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domenica 20 febbraio 2022

Recensione: "Archive 81 - Universi alternativi" (Stagione 1)

La verità è che nutro dei sentimenti abbastanza ambivalenti nei confronti della serie tv “Archive 81: Universi alternativi”. 

Nel complesso, però, credo che sia uno show interessante, soprattutto per i fan di piccoli film horror indipendenti tipo “The empy man” (lo trovate su Disney+), “Nessuno ne uscirà vivo” (Netflix), o “The endless” (disponibile su Amazon Prime Video).

Più in generale, immagino che consiglierei la visione di “Archive81” a tutti gli appassionati di Lovecraft e Ira Levin; ma solo se vi considerate spettatori dalla natura estremamente paziente, e soltanto se l’eventualità di rimanere invischiati in un racconto dalla struttura fortemente circolare non vi spaventa...

 


 

La trama

Dan Turner (Mamoudou Athie) è un giovane e mite archivista a cui viene assegnato l’incarico di restaurare una nutrita collezione di nastri magnetici.

Sul piatto fa capolino la possibilità di ricevere uno stipendio particolarmente allettante, per cui Dan decide di ignorare le strane condizioni imposte dal suo datore di lavoro (che comprendono uno stato di isolamento totale, da trascorrere presso un misterioso edificio sperduto fra i boschi...) e di cominciare a rimboccarsi le maniche.

Il ragazzo scopre così che le cassette contengono una fedele testimonianza del soggiorno della studentessa universitaria Melanie Pendras (Dina Shihabi) presso il complesso residenziale Visser, da molti considerato un edificio maledetto.

Una reputazione comprensibile, soprattutto considerando il fatto che, nel corso degli anni Novanta, il Visser è bruciato fino alle fondamenta, portandosi appresso una buona quantità dei suoi abitanti... fra cui, presumibilmente, la stessa Melanie.

Eppure, guardando i nastri, Dan comincia a imbattersi in una serie di indizi sconcertanti: perché, a quanto pare, Melanie sospettava che dietro la sinistra fama del palazzo si nascondesse addirittura un culto dedito all’adorazione di un’antica divinità oscura!

E, non appena salta fuori che la famiglia di Dan potrebbe aver svolto un ruolo all’interno della cospirazione, almeno in qualche misura, il ragazzo comincia a lasciarsi sprofondare in un complesso acquitrino di complotti, coincidenze disturbanti e salti temporali senza precedenti...

 

“Archive 81”: ovvero, l’arte segreta di diluire il brodo, fino a farlo diventare sciapo

 “Archive 81” è una serie tv dal taglio estremamente singolare. Si potrebbe dire, anzi, che è unica nel suo genere.

Capiamoci bene: l’idea alla base dell’intreccio non è certamente nuova (i fan dell’horror saranno sicuramente in grado di indentificare le varie fonti di ispirazioni senza problemi).

Allo stesso tempo, però, lo show di Rebecca Sonnenshine riesce a reinventare la formula e a infonderle un inconfondibile tocco personale; un’identità molto forte, che tende a basarsi soprattutto sulla potente morbosità delle sue atmosfere e sul carattere onirico del suo immaginario.

Una combinazione intrigante, insomma, dal momento che si rivela in grado di esercitare un potente effetto stimolante sull’immaginazione dello spettatore!

Eppure, allo stesso tempo, la sceneggiatura si ritrova a incorrere in una (lunga) serie di errori che, secondo me, finiscono per appesantire terribilmente la visione; una sorta di ridondanza logorante, scaturita probabilmente dalla necessità di “spalmare” nell’arco di otto ore un arco narrativo che avrebbe potuto benissimo essere contenuto in sei...

 

Tanti universi alternativi... per un protagonista che non brilla!

 “Archive 81” porta il marchio – inconfondibile, nel bene e nel male – del famoso produttore e regista di film horror James Wan.

Per quanto mi riguarda, la sua influenza si avverte soprattutto nel corso degli ultimi due o tre episodi; vale a dire le puntate più coinvolgenti, quelle che tornano a legare finalmente insieme le maglie di una storia che, ahimè, aveva cominciato a farsi deliberatamente criptica e convoluta.

È soltanto a questo punto, infatti, che la mitologia della serie comincia a farsi più chiara, mentre il racconto comincia ad assumere una forma riconoscibile e i personaggi ad acquisire un po’ di... non voglio nemmeno chiamarlo “spessore”.

Probabilmente “calore” sarebbe il termine più adeguato.

Perché, in fin dei conti, “Archive 81” è una serie dall’innegabile fascino intellettuale, dark e ambiziosa come non mai... ma la cui estetica particolare tende, per sua stessa natura, a scoraggiare qualsiasi spettatore affamato di emozioni forti.

Onestamente, non sono rimasta un granché impressionata neanche dall’interpretazione di Athie (che, invece, avevo apprezzato tanto nel piccolo gioiello targato Netflix “Unicorn Store”).

Ma, dopotutto, forse non è nemmeno colpa dell’attore: il suo personaggio non fa altro che trascinarsi sullo schermo senza capire niente, imbambolato e privo di credibili conflitti nei quali immedesimarsi...

Potete biasimarmi, allora, se ai vagabondaggi incoerenti di Dan ho preferito, in ogni momento, il secco umorismo di Mark (Matt McGorry), l’ironia senza freni di Annabelle (Julia Chan) o l’istrionica isteria di Melanie? XD

 

giovedì 13 gennaio 2022

"The Silent Sea": la recensione della serie tv disponibile su Netflix

“The Silent Sea” è una serie tv di genere distopico/sci-fi ambientata sulla Luna.

Anche se vanta una trama un po’ derivativa e un cast di personaggi tutt’altro che indimenticabili, la ritengo un prodotto di intrattenimento di tutto rispetto: gli effetti speciali sono notevoli, i colpi di scena abbondano, e i momenti di tensione non tardano a catturare l’attenzione dello spettatore...

 

 




La trama

In un imminente futuro catastrofico, la Terra sta cercando di affrontare la più grande carenza d’acqua che il genere umano abbia mai sperimentato.

Per cercare di ovviare al problema, il governo sudcoreano ha deciso di razionare il prezioso liquido, ma ovviamente la distribuzione avviene su basi di profonda ingiustizia sociale: ciò vuol dire che i ricchi e i potenti si ritrovano a “godersi” più acqua di quanta le loro famiglie possano sperare di consumare, mentre le persone comuni devono accontentarsi di qualche sorso al giorno.

Alla dottoressa Song (l’inconfondibile Bae Doo-na di “Sense8”) i tumulti del mondo non sembrano poi così importanti.

Forse perché sta ancora cercando di superare il lutto dovuto alla perdita dell’amata sorella, una ricercatrice scomparsa in circostanze poco chiare.

Le giornate della dottoressa si trascinano in un vortice di grigia amarezza... quando ecco piombare nel suo laboratorio un rappresentante del governo!

L’uomo si presenta “armato” di una proposta impossibile da rifiutare: l’invito a unirsi a una spedizione spaziale diretta sulla Luna, con l’incarico di recuperare un prezioso campione da un edificio di ricerca caduto in rovina.

Un campione che, forse, potrebbe rappresentare la chiave per la salvezza del genere umano nella sua interezza.

In quest’occasione, però, la dottoressa Song intravede soprattutto una possibilità di raccogliere informazioni sulla morte della sorella; la donna accetta quindi di partire insieme all’equipaggio guidato dal coraggioso capitano Han Yoon (Gong Yoo).

Una volta arrivati sul satellite, gli scienziati vengono tuttavia travolti da un vortice di incidenti, intrighi e sabotaggi senza precedenti...

Ma non è tutto.

Domande senza risposta continuano a impilarsi come i detriti alla base di una valanga.

Da dove arriva, ad esempio, il terribile virus che sta seriamente rischiando di mettere a repentaglio la sopravvivenza della squadra?

Perché il governo continua a inviare al comandante una serie di ordini poco chiari?

E chi è il misterioso superstite che si aggira per i corridoi deserti della base lunare?

 

Il Mare della (non) Tranquillità

“The Silent Sea” prende in prestito una dozzina di elementi tratti da altrettante pellicole e serie tv di fantascienza, da “Alien” a “Moon”, passando per “Sunshine” e “Gravity”.

Se amate il genere, è probabile che la serie riesca a divertirvi, forse perfino a emozionarvi. Personalmente, ho trovato un po’ noiosi gli episodi centrali (diciamo dal terzo al quinto), e incredibilmente coinvolgenti gli ultimi due o tre.

Il problema principale, secondo me, è che la sceneggiatura si rifiuta di imboccare una direzione precisa, limitandosi a tirare dentro un po’ di questo e un po’ di quello. Distopia ambientale, dramma sociale, survival horror... per non parlare di una sottotrama alla “24” e di un paio di vistosi riferimenti al “Serenity” di Joss Whedon!

C’è da dire che il connubio, per quanto improbabile, tende a funzionare più spesso di quanto non faccia cilecca.

Dopotutto, l’ambientazione claustrofobica riesce a evocare una considerevole dose di suspense, e il comparto degli effetti speciali riesce a sostenere le esigenze narrative in maniera sorprendente efficace.

Purtroppo, nello sforzo disperato di riuscire a stabilire un’autentica connessione empatica fra i suoi personaggi e i suoi spettatori, “The Silent Sea” tende anche a cadere nell’onnipresente trappola del flashback (in questo caso, del tutto inutili) e dell’esagerato livello di attenzione prestata a un gruppo di comprimari simpatici, ma tutto sommato intercambiabili.

Una mossa abbastanza controproducente, dal momento che, a conti fatti, la serie di Netflix riesce a brillare soprattutto nei suoi momenti più fracassoni. Di fatto, ogni volta che il focus tende a spostarsi dagli avvenimenti all’impatto psicologico che quegli eventi hanno il potere di esercitare sui personaggi (soprattutto i secondari), all’interno della serie comincia a subentrare un fattore di innegabile letargia...

 

Il futuro, forse...

Nonostante i suoi difetti, “The Silent Sea” resta, secondo me, uno dei prodotti più interessanti rilasciati su Netflix di recente.

Sarà anche un po’ lento, a tratti, ma la solidità dei suoi cliffhanger e la “confortevole” familiarità della sua (angosciante) atmosfera contribuiscono a renderlo un appuntamento imperdibile per tutti i fan dell’horror e delle space opera.

Il finale, di per sé, garantisce un’esperienza di visione soddisfacente e appagante.

Ci sarà una seconda stagione? Fra i bene informati circola già qualche voce, ma, per quanto mi riguarda, al momento confesso di non sentirne una smodata esigenza.

La storia, per il momento, funziona benissimo sulle sue gambe.

Odierei vedere questa qualità sacrificata sull’altare di un percorso di serializzazione forzato; per cui mi auguro che i produttori, in caso di rinnovo, riescano a estrapolare nuove idee da una premessa che, per il momento, sembra aver fruttato già tutto quello che poteva, e anche di più!



giovedì 6 gennaio 2022

Recensione: "Arcane: Stagione 1" (Netflix)

“Arcane” è stata una delle mie serie televisive preferite del 2021.

Una piccola gemma nel campo delle storie d’animazioni per adulti, e di sicuro uno dei migliori titoli fantasy che Netflix abbia in archivio.

Mmm...

E pensare che, all’inizio, stavo quasi correndo il rischio di lasciarmela scappare!



 

La trama

Piltover è una città divisa, perennemente in preda ai tumulti.

Le due sorelle Vi e Powder, rimaste orfane a causa degli scontri fra le parti “alte” e i bassifondi della metropoli, lo sanno forse meglio di tanti altri.

Per chi ha il privilegio di nascere nei quartieri giusti, la vita è facile e agiata. Tutti gli altri, invece, sono costretti ad arrabattarsi in mezzo alla criminalità e alle macerie.

Non che i ricchi abbiano necessariamente un’indole avida o malvagia. Il giovane Jayce, ad esempio, sogna da sempre un mondo migliore; una società plasmata dal progresso scaturito dalla sapiente combinazione fra scienza e magia.

Ma giocare con le forze arcane su cui l’esistenza stessa del creato pone le sue fondamenta comporta dei rischi mortali.

E mentre le tensioni sociali crescono in ogni angolo della città, dilaniando i suoi abitanti e scaraventando le strade nel caos, il fragile equilibrio fra tecnologia e stregoneria finisce per spezzarsi... così come le amicizie, i cuori e i rapporti di fratellanza di molti personaggi.

 

Arcanepunk in azione!

L’arcanepunk è un sottogenere del fantasy che amo moltissimo.

A beneficio di chi non avesse grande familiarità con l’espressione, mi soffermerò un attimo a ricordarne le caratteristiche principali, prendendo in prestito le parole di un ottimo articolo proposto da Discovery:

“Il mondo descritto negli arcanepunk  è uno in cui la magia e la scienza coesistono fianco a fianco, sebbene non sempre in maniera armoniosa. In realtà, è l’esatto opposto: queste due forze, più o meno equivalenti dal punto di vista del potere, si contrappongono spesso fra loro, perché la magia che dimora in questi mondi si rivela imperfetta e difficile da controllare. L’arcanepunk tende a essere un po’ più dark, nelle sue tonalità (alcuni lo descriverebbero come un “noir”), ed è spesso simile allo steampunk, o in grado di sovrapporsi all’urban fantasy.”

 

Fra gli esempi più famosi di arcanepunk: la saga “Magic Bites” di Ilona Andrews, la trilogia di Bartimeus di Jonathan Stroud e parecchi episodi della serie “Final Fantasy”.

Ora, per amor di cronaca...

Sappiate che questa definizione riesce a riassumere lo serie animata prodotta da Riot Games e Fortiche Production praticamente alla perfezione!

 

In relationships we trust!

Dovete sapere che “Arcane” nasce come un prodotto “costola” di “League of Legends”, una fortunata saga di videogame nota in tutto il mondo.

In realtà, è uno dei motivi per cui ho continuato a rimandare la visione così a lungo: non ho mai giocato a “League of Legends”, non ho intenzione di farlo nell’immediato futuro, ed ero terrorizzata al pensiero che “Arcane” potesse rivelarsi uno di quei titoli “just for fan” XD, una storia raffazzonata e imbastita con il solo e unico obiettivo di deliziare gli storici appassionati del videogioco.

Stavolta stavo prendendo un granchio, e anche di quelli belli grossi!

Perché “Arcane” vanta un intreccio semplice, tutto considerato (alla portata di chiunque, sul serio!), ma anche un cast di personaggi incredibili, pronti a regalarci alcuni degli archi narrativi più intriganti ed emotivamente coinvolgenti di sempre!

Credo che uno dei motivi del successo stellare di questo show a livello internazionale vada cercato proprio nel fatto che “Arcane”, a differenza di molti altre serie tv di genere fantastico, tende a concentrare il suo centro d’interesse sulle relazioni fra i personaggi, anziché sugli eventi.

Il che non implica certo un’assenza d’azione, anzi: questi nove episodi regalano, apparentemente senza sforzo, un vero e proprio diluvio di combattimenti spettacolari, colpi di scena e inseguimenti al cardiopalma!

È solo che, in “Arcane”, resta valido dall’inizio alla fine uno dei più efficaci dettami che l’arte dello storytelling abbia da offrire: di fatto, sono le azioni dei personaggi a far avanzare la trama dal punto A al punto B, mai il contrario!

Una progressione che, fra l’altro, avviene spesso a suon di errori, diatribe e scossoni. Sbagli (consapevoli, involontari e/o del tutto inevitabili...) di cui i protagonisti, in un modo o in un altro, vengono sempre a chiamati a rispondere, innescando una serie di ripercussioni (anche psicologiche) in grado di arricchire la narrazione di ombre, luci e sfumature...

 

Una gioia per gli occhi, una panacea per lo spirito, e... un colpo al cuore!

Anche dal punto di vista estetico, “Arcane” si conferma semplicemente impeccabile.

Le animazioni, tanto per cominciare, sono incredibili, curate fin nel più minuzioso e certosino dei dettagli.

Consci della propria superiorità tecnica, i creatori della serie si sentono quindi liberi di rinunciare a qualsiasi barbosa, insopportabile tendenza all’esposizione: a che servirebbe, infatti, commettere il passo falso di introdurre spiegoni e infodump, quando il mondo di “Arcane” riesce a prendere vita di fronte agli occhi dei suoi spettatori in modo del tutto “spontaneo”, attraverso ciascun glorioso, sontuoso, cupissimo fotogramma?

Ogni particolare relativo ai personaggi viene studiato allo scopo di potenziarne la caratterizzazione: gestualità, piccoli tic, espressioni del volto... in “Arcane”, nessun particolare viene lasciato al caso.

Ma anche il cast vocale, naturalmente, fa la sua parte: l’interpretazione di Hailee Steinfeld (la Kate Bishop di “Hawkeye”), ad esempio, eleva l’intensità della tormentata e impulsiva Vi di almeno quindici tacche; mentre la performance di Ella Purnell (“Yellowjackets”) riesce a infondere abbastanza vulnerabilità, dolore e confusione nella voce di Jinx da impedire al suo instabile personaggio di trasformarsi in un dimenticabile clone di Harley Quinn.

Ma ho apprezzato tantissimo anche la prova di Shohreh Aghdashloo (se seguite “The Expanse”, sapete benissimo di sto parlando...), e la (parziale) rentrée di Katie Leung nel ruolo di Caytlin.

Insomma, se amate il fantasy, se seguite regolarmente il mondo delle serie tv d’animazione per adulti... Bè, chi voglio prendere in giro? Probabilmente avete già visto “Arcane”, e nulla di ciò che sto dicendo giungerà alle vostre orecchie come una novità!

Ma, in caso contrario, ricordatevi di fare un pensierino su questo titolo...

E poi, magari, tornate qui a farmi a sapere con quanta magnetica energia distruttivo-catartica il finale di stagione è riuscito a investirvi! XD


sabato 2 ottobre 2021

Recensione: "Midnight Mass" (serie tv)

Dopo le serie tv cult “The Haunting of Hill House” e “The Haunting of Bly Manor”, il regista e sceneggiatore Mike Flanagan torna su Netflix con il suo “Midnight Mass”...

Uno show maturo, cupo e struggente che gli permette di confermarsi come uno dei maggiori talenti nell'ambito dell’horror contemporaneo.

Un piccolo, grande capolavoro ispirato ad alcuni dei più popolari successi firmati Stephen King; sette episodi di pura, vibrante emozione, al servizio di una storia che mi ha fatto riflettere, mi ha spezzato il cuore, e... ha riacceso finalmente un po' del mio amore per l'umanità! XD

 



La trama

Gli avvenimenti si svolgono a Crockett Island, al centro di un isolato villaggio di mare, un posticino remoto popolato soprattutto da pescatori.

L’unica chiesa della cittadina è di fede cattolica, e la monotona routine della cittadina viene per lo più scandita dalle omelie e dai raduni domenicali.

Quando Riley (Zack Gilford) esce di prigione, non ha altro posto in cui tornare, un altro rifugio in grado di accoglierlo, se non quello offerto dai suoi anziani genitori.  C’è stato un tempo in cui il ragazzo avrebbe fatto qualsiasi cosa, pur di non essere costretto a tornare lì; ma tutto questo è stato prima dell’incidente, e del fantasma dal viso sfigurato che, ormai, tormenta i suoi sogni ogni notte.

Adesso, per la prima volta, Riley avverte dentro di sé un bisogno mai avvertito prima... quello di essere punito.

Ed è soprattutto per via della sua necessità di espiare che Riley si lascia persuadere a recarsi in chiesa ogni settimana; appena in tempo per assistere all’arrivo di Padre Paul (Hamish Linklater), il nuovo sacerdote incaricato di occuparsi del benessere spirituale dell’isola; nonché per riconciliarsi con Erin (Kate Siegel), una figura molto importante del suo passato.

Ma, a Crockett Island, qualcosa sta cambiando. Mentre la Pasqua della resurrezione si avvicina, un’ondata di sbalorditivi miracoli prende a scuotere la piccola comunità, precipitando gli isolani in una spirale di meraviglia e sconcerto.

Padre Paul è un predicatore umanista, un uomo carismatico e benvoluto da tutti... ma il suo fervore ha qualcosa di sinistro, e, a ben vedere, non tutti gli abitanti sembrano disposti a lasciarsi irretire dal suo fascino.

Si suppone che un miracolo debba essere un dono, non è così?

Vale forse lo stesso, per una maledizione?

 

C’era una volta Stephen King

Ho amato “Midnight Mass” profondamente, visceralmente e con tutta me stessa. Ecco, l’ho detto: non c’è davvero modo (o motivo) di girarci intorno.

Il primo episodio mi ha lasciato perplessa. Il secondo mi ha intrigato. Dal terzo in poi, mi sono ritrovata totalmente soggiogata... Il quinto, poi, mi ha semplicemente distrutto! :(

Come dicevamo, la nuova serie di Flanagan trae (esplicitamente) ispirazione da molteplici romanzi di Stephen King: da “Revival” a “Cose Preziose”, da “Carrie” a “Le Notti di Salem”.

La narrazione corale, supportata da un cast di primissimo ordine (menzione d’onore a Samantha Sloyan, che nei panni della fanatica Beverly si dimostra diabolicamente magnetica – e francamente terrificante) apre la strada a molteplici spunti di riflessione, a tematiche vitali e importanti quali la spiritualità, l’elaborazione del lutto, la famiglia, la comunità, l’amore, il dolore, il senso della vita... e della morte.

Soprattutto il senso della morte, e non credo che questo fatto si rivelerà in grado di sorprendere nessuno di coloro che hanno visto (e amato) le due stagioni di “The Haunting”.

I dialoghi (ma, soprattutto, i monologhi...) di “Midnigh Mass” possono descritti in un modo soltanto: da pelle d’oca.

Questa è una di quelle serie che può vantare un solido concept di base, una straordinaria fotografia e un’ottima padronanza dei principali meccanismi della suspense, ma che deve almeno l’80% del proprio successo ai personaggi; alla loro vulnerabilità, ai loro conflitti, alla loro innegabile capacità di sfiorare corde sensibili dentro di noi, in grado di risuonare fino a strappare una nota di pura affinità nella mente (e nel cuore) di noi spettatori.

 

Life is a wish

Di solito, non vado pazza per gli horror religiosi; ma “Midnight Mass” si rivolge, cuore in mano e mente aperta, a tutti quanti noi – non solo ai cattolici o ai cristiani, in generale, ma anche agli atei, ai musulmani, ai neopagani, ai filosofi zen eccetera eccetera.

Perché, in realtà (e come molti di noi sanno), siamo tutti collegati.

Il messaggio della serie è diretto a chiunque si sia soffermato a riflettere, anche soltanto una volta nella vita, sulle domande fondamentali; quelle che ogni tanto ci tengono svegli la notte, e che di solito il genere horror tende a sfruttare soltanto allo scopo di generare ansia e farci rabbrividire fin nel profondo delle ossa.

Anche parecchie sequenze di “Midnigh Mass” riescono a generare ansia e a far rabbrividire fin nel midollo, non mi fraintendete. Ma non a forza di jump scares o effettacci splatter; narrandoci piuttosto una sorta di parabola, la genesi dell’unico inferno realmente esistente: quello che noi umani siamo in grado di creare qui sulla Terra, semplicemente perché siamo nati con la capacità congenita di immaginarlo.

Chi crede di avere tutte le risposte, fino a che punto sarà disposto a spingersi, pur di dimostrare la propria ragione? Con quanta veemenza – con quale raccapricciante livello di abilità – sarà in grado di argomentare, cavillare e giustificare persino gli atti più inumani, le atrocità più impensabili, ai danni di chi non si conforma ai propri ideali?

L’arroganza, il dissennato fervore di chi si crede prescelto, contro la coraggiosa lucidità di sa di essere una goccia nel mare... e ne va fiero.

Perché, in fondo, sapere di essere il mare è molto meglio che sperare di venire salvati, o ergersi su un piedistallo e giocare al ruolo di Guardiani dei Cancelli; è una consapevolezza che non può nemmeno essere descritta come semplicemente gloriosa... è molto di più. E' divina. 

“Polvere eravamo, e polvere torneremo”; così amano ripetere alcuni religiosi.

Io (come altri) ho sempre preferito dire “Polvere di stelle eravamo, e alle stelle torneremo”.

Sospetto che alcuni personaggi di “Midnight Mass” sarebbero d’accordo...  :)

 

venerdì 3 settembre 2021

Appuntamento a Streamingville - Ep. 1: "Crudelia", "Fantasy Island", "The Protégé" (mini-recensioni)

Nuova rubrica-contenitore, confezionata ad hoc per parlarvi di alcuni film e serie tv viste sui vari servizi di Video On Demand: da Netflix a NowTv, passando per Prime Video, Disney+ e Apple…

Andiamo a dare un’occhiata da vicino alla prima “tripletta” di titoli! ;D

 

Crudelia

(Disney+)


Nonostante il mio amore smodato per i cani (ne ho sempre avuti intorno almeno un paio...), da ragazzina non ero legata in modo particolare al film “La Carica dei 101”. Crudelia, però, è un sempre stata un mito; un’icona diabolica, il secondo spauracchio disneyano per antonomasia dopo Malefica.

Magari è per questo che l’idea di un film ispirato interamente al suo personaggio mi intrigava così tanto; e il coinvolgimento nel progetto di Emma Stone non ha certo guastato!

Alla resa dei conti, credo che “Crudelia” sia uno dei film in live action più sorprendenti, eleganti e divertenti che la Disney abbia mai messo in cantiere. Più o meno alla pari con... Ah, non mi dire? Ebbene sì: “Maleficent” del 2014! XD

Conta sicuramente qualcosa il fatto che, come nel caso della pellicola diretta da Robert Stromberg, fin dall’inizio “Crudelia” non si sia proposto di essere una fedele trasposizione con attori in carne e ossa del celebre cartone animato, né un prequel remotamente compatibile con gli sviluppi degli eventi che tutti conosciamo.

“Crudelia”, in effetti, è un vero e proprio retelling! Una villain origin story accattivante, fascinosa e ricca di brio.

In questa versione, Estella/Cruella è una stilista geniale ma anche un po’ squilibrata, una giovane donna amante dei cani e affetta da quella che sembra, a tutti gli effetti, una leggera forma di sindrome bipolare.

La trama mescola abilmente elementi dalle inconfondibili tonalità dark in stile “Lemony Snickets”, ad altri che sembrano rimandare alla comicità de “Il Diavolo Veste Prada”, o addirittura alla follia del “Joker”.

Ovviamente, il tutto calato all’interno di un contesto adatto al pubblico dei giovanissimi… anche se sospetto siano stati soprattutto i più grandicelli ad apprezzare il film!

Come dite?

Ancora non siete convinti?

Allora aggiungete al quadro un cast di primordine: oltre a una Emma Stone in forma smagliante, infatti, vale senz’altro la pena di citare l’altra, immensa Emma (Thompson) che ha preso parte alla pellicola, nei panni della mefistofelica Contessa…


 

Fantasy Island 

(NowTv o SkyGo)


Non avevo mai sentito parlare della serie tv “Fantasilandia”, una vecchia produzione da cui pare che il recente film horror targato Blumhouse sia stato ispirato, ma probabilmente questa non giungerà come una grossa sorpresa: dopotutto, nel “lontano” 1978 mio padre aveva soltanto 15 anni, la mia mamma a malapena 13!

Per chi non lo sapesse, il “Fantasy Island” diretto da Jeff Wadlow ha una trama elementare, che più elementare non si può: un gruppo di sconosciuti accetta l’invito di un miliardario (Michael Peña) a trascorrere un periodo sulla sua misteriosa isola privata; un posto magico in cui – gira voce – qualsiasi desiderio, per quanto surreale o impossibile possa sembrare, è destinato a diventare realtà.

Sembra un po’ una premessa in stile “Nine Perfect Strangers”, per chi lo stesso seguendo; esattamente come in quel caso, non è tutto oro quello che luccica: ben presto, infatti, i malcapitati ospiti cominciano a sperimentare inquietanti allucinazioni e a subire le disturbanti implicazioni dei loro sogni a occhi aperti.

Come recita il saggio proverbio: “Stai attento a ciò che desideri... perché potrebbe avverarsi!”.

La prima metà di “Fantasy Island” è… Come potrei definirla? Prevedibile? Raffazzonata? Imbarazzante?

La catena di eventi è più meno quella che potreste aspettarvi, gli unici personaggi simpatici sono i “bro” decerebrati J. D. (Ryan Hansen) e Brax (Jimmy O. Yang), e in generale gli sforzi del cast si dimostrano terribilmente inadeguati (incluse le protagoniste Maggie Q e Lucy Hale).

La seconda metà del film, fortunatamente, si conferma più interessante. I colpi di scena, se non altro, cominciano a susseguirsi a un ritmo diabolico e, anche se non è detto che riescano a fare sempre centro (sicuramente, non ai livelli auspicati), bastano almeno a vivacizzare la visione e conferire un certo brivido di adrenalina al momento del climax.

In definitiva, una pellicola senza troppe pretese, insomma; si lascia guardare, intrattiene e regala quei quattro o cinque momenti di autentico cringe misto a risate.

Che è sicuramente più di quanto si possa dire a proposito di “Obbligo o verità”, il precedente lavoro di Wadlow.


 

The Protégé

(Amazon Prime Video)


Film d’azione diretto da Martin Campbell che, sospetto, gli appassionati del genere troveranno interessante.

Pur senza discostarsi troppo dal filone “donne assassine che te le suonerebbero anche bendate e con una mano legata dietro la schiena”, la sceneggiatura riesce a ribaltare un paio di cliché con grazia e disinvoltura.

Le scene d’azione, girate con competenza da un autentico “veterano” del settore (ricordiamo che, fra le altre cose, Campbell ha diretto “Vertical Limit” e “La Maschera di Zorro”), da un punto vista prettamente visivo offrono un discreto spettacolo.

Fortunatamente, anche il rapporto mentore/allieva che viene a instaurarsi fra la protagonista del film, Anna (interpretata da Maggie Q) e il suo reclutatore, Moody (Samuel L. Jackson), risulta abbastanza solido, convincente al punto da garantire allo spettatore una salutare dose di coinvolgimento emozionale.

Ciò premesso, non ho apprezzato “The Protégé” tanto quanto mi aspettavo.

Come mai?

C’è decisamente qualcosa che stona in questo film; anche se, effettivamente, risulta piuttosto ostico cercare di spiegare cosa e perché.

Forse sono stati i piccoli dettagli, pagliuzze che hanno contribuito a sottrarre o attribuire sfumature di significato a determinati elementi in maniere impreviste (e non del tutto gradite).

Diciamo che, ad esempio, vedere il grande Micheal Keaton nei panni dell’interesse romantico (un ruolo chiacchierino, “fisico” e pieno di ammiccamenti in stile Tom Cruise...) mi ha fatto un po’ di tristezza; a questo proposito, magari, qualcuno riuscirà a spiegarmi anche perché Samuel L. Jackson, che all’anagrafe conta soltanto tre anni più lui, in questo film interpretava il ruolo del vecchietto con un piede già sprofondato nella fossa, mentre Keaton era “il brillante pupillo” di un boss della mala (?).

In secondo luogo, penso che, nel corso di questo film, Campell si sia deliberatamente lasciato sfuggire almeno un paio di buone occasioni e personaggi.

Ad esempio, il villain principale di “The Protégé” è… Chi è diavolo è questo tizio, in realtà? XD

Un tale; il classico maschio bianco attempato affamato di potere, e capirai che novità?

Il tragico passato di Anna, poi, rappresenta un’altra carta sprecata. Nonostante la presenza dei flashback, e il tema (appena accennato) del trauma causato dalle brutali esperienza di guerra, gli sviluppi del secondo atto riducono tutto all’ennesima sottotrama che non porta da nessuna parte.

La protagonista ha dei demoni interiori, generati dalle brutali esperienze sperimentate nel corso della sua infanzia?

Sicuramente.

Si ritrova forse ad affrontarli, nel corso di questo film? O, almeno, ad esserne intralciata o influenzata in qualche modo?

Mmm... Non credo proprio.

Ma allora, caro Campbell... Che cosa li hai tirati in ballo a fare?!  XD

 

E voi, amici?

Avete già visto qualcuno di questi film? Di quali titoli dovremmo parlare al prossimo giro? 

:)



domenica 8 agosto 2021

Recensione: "A Classic Horror Story" (Netflix, 2021)

L’estate su Netflix è ricca di film horror...

Dopo la strepitosa e divertentissima trilogia di “Fear Street”, tocca allo slasher nostrano “A Classic Horror Story”, diretto dai registi italiani Roberto De Feo e Paolo Strippoli.

Scorrete in basso per leggere la recensione! ;D

 


La trama

Cinque sconosciuti decidono di condividere un camper per attraversare la Calabria e recarsi ai rispettivi appuntamenti.

Elisa (Matilda Anna Ingrid Lutz, una giovane attrice che somiglia ad Emilia Clarke in una maniera allarmante XD...), è una studentessa modello vessata dalla madre, che si prepara ad abortire il frutto di una gravidanza inaspettata.

Fabrizio (Francesco Russo), youtuber goffo e insicuro, ha intenzione di girare un video per i suoi (pochi) follower.

Riccardo (Peppino Mazzotta) è un dottore che, forse, non vede l’ora di riabbracciare la sua famiglia.

Mark (Will Merrick) e Sofia (Yuliia Sobol) sono due turisti stranieri attesi a un matrimonio.

Tutto procede nel migliore dei modi, fra le classiche frivolezze e i vari pettegolezzi di rito scambiati… almeno fino a quando il loro veicolo non finisce per schiantarsi contro un albero.

In panne, misteriosamente persi in mezzo al nulla, i malcapitati protagonisti si ritrovano a vagabondare in una selva che sembra uscita da un libro di fiabe… diciamo una raccolta dei Fratelli Grimm, più che un’antologia di Walt Disney.

Perché, nella tetra oscurità della Foresta, probabilmente si aggira qualcuno – o qualcosa.

E questa presenza farà di tutto per impedire ai nostri eroi di tornare a casa…


Un affezionato tributo, o… un'antologia di citazioni?

Se seguite il blog da un po’, probabilmente sapete che non sono una grande patita di cinema italiano.

Ma un pomeriggio, girellando su Netflix dopo la mia solita maratona quotidiana di episodi di “Legends of Tomorrow”, mi sono imbattuta nel trailer di “A Classic Horror Story”.

Per farla breve? Quel poco che ho visto ha riscosso subito la mia attenzione.

Anche adesso, a visione ultimata, posso confermare la mia buona impressione: in effetti, la prima cosa positiva che posso dire a proposito dell’opera di De Feo e Strippoli (un piccolo spoiler: non sarà l’unica!) è che il loro film decisamente non può essere considerato alla stregua della vostra la classica fiction da seconda serata su Rai2.

L’amore per l’horror trasuda da ogni singola inquadratura, tanto per cominciare, e credo che questo rappresenti un grandissimo “biglietto da visita” per la pellicola. Specialmente perché questa grande passione, oserei dire addirittura devozione nei confronti dell’opera dei grandi Maestri del genere, arriva a convertirsi in preparazione e competenza in più di un’occasione.

“A Classic Horror Story”, come a questo punto avrete intuito, è un titolo che attinge a piene mani dall’immaginario collettivo e sfrutta ingredienti tratti dai successi più disparati (da “Wrong Turn” a “Midsommar”, da “Silent Hill” a “Le Colline Hanno gli Occhi”, per arrivare a omaggiare direttamente “Black Mirror” e “Antebellum”).

Una sfilza di citazioni che i fan italiani adoreranno analizzare, e di cui probabilmente continueranno a chiacchierare fra di loro per molto tempo a venire.

Il rovescio della medaglia?

Bè, probabilmente l’identità del film in questione non è altrettanto solida e convincente…


L’horror, secondo noi

“A Classic Horror Story” è un film adrenalinico e divertente. Ho apprezzato lo sforzo di fondare una propria “mitologia”, così come mi sono piaciuti i riferimenti meta-testuali e quello scioccante finale, a mio avviso uno dei momenti più riusciti ed elettrizzanti.

Anche le interpretazioni mi sono piaciute (al solito, mi sono vista costretta ad attivare i sottotitoli per capire la metà delle parole che uscivano dalle bocche degli attori, ma vabbè... trattandosi di cinema italiano, questa è praticamente la prassi, sigh!! XD), e lo stesso vale per la maggior parte dei colpi di scena e dei numerosi “villains”.

 Una piccola avvertenza: se cercate un film che faccia paura, probabilmente “A Classic Horror Story” non è il titolo che fa per voi. Lo considererei, più che altro, un film sulla paura…  e forse addirittura sul cinema del terrore, in senso lato; una pellicola che si rivolge soprattutto ai fan più incalliti del genere, ed esclusivamente a quelli di nazionalità italiana.

Come apprezzare, altrimenti, il caustico (ma-non-troppo) commentario sociale, le battutine al vetriolo sullo stato della nostra cultura (pomposa e affamata di raccapriccianti momenti televisivi in stile Tv Verità), e le innocue frecciatine rivolte al personaggio di Mark, “simpatica” incarnazione di quello stesso concetto di “allegro caz***e americano” promesso da innumerevoli teen-slasher a stelle e strisce? XD


Benvenuti in Calabria: la leggenda di Osso, Mastrosso e Carcagnosso

In definitiva, però, temo che “A Classic Horror Story” si ritrovi a perdere terreno su uno dei versanti più insidiosi e importanti di tutti: la sceneggiatura.

Che risulta, a parer mio, infinitamente più posticcia e lacunosa di quanto sarebbe stato lecito aspettarsi, perfino considerando le doverosi attenuanti (non scendo nel dettaglio per evitare spoiler).

Inoltre, il film si rifiuta di schierare in campo elementi nuovi, personali; perlomeno, nessuna idea, nessuna trovata particolare, che non fosse già stata utilizzata (in maniera più valida) in qualche altro contesto.

Perfino la leggenda dei Tre Cavalieri, i temibili Osso, Mastrosso e Carcagnosso, non è esattamente farina del sacco degli sceneggiatori.

E nel saltare da un riferimento all’altro, da una strizzatina d’occhio a un easter egg, il film finisce spesso per perdere di lucidità e smarrire la direzione.

L’epilogo sulla spiaggia, ad esempio, per me è un esempio lampante di questo deragliamento concettuale.

La tematica dei social media e della progressiva “zombizzazione” delle masse?

Accattivante, sicuramente.

Attuale.

Trendy.

Ma abbastanza fuori luogo, considerando le premesse.

Un indizio che serve a ricordarci uno degli assiomi fondamentale dell’arte dello storytelling: non è mai una scelta saggia, cercare di raccontare dieci storie in una.

E forse neanche comprimere venti film in una pellicola, nella speranza che il pubblico non si accorga dei punti di sutura che collegano in malo modo il tuo glorioso, spensierato e scalcagnato mostro di Frankenstein...

   

domenica 25 luglio 2021

"Fear Street Part Three - 1666": la recensione del terzo film della trilogia horror targata Netflix

 


E così, eccoci giunti alla terza recensione dedicata alla trilogia horror “Fear Street”, disponibile su Netflix!

Se “1994” deve la propria ragion d’essere a film come “Scream” e “So cosa hai fatto”, e “1978” si rifà soprattutto alla scia tracciata da “Venerdì 13” e altri summer camp movies suoi pari, “1666” va ad attingere gran parte della sua ispirazione da un altro clamoroso successo, stavolta infinitamente più recente: vale a dire il piccolo cult di Robert Eggers “The Witch”.

Nei panni dell’emarginata Sara Fier, Deena (Kiana Madeira) compie infatti un tuffo a testa bassa nel Medioevo, in pieno periodo di caccia alle streghe, e comincia a esplorare le tragiche radici della maledizione che infesta Shadyside da oltre 300 anni. Sullo sfondo, la tragedia di un amore impossibile e la crudele ambizione di uomini corrotti, disposti a tutto pur di aggrapparsi ai propri privilegi…

Un film che è in parte “villain origin story”, quindi, e in parte la perfetta continuazione dei due titoli che l’hanno preceduto; fra sinistre guaritrici del bosco, oscure piaghe bibliche e folle di zotici armati di forcone.

Ma non è tutto: perché, ovviamente, “1666” ha anche il compito di portare a termine la trilogia e concludere la storia di Deena, Sam (Olivia Welch) e Josh (Benjamin Flores Jr.) negli anni Novanta.

Un complesso obiettivo di “raccordo”, quindi, che a mio avviso la regista Leigh Janiak è riuscita a centrare in maniera eccellente, a quanto pare anche grazie ai preziosi consigli del maestro Guillermo del Toro.

“1666”, in effetti, garantisce ai fan della saga un finale perfettamente appagante. Non è terrificante, e in realtà non si sforza minimamente di esserlo, “limitandosi” a regalare agli spettatori una sfilza di piacevoli brividi e di elettrizzanti momenti in stile “I Racconti della Cripta”. 

Ma, a questo punto, il legame che si è venuto a instaurare con i personaggi e con l’affascinante mitologia che ne definisce l’atmosfera dovrebbe rivelarsi più che sufficiente a farci accelerare i battiti e a immergerci nel cuore della narrazione.

La prima parte del film, ambientata nel pieno dell’ondata di fanatismo e superstizione che travolse tanto il Vecchio quanto il Nuovo continente nel diciassettesimo secolo, è anche la più oscura, la più disturbante ed esteticamente suggestiva.

Probabilmente perché il tema della caccia alle streghe (purtroppo) non ha mai smesso di esercitare una fascinazione estremamente contemporanea ai nostri occhi; ma forse anche perché il world-building risulta molto curato e l’appassionata sensibilità con cui questi temi vengono affrontati tende a balzare immediatamente all’occhio.

L’unica cosa che non ho apprezzato/capito del tutto, è stata la scelta di “riciclare” tutto il cast dei due film precedenti per girare questo terzo capitolo. Voglio dire, ovviamente mi ha fatto piacere rivedere la bravissima Sadie Sink, che in “1978” aveva già interpretato Ziggy… Ma probabilmente un gruppo di attori e attrici diversi mi avrebbe aiutato a “differenziare” meglio i vari personaggi, e a riconoscere i parallelismi fra le due diverse linee temporali in maniera più autonoma e stimolante.

 Ad ogni modo, nella sua seconda parte, “1666” ci scaraventa nuovamente incontro al “presente” e torna a occuparsi di quello che “Fear Street” ha dimostrato, fin dall’inizio, di saper fare così bene: ossia scaraventarci di nuovo fra le braccia di quel confuso sentimento di nostalgia/avversione verso i famigerati anni Ottanta/Novanta; uno slancio di struggimento che, da qualche tempo a questa parte, continua ad accattivarsi e intrigare una così larga fetta di pubblico.

(Prego notare che ho usato il temine "avversione" non a caso; perché, sul serio… ma chi mai vorrebbe tornare a viverci per davvero, in quegli anni a base di conformismo, pregiudizi, razzismo e omofobia? Manco per riavere indietro tutti i miei pomeriggi a base di “Bim Bum Bam” del mondo, giuro! XD)

E, sì… La verità è che ho adorato questa trilogia! È stato un po’ come se Janiak e tutti gli altri membri della sua squadra avessero deciso di fare un regalo alla piccola me stessa dodicenne, e sospetto che sarò sempre grata a Netflix per questo!

Dopotutto, è soprattutto per via di titoli come "Fear Street" che continuo a tenere l’abbonamento… e che la terribile maledizione di Sara Fier si abbatta pure su tutti i “Bridgerton” e i “Lucifer” di questo mondo! :D

 

 Il libro che ha ispirato la serie:


 


sabato 17 luglio 2021

"Fear Street Part Two - 1978": la recensione del secondo film della trilogia horror targata Netflix

 


Il secondo capitolo di “Fear Street”, la trilogia horror dell’estate targata Netflix, ci offre un altro tuffo mortale all’indietro nel tempo: l’ambientazione, stavolta, si sposta dai nostalgici anni ’90 ai ruggenti ’70, in piena atmosfera da “summer camp movies”!

Se avete già visto “1994”, in parte sapete già cosa aspettarvi.

In “Fear Street: 1978”, seguiamo le vicende delle due bellicose sorelle Cindy (Emily Rudd) e Ziggy (Sadie Sink), adolescenti alle prese con la gestione di un campo estivo assediato da un’orda di teenagers rumorosi. Le ragazze provengono dalla cupa e “sfigata” città di Shadyside, teatro di stragi e massacri seriali since 1666, ma nel campo c’è posto anche per parecchi soggetti nati e allevati nella limitrofa Sunnyvale, la oh-così-ridente-e-pomposa! città dirimpettaia.

La maggiore, Cindy, trascorre le sue giornate facendosi in quattro e supervisionando le varie attività ricreative, fra un tête-à-tête con il fidanzato scemo Tommy (McCabe Slye) e un battibecco inviperito con gli amici alternativi Alice (Ryan Simpkins) e Gary (Drew Scheid).

Ziggy, invece, cerca di sopravvivere al bullismo delle classiche sgallettate alla “Mean Girls” che Sunnyvale sembra sempre così ansiosa a sfornare!

Al campo, infatti, non sono in pochi a pensare che la ragazzina sia una specie di “alleata” di Annie Fier, sedicente strega e fonte di ogni forma di superstizione locale. O, perlomeno, tutti si sforzano sempre molto di continuare a fingere di credere che sia così… non fosse altro che perché il sotterfugio fornisce loro l’opportunità di continuare a tormentare la povera Ziggy in modi sempre più creativi e spietati!

Chiaramente, se c’è una cosa che abbiamo imparato guardando “Fear Street: 1994”, è che la gente non dovrebbe mai fare i conti senza i mostri… O con l’inarrestabile forza oscura pronta a fagocitare l’intero campo estivo!

In realtà, “Fear Street” andrebbe forse considerata come una sorta di lunga, divertentissima miniserie. Il fatto che tutti e tre i film siano stati diretti dalla stessa regista, Leigh Janiak, probabilmente la dice lunga circa il genere di legame che unisce i vari capitoli: “1994”, “1978” e “1666”, infatti, rappresentano semplicemente i tre atti della medesima storia, e non avrebbe assolutamente senso guardarli in ordine sparso, o addirittura pretendere di saltare uno o più episodi.

 “1978”, dal canto suo, si rifà tanto alla saga di “Venerdì 13” quanto a quella dei “Piccoli Brividi” di R. L. Stine; e, in effetti, ritengo che il target di riferimento ideale della pellicola vada a collocarsi da qualche parte a metà strada fra quelli dei due titoli.

A me ha ricordato un po’ anche “The Final Girls”, sottovalutatissima gemma del genere di qualche anno fa con Taissa Farmiga e Malin Åkerman.

Una pellicola che fa chiaramente il verso alla “nastiness” tipica di certe pellicole horror degli anni Settanta, quindi, smussandone le “brutture” più esplicite senza mai arrivare a sconfinare nella vera e propria parodia. Le scene di violenza, frequentissime e dal taglio abbastanza splatter, continuano infatti ad ammiccare ai grandi classici della nostra adolescenza: “Scream”, “Urban legend”, “So cosa hai fatto”… Niente di troppo esagerato, insomma, e di sicuro nulla in grado di sfidare i divieti imposti dal classico bollino “V.M.16”!

Mi è parso interessante il fatto che il cuore emotivo del film sia stato riservato al rapporto fra le due sorelle protagoniste, una relazione conflittuale e insolitamente ricca di sfumature. Ho amato veder interagire i loro personaggi sulla scena e devo ammettere che, in alcuni momenti, mi sono ritrovata addirittura con i lucciconi agli occhi; anche se sospetto che parte del merito di questo coinvolgimento vada attribuito alla vivace interpretazione della giovanissima attrice Sadie Sink, un talento naturale che riesce a dominare la scena senza (apparentemente) neanche doverci provare più di tanto.

Ma anche il personaggio di Alice è riuscito a riservarmi qualche sorpresa…

In effetti, posso solo confermare quanto già affermato a proposito di “1994”: secondo me, “Fear Street” è una serie che elettrizza, che trascina, che immerge, soprattutto perché la sceneggiatura si sforza di prendere queste allegre “caricature” di personaggi estremamente noti al grande pubblico (l’allegro caz**ne, la bad girl rocchettara, la scream queen dai boccoli immacolati eccetera), e di restituire loro un pizzico di dignità, quel tanto di umanità che basta a renderli reali e dannatamente preziosi ai nostri occhi.

Tutti, tranne le carogne di Sunnyvale, ovviamente… lo sanno tutti, che quelli sono pendagli da forca e basta! XD

Appuntamento fra qualche giorno per la recensione del terzo e ultimo film! ^^

 


 Il libro che ha ispirato la serie:




lunedì 5 luglio 2021

"Fear Street Part One - 1994": la recensione del primo film della trilogia horror targata Netflix...

 



Provate nostalgia per “Scream”, “Urban legend”, “So cosa hai fatto”, e tutti gli altri teen-slasher che ci tenevano compagnia durante le calde notti d’estate degli anni Novanta?

Netflix ha pensato a voi, distribuendo sulla sua piattaforma “Fear Street: 1994”, primo film di una trilogia horror liberamente ispirata all’omonima serie di libri per ragazzi di R. L. Stine.

Una pellicola dal retrogusto moooolto vintage, e che tuttavia appartiene profondamente al pubblico moderno, con i suoi ritmi dilatati, la sua vena citazionista e i suoi personaggi queer pronti a sfidare, a ogni passo, l’odioso trope del “bury-your-gays”.

Ovviamente, anche la trama si ispira a quei bei successi dei tempi andati, con una strizzatina d’occhio al fenomeno “Stranger Things”.

La vicenda si svolge nella squallida città di Shadyside, località fittizia in cui la gente si barcamena fra alti e bassi, passando la vita all’ombra della sinistra leggenda di Sarah Fier, condannata a morte ai tempi della caccia alle streghe.

Secondo molti abitanti, il fantasma della donna imperversa ancora per le strade di Shadyside, pronto a esigere la sua vendetta e a scatenare gli orrori dell’inferno sui discendenti dei suoi assassini.

E, in effetti, da allora in città continuano a scatenarsi esplosioni di violenza inconcepibili; carneficine che si verificano a cadenza quasi regolare, gettando la popolazione in uno stato di terrore e paranoia costante.

Gli involontari protagonisti di questi “tradizionali” bagni di sangue?

Ma gli adolescenti, ovviamente! Ragazzi e ragazze innocenti, che continuano a morire come mosche o a lasciarsi trascinare in un vortice di follia così oscuro da rasentare un’autentica maledizione.

Eppure nessuno, a Shadyville, sembra disperato tanto quanto Deena (Kiana Madeira), con la sua indole ribelle e il suo cuore spezzato. Da quando ha rotto con Sam (Olivia Scott Welch, vista di recente nella serie tv “Panic”), pare che nulla nella sua vita sia più destinato ad andare per il verso giusto!

Così, fra un attacco di disperazione esistenziale e l’altro, la ragazza trascorre le sue giornate in compagnia degli strampalati amici/spacciatori-in-erba Simon (Fred Hechinger, “La donna alla finestra”) e Kate (Julia Rehwald); oppure prendendosi cura dell’intelligente fratello minore Josh (Benjamin Flores Jr.), un adorabile nerd che conosce ogni più sordido dettaglio inerente al folclore locale.

Almeno fino a quando la maledizione di Shadyvale non si abbatte sul loro gruppo con la potenza di un uragano, costringendo la banda a lottare per la sopravvivenza e a escogitare un modo per fermare la forza oscura che perseguita la città… prima che sia troppo tardi!

A dire il vero, non so prevedere in che modo la cosiddetta “generazione Z” reagirà alla visione di “Fear Street: 1994”. Posso solo dire che, per una brava millenial di prima ondata come me, cresciuta aspettando i film della serie “Notte Horror” su Italia 1 tutte le estati, la pellicola di Leigh Janiak si è rivelata una piccola chicca da non perdere!

La regista, con questo primo film, si allontana anni luce dalle atmosfere inquietanti del suo (seppur validissimo) “Honeymoon”, e ci regala piuttosto un biglietto per un elettrizzante e divertentissimo giro di giostra al confine fra struggimento adolescenziale, serietà e nostalgia.

Ovviamente gli omaggi ai grandi classici del passato si sprecano, e il trailer del prossimo capitolo della saga (disponibile su Netflix a partire dal 9 luglio) lascia già presagire una seconda ondata.

Tuttavia, la verità è che “Fear Street: 1994” garantisce anche un paio di scene truculente e parecchi momenti di autentica, deliziosa tensione, fra colpi di scena al cardiopalma e variopinti “mostri” mascherati a piede libero per la città.

Per giunta i personaggi, per quanto “familiari”, sfuggono a un processo di facile categorizzazione, e si rivelano in più di un’occasione molto più di quello che sembravano all’inizio (sto pensando a Sam, ovviamente, ma forse soprattutto a Simon).

Senza contare il fatto che la ricchissima mitologia alla base della trama sembra preparare le fondamenta per l’esecuzione di un disegno molto più complesso e intrigante…

Insomma, un film poco impegnativo e leggero, questo “Fear Street: 1994”; ma non troppo leggero, e sicuramente privo di quella superficialità che permea il 90% dei film dell’orrore che ci siamo abituati a guardare in questi anni. 

Poiché mancano ancora due capitoli alla fine dell’avventura, mi riservo di volare basso e limitarmi a un sette nella mia valutazione finale.

Ma la verità è che non vedo l’ora di vedere il prossimo film…

E voi?

Avete già visto il primo capitolo di "Fear Street"? Vi incuriosisce? :)


Giudizio personale:

7.0/10




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