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domenica 20 marzo 2022

Recensione: "Goodwill", di Manlio Castagna

Goodwill” è un libro horror per ragazzi, un romanzo che rappresenta contemporaneamente uno spin-off e un prequel della straordinaria serie a fumetti “Mercy” di Mirka Andolfo.

La trama escogitata da Manlio Castagna si concentra sull’origin story di Ambrosiosus Goodwill; in modo particolare, sul grande mistero che circondò la sua infanzia, e sulle terrificanti conseguenze che ricaddero sulla sua piccola comunità di pionieri, nel pieno dell’America di metà Ottocento, in seguito a questo evento...

 

Potete acquistarlo QUI in italiano


La trama

In una livida alba di novembre del 1851, dopo un viaggio di sette mesi, i coloni approdano a quella che diverrà Seattle. Speranza, felicità e disperazione si mescolano alla pioggia che li inzuppa fino alle ossa.

È in questa comunità di uomini e donne volenterosi che nasce il piccolo Ambrosius Goodwill. La sua infanzia trascorre serena finché all'età di quattro anni, giocando nel bosco, il bambino sparisce.

Resta lontano da casa per una settimana. A nulla serve battere la foresta palmo a palmo, e il Viaggio di Conoscenza intrapreso dal grande sciamano indiano per ritrovare tracce del bambino non dà risposte rassicuranti. Poi, in una giornata di tempesta, Goodwill riappare sulla soglia di casa. Ma non è più il bambino spensierato di prima: sembra non soffrire la fame, il freddo, non sentire il sonno né provare emozioni.

E quando a Seattle cominciano ad accadere tragedie che coinvolgono tutta la comunità, si dice che sia proprio quel bambino a portare la sventura...

 

"Goodwill": la recensione

Voglio essere del tutto sincera con voi: ho amato moltissimo “Mercy”, e penso che Mirka Andolfo sia una delle artiste più brillanti, coinvolgenti e ricche di immaginazione che il panorama del fumetto italiano abbia da offrire.

Esattamente per questo motivo, ho deciso di approcciarmi alla lettura di “Goodwill” in preda a un carico di aspettative moderatamente basso.

Perché, siamo seri... L’uscita stessa di un titolo come “Goodwill” emana un chiaro sentore di trovata commerciale casuale. Dopotutto, non è che le parole “libro horror per ragazzi” e “Mercy” siano in grado di evocare un chiaro e immediato collegamento nella mente del lettore.

Anzi: credo che, considerando le situazioni ambigue, i toni dark e i temi maturi affrontati nella graphic novel originale, a una persona verrebbe piuttosto spontaneo domandarsi da dove sia scaturita, esattamente, un’idea del genere.

Come se a qualcuno venisse improvvisamente in mente di dedicare un romanzo per tredicenni all’infanzia tormentata di Vanessa Ives in “Penny Dreadful”: un’operazione talmente stravagante e improbabile che, probabilmente, finirei con il pre-ordinare la mia copia con almeno tre mesi di anticipo rispetto all’uscita! XD

Ma sempre continuando a tenere una guardia alta.

Perfino così, ammetto di aver trovato la lettura di “Goodwill” deludente, stancante e vagamente frustrante.

In rete, è possibile imbattersi in svariate recensioni alternative alla mia; vi consiglio di buttarci un’occhiata, così potrete prendere atto dei loro toni entusiastici e ricchi di apprezzamento, e capire che la mia è solo un’opinione fra le tante.

Nel mio piccolo, però...

Bè, voglio essere del tutto sincera con voi: la verità è che ho trovato “Goodwillnoioso, pasticciato e sciropposo da qualsiasi possibile punto di vista!

 

Al punto di incontro fra trailer e sceneggiatura

L’aspetto peggiore, probabilmente, è che considero “Goodwill” una lettura inappropriata per qualsiasi fascia di età.

Mi spiego meglio: l’intreccio dell’opera di Castagna è troppo “basico”, superficiale e semplicistico, per essere davvero in grado di esercitare un qualche tipo di appeal sul lettore adulto. La storia di un bambino che svanisce nel bosco, per tornare indietro “cambiato” e cominciare a comportarsi in maniera imprevedibile?

Abbiamo letto/visto questa storia un’infinità di volte. È un canovaccio ricorrente, nell’ambito della letteratura e del cinema di genere; changeling e bambini scambiati di ogni genere hanno sempre fatto parte del nostro folclore, dopotutto.

E il pubblico contemporaneo ha ampiamente dimostrato di saper apprezzare ancora questo tema (lo dimostra, ad esempio, il recente successo del notevole dark fantasy di Krystal Sutherland “House of Hollow”...), a patto che venga trattato con originalità, personalità, sensibilità e/o profondità da parte dell’autore. 

Cosa che Castagna, purtroppo, secondo me in questo caso non si è sforzato troppo di fare.

D’altro canto, dubito che consiglierei la lettura di “Goodwill” a un teenager o a un preadolescente. Un po’ perché contiene un paio di immagini molto grafiche relative a scene di violenza ai danni di animali, e un po’ perché la tendenza dell’autore al “riassunto e raccontato” (a discapito del mostrato) finisce per rendere il romanzo inutilmente lento, macchinoso e ridondante.

Soprattutto nel corso del primo atto. Vi dico solo che, per tutto il tempo, continuavo ad avere la sensazione di sentire quel classico vocione “da trailer” che mi leggeva i paragrafi di “Goodwill” in fondo alla mente, in quell’inconfondibile tono gongolante e carico di autocompiacimento: «Quest’inverno, preparatevi ad assistete all’evento dell’anno: oh oh oh, adesso sì che ne vedrete delle belle

Solo che io, alla fine, non ho visualizzato un bel niente.

Ho giusto preso atto di questo o quell’altro cliché, preso in prestito da un ampio filone di cinema horror e “mixato” agli elementi caratteristici dell’opera della Andolfo.

 

Antologia dei “creepy kids”: un compendio

E così siamo arrivati al punto in cui vi spiego in quale campo, invece, la sottoscritta ritiene che Castagna abbia svolto un lavoro eccellente.

Vale a dire nello scovare, rielaborare e presentare ai suoi lettori ogni singolo trope mai apparso nell’ambito del filone dominato dai famigerati “eerie children”.

Il Villaggio dei Dannati”, “ll Presagio”, “Grano Rosso Sangue”, “Rosemary’s Baby”...  L’autore possiede una conoscenza pressoché enciclopedica di questi grandi classici, e fortunatamente riesce a sfruttarla per inserire all'interno del suo libro una serie di scene cariche di suspense, sottile maliziasospensione onirica.

Avrebbero potuto aspirare a esercitare un impatto maggiore, a livello emotivo e/o intellettuale, le suddette scene?

Sicuramente sì.

Se, ad esempio, l’autore fosse riuscito a trattenersi dall’irritare e confondere il suo lettore, continuando a saltare da un punto di vista all’altro in una maniera che mi sentirei di definire soltanto come isterica.

 Se la narrazione avesse scelto di seguire una focalizzazione di qualsiasi tipo, anziché mirare soltanto a ricreare l’occhietto asettico e ballerino di una telecamera invisibile.

Se l’ambientazione storica fosse stata ricreata con un qualsiasi grado di autenticità e verosimiglianza (la famiglia di Goodwill è essenzialmente il tipico nucleo famigliare da Mulino Bianco, sbalzato in un contesto simil-western che sembra rifarsi alle avventure di Tex Willer e Kit Carson più che a qualsiasi altra cosa).

E se i dialoghi non sembrassero la somma di un milione di trite battute da B-movie visti da bambini nel cuore dell’estate.

Insomma, un titolo che consiglierei soltanto come possibile introduzione all’oscuro e conturbante mondo di “Mercy”, o a un lettore di horror alle primissime armi

I neofiti potrebbero trovare appagante l’uso di determinati spunti tematici evergreen, soprattutto quelli intenzionati a compiere una rapida “toccata e fuga” nel regno della narrativa dell’orrore, prima di tornare a tuffarsi all’interno della propria confort zone! :)

 

 



domenica 13 marzo 2022

Recensione: "Queste Gioie Violente", di Chloe Gong

Queste Gioie Violente”, traduzione italiana del romanzo fantasy storicoThese Violent Delights” di Chloe Gong, arriverà in libreria il 10 maggio 2022. Direi, quindi, che è finalmente arrivato il momento di proporvi una recensione dell’opera in lingua originale, letta su Storytel e “consumata” fra una pausa lavorativa e l’altra…

Una modalità di fruizione che, in realtà, ho trovato piuttosto appropriata al tipo di libro in questione.

Malgrado le apparenze, infatti, “Queste Gioie Violente” è uno YA dal taglio cinematografico e volto a valorizzare il fattore dell’intrattenimento sopra ogni cosa. Tuttavia, non sempre l’autrice sembra consapevole di questo orientamento; tant’è che, alla fine, il romanzo riesce a coinvolgere e divertire malgrado le sue (improbabili) ambizioni di stampo filosofico-politico-esistenziale, e non certo grazie a esse…


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La trama

È il 1926, e Shangai canticchia al ritmo di una nenia di dissolutezza e corruzione.

Una faida di sangue fra due clan di gangster rivali continua a intingere le strade nel sangue, lasciando la città nel caos.

Juliette Cai è l’erede, orgogliosa e altera, della Scarlet Gang – una rete altamente organizzata di criminali, che si innalza ben al di là della portata della legge.

Roma Montagov è il figlio d’oro dei suoi più grandi rivali, i White Flowers, un gruppo che continua a combattere contro gli Scarlet per il controllo di Shangai da generazioni e generazioni.

Ma Roma è anche il primo, grande amore di Juliette... nonché il responsabile del suo primo tradimento.

Quando una follia mortale comincia ad abbattere gangster di ogni fazione, la gente inizia a mormorare. Pettegolezzi inquietanti, a propositi di una violenta forma di contagio, e di un mostro che si annida nell’oscurità.

Così, mentre la pila dei morti prende a farsi sempre più ingombrante, Juliette e Roma capiscono di avere dalla loro soltanto una scelta: mettere da parte le armi, stipulare una tregua e provare a risolvere la situazione... prima che la loro città si trasformi in un bagno di sangue.

 

“And in their triumph die, like fire and powder...”

Se amate Shakespeare (o siete grandi fan della serie tv “Westworld”), probabilmente avrete già riconosciuto la citazione che presta il titolo al romanzo d’esordio di Chloe Gang.

«Le gioie violente hanno violenta fine», scriveva il Bardo, «e muoiono nel loro trionfo, come il fuoco e la polvere da sparo, che si consumano al primo bacio.»

Un titolo quanto mai appropriato, lasciate che ve lo dica, per un libro che si propone come un retelling di Giulietta e Romeo con echi di “Gangs of New York” e “Godzilla”, peraltro ambientato nella tumultuosa e scintillante Shangai degli anni Venti.

Una premessa che è praticamente una garanzia di successo (dal punto di vista commerciale, almeno), e che, difatti, ha già fatto sì che il libro di Chloe Gong restasse saldamente ancorato alle cime di tutte le classifiche di vendita per più di 40 settimane di fila.

Ma che tipo di romanzo è, “Queste Gioie Violente”? Vale davvero la pena leggerlo?

Risposta lampo: secondo me sì, certo, a patto che siate consapevoli di essere in procinto di imbarcarvi in una lettura:

a.  poco impegnativa;

b.  dai toni abbastanza romanticheggianti e passionali, ma non particolarmente incentrata sull’elemento romance;

c. non necessariamente adrenalinica e ricca d’azione.

Se siete follemente innamorati di libri come “Magic”, di Victoria Schwab, o “La Stirpe della Gru”, di Joan He, insomma, la legge di probabilità vuole che “Queste Gioie Violente” finisca per farvi impazzire di curiosità e delizia

Tutti gli altri, siano avvertiti.

 

Luci e ombre (e Kaijū) a Shangai

L’ambientazione di “Queste Gioie Violente”, affascinante e curatissima dal punto di vista della ricerca storica, rappresenta sicuramente uno dei suoi più grandi fiori all’occhiello.

L’incipit del romanzo è travolgente; il finale incalza e diverte, e lo stile dell’autrice riesce a centrare quel perfetto punto di incontro fra “semplice e d’impatto” e “raffinato ed espressivo”.

In verità, sospetto che “Queste Gioie Violente” sarebbe un titolo perfetto per un adattamento televisivo: lo sviluppo della trama è incredibilmente pasticciato (soprattutto nella parte centrale, dal midpoint in poi, che purtroppo ristagna come le famose Paludi Morte de “Il Signore degli Anelli”…), ma gli eventi-chiave riescono a suscitare un appeal emotivo non indifferente, e l’estetica del libro ha un sapore decisamente… spettacolare, ecco.

Capiamoci bene: i primi capitoli del libro di Chloe Gong promettono mari e monti, ma il resto del libro riesce a consegnare… mmm, diciamo il 50%, 60% del potenziale implicito in quella promessa?

L’autrice dedica numerosi capitoli all’approfondimento delle dinamiche sociali e delle personalità dei personaggi. Il problema è che quasi nessuno dei suddetti comprimari si rivela all’altezza di tanta attenzione (con la vistosa eccezione di Katheleen e, forse, Marshall...), e lo stesso vale per Juliette (sempre pericolosamente in bilico sull’orlo dell’abisso che porta nella leggendaria Terra di Mary-Sue...) e Roma (che a tratti sembra un love interest di contorno, piuttosto che un co-protagonista vero e proprio).

Le complessità politiche e storiche che circondano la città di Shangai, d’altro canto, contribuiscono, in parte, a riscattare tutte le ingenuità concettuali e psicologiche che aleggiano attorno al cast principale.

Una caratteristica che riesce a tenere viva una scintilla di curiosità perfino nei momenti in cui, goffamente, Chloe Gong cerca di manipolare emotivamente il lettore, introducendo, chessò, il personaggio dickensiano della piccola, povera, patetica Alisa Montagov, o i due antagonisti-simmetrici Dmitri e Tyler (perfettamente intercambiabili fra di loro, e ovviamente egualmente destabili).

Leggerò il sequel di “Queste Gioie Violente”, quindi?

Sicuramente !

Soprattutto perché credo che Chloe Gong sia un’autrice da tenere d’occhio, e perché la trama del suo prossimo libro (“Foul Lady Fortune”, collocato nello stesso universo narrativo di “Queste Gioie Violente”) mi incuriosisce in modo particolare.

Ma anche perché un buon cliffhanger è sempre capace di esercitare il suo fascino, e perché sospetto che “Our Violent Ends” sia ancora in grado di riservarci parecchie sorprese! :)




giovedì 20 gennaio 2022

"Wytches": la recensione del fumetto horror di Scott Snyder e Jock

Dopo aver letto lo strabiliante “Nocterra”, il nome Scott Snyder continuava a ronzarmi nella mente.

Per cui, non appena ho scoperto l’esistenza della sua miniserie a fumetti “Wytches”, mi sono praticamente sentita in dovere di recuperare questa suggestiva e inquietante storia a tema stregonesco...

Avrò fatto bene?

Continuate a leggere la recensione per scoprirlo! ;D

 

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La trama

In cerca di pace dopo un terribile trauma, la famiglia Rooks si trasferisce in un pacifico paese del New Hampshire.

Ma la loro vita è tutt’altro che idilliaca...

Sailor, la figlia adolescente, soffre di un grave disturbo d’ansia e viene costantemente presa di mira da una bulletta della scuola.

Il padre, Charlie, è uno scrittore di libri per bambini, disperatamente alla ricerca di un modo per lasciarsi alle spalle un passato denso di alcolismo e vergogna.

La madre, Lucy, è finita sulla sedia a rotelle in seguito a un terribile incidente, e da allora non è più stata esattamente la stessa.

I Rooks, adesso, non sognano d’altro che di voltare pagina e ricominciare tutto daccapo... ma nei boschi intorno alla loro nuova casa si nascondono creature mostruose e affamate; spaventose entità assassine che gli abitanti del luogo definiscono “streghe”.

E quando una di loro prende di mira Sailor, Charlie capisce che è arrivato il momento di sguainare le armi e sfidare l’oscurità che si annida fra gli alberi – e dentro di lui.

 

Cosa si nasconde nei boschi del New England?

Wytches” narra una storia profondamente violenta e disturbante, a metà fra folk horror e il tipico filone da maledizione famigliare in stile “Hereditary”.

Sospetto che i fan di Joe Hill potrebbero apprezzarla in modo particolare.

Dal canto mio, l’ho trovata affascinante e complessa, anche se a un certo punto ho cominciato ad accusare una punta di angoscia e mi sono ritrovata, quasi non volendo, a dilazionare la lettura.

Sotto certi aspetti, la trama e i personaggi mi hanno fatto pensare a “Locke and Key” (mi riferisco alla versione originale, il fumetto edito in Italia da Magic Press, e non all’omonima serie tv Netflix...); ma anche a innumerevoli romanzi di Stephen King.

Wytches”, infatti, deve sicuramente moltissimo ai lavori del grande Re del Brivido, e intendo sia in termini di ispirazione, che di atmosfera e sviluppo dell’intreccio.

Ad esempio, il confronto fra Sailor e la sua aguzzina adolescente, la temibile Annie, secondo me richiama alla memoria alcune dinamiche di “Stand by me”; ma anche alcune sequenze di “Le notti di Salem” e di “Cuori in Atlantide”, e a questo punto mi tratterrò dall’aggiungere altro, soprattutto per evitare spoiler a chi ancora non avesse letto nessuno di questi libri!

Mentre l’intenso e commovente rapporto fra padre e figlia, l’autentico fulcro emotivo della narrazione, mi ha fatto tornare in mente libri come “Doctor Sleep” e “L’Incendiaria”...

 

Ombre come mostri

Anche al di là di queste affinità, l’opera di Scott Snyder e Jock (alias Mark Simpson, noto collaboratore della DC) regala un turbine di shock e di emozioni forti, fra colpi di scena inenarrabili e svolte narrative deliziosamente spietate.

Le illustrazioni, badate, sono moooolto particolari.

Un maelstrom di ombre nerissime, luci abbaglianti e spigoli taglienti; una frenesia di colori che, se da un lato contribuisce ad aumentare in maniera esponenziale il senso di terrore e sgomento “onirico” evocato dai testi, in altre scene rischia seriamente di trasformarsi in un test di Rorschach!

Personalmente, non ho amato moltissimo questo aspetto, perché a tratti ammetto di essermi sentita confusa e disorientata; mi riferisco soprattutto ai primi capitoli della miniserie, laddove la penna di Snyder prende a farsi particolarmente ellittica e frettolosa.

Ma il tocco di Jock contribuisce senz’altro a infondere quel certo tocco alla “Cappuccetto Rosso persa nel bosco” al resto della storia; dopotutto, sospetto che sia stata soprattutto la sua visione degli eventi, personale e grondante di sangue, a trasformare un classico monster comic come “Wytches” in una fiaba dark dolente, grottesca e contemporanea.

Le creature, dal canto loro, rappresentano forse uno degli elementi più convincenti e genuinamente terrificanti del fumetto.

La mitologia alla base della loro creazione è molto solida, tanto per cominciare, e l’ambientazione rurale riesce a evocare un costante senso di disagio e paranoia nel lettore.

Probabilmente perché, a differenza di molti altri titoli simili, “Wytches” riesce effettivamente a instillare in chi legge il dubbio insistente che il pericolo, la corruzione e l’orrore si annidino ovunque, perfino nei recessi più insospettabili della vita quotidiana... e che a nessuno – in nessun caso – vada mai concesso l’enorme beneficio della fiducia incondizionata.

 



martedì 4 gennaio 2022

"Goodwill": arriva lo spin-off di "Mercy" scritto da Manlio Castagna

Se, come me, avete amato “Mercy”, la graphic novel horror di Mirka Andolfo al punto di incontro fra “Penny Dreadful”, “L’Alienista” e “Il Richiamo di Cthulhu”, potreste essere incuriositi dall’imminente uscita di un romanzo spin-off chiamato “Goodwill”, firmato dal popolare autori di libri per ragazzi Manlio Castagna.

Il libro sarà, ovviamente, incentrato sull’omonimo personaggio creato da Andolfo. Un prequel targato Piemme, che andrà a raccontare l’infanzia terrificante di Ambrosius Goodwill, il misterioso maggiordomo di Lady Hellaine...

 


Potete acquistare il romanzo QUI, in italiano


La trama

In una livida alba di novembre del 1851, dopo un viaggio di sette mesi, i coloni approdano a quella che diverrà Seattle.

 Speranza, felicità e disperazione si mescolano alla pioggia che li inzuppa fino alle ossa. E in questa comunità di uomini e donne volenterosi che nasce il piccolo Ambrosius Goodwill.

La sua infanzia trascorre serena finché all'età di quattro anni, giocando nel bosco, il bambino sparisce. Resta lontano da casa per una settimana. A nulla serve battere la foresta palmo a palmo, e il Viaggio di Conoscenza intrapreso dal grande sciamano indiano per ritrovare tracce del bambino non dà risposte rassicuranti.

 Poi, in una giornata di tempesta, Goodwill riappare sulla soglia di casa.

Ma non è più il bambino spensierato di prima: sembra non soffrire la fame, il freddo, non sentire il sonno né provare emozioni. E quando a Seattle cominciano ad accadere tragedie che coinvolgono tutta la comunità, si dice che sia proprio quel bambino a portare la sventura...

 

Alle origini del Male

Goodwill” ci promette un viaggio alle origini della “maledizione”, la spirale di violenza e terrore che abbiano in visto in azione durante la lettura di “Mercy”.

Un progetto narrativo senz’altro inaspettato: soprattutto perché la graphic novel aveva un taglio moooolto dark e maturo, mentre quello di Castagna sarà, presumibilmente, un romanzo adatto anche al pubblico dei giovanissimi (su molti store online, la fascia d’età consigliata si estende dai 13 ai 16 anni).

Ciò premesso, “Mercy” è uno di quei titoli che mi pento amaramente di non aver (ancora) trovato il tempo di recensire qui sul blog. Una storia a fumetti suggestiva, inquietante e originale, popolata di personaggi ambigui, villain sconvolgenti e anti-eroine indimenticabili.

Senza rischiare di spoilerare nulla a nessuno, mi limiterò ad affermare che Goodwill rientra sicuramente nel novero dei comprimari più dark e potenzialmente interessanti.

Fra melmose colonie dimenticate dagli dei e ancestrali foreste infestate da chissà cosa (o chissà chi), sembra proprio che la trama del libro di Castagna ci permetterà di svelare alcuni dei suoi segreti più oscuri, e di approfittare dell’opportunità per fare un altro viaggio nella conturbante Seattle ottocentesca.


Merciless

Il tutto, nella febbrile attesa di ottenere nuovi aggiornamenti a proposito di “Merciless”, il sequel che Panini e Andolfo hanno messo in cantiere l’anno scorso.

Per il momento, sappiamo soltanto due cose a riguardo:

1 La trama di “Merciless” si svolgerà sette anni dopo la fine degli eventi narrati nel corso della prima graphic novel

2. Mirka Andolfo scriverà la sceneggiatura, ma stavolta sarà l’artista americana Siya Oum a occuparsi delle illustrazioni.

A questo punto, non ci resta che tenere le dita incrociate...


 

Potete leggere QUI la mia recensione di "Goodwill"! :D



mercoledì 15 dicembre 2021

Recensione: "Semelparous" - Vol. 1 (manga)

Qualcuno ha detto «Attack on Titans in versione yuri», per caso?

No?

Che strano... eppure, ero abbastanza sicura di aver sentito parlare del primo volume di “Semelparous”, il nuovissimo manga distopico targato Seven Seas Entertainment! XD

 


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La trama

In un futuro prossimo immediato, colossali creature mostruose cercano costantemente di riversarsi oltre il muro che separa il nostro mondo da una realtà parallela.

I Kaijuu sono bestioni enormi, dal temperamento ferocemente distruttivo. Per fermarli – e impedire l’Apocalisse – una squadra di guerrieri dotati di poteri speciali si addestra giorno e notte, con l’unico obiettivo di imparare a padroneggiare la magia e distruggere una volta per tutte la minaccia.

Yorino e Haruka hanno sempre desiderato entrare a far parte del team degli Aegis. La loro infanzia è stata scandita da una serie di allenamenti brutali e da un’ambizione lacerante, quella di guadagnarsi il primo posto nella classifica dei migliori studenti dell’Accademia.

Negli anni, le due ragazze hanno sempre saputo di poter contare su una cosa soltanto: la loro amicizia, un profondo legame di sorellanza/cameratesca rivalità che, nel tempo, è stato in grado di motivarle e spingerle sempre più in alto.

Ma, a un passo dalla meta, accade l’inenarrabile: un Kaijuu anomalo uccide Haruka, scaraventando Yorino in preda a una frenesia assassina.

Da quel momento in avanti, la nostra eroina vivrà soltanto per la vendetta.

Ma un giovane capitano degli Aegis, un’atletica diciottenne di nome Youko, decide di prendere Yorino sotto la sua ala, trasformandola nella sua partner.

Per Yorino comincia una vita completamente nuova; un lungo viaggio alla scoperta di se stessa, dei suoi poteri, della vera natura dei Kaijuu... e del legame speciale che, a poco a poco, sta cominciando a formarsi fra lei e Youko.


Mostri giganti, combattimenti e dimensioni parallele

Semelparous” è un manga all’insegna dell’intrattenimento più spensierato.

La trama e i personaggi non brillano certo per originalità (anzi!), ma devo ammettere che la lettura è volata via in un battibaleno, trasportandomi all’interno di una storia dal taglio cinematografico e altamente adrenalinico.

L’arco narrativo di Yorino ha già cominciato a imboccare una direzione molto specifica, che non posso fare a meno di apprezzare.

Ancora una volta, lo ribadisco: non si tratta di una svolta particolarmente rivoluzionaria, soprattutto considerando gli standard del genere... ma l’oscurità che comincia a insinuarsi nel cuore della protagonista promette una grande trasformazione e, ancora meglio, l’introduzione di parecchie sfumature interessanti nel corso dei capitoli a venire.

Tenete sempre in considerazione il fatto che la sottoscritta: a) stravede per i monster movies in stile “King Kong” e “Godzilla” da quando aveva sette anni; b) adora gli yuri da quando ne aveva compiuti forse sedici; c) è letteralmente ossessionata dal film “Pacific Rim” e dalla sua premessa “due piloti ai comandi contro il mondo intero!”.

Se i vostri gusti non si allineano in modo particolare con nessuno di questi tre punti, è improbabile che “Semelparous” possa fare al caso vostro.

Anche perché questo primo volume risente di una certa tendenza all’esposizione, un fattore che rallenta inutilmente il ritmo e costringe il lettore a sorbirsi una discreta dose di spiegoni.

 

Da grandi poteri, derivano grandi bocc... ehm, responsabilità!

Da un punto di vista personale, credo che le illustrazioni di “Semelparous” siano poco meno che spettacolari.

Nei manga, spesso, le scene di combattimento tendono a risultare caotiche e ridondanti; un turbine di movimenti senza capo né coda, che di solito riescono a lasciarmi in preda a un logorante senso di frustrazione.

In “Semelparous”, invece, ogni singola azione viene rappresentata in modo chiaro, piacevole e “pulito”, facilitando il lavoro di comprensione del lettore e permettendogli di seguire l’intreccio senza grossi problemi.

L’unico difetto… Bè, Ogino Jun calca profondamente la mano sulla componente ecchi.

In molte vignette, le due protagoniste, Yorino e Youko, sembrano due “bambolone” appena sbarcate dal set di un film porno. Seni prorompenti, mutandine in bella vista, prospettive maliziose, armature super-aderenti...

Dopo tre stagioni di “Queen’s Blade”, la verità è che tendo a non fare più caso a questo genere di dettagli XD... ma, se non siete abituati al genere, è possibile che la cosa abbia ancora il potere di disturbarvi (o, perlomeno, di distrarvi).

Per quanto riguarda la componente sentimentale, invece, ovviamente siamo ancora agli inizi. Ma la relazione fra Yorino e Youko sembra già avviata su un piano molto fisico.

Ogino Jun scrive/illustra la sua opera avendo evidentemente in mente il suo lettore-tipo di manga seinen: maschio, adolescente e perennemente a caccia di malizia. Il che vuol dire che, non appena intravede la possibilità di inserire da qualche parte una scenetta sotto la doccia, una palpatina, un furtivo sfregamento di poppe e via discorrendo, lo fa senza esitare, sicurissimo di farla franca.

Magari, se saremo fortunati, nel corso dei prossimi volumi si ricorderà di aggiungere anche qualche dialogo significativo, o un’interazione di natura un po’ meno “materiale”.

Anche perché l’alchimia fra Yorino e Youko funziona benissimo, e le premesse per un tentativo di caratterizzazione più approfondito sono tutt’altro che assenti!

 



domenica 14 novembre 2021

Recensione: "The Shadow of the Gods", di John Gwynne

The Shadow of the Gods” è un rocambolesco libro fantasy ispirato alla mitologia nordica.

L’autore, John Gwynne, è noto in Italia soprattutto per aver firmato i romanzi della serie “La Fede e l’Inganno” (edita in Italia dalla Fanucci).

Non ho (ancora) letto altro di suo, ma sul conto di Gwynne ho sempre sentito dire meraviglie. E, devo ammetterlo... “The Shadow of the Gods” si è confermato pienamente all’altezza delle mie aspettative, forse addirittura qualcosa di più: un glorioso e sanguinario epic fantasy a metà strada fra modernità e tradizione, infarcito di battaglie, magia, combattimenti e creature mostruose...

Una storia di puro escapismo, se mai ne ho letta una, ma scritta con stile da un autore che padroneggia alla perfezione i principali strumenti dell’arte narrativa, e che conosce benissimo i gusti dei suoi lettori: un intrinseco bisogno di divertimento, energia e azione...

 

Bloodsworn, Vol. 1

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La trama

Dopo che gli dèi hanno combattuto, fra di loro e contro il genere umano, fino al punto dell’estinzione, la terra di Vigrið è sempre stata una landa fratturata.

Signori della guerra e bande di mercenari dettano legge, mentre mostri di ogni tipo infestano i boschi e le montagne.

In un mondo in cui le ossa nascoste delle divinità assassinate conservano ancora un potere immenso, per coloro che si dimostreranno coraggiosi – o disperati – abbastanza da cercarle, i discendenti di quegli antichi Titani vivono invece di condizioni di schiavitù, odiati e sfruttati dalla stragrande maggioranza della popolazione... la quale, tuttavia, brama il loro sconfinato potenziale magico sopra ogni cosa.

Orka, una guerriera di mezza età formidabile e senza peli sulla lingua, si è ritirata dalle scene molto tempo fa. Tutto quello che desidera, adesso, è poter vivere in pace, allevare il figlio Breka e concentrarsi sulla sua relazione con il marito Thorkel. Ma quando un gruppo di rapitori (e potenziali assassini) si introduce nella sua proprietà, determinata a distruggere per sempre la sua ritrovata serenità familiare, Orka capisce che è giunto il momento di tornare in azione...

Nel frattempo, il giovane Varg e la coraggiosa Elvar decidono di unirsi, ciascuno a suo modo, a due bande di mercenari vaganti di fama straordinaria.

Varg vuole trovare i responsabili della morte di sua sorella e vendicarla, a qualsiasi costo.

Elvar, invece, cerca di trovare la sua strada, e di sfuggire a un destino che sembra già segnato.

Ma forse gli dèi – più vitali di quello che sembrano – hanno già un piano in serbo per loro...

 

Il codice vichingo

Di “The Shadow of the Gods” ho amato soprattutto tre cose:

1. Il world building, curatissimo e super-immersivo, che riesce a trasportarti immediatamente al centro della cultura vichinga (ovviamente, riletta in chiave super-fantastica), e a scaraventarti in un vortice di avventure senza fine;

2. Il ritmo del romanzo, assolutamente spumeggiante e denso di colpi di scena, che rende ogni capitolo coinvolgente e ricco di sorprese;

3.  Il personaggio di Orka, una straordinaria (anti)eroina degna delle migliori saghe nordiche!

John Gwynne, insomma, scrive un libro fantasy che potremmo definire “d’avventura” (un titolo che meriterebbe senz’altro una posizione di tutto rispetto anche all’interno di QUESTA nostra piccola lista), senza per questo dimenticarsi di creare una sua impeccabile cosmogonia (sempre basata sulle antiche leggende norrene, dal castigo di Loki al Ragnarǫk) e un suo intricatissimo quadro di riferimenti socio-culturali.

Brandon Sanderson incontra “Forgotten Realms”, con un abbondante tocco de “La Spada Spezzata” e una spruzzata di “Game of Thrones”...

 

Fast action... in chiave slow burn!

Il rovescio della medaglia è che la trama di “The Shadow of the Gods”, da un punto di vista meramente strutturale, non ha un grandissimo senso.

L’impressione è quella di leggere un prologo; 500 pagine di avventure e combattimenti servono per lo più a introdurre l’ambientazione e a dare il via a un intreccio che (probabilmente) assumerà una forma definita soltanto nell’arco del secondo volume.

Durante la lettura, hai spesso l’impressione che qualcosa di spettacolare stia per accadere, un grande evento catalizzatore che, finalmente, permetterà ai tre protagonisti di incontrarsi e imbarcarsi per la VERA missione al centro dell’intreccio... solo che Gwynne continua a rimandare l’avvento di quell’incidente ancora e ancora e ancora, fino a quando non ti rendi di aver abbondantemente superato il momento in cui te ne sarebbe importato qualcosa.

Continui a leggere con piacere, perché Gwynne continua a intrattenerti con maestria, e a strabiliarti con il suo intrigante sistema magico e i suoi orgogliosi personaggi tutti d’un pezzo, un nugolo di eroi ed eroine senza macchia e senza paura, degno dei miglior film di Zack Snyder...

Ma, a lettura ultimata, non puoi neanche fare a meno di chiederti quale sia stato esattamente il punto, o quali tematiche The Shadow of the Gods” si proponesse esattamente di affrontare, al di là di questo cameratesco affetto fra commilitoni che si viene a instaurare fra parecchi esponenti del cast di personaggi.


Band of brothers... and sisters!

Un cast che, già che ne stiamo parlando, ho trovato eccessivamente sovraffollato e confusionario; soprattutto perché Gwynne segue una specie di “prassi” ogni volta che ne introduce uno nuovo (cinque paragrafi di descrizione statica, un dettagliato elenco di attributi fisici seguiti da ogni singolo capo di vestiario o arma indossata dal suddetto nuovo arrivato...), elemento che, dopo un po’, tende a generare un leggero senso di monotonia e déjà vu.

D’altro canto, ho adorato il fatto che, in “The Shadow of the Gods”, tutti i personaggi femminili si siano rivelati “tosti”, capaci e importanti quanto le loro controparti maschili, o forse adsirittura di più! Oltre a Orka e ad Elvar, Gwynne introduce infatti un’intera armata di donne forti e combattive, tanto dalla parte dei “buoni” che da quella dei cattivi...

E, personalmente, a questo punto non vedo l’ora di scoprire cosa combineranno la Regina Helka e le altre nel corso dei prossimi volumi! ;D

 



venerdì 29 ottobre 2021

Recensione: "The Hollow Places", di T. Kingfisher

Aspettando Halloween, non poteva assolutamente mancare sul "Laumes' Journey" la recensione del libro horror più elettrizzante, pauroso ed eccentrico che abbia letto quest'anno: "The Hollow Places" di T. Kingfisher!

Un romanzo squisitamente inquietante, a metà strada fra survival e portal horror, che vi spalancherà la strada per un mondo di orrori, misteriose entità sovrannaturali, e... lontre assassine?!

 


Potete acquistarlo QUI in inglese


La trama

Kara è appena uscita da un divorzio che l’ha sorpresa come un fulmine a ciel sereno.

Era abituata a una vita tranquilla, comoda e “normale”... e adesso invece si ritrova a lavorare nel “Glory to God Museum of Natural Wonders, Curiosities and Taxiderm”, il museo di assurdità, animali impagliati e chincaglierie assortite gestito dal suo bislacco e attempato zio materno, Earl.

Nonostante il cambiamento improvviso, per Kara tutto procede, più o meno, nel migliore dei modi... almeno fino a quando un intervento chirurgico non costringe zio Earl ad assentarsi per qualche mese, e Kara, completamente sola, non si ritrova ad avvistare un misterioso buco lungo una delle pareti del museo.

Un’apertura inspiegabile, che si spalanca su un bunker che non dovrebbe esistere; una vera e propria camera segreta che, quanto pare, si affaccia addirittura su un altro mondo. Un luogo in cui, neanche a dirlo, il pericolo si annida dietro ogni angolo, pieno di reliquie e di minacce mortali!

Lo stupore di Kara si trasforma ben presto in fascinazione; e, da lì, la strada che porta all’ossessione si rivela veramente breve!

In compagnia di Simon, il simpatico barista gay della porta accanto, la nostra eroina decide quindi di partire all’esplorazione di questa nuova, entusiasmante realtà... soltanto per scoprire che il bunker offre una via d’accesso a infinite realtà alternative, e che ciascuno di questi mondi è abitata da creature che sembrano in grado di origliare i pensieri...

Più pensi a loro, più li rendi forti.

Più li rendi forti... e più difficile diventa ignorarli.

 

L'ordalia di Kara

"The Hollow Place" è uno di quei rari, rarissimi libri horror che riescono a incantarti al primo sguardo.

Sul serio: bastano una o due pagine in compagnia di Kara, Simon e zio Earl per capire che questo è uno di quei viaggi che non vorresti assolutamente rischiare di perderti!

In parte accade perché i personaggi risultano, al tempo stesso, squinternati e credibili, iperbolici e sorprendentemente familiari... in due semplici parole: dannatamente umani!

Ma succede anche perché Kingfisher (alias Ursula Vernon, già autrice del delizioso romanzo fantasy "The Raven and The Reindeer") possiede un diabolico senso del ritmo e un'impareggiabile capacità di sfruttare a proprio vantaggio le principali convenzioni del genere fantastico.

La sua Kara è una logo designer freelancer che ha fatto della “geekiness " a 360 gradi il proprio stile di vita, una millennial innamorata della cultura pop in tutte le sue imprevedibili sfumature.

Divorziata, avida lettrice di speculative fiction, fervente autrice di fan fiction relative a ship impossibili, Kara sarebbe in grado di avvistare un riferimento lovecraftiano, o di tracciare una similitudine fra la sua assurda situazione e quella di un personaggio tratto da un libro di C. S. Lewis, con una velocità che perfino la sottoscritta (nerd per vocazione dalla bellezza di 35 anni a questa parte...), le ammirerebbe senza riserve!

Ma Kara è anche sarcastica, vulnerabile e irrimediabilmente incasinata, una donna sulla trentina senza il becco di un quattrino e in preda a una capacità d'immaginazione che tende a eccedere di gran lunga il buon senso.

Insomma, il suo punto privilegiato di vista sugli eventi, la sua inconfondibile voce narrante (spumeggiante e moderna, complice ed esasperata...), rappresenta senz'altro l'elemento di "The Hollow Place" che ho amato sopra ogni cosa!

 

Prega che siano affamati!

Umorismo a parte, "The Hollow Places" è un horror che funziona anche perché i suoi (numerosi) jump scares sono piazzati a regola d'arte e la sue scene splatter risultano genuinamente raccapriccianti.

Non posso citarvi la mia preferita perché sarebbe uno spoiler tremendo, per cui mi limiterò a dirvi che c'è una sequenza, poco oltre la metà del libro, che "omaggia" espressamente il finale di "Alien"... e, neanche a dirlo, la cosa mi ha semplicemente estasiato! XD

Provare a pensare a "The Hollow Place" come a una sorta di via di mezzo fra il film "Una notte al museo" con Ben Stiller e la light novel giapponese "Otherside Picnic" potrebbe essere riduttivo, in un certo senso... ma, secondo me, vi aiuterebbe anche a farvi un'idea del surreale concentrato di brividi, risate e personalità di cui stiamo parlando!

Le creature che popolano le pagine del libro, dal canto, possono essere descritte soltanto come inquietanti, pittoresche e originali.

"Prega che siano affamati" è un po' lo slogan della vicenda; perché, in effetti, diventare il pasto di una di queste creature si conferma, in breve, un'esperienza molto meno traumatica della prospettiva di trovarsi ad affrontare un mostro in vena di giocare con quello che ha nel piatto.

Tutto questo per dire che, sì... ritengo "The Hollow Places" una lettura alla portata di tutti, compresi gli amanti del genere YA (anche se il target di riferimento ideale si compone soprattutto di lettori adulti).

Dopotutto, si tratta una lettura scorrevole, adrenalinica, divertente e ricchissima di colpi di scena.

Ma sospetto che i deboli di cuore (e di stomaco) farebbero comunque meglio a starne alla larga.

Altrimenti, la combo esplosiva "gore estremo + atmosfera super-creepy" potrebbe mettere seriamente alla prova il loro appetito! XD




sabato 23 ottobre 2021

"Nocterra: Full Throttle Dark": la recensione del primo volume della serie a fumetti di Scott Snyder e Tony. S. Daniel

Se vi piacciono i monster movies, le eroine ciniche e badass che farebbero di tutto, pur di non farvi notare il loro idealismo spezzato, e le storie sovrannaturali in stile H. P. Lovecraft... bè, direi che “Nocterra”, l’opera distopica scritta da Scott Snyder e illustrata da Tony S. Daniel, potrebbe essere la nuova serie a fumetti cucita su misura per voi!

 

Nocterra, Vol. 1

Potete acquistarlo QUI in inglese



La trama

Valentina “Val” Riggs (nome in codice: Sundog) vive da anni in un mondo sprofondato nella più totale oscurità. Letteralmente.

Da quando il sole si è spento, la civiltà è sprofondata nell’anarchia e una legione di creature mostruose si è riversata in ogni singolo centro abitato o anfratto isolato.

Esseri oscuri, violenti e sanguinari, che in realtà sono frutto di una mutazione...

Perché l’esposizione prolungata a queste nuove “tenebre” in cui il pianeta è sprofondato è in grado di innescare una malattia nelle cellule di qualsiasi creatura composta da materia organica (piante, animali e persone indistintamente), trasformando il loro DNA e dando vita a stuoli di mostri d’ombra; entità omicide che, in alcuni casi, assomigliano molto a degli zombie... ma che altre volte sembrano spaventosamente senzienti, come se fossero dotati di un linguaggio, codice e piano!

Valentina vive in un piccolo avamposto assieme a suo fratello Emory e a una manciata di altri sopravvissuti. Guida un camion che le permette di spostarsi da una zona di luce a un’altra, e si guadagna da vivere trasportando gente, armi e provviste fra i vari avamposti.

Ma, un giorno, Val riceve un incarico diverso dal solito: un vecchio di nome August le si avvicina e dichiara di conoscere l’ubicazione di un’oasi sicura, una vera e propria città fortificata, molto diversa dall’effimero nugolo di casupole e lampade in cui la donna abita adesso; un posto che, presumibilmente, sarebbe disposto ad accogliere Val ed Emory a braccia spalancate... a patto che la nostra eroina acconsenta a scortare lui e sua nipote Baley fino alle porte della cittadella.

Peccato che Augustus sostenga anche di essere l’uomo che ha scatenato la fine del mondo... e che uno spietato assassino, uno di quelli scaturiti dalle nebbie di una vera e propria leggenda urbana, gli stia dando la caccia!

 

One hell of a ride!

Anche se la trama, sulla carta, non lascia presagire molto dal punto di vista dell’originalità, in realtà “Nocterra” riesce a compensare abbondantemente la mancanza in termini di grinta, impatto visivo e vitalità!

Questo primo volume mi ha fatto pensare molto a un tipico blockbuster hollywoodiano (ma di quelli scritti come si faceva una volta, vale a dire con competenza ed entusiasmo), e ovviamente anche all’iconica serie “The Walking Dead”, a cui senz’altro Snyder e Daniel devono parte della propria ispirazione.

Per il momento, devo ammetterlo, la lettura mi ha elettrizzato: gli autori riescono a bilanciare benissimo le due componenti dell’azione e dell’introspezione psicologica, tanto per cominciare, e a farle lavorare in maniera perfettamente sinergica, dando vita a un’esplosione di azione e di emozioni!

Si rivelano anche in grado di giocare, altrettanto magistralmente, con una sfilza di cliffhanger e colpi di scena al cardiopalma, per cui ogni singola pagina di “Nocterra” sembra in grado di innescare una deliziosissima scarica di brividi di anticipazione!

La premessa, dal canto suo, verte su una delle più ancestrali paure dell’uomo (quella del buio, e di tutto quello che potrebbe celarsi dall’altra parte...), ma si spinge anche al punto di interrogare il lettore a proposito di alcune “false sicurezze”, incoraggiandolo a mettere in dubbio ciò che credeva di sapere a proposito dell’eterna lotta fra Bene e Male.

Da questo punto di vista, quindi, “Nocterra” tende ad assumere una connotazione addirittura epica; un conflitto fra poli contrapposti che si riflette anche nel rapporto (ancora tutto da sviscerare) fra la nostra Valentina, antieroina coraggiosa-ma-riluttante, e la sua nuova nemesi, il sadico e misterioso Blacktop Bill.

 

La mitologia

La verità è che i primi sei numeri di “Nocterra” bastano a malapena a darci un’idea di quello che Snyder e Daniel potrebbero avere in serbo per i volumi successivi!

L’avventura di Valentina e compagni è solo agli inizi, e non c’è davvero modo di prevedere verso quali mete andrà a svilupparsi la serie.

Quello che è certo è che alcuni indizi sembrano puntare decisamente in direzione di un’evoluzione a metà strada fra “Il richiamo di Cthulhu” e “L’ombra dello scorpione”, e che molti dei personaggi secondari hanno appena cominciato a svelarci parte della loro storia!

Per quanto riguarda le illustrazioni, invece, le ho trovate deliziosamente dettagliate, movimentate e ricchissime di gore: in una parola, semplicemente perfette, per una storia di questo genere!

 

Quando uscirà “Nocterra” in Italia?

Come c'era da aspettarsi, un importante editore italiano di fumetti ha deciso di non lasciarsi sfuggire l’opportunità di portare in Italia questo nuovo, clamoroso successo targato Image Comics: dopotutto, pare che le vendite negli States stiano andando a gonfie vele, e a settembre 2021 Snyder ha addirittura annunciato di aver venduto i diritti per un potenziale adattamento televisivo (anche se motivazioni di natura contrattuale gli impediscono di divulgare ulteriori dettagli in merito, almeno per il momento).

Durante la recente manifestazione del "Lucca Comics & Games 2021", la Saldapress ha infatti annunciato di avere acquistato i diritti per la traduzione di "Nocterra"!

Il volume iniziale dovrebbe esordire entro i primi mesi del 2022...

Intanto, approfitto dell'occasione per confermarvi che, dopo la conclusione di questo primo, esplosivo arco narrativo, la regolare pubblicazione di “Nocterra” (dal numero 7 in poi) riprenderà negli USA a partire da gennaio 2022.

A dicembre, invece, uscirà “Nocterra Special: Blacktop Bill”, un numero speciale interamente dedicato al villain principale della serie.

 




giovedì 30 settembre 2021

Recensione: "The Maleficent Seven", di Cameron Johnston

 Se l’unica cosa che mancava nella vostra vita era un retelling in chiave grimdark del film “I Sette Samurai” di Akira Kurosawa... bè, non abbiate paura: “The Maleficent Seven”, il nuovo romanzo di Cameron Johnston, è qui per aiutarvi a colmare l'assenza!

Un libro fantasy divertente, fracassone e iper-violento, che strizza l’occhio a tanto a “Kill Bill” quanto a Suicide Squad”; ai “Magnifici Sette” di John Sturges quanto all’indimenticabile “I Guerrieri di Wyld” di Nicholas Eames…

 

Potete acquistarlo QUI in inglese


La trama

Un tempo, Black Herran era una temuta demonologa, la più spietata guerriera del continente di Essoran.

Sei generali, i più potenti e vendicativi della nazione, si erano radunati sotto il suo comando, attratti dalla sua sete di sangue e dal suo desiderio di stravolgere il mondo.

Il piano sembrava semplice: annientare i Paladini, impossessarsi della loro capitale, sradicare il sistema...

E, per una volta, stava andando tutto per il verso giusto. I cattivi stavano vincendo, stavano vincendo sul serio...

E poi, il tradimento.

Alla vigilia della battaglia definitiva, una vittoria certa, Black Herran ha deciso di voltare le spalle ai suoi uomini e andarsene per la sua strada.

Alla fine della guerra, il signore degli Inferi avrebbe reclamato la sua anima, dopotutto; e il generale non è mai stato tipo da rinunciare a qualcosa facilmente.

Dopo il suo abbandono, le canaglie che componevano la sua armata si sono sbranate a vicenda, e i Paladini hanno trionfato.

40 anni dopo, il prezzo di quella sconfitta torna a gravare sulle spalle dell’anziana evocatrice di demoni.

Per salvare Tarnbrook, il tranquillo villaggio di contadini e pescatori che l’ha accolta e in cui la donna, nel frattempo, è riuscita a mettere su famiglia, Black Herran dovrà assemblare la vecchia squadra ancora una volta; radunare i suoi sette generali, i più malvagi fra i malvagi, e imbastire una resistenza disperata al confine della città.

Stavolta, i mostri di Black Herran diventeranno l’ultima speranza di sopravvivenza; se falliranno, un male ancora più crudele e ipocrita finirà per dilaniare Essoran e porre fine a ogni parvenza di libertà...


La banda

Il “cast” di personaggi che incontrerete fra le pagine di “The Maleficent Seven” è composto da uno stuolo di canaglie assolutamente irresistibili. Gente molto cattiva, non mi fraintendete; assassini e approfittatori dal cuore nero come l’inferno, ma che vi conquisteranno in virtù della loro esuberanza e del loro inconfondibile carisma.  

Nell’ordine, possiamo contare: un’ex-generalessa anziana esperta di demonologia, un vampiro mutaforma, una necromante assetata di vendetta, un dio della guerra alcolizzato, una regina pirata, uno scienziato pazzo e una nerboruta guerriera appartenente alla tribù degli orchi.

Una combriccola di protagonisti squisitamente sopra le righe, lasciate che ve lo dica; e il cui unico compito nella vita sembra consistere nel seminare caos, combinare casini e saltarsi reciprocamente alla gola.

La maggior parte di loro sembra saltata fuori dalle vignette di un fumetto Marvel o DC. Il dio della guerra, ad esempio, mi ha ricordato una versione ubriacona e spostata di Thor; il vampiro è una via di mezzo fra Morbius e Carnage,  Black Herran è una sorta di John Costantine in versione sbarellata eccetera eccetera.

Ne consegue un livello di caratterizzazione deliberatamente scarso, dal momento che Cameron Johnston si diverte perlopiù a giocare con i cliché cari al genere e a sguinzagliare la sua allegra brigata di villains nel contesto delle situazioni più surreali, grottesche e pazze che gli vengano in mente; ma anche una quantità di scene irriverenti e infarcite di contagioso umorismo nero, una narrazione incalzante e una sfilza di sequenze d’azione al cardiopalma, l’una più spettacolare e sanguinosa dell’altra.  


Cattivissimi Loro!

L’intreccio di “The Maleficent Seven”, come avrete immaginato, è molto lineare, semplicissimo da seguire. Leggete la quarta di copertina, e capirete cosa aspettarvi.

Johnston riesce comunque a riservarci qualche piccolo (e grande) twist degno di nota; una girandola di tradimenti e ribaltamenti inaspettati, che ci consentono di goderci la trama senza un attimo di noia o distrazioni.

L’ambientazione è molto cupa, brutale; dopotutto, in un mondo in cui i nostri sette “eroi” rappresentano la miglior speranza di sopravvivenza per gli innocenti, i deboli e gli indifesi... Bè, voi provate soltanto a immaginarvi come potrebbero essere fatti i “veri” cattivi! XD

Vale tuttavia la pena spendere due parole a proposito dei continui (e quasi schizofrenici) cambi di prospettiva a cui ci sottopone l’autore.

Mi rendo conto che Johnston stava, in un certo senso, cercando di fare il verso a quel filone tipicamente pulp della narrativa fantasy anni Ottanta (“Dragonlance”, “Forgotten Realms” e via discorrendo), vale a dire quella particolare branca “storica” del genere che non sapeva nemmeno dove stessero di casa, “quisquilie” tecniche come questa;  ma lo scrittore, soprattutto nella seconda metà del romanzo, sembra gestire la focalizzazione a fatica, come se i suoi sette personaggi, esuberanti e prorompenti come non mai, stessero mettendo a dura prova la sua capacità di concentrazione.

Un difetto a cui attribuisco anche l’altro, grosso punto debole di “The Maleficent Seven”, vale a dire l’incapacità di risolvere tutte le sottotrame e di regalare un arco completo ai sette protagonisti. A mio avviso, alcuni personaggi avrebbero meritato un pizzico di luce in più sotto i riflettori.

È anche vero che Johnston non ha escluso del tutto la possibilità di tornare a scrivere di loro in futuro…  non possiamo fare altro che tenere le dita incrociate!




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