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domenica 9 gennaio 2022

Recensione: "The Pariah", di Anthony Ryan

“The Pariah” è il primo libro della nuova trilogia low fantasy “Covenant of Steel” di Anthony Ryan.

Un romanzo adrenalinico e ricco d’azione, che segue una trama dall’impronta molto classica: la storia di formazione di un ragazzo, cresciuto dai banditi, che a poco a poco arriva a trasformarsi in un guerriero-scriba destinato a sconvolgere gli equilibri del mondo...

 


Covenant of Steel, Vol. 1

Potete acquistarlo QUI in inglese

 

La trama

Alwyn Scribe è nato nel tormentato regno di Albermaine.

Dopo che il gestore del bordello in cui lavorava sua madre lo butta fuori a calci nel posteriore, il ragazzo finisce nel bosco e rischia seriamente di morire di fame, o magari divorato dai lupi.

Per sua fortuna, il capo di una banda di predoni decide di prenderlo sotto la sua ala e di offrirgli un posto in squadra.

Lesto di comprendonio e abile con la spada, Alwyn è più che soddisfatto della sua situazione: si gode la libertà dei boschi e il cameratismo dei suoi compagni ladri.

Ma un atto di tradimento insospettabile deraglia completamente il corso della sua vita, scaraventandolo su un sentiero di sangue e vendetta che lo costringerà a indossare i panni del soldato reale.

Chiamato a combattere sotto lo stendardo di Lady Evadine Courlain, una nobildonna assediata dalle visioni di un imminente apocalisse demonico, Alwyn dovrà sopravvivere alla guerra e ai letali intrighi intessuti dalle casate nobiliari.

Ma mentre forze di ogni tipo, arcane e umane, si uniscono a ostacolare l’ascesa di Evadine, Alwyn dovrà fronteggiare la scelta più difficile di tutte: può davvero definirsi un guerriero?

O un tipo come lui è destinato a restare un fuorilegge per sempre?

 

Attraverso Alwyn

Di “The Pariah” ho amato soprattutto due cose:

a) Il ritmo avvincente, che ti tiene sul filo del rasoio perfino nei momenti in cui, apparentemente, l’intreccio prende a imboccare dei sentieri un po’ dispersivi;

b) L’incredibile immersività della narrazione. Di solito, l’uso della prima persona si sposa maluccio con lo sword and sorcery, ma Anthony Ryan riesce a gestirlo talmente bene da trasformare quello che avrebbe potuto benissimo rappresentare un limite, in uno dei maggiori punti di pregio del romanzo!

Alwyn, di per sé, è un personaggio convincente, un connubio di vizi e virtù abbastanza riconoscibili.

Ma, in realtà, credo che Ryan sia da lodare soprattutto per la sua capacità di creare un protagonista in cui è facilissimo immedesimarsi... più che altro perché l’autore riesce ad azzeccare il perfetto equilibrio fra “anonimo” ed “eccessivamente specifico”, permettendo ai suoi lettori di riempire gli spazi vuoti con la propria personalità e immaginazione.

E, ovviamente, di calarsi nei panni della voce narrante al 100%, arrivando ad “osservare” ogni singolo dettaglio dell’ambientazione, della storia e dei comprimari attraverso il suo sguardo; quasi come se stesse giocando a uno di quegli incalzanti sparatutto rpg in prima persona.

A mio avviso, è proprio questa sorta di “simbiosi” spontanea fra lettore e narratore che permette alla lettura di risultare interessante e coinvolgente. 

Di per sé, infatti, la trama non brilla certo per originalità; anzi, potremmo tranquillamente descriverla come un connubio di elementi tratti dalla leggenda di Robin Hood, dal romanzo breve “The Armored Saint” di Myke Cole e dalle (onnipresenti) “Cronache del Ghiaccio e del Fuoco” di George R. R. Martin.

 

Fra storia medievale e stregoneria

L’introduzione dell’elemento fantastico, in questo primo volume, avviene con il contagocce, e comunque non prima che il lettore abbia fatto fuori una metà abbondante delle sue pagine.

Sotto certi aspetti, in effetti, si potrebbe quasi dire che “The Pariah” abbia un’impostazione più vicina a quella del romanzo storico.

Quasi.

Se il finale del libro ci insegna qualcosa, è che questa situazione cambierà nel corso dei prossimo volumi: le visioni di Lady Evadine arriveranno sicuramente ad assumere un ruolo centrale, e mi aspetto che lo stesso valga per la figura della “strega del sacco” (uno dei comprimari più suggestivi e misteriosi presentati nell’arco di questo primo tomo).

Per quanto riguarda i personaggi femminili... Bè, tagliamo la testa al toro e diciamolo subito: nel libro di Anthony Ryan, ogni donna ha l’aspetto di una divinità dell’amore e tende a farsi portatrice di un carico di sensualità non indifferente.

Ma nulla di tutto questo contribuisce a limitare l’estensione del loro ruolo (anzi!), né impedisce a Ryan di regalarci un cast femminile interessante, combattivo e denso di sfumature: Evandine, Lorine, Toria, la strega, una certa ragazza “dal coltello facile”... ciascuna di queste donne straordinarie meriterebbe il diritto al ruolo di “leading star” in uno spin-off a parte!

In conclusione:  “The Pariah” è un romanzo brutale, sanguinoso, intrigante e ricco di sottotrame, che ha tutte le carte in regola per piacere ai fan di autori come John Gwynne, Mark Lawrence o Jenn Lyons.

Il primo libro di Anthony Ryan che abbia mai letto...

State pur certi che non sarà l’ultimo!

 

 

 

lunedì 27 settembre 2021

"Daughter of the Deep": la trama e la data d'uscita (italiana) del nuovo libro di Rick Riodan

Fra le uscite USA più simpatiche ed elettrizzanti della settimana, “Daughter of the Deep”, il nuovo libro per ragazzi di Rick Riordan, si conquista sicuramente una menzione d’onore!

L’autore della saga bestseller “Percy Jackon e gli Dei dell’Olimpo” ci regala stavolta una storia d’avventura e azione sottomarina che rappresenta, allo stesso tempo, un affettuoso omaggio al grande classico “Le Ventimila Leghe Sotto i Mari” di Jules Verne.

"Daughter of the Deep", che debutterà nelle librerie americane il prossimo 5 ottobre, arriverà anche in Italia a partire dal 9 novembre, sotto il titolo "La Figlia degli Abissi"!

 


La Figlia degli Abissi

Potete acquistarlo QUI in italiano


“Daughter of the Deep”: la trama

Ana Dakkar è una matricola all’Accademia Harding-Pencroft, un istituto superiore da cui sono usciti alcuni dei migliori scienziati marini, guerrieri navali, navigatori ed esploratori subacquei del mondo.

I genitori di Ana sono morti due anni fa, durante una spedizione scientifica, e adesso suo fratello maggiore Dev è l’unica famiglia che le rimane. 

Anche Dev è uno studente della HP. 

Il primo anno di Ana, da programma, dovrebbe culminare in una gita di classe lungo un fine settimana al largo dell’oceano; i dettagli di questa missione sono segretissimi, per cui Anna può solo sperare di avere la stoffa che ci vuole per riuscire nell'impresa.

Ma tutte le sue preoccupazioni vengono spazzate via nel momento in cui, durante il viaggio in autobus verso la nave, Ana e i suoi compagni assistono a una terribile tragedia, un evento che cambierà per sempre il corso delle loro vite.

Ma, aspettate... c’è di più!

Il professore che accompagna i ragazzi rivela ad Ana che la loro scuola rivale, il Land Institute, sta combattendo con la HP una guerra fredda che si protrae da circa centocinquant’anni.

Solo che, adesso, la situazione sta andando incontro a una rapida escalation, e gli scontri fra le due scuole non sono più tanto “freddi”!

In una corsa contro nemici mortali, Ana scoprirà che tutte le matricole del suo anno stanno correndo un pericolo letale... e farà una sconcertante scoperta circa il proprio eritaggio, qualcosa che la costringerà a mettere alla prova per la prima volta le sue doti di leadership.


Cercando (il Capitano) Nemo...

Riordan ha spiegato di avere avuto per la prima volta l’idea alla base della trama di “Daughter of the Deep” durante una gita in Italia, in occasione di una fiera letteraria che si è svolta poco prima dell’uscita del suo “La Battaglia del Labirinto”.

A quanto pare, stava cenando un pezzo grosso della Disney Publishing in un ristante di Bologna, sulla terraferma. Il dirigente gli chiese: «Esiste una “proprietaria intellettuale” appartenente alla compagnia di cui ti piacerebbe scrivere?», e lui non ebbe problemi a rispondere: «Le Diecimila Leghe Sotto i Mari, naturalmente!» (trovate QUI il resto dell’intervista).

Una cosa che ho trovato interessante, girellando sul sito dell’autore, è il fatto che anche la struttura della prestigiosa Accademia Harding-Pencroft seguirà una rigorosa divisione in “Case”. 

Esattamente come all’interno del Campo Mezzosangue, i lettori potranno quindi divertirsi a “scegliere” la propria e a scoprire in quale gruppo si riconoscono di più: la Casa del Delfino, dello Squalo, dell’Orca eccetera.

Al momento, non si hanno notizie certe a proposito di sequel di sorta, per cui “Daughter of the Deep” dovrebbe essere un romanzo autoconclusivo.


La Figlia degli Abissi

Salvo imprevisti, la traduzione italiana di "Daughter of the Deep" arriverà in Italia a partire dal 9 novembre 2021, per opera della Mondadori.

La copertina presenterà un'immagine leggermente diversa da quella che vi ho mostrato qui sopra, e costerà 18 euro.






sabato 19 dicembre 2020

Recensione: "The Wilds - Stagione 1" (serie tv Amazon Prime Video)


 

“The Wilds” è una serie televisiva YA disponibile sul servizio streaming Amazon Prime Video. Sebbene si ponga a metà strada fra survival, mistery e storia di formazione, a me piace considerarla soprattutto come una sorta di “Lost" incontra "Orange is the New Black” in versione teen.

La trama, già da sola, era stata più che sufficiente a catturare la mia attenzione: in seguito a un bizzarro incidente aereo, una banda di ragazzine finisce arenata sulla più classica e inospitale delle isole deserte. Le nostre eroine, diversissime fra loro per estrazione sociale e inclinazioni personali, dovranno imparare a mettere da parte le divergenze e a collaborare per far fronte alle numerose sfide che la natura porrà sul loro sentiero. Ma non è tutto: ben presto, infatti, una serie di eventi poco chiari prende a dispiegarsi sull’isola, spingendo l’instabile Leah (Sarah Pidgeon) a sospettare di alcune delle sue nuove compagne… E se il disastro aereo che ha cambiato le loro vite non fosse stato un incidente, dopotutto? E se nel folto di quella natura incontaminata si nascondessero più segreti di quanti chiunque avrebbe ritenuto possibile?

“The Wilds”, a mio avviso, è una serie che appassiona e sorprende, peraltro quasi sempre in positivo. Mi aspettavo quasi un drammone banale in stile “The O.C.” o una sconclusionata accozzaglia di elementi surreali alla J.J. Abrams; invece, mi sono ritrovata a seguire una storia coinvolgente e ricca di tensione, sorretta da un cast affiatato e da una sceneggiatura che sa il fatto suo.

Le relazioni fra le protagoniste, l’agguerrita lotta contro i propri demoni e l’onestà spigliata e verosimile con la quale viene sviluppato il tema dell’amicizia al femminile: per me, sono questi i tre ingredienti principali alla base del successo di “The Wilds”, una serie che negli USA sta già facendo parlare molto di sé. Le mille fragilità e incertezze dell’adolescenza, ma soprattutto: l’impossibilità di crescere in maniera sana ed equilibrata in un mondo dominato dagli uomini, all’interno di un sistema sociale che sembra intenzionato a fare del suo meglio per schiacciare la creatività, l’intelligenza e il senso di indipendenza di ogni donna. Ed ecco che lo spunto iniziale (“nove ragazzine e un’isola deserta”) si trasforma nell’occasione ideale per parlare di argomenti scottanti e delicati quali malattia mentale, anoressia, suicidio, pedofilia e fondamentalismo religioso.

Perfino la gran “villain” di “The Wilds” è riuscita a conquistarmi, dopotutto. Per evitare spoiler, mi tratterrò dal fare il suo nome; tuttavia, ho apprezzato molto la sua caratterizzazione, la sua complessità, il fatto che abbia un punto di vista particolare, un’etica personale che la spinge a compiere delle azioni esecrabili per la più valide e incontrovertibile delle ragioni.   

Come altri hanno fatto notare prima di me, “The Wilds” è una serie che riesce a sottrarsi al cosiddetto “sguardo maschile” e a trovare una sua forma di inequivocabile autenticità. Le attrici sono giovanissime e in gamba, e nessuno si preoccupa di filmarle al solo scopo di mettere in risalto le loro curve o il loro profilo migliore. Al contrario. Il loro modo di reagire e relazionarsi le une con le altre suona per lo più credibile e interessante; per di più, la sceneggiatura espone i loro dolori e i loro punti di vulnerabilità con critica precisione e un doveroso senso di rispetto, senza idealizzarle o ostentare un distaccato senso di compassione nei loro confronti. È possibile che il miracolo sia accaduto perché lo show può vantare, fra le altre cose, ben quattro produttrici esecutive, quattro sceneggiatrici, nove attrici protagoniste (+ una cattiva) e quattro registe donne? Ai posteri l’ardua sentenza…

Io posso soltanto consigliarvi di guardarla, e di non lasciarvi scoraggiare dalla visione dei primi due, tre episodi (obiettivamente parlando, i più deboli, almeno dal punto di vista dell’intrattenimento vero e proprio). “The Wilds”, infatti, sembra una di quelle serie destinate a crescere nel tempo, probabilmente assieme alle sue acerbe e singolari protagoniste. Nella speranza che Amazon decida di concedergliene l’opportunità, si capisce, e di annunciarne il rinnovo per una seconda stagione nel corso delle prossime settimane! ;D

 

Giudizio personale:
8.0/10

Potete attivare il servizio di prova gratuita di Prime Video in qualsiasi momento: cliccate QUI per dare un'occhiata! 


domenica 16 febbraio 2020

Recensione: "City of Stone and Silence" di Django Wexler


libri fantasy 2020 - young adult - Wells of Sorcery

The Wells of Sorcery, Vol. 2

Potete acquistarlo QUI in inglese


"Dopo essere sopravvissuti alla terribile devastazione delle terre desolate, Isoka, Meroe e il resto dell'equipaggio della Soliton raggiungono finalmente la misteriosa destinazione della nave, il Porto - una città di grandi ziggurats, avvolte da un velo sovrannaturale di magia di Eddica. E i nostri eroi non sono soli lì...
Aristocratici, monaci e folli vivono in precario equilibrio, e di notte cercano riparo da mostruosi morti che camminano. Nessuno sa come lasciare questo luogo, ma se Isoka non riuscirà a trovare un modo per catturare la Soliton e consegnarla al capo delle spie dell'Imperatore prima che sia scaduto un anno, la vita di sua sorella Tori sarà perduta...."


"City of Stone and Silence" è il secondo libro della trilogia "The Wells of Sorcery" di Django Wexler.
Come forse ricorderete (abbiamo parlato del primo libro, "Ship of Smoke and Steel", soltanto alcuni mesi fa...) si tratta di una serie fantasy d'azione e magia dedicata al pubblico dei "giovani lettori".
A sua volta, "City of Stone and Silence" può essere descritto soltanto come un secondo capitolo infarcito di creature mostruose, effetti pirotecnici e combattimenti spettacolari... peccato che, a mio avviso, stavolta l'autore non sia riuscito a intessere insieme tutti questi elementi in una trama dall'aspetto particolarmente sofisticato (o anche solo remotamente avvincente, se per questo).

La prima novità da segnalare, in ogni caso, riguarda l'introduzione di un nuovo punto di vista: in "City of Stone and Silence", infatti, possiamo trovare un secondo arco narrativo oltre a quello principale, vale a dire una serie di capitoli dedicati esclusivamente a Tori, la sorella minore della protagonista Isoka.
Una fanciulla lontanissima da quegli standard di innocenza e fragilità che Isoka aveva sempre insistito ad associare alla ragazzina, in realtà tutt'altro che angelica o inerme come le apparenze sembravano indicare. Come forse alcuni di noi avevano già cominciato a sospettare durante la lettura del primo libro, infatti, Tori dimostrerà di essere un personaggio molto più ambiguo e interessante del delicato fiorellino che sua sorella si ostinava a dipingere ogni volta che si ritrovava a parlare di lei con qualcuno.
Immagino che Wexler si sia sentito in dovere di inserire queste parti soprattutto per spianare la strada al terzo atto della serie, narrando eventi che andranno inestricabilmente a collegarsi al gran finale della storia... ma temo che l'abbia fatto anche per allungare un po' il brodo, tirando fuori dal cilindro un ospedale pieno di bisognosi, un pugno di aristocratici approfittatori, una rivoluzione in procinto di sbocciare e un gruppo di coraggiosi eroi determinati a lottare fino alla morte in nome della libertà e del diritto all'uguaglianza (che singolare colpo di scena, eh?).

Se i capitoli di Tori tendono a spiccare soprattutto in termini di banalità e prevedibilità, diciamo che quelli narrati dal punto di vista di Isoka soffrono soprattutto da quello della ripetitività e della mancanza di antagonisti degni di questo nome.
Continuo per di più a pensare che la protagonista di "City of Stone and Silence" sia un tantino sgradevole, e che abbia il quoziente intellettivo di una pietra con un parrucchino e una serie di tatuaggi tribali impressi sul dorso. Ma le interazioni affettuose, cameratesche e/o umoristiche con il resto del "cast" stanno gradualmente contribuendo a renderla un filino più sopportabile ai miei occhi; e sinceramente sto cominciando ad apprezzare anche la storia d'amore con Meroe, che fino alla fine del primo libro aveva continuato a lasciarmi un po' perplessa. Per cui, ammettiamolo: non credo che mi spingerò mai al punto di tifare spassionatamente per loro, ma se non altro sto iniziando a prendere seriamente in considerazione l'idea che Isoka non sia poi una creatura così promiscua e accecata dagli ormoni come sembrava all'inizio...

Purtroppo, come accennavamo, il villain principale di "City of Stone and Silence" si rivela un po' una macchietta, e le capillari descrizioni di interni riportate da Wexler non aiutano di certo ad aumentare il livello di coinvolgimento emotivo...
Ma sospetto che un lettore adolescente (o semplicemente alle prime armi) potrebbe perdonare facilmente questi piccoli intoppi, lasciandosi trascinare dal vortice di antichi misteri, pericolosi sortilegi e complicate acrobazie all'arma bianca che continuano a costituire il cuore pulsante della narrazione.
Per quanto mi riguarda, continuo a pensare che "City of Stone and Silence" sia la lettura ideale da consigliare a un fan delle serie "The Maze Runner" o "The Reckoners", dal momento che rappresenta un ottimo concentrato di elementi che sembrano tratti da entrambe le saghe.
A me non è piaciuto in modo particolare, ma ovviamente leggerò il terzo volume; non fosse altro che perché ormai ho capito di essermi affezionata un po' - quasi mio malgrado - ad almeno un paio di personaggi....


Giudizio personale:
5.5/10






sabato 14 maggio 2016

Recensione: The Heart of the Sea (film)




Titolo originale: In the Heart of the Sea
Regia: Ron Howard
Cast: Chris Hemsworth, Cillian Murphy, Brendan Gleeson, Ben Whishaw, Tom Holland, Benjamin Walker
Anno: 2015

"Nell'inverno del 1820, la baleniera del New England Essex viene attaccata da una creatura incredibile: una balena dalle dimensioni e la forza elefantiache, ed un senso quasi umano di vendetta. Il disastro marittimo, realmente accaduto, avrebbe ispirato Herman Melville a scrivere Moby Dick. Ma l'autore ha descritto solo una parte della storia. Il nuovo film di Ron Howard Heart of the Sea Le Origini di Moby Dick rivela le conseguenze di quella straziante aggressione: di come i superstiti dell'equipaggio della nave si spingono oltre i loro limiti, costretti a compiere l'impensabile per poter sopravvivere. Sfidando le tempeste, la fame, il panico e la disperazione, gli uomini mettono in discussione le loro convinzioni più profonde, dal valore della loro vita alla moralità dei loro scambi, mentre il capitano cerca di riprendere la rotta e il suo primo assistente tenta ancora di sconfiggere la grande balena." (trama tratta da www.comingsoon.it)


“The Heart of the Sea – Le origini di Moby Dick” è il film che Ron Howard ha pensato bene di confezionare per cercare di rispondere alle tre fondamentali domande che ci hanno assillato per tutta la vita:
1) da dove ha tratto ispirazione, l'autore Herman Melville, per scrivere quello che era destinato a diventare il suo romanzo più famoso?
2) è vero che a Hollywood i produttori/registi non sono più in grado di riconoscere un soggetto potenzialmente interessante da uno di cui non potrebbe fregare meno manco a una scimmia seguace del mitico Re della giungla Luigi?
3) ma perché Chris Hemsworth non riesce a smettere di aggirarsi sui set dei suoi film brandendo martelli e martelletti vari, pure quando si tratta di andare a caccia di balene grosse come montagne?!

La trama di “The Heart of the Sea” è talmente pretestuosa da fare male al cuore: prendete “Master and Commander”, mixate con “Lo squalo”, limate il risultato di ogni possibile complicazione e/o risvolto emozionante, aggiungete un paio di inquadrature a effetto, shakerate il tutto con un po' di “Thor” e spruzzate il piatto con qualche goccia di lacrima di coccodrillo prima di servire in tavola..
Ne otterrete un film per metà d'avventura, per metà drammatico... che non riesce a intrattenere senza annoiare, né, secondo me, a trasmettere il calore necessario a simpatizzare per i personaggi.

Credo che le creature di Howard si siano giocate ogni possibilità di fare appello alla mia capacità di comprensione durante la scena dell'uccisione della primissima balena, quella che avrebbe dovuto rappresentare il “battesimo del fuoco” del giovane e stucchevole Tom (interpretato dal nuovo Spiderman Tom Holland); quello è il stato il momento esatto in cui ho deciso che avrei tifato per Moby Dick, e per logica conseguenza non sono più riuscita a provare alcun senso di particolare empatia nei confronti dei poveri naufraghi sparsi nell'oceano.
Il peggio è che ho avuto l'impressione che Howard la pensasse esattamente come me...
 Per di più, l'assurdità assoluta di questa dozzina di uomini in barca, che riescono a sopravvivere per novanta giorni alla deriva nell’oceano, senza che ci venga mostrato mezzo barile d'acqua neanche una volta, su quella scialuppa grande come una bagnarola, mi è parso un tantinello surreale.

Cosa posso aggiungere?
Il cast è di tutto rispetto, e vanta nomi del calibro di Cillian Murphy e Brandon Gleeson (peraltro protagonisti assoluti di alcune delle scene più riuscite del film), insieme a diverse facce “nuove” abbastanza sulla cresta dell’onda, tipo quella (sempre un po’ lacrimosa) di Ben Whishaw o dello stesso Holland.
Tuttavia Howard, un regista che solitamente apprezzo molto, in questa occasione mi è sembrato quasi più disorientato e in alto mare dei suoi protagonisti. Interessanti invece i temi e il messaggio pseudo-ecologista veicolato da “The Heart of the Sea”; se solo fosse stato approfondito un po’ di più, anziché insistere sull’aspetto "sociale” (per così dire…) e melodrammatico della trama, sarebbe forse saltato fuori un film capace di intrigarmi un po’ di più.

Ho visto il film insieme a mia sorella, insomma, e ringrazio il cielo per la compagnia: dubito che sarei riuscita, come dire, a restare sveglia fino alla fine, se fossi stata costretta a sorbirmelo da sola, senza una sola oncia d'ironia a rendere meno pesante e retorica la visione...


Regia: 5.5/10
Sceneggiatura: 6.0/10
Cast: 6.5/10
Scenografie: 7.0/10
Colonna sonora: 5.0/10
Coinvolgimento emotivo: 4.0/10

Verdetto finale:  5.5/10


Girl Power:
 




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