinnia si punge il dito (così, per scherzo), finisce con lo svegliarsi in un luogo strano e inaspettato; un mondo diverso, in cui pare proprio che un’altra bella addormentata la stia aspettando.

Una che ha bisogno del suo aiuto; una principessa, disperata quanto lei, alla ricerca di un modo per sfuggire a un destino crudele.

 

Una fiaba per il ventunesimo secolo

Con le sue 150 pagine scarse (macabre illustrazioni comprese), “A Spindle Splintered” è diventato ufficialmente il mio libro fantasy preferito del 2021!

In parte, sospetto che questo abbia a che fare con il fatto che il romanzo sembri praticamente cucito su misura per me: con i suoi infiniti (e deliziosi) riferimenti al mondo della cultura pop, le sue tematiche femministe, il suo irriverente cast di personaggi femminili (e LGBT), in fondo questo primo capitolo delle “Fractured Fables” non poteva fare altro che conquistarmi...

Anche perché i precedenti lavori di Alix E. Harrow erano già bastati a svelare agli occhi del mondo intero la sua competenza, il suo graffiante uso del linguaggio, la sua sbalorditiva padronanza tecnica.

A chi sostiene di essere stanco di rivisitazioni, fiabe & affini, posso soltanto dire questo: sono convinta che “A Spindle Splintered” sia uno dei due retelling che qualsiasi lettrice adulta dovrebbe assolutamente premurarsi di non farsi mancare nella vita!

L’altro è “Princess Floralinda and the Forty-flight Towerdi Tamsyn Muir; un’altra storia breve, squisitamente dark e imbevuta di riferimenti all’attualità, che con il libro di Alix Harrow condivide anche quel certo, specialissimo senso di complicità instaurato con il lettore.


Vive la révolution!

La lettura di “A Spindle Splintered” si è rivelata fresca, avvincente, ammaliante.

Nel suo rapido excursus di tutte le varianti della classica fiaba della nostra infanzia, Alix E. Harrow prende in esame tutti gli elementi e tira in ballo ogni possibile versione, dalla più sdolcinata alla più raccapricciante.

Dopodiché, si prepara a consegnare ai posteri la sua personale rilettura in chiave moderna di quello stesso episodio; a tracciare cioè un altro archetipo, uno che si decide (finalmente!) a riconsegnare la storia della docile principessa maledetta nelle mani dell’unica persona in grado di cambiare le sue sorti: se stessa.

Senza dimenticare, ovviamente, l’aiuto di tutte le altre principesse maledette sparse ai quattro angoli del reame; una vera e propria rete di “sorelle”, amiche e sostenitrici; in pratica la stessa che abbiamo visto in azione (in maniera così soddisfacente e inaspettata) nel corso del secondo atto di “Streghe in Eterno”.

Semplicemente cambiando la prospettiva, restituendo alla principessa il diritto di raccontare la propria storia, Harrow riesce quindi a trasformare l’intero tessuto narrativo del racconto.

Per cui, sì, al diavolo la vecchia, patetica versione: Aurora che si punge il dito e cade sotto l’influsso del maleficio scagliato sulla sua persona da un’altra donna (una vecchia strega gelosa e competitiva, si capisce: perché, in quali altri termini due rappresentanti del sesso femminili potrebbero mai rapportarsi? XD).

Al diavolo il bacio del principe, con il suo potere salvifico e ristoratore, l’unico in grado di risvegliare la principessa alle gioie della vita!

Ma, soprattutto, al diavolo l’idea di un’Aurora addormentata per i tre quarti della sua vita! Una che, al massimo, può vantare 18 battute complessive nell’arco del suo stesso film; perché la sua voce non ha suono, la sua voce non ha peso, la sua voce non è altro che un riflesso delle esigenze narrative (e, quindi, sociali).

Laddove le “principesse” di Alix Harrow si rivelano, invece, una forza a dir poco impossibile da ignorare!

Una valanga di arguzia, lealtà, coraggio, difetti e umanità che, a forza di gridare, scuotere i pugni e resistere, finirà per trasformarsi in una potenza rivoluzionaria senza eguali.  

 

Il prossimo volume

Con leggerezza, ma senza traccia di superficialità, “A Spindle Splintered” affronta anche tematiche intense e delicate quali l’amicizia, la malattia, la morte e il senso della diversità.

Lo fa, peraltro, regalandoci una delle voci narranti più divertenti e impenitenti di sempre: quella della “giovane adulta” Zinnia, una “strega onoraria” che Juniper Eastwood avrebbe senz’altro apprezzato e ammirato dal profondo del cuore!

A partire da giugno 2022, salvo slittamenti, potremo leggere anche “A Mirror Mended”, il secondo capitolo delle “Fractured Fables”.

Da quanti volumi sarà composta la serie, in termini complessivi?

Non si sa ancora con precisione, ma, personalmente, spero che si tratterà di un ciclo luuuuungo e longevo, sulla scia degli amati racconti della serie “Wayward Children” di Seanan McGuire! *___*

 



 

domenica 17 ottobre 2021

Recensione: "She Who Became the Sun", di Shelley Parker-Chan

Un paio di mesi fa, mi sono spinta al punto di descrivere “She Who Became the Sun” come il libro fantasy più atteso dell’estate 2021...

A fine lettura, penso ancora che quello dell’esordiente Shelley Parker-Chan sia uno dei romanzi imprescindibili della stagione?

Bè, posso solo rispondere a questo interrogativo ponendovi un’altra domanda: voi quanto siete interessati, di preciso, alle tematiche inerenti alla questione dell’identità di genere?

 

Radiant Emperor, Vol. 1

Potete acquistarlo QUI in inglese


La trama

Cina, 1345.

Da quando la dinastia mongola ha conquistato il trono imperiale, nelle pianure assolate della nazione regna una fame talmente totalizzante da essersi rivelata in grado spazzare via interi villaggi.

Ed è proprio in uno di questi desolati centri abitati che vive la protagonista di “She Who Became the Sun”; una ragazzina sveglia e intraprendente, a cui naturalmente la società tende a negare ogni valore (per il motivo più vecchio del mondo: ha commesso l’errore imperdonabile di nascere senza un pene).

La piccola cerca di sopravvivere come può, sottomettendosi al volere di un padre crudele e di un fratello maggiore, Zhu Chongba, a cui le stelle hanno promesso un grande destino. A lei, invece, l’indovino ha sempre promesso soltanto una cosa: il nulla assoluto.

Ma quando arriva una banda di banditi a saccheggiare quel che resta della loro casa, e a commettere un atto di violenza imperdonabile, è Zhu Chongba ad arrendersi; è lui – il predestinato, il prescelto dal fato - a scegliere di rinunciare alla vita e lasciarsi morire.

A quel punto la ragazzina, con la pancia vuota e l’acqua alla gola, può soltanto rubare i vestiti del fratello e avviarsi verso le porte di un antico monastero.

Sarà il primo passo di un lungo, lunghissimo viaggio, che la condurrà a ingannare il cielo e a condurre armate, scontrarsi con guerrieri leggendari e rimanere invischiata in convolute macchinazioni per la conquista del potere...

Spinta dal desiderio bruciante di sopravvivere, malgrado gli orrori che la circondano, Zhu scoprirà quindi la più profonda verità su se stessa: che forse non esisterà mai un prezzo troppo alto da pagare, o un’atrocità che non sarà disposta a commettere, pur di sfuggire al suo iniziale destino di oblio.”

 

Military fantasy, o... racconto intimista?

She Who Became the Sun” è un romanzo low fantasy che, contro ogni apparenza, tende forse a rifarsi più alle “Cronache del Ghiaccio e del Fuoco” che a “La Guerra dei Papaveri” di Rebecca F. Kuang.

Anche se, in realtà, anche questo è un paragone impreciso. In verità, il libro di Shelley Parker-Chan mi ha fatto pensare soprattutto ai due romanzi di Madeline Miller, “Circe” e “La Canzone di Achille”.

L’ispirazione iniziale, del resto, ha fonti molte chiare (conosciamo tutti la leggenda di Mulan); e devo ammettere che, per una storia di questo tipo, si rivela una scelta semplicemente perfetta!

Anche perché la trama, sotto molti punti di vista, è una sorta di pretesto; un escamotage che permette a chi scrive di trattare alcune tematiche che, evidentemente, Shelley Parker-Chan avverte in modo molto acuto e personale.

Sì, so cosa state pensando: non è forse vero lo stesso a proposito di ogni singolo libro mai stampato sotto il cielo?

Probabilmente sì. In parte.

Resta il fatto che “She Who Became the Sun” (che, sulla carta, ptetende di presentarsi come un fantasy di stampo militaresco, o addirittura epico) è uno di quei libri che manifestano la chiara inclinazione a snobbare gli eventi a favore delle sensazioni, a privilegiare il linguaggio magniloquente a scapito della chiarezza, e a sacrificare gli elementi consueti della narrazione (archi narrativi, simbolismo, colpi di scena eccetera) sull’altare della pretenziosità e dell’autogiustificazione.

 

Save the best for... the beginning?

Da questo stato di cose deriva un libro che eviscera i propri nuclei tematici con forza e convinzione, affrontando ogni sfumatura del difficile percorso di realizzazione che potrebbe condurre una persona a capire di abitare il corpo sbagliato – o a capire, semplicemente, che le parole “maschio” e “femmina” andrebbero interpretate in un contesto in grado di trascendere la mera concezione biologica dei due termini.

Ma, purtroppo, si traduce anche in un intreccio svogliato, in una caterva di personaggi secondari insignificanti, e in una sequenza di scene che tendono a fare dello “show, don’t tell” uno strumento opzionale.

In “She Who Became the Sun”, quindi, troverete scene di sesso che durano quattro pagine, descritte con una dovizia di particolari abbastanza esagerata da sconfinare nell’hentai, e luuunghe disquisizioni sulle predisposizioni sentimentali di un certo personaggio, a cui è stata inflitta una punizione terribile e che adesso ha finito per innamorarsi della persona sbagliata.

Duecento giri di parole per dire che il cielo è azzurro, l’erba è verde e l’acqua è bagnata, conditi da tutti i classici errori che, in fondo, da qualsiasi autore esordiente è soltanto lecito aspettarsi.

Il resoconto di intere campagne militari e di duelli all’ultimo sangue, invece, verrà liquidato in un paragrafo; mentre gli intrighi e le cospirazioni politiche vi lasceranno a bocca aperta, più che altro perché prenderanno ad assumere la sconcertante abitudine di saltare fuori dal nulla.

Se “She Who Became the Sun” fosse stato un film, insomma, mi sarebbe sicuramente capitato di criticare l’assurda arbitrarietà del montaggio: non fosse altro che perché, per qualche assurdo motivo, almeno il 60% degli avvenimenti potenzialmente interessanti finisce per svolgersi off-screen, lontanissimo dagli occhi (e dal cuore) del lettore!

 

I protagonisti

Obiettivamente parlando, ritengo che “She Who Became the Sun” possa vantare una delle migliori nemesi di cui abbia mai avuto il piacere di leggere in un libro fantasy.

Ouyang è un personaggio complesso, che rifugge da qualsiasi semplice categorizzazione narrativa; non è un villain (non esattamente), ma non è nemmeno un aiutante, un mentore o un guardiano della soglia – sebbene, in momenti diversi, arrivi ad assumere ciascuno di questi ruoli fondamentali nell’ottica dell’arco della protagonista.

Zhu, dal canto suo, per me si è rivelata... deludente?

Non saprei come spiegarlo. Sicuramente l’uso della focalizzazione (con narratore onnisciente) non aiuta a entrare particolarmente in sintonia con questo personaggio, una persona che passa i tre quarti del tempo a pensare al destino e a indulgere in vanagloriose manie di grandezza.

Anche perché, ditemi quello che volete, l’espressione “moralmente ambigua” non basta a giustificare alcune delle sue scellerate decisioni finali.

Non riesco neanche a immaginare cosa Parker-Chan preveda di fare, invece, con Ma Yingzi. Dopotutto, la sua presentazione lasciava presagire un piano, una veste “importante”, come se il suo personaggio avesse realmente una personalità e una funzione...  ma, ovviamente, le ultime pagine del romanzo sembrano smentire questa inclinazione.

Suppongo che dovremo aspettare l’uscita del volume successivo, per avere una risposta definitiva...

 

Un fuoco di paglia?

Il punto è questo: “She Who Became the Sun”, secondo me, è un libro interessante.

Il worldbuiling è molto curato, la prospettiva di Shelley Parker-Chan unica e convincente.

Però non credo sia uno dei migliori libri fantasy degli ultimi anni, né uno spettacolare romanzo ad ambientazione asiatica, nel senso più ampio del termine.

Ha semplicemente avuto la fortuna di uscire al momento giusto, e di poter trarre giovamento dalla grande ondata di curiosità che ruota attorno ad alcuni temi molto delicati e importanti.

Volete leggere un romanzo con una trama più o meno simile, ma dotato di un ritmo più incalzante, di personaggi vividi e di un linguaggio più coinvolgente? Leggete la duologia di “Eona di Alison Goodman.

Volete lasciarvi trascinare in un viaggio dissennato e brutale, sfiorare l’apice della dannazione e della crudeltà, sullo sfondo di una ribellione maledetta dagli dei? Leggere “La Guerra dei Papaveri” di R. F. Kuang.

Volete immergervi nell’atmosfera incantata di una love-story sensuale, mozzafiato e contrastata da oscure creature ispirate alla mitologia cinese e giapponese? Leggete “The Tiger’s Daughter di K. Arsenault Rivera.   

Amate il genere wuxia, i personaggi eccentrici e i romanzi di cappa e di spada? Leggete “The Order of the Pure Moon Reflected in Water” di Zen Cho.

Siete interessati ad approfondire i concetti di “identità non binaria”, gender fluidity e disforia sessuale

Bè, non vi resta che armarvi di pazienza: l’edizione italiana di “She Who Became the Sun” arriverà in libreria a partire dai prossimi mesi, a opera della Mondadori! :)

 



 

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