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lunedì 4 aprile 2022

Recensione: "Delilah Green doesn't care", di Ashley Herring Blake

Per riprenderci dalle fatiche del lunedì, lasciamo che sia la recensione della deliziosa rom-com saffica “Delilah Green doesn’t care” a inaugurare la nostra settimana!

Una commedia romantica effervescente, spassosa e all’insegna dell’ottimismo più sfrenato, firmata da Ashley Herring Blake, già autrice dei romanzi YA “Girl Made of Stars” e “Hazel Bly and the Deep Blue Sea”...

 


Bright Falls, Vol. 1

Potete acquistarlo QUI in inglese

 

La trama

Delilah Green ha giurato a se stessa che non sarebbe più tornata a Bright Falls.

Dopotutto, lì non c’è più niente per lei; nulla, a parte i ricordi di un’infanzia trascorsa all’insegna della solitudine e dell’indifferenza, e di una matrigna e di una sorellastra che, a suo avviso, hanno sempre fatto del loro meglio per respingerla e tagliarla fuori.

La vita di Delilah è a New York, adesso, e passa attraverso la sua carriera di fotografa (finalmente avviata incontro a una direzione promettente...), oltre a includere un letto a due piazze che non è costretta a occupare da sola neanche per una notte.

Certo, si tratta di una donna diversa ogni volta, ma questo, in fondo, si intona benissimo alla sua visione della vita: nessuna relazione, nessuna responsabilità, nessuna possibilità di ritrovarsi con un cuore spezzato.

Ma poi Astrid, la sorellastra in questione, la “incoraggia” caldamente ad accettare un lavoro: occuparsi delle fotografie nel corso del suo imminente matrimonio con un medico facoltoso.

Delilah vorrebbe rifiutare, ma fra la necessità di incassare un sostanzioso assegno e una vagonata di sensi di colpa, la frittata è fatta: contro ogni buon senso, eccola di nuovo nella sua vecchia cittadina dimenticata da dio, quella che un tempo era solita chiamare “casa”.

La stessa sera, succede qualcosa di molto strano: Delilah si imbatte in Claire Sutherland, una delle migliori amiche di sua sorella. Claire, che ai tempi del liceo faceva parte della “cricca” di mean girls da cui Delilah ha sempre cercato di tenersi lontano... e che, adesso, sta facendo del suo meglio per allevare una figlia da sola, mentre affronta i capricci di un ex inaffidabile e cerca di tenere a galla una piccola libreria.

Claire e Delilah si conoscono da anni, e fra loro non è mai corso buon sangue, per cui non è assolutamente possibile che fra di loro scatti improvvisamente qualcosa... O sì?

Mentre formano un’alleanza per impedire ad Astrid di compiere il più grosso errore della sua vita – sposare un arrogante buono a nulla – Delilah e Claire si ritroveranno a fare con i reciproci difetti, un’attrazione insopprimibile, e... parecchie scintille!

 

Un pizzico di felicità

Ogni tanto, ho bisogno anch’io di affidarmi alle pagine di un confortevole ed elettrizzante “feel-good book”; qualcosa in grado di trasportarmi a duecentomila anni luce di distanza dalla mia vita quotidiana e da qualsivoglia tematica scottante, il porto sicuro in cui fermarmi a riprendere il fiato e a recuperare le forze .

Delilah Green doesn’t care” ha rappresentato esattamente questo per me, e non mi imbarazza minimamente affermare che ne ho amato OGNI. SINGOLO.CAPITOLO.

Siamo ancora all’inizio dell’anno, per cui non voglio sbilanciarmi, ma sospetto già che quella di Ashley Herring Blake sarà la mia commedia preferita del 2022; un po’ come accadde con “One Last Stop” per il 2021, insomma.

Il romanzo offre, sopra ogni cosa, la cronaca di una storia d’amore contemporanea, briosa e travolgente; un canovaccio basato su uno dei più classici cliché del genere (quello degli opposti che si attraggono), fortunatamente privo di risvolti eccessivamente drammatici o “angoscianti”.

Claire e Delilah sono protagoniste divertenti, sexy e ricchissime di difetti; l’alchimia fra di loro non può essere messa in discussione neanche per un secondo e, anzi, sfido qualsiasi lettore/lettrice a negare l’assurdo carico di energia “ormonale” che caratterizza ogni loro interazione.

Voglio dire, una super-mamma nerd dall’indole dolcissima e dal piglio battagliero, e una bad girl dalla battuta pronta e il look alla Faith Lehane/Wynonna Earp?

E come si fa, a non fare il tifo per una ship così? XD


La chiave del successo

Ho sempre pensato che il segreto del successo, per una commedia romantica che si rispetti, risieda almeno al 50% nella qualità dei suoi dialoghi e nella natura accattivante dei suoi personaggi secondari.

In “Delilah Green doesn’t care”, ad esempio, mi sono imbattuta in quel particolare tipo di comprimario che ti spinge a tuffarti fra le pagine come fra le braccia spalancate di un vecchio amico.

I dialoghi, dal canto loro, sono irresistibili, e l’atmosfera “confortevole” mi ha fatto immediatamente fatto pensare a una certa serie tv di Amy Sherman-Palladino. Dopotutto, non è difficile vedere Bright Falls come una sorta di Stars Hollow in versione 2022; se vi è mai capitato di vedere anche un solo episodio di “Una mamma per amica”, sospetto che capirete immediatamente di cosa sto parlando.

Al di là del romance, comunque, la cosa che ho amato di più è stata sicuramente la sottotrama dedicata all’esplorazione del delicato rapporto fra Delilah e Astrid; una relazione difficile, commovente e quasi dolorosa che, con un pizzico di fortuna, Ashley Herring Blake tornerà a esplorare nel corso di “Astrid Parker doesn’t fail”, il secondo volume della serie!

 



sabato 26 marzo 2022

“Youngblood”: Mondadori porterà in Italia il romanzo horror/queer di Sasha Laurens

Youngblood” non è ancora uscito negli USA (anche se, ormai, manca poco...), eppure l’autrice Sasha Laurens,  tramite i suoi accont social, ci ha già comunicato una notizia fantastica: il suo nuovissimo libro YA, a metà strada fra dark academia e commedia nera, arriverà prossimamente anche sugli scaffali delle librerie italiane!

La traduzione avverrà a opera della Mondadori...

  

Potete acquistarlo QUI in inglese

 

Youngblood”: la trama

Per Kat Finn e sua madre, non è facile vivere in mezzo agli umani.

Dal momento che la maggio parte dell’umanità è stata infettata da un virus letale per i succhiasangue, per sopravvivere le due donne sono costrette a bere Hema, un sostituto sintetico del sangue estremamente costoso; lo stesso, ovviamente, vale ormai per tutti i vampiri.

Kat non è esattamente entusiasta all’idea di trascorrere una vita immortale di stenti e fatica; ma non appena apprende di essere appena stata ammessa presso la Harcote School, una prestigiosa scuola preparatoria che, in segreto, accoglie solo vampiri, comincia a pensare che la sua fortuna stia finalmente per cambiare.

Taylor Sanger, dal canto suo, è cresciuta nel mondo dell’abbiente alta società vampira, ma sta cominciando seriamente a stancarsi dei suoi valori arretrati, terribilmente conservatori – soprattutto nel campo della sessualità, dal momento che Taylor è una lesbica dichiarata, soddisfatta e orgogliosa.

Ormai deve stringere i denti e sopportare soltanto un altro paio d’anni alla Harcote, prima di conquistarsi l’agognata libertà. Ma quando scopre che la sua nuova compagna di stanza è Kat Finn, rimane orripilata: perché Taylor e Finn erano le migliori amiche del mondo, tanto tempo fa, ma quella storia non è affatto finita bene!

E poi, Taylor si imbatte nel corpo morto di un vampiro, e Kat fa una scoperta scioccante negli archivi della scuola...

A poco a poco, le due iniziano a realizzare che i segreti della Harcote potrebbero essere assai più oscuri del previsto – segreti peraltro collegati alle più potenti figure del Vampirdom, e a quello stesso sangue sintetico su cui tutti loro, ormai, sono costretti a fare affidamento.

 

Sasha Laurens

Youngblood” è il secondo romanzo di Sasha Laurens.

L’uscita americana è prevista per luglio 2022; se tanto mi dà tanto, probabilmente occorrerà aspettare almeno fino al 2023 per mettere le mani sull’edizione italiana, ma intanto sappiamo già che uscirà, fra l’altro per opera della più influente e affermata casa editrice del nostro Paese.

Oltre che per l’Italia, nel frattempo i diritti di traduzione sono già stati acquistati anche per la Francia, il Brasile, l’Ungheria e una manciata di altre nazioni.

La campagna promozionale descrive “Youngblood” come la lettura ideale per gli amanti della serie “Vampire Diaries” e del sottogenere dark academia, e ogni singolo elemento citato all'interno della sua trama sembra confermarlo.

In realtà, anche se la maggior parte di voi (probabilmente) non avrà la più pallida idea di cosa io stia parlando XD, mi è sembrato di scorgere fra le righe anche un velato (deliberato?) riferimento alla webserie canadese che, fra il 2014 e il 2016, ha fatto impazzire le giovani spettatrici lesbiche di tutto il mondo: vale a dire, l’inimitabile “Carmilla”.

Ma, in realtà, al momento tutto quello che mi aspetto – e prego! - di ottenere leggendo “Youngblood”, è la possibilità di trascorrere qualche ora spensierata in compagnia di un libro divertente, ironico e leggero.

Ci riuscirò?

A quanto pare, dovremo aspettare l’estate per scoprirlo! ;D

 

 



martedì 15 marzo 2022

Recensione: "The Afterparty" - Stagione 1

The Afterparty” è una serie televisiva mistery/comica disponibile sul servizio streaming Apple Tv+.

Per amor di cronaca, tengo a precisare che non ha nulla a che fare con il genere fantasy (che è, dopotutto, il tema centrale di questo blog fin dal giorno in cui è nato).

Ma la verità è che l’ho trovata così brillante, irresistibile e divertente, che non ho davvero saputo trattenermi: voglio dire, rifiutarsi di spendere almeno due parole a proposito di questo esuberante e fantastico show potrebbe essere considerato un vero delitto, ragazzi...



 

La trama

Tutto ha inizio in occasione di un’epica rimpatriata fra ex-compagni di liceo.

Una “reunion” leggermente diversa dalle altre, però: per la prima volta, infatti, il grande evento vedrà la partecipazione speciale del cantante pop/attore/inarrestabile astro in ascesa Xavier (Dave Franco).

Prima di diventare una grande star, ovviamente, Xavier frequentava un normalissimo istituto superiore... anzi, il ragazzo veniva addirittura considerato come una sorta di paria sfigato, perlomeno dalla maggior parte degli altri studenti.

Ma ormai quei tempi miserabili sono acqua passata: alla riunione, tutti aspettano con ansia di rivedere Xavier, e fra i partecipanti non c’è nessuno che non sia ansioso di sfruttare l’occasione per fregiarsi di un po’ di luce riflessa.

Mmm... forse non proprio nessuno, a pensarci bene.

Il timido e mite Aniq (Sam Richardson), ad esempio, si presenta alla rimpatriata con il solo e unico obiettivo di approcciare Chloe (Zoë Chao), il suo primo amore, e dichiararle una valanga di sentimenti inespressi. E poi c’è Brett (Ike Barinholtz), l’ex marito di Chloe, ancora ossessionato dalla fine del suo matrimonio e intenzionato a tenere d’occhio ogni singola mossa di quella che, un tempo, considerava la sua dolce metà.

Il vivace Yasper (Ben Schwartz), dal canto suo, è alla ricerca di una maniera rapida e indolore per sfondare nel campo musicale; mentre l’ex-bad girl Chelsea (Ilana Glazer) ha ancora un paio di conti in sospeso da regolare...

Nel corso della festa, com’è prevedibile, antichi segreti e rancori mai del tutto sopiti cominciano a sobbollire, scatenando una slavina di imprevedibili (ed esilaranti) conseguenze.

Nessuno, però, sembra disposto a dare troppo peso alla tensione montante; almeno fino a quando il corpo di Xavier non viene ritrovato in fondo a una balconata, riverso in una pozza del proprio sangue.

L’anticonvenzionale detective Danner (Tiffany Haddish) piomba quindi sul luogo del delitto, con l’ordine di risolvere il caso nel giro di 24 ore, o consegnare l’intera investigazione nelle mani di uno specialista.

Gli indizi sono molteplici e confusionari. Tutti, in un modo o nell’altro, sembrano puntare un dito d’accusa in direzione di Aniq... Ma Danner non è convinta.

Ricostruire gli eventi della notte appena trascorsa, interrogando ogni singolo testimone e confrontando capillarmente ciascuna versione dei fatti, potrebbe rappresentare l’unica strategia per arrivare alla verità.

 

Game Night... no, Cluedo Night!

Se avete apprezzato la comicità effervescente e un po’ pazza del film “A Cena con il Lupo”, finirete quasi sicuramente per innamorarvi perdutamente della serie tv “The Afterparty”.

Un po’ perché l’attore protagonista, il coccoloso Sam Richardson, è lo stesso; e un po’ perché stiamo parlando, anche in questo caso, di un prodotto “ibrido”, un imprevedibile mix di generi, temi e tonalità, contrassegnato peraltro da una spiccata personalità e da un graffiante senso dell’ironia.

Ogni episodio di “The Afterparty” segue il punto di vista di un diverso partecipante alla rimpatriata, offrendo ai creatori la preziosa opportunità di trasformare ogni puntata in un impeccabile esponente/divertita parodia di svariati generi cinematografici: musical, animazione, buddy-cop, thriller hitchcockiano, romcom, e chi più ne ha, più ne metta!

I personaggi sono questo assurdo, rumoroso, esagerato, completamente svitato gruppo di millenials alle prese con le loro esistenze disagiate e con uno spinoso caso alla Agatha Christie. Per lo più gli interpreti, quasi tutti attori comici con una solida e lunghissima carriera alle spalle, sono semplicemente grandiosi, e fanno piegare in due dalla risate.

Sospetto, fra l’altro, di aver apprezzato ogni singolo istante di leggerezza, ogni battuta scema e gag innocente, con il triplo dell’entusiasmo che mi capita di riscontrare di solito.

Non so voi, ma in questo periodo mi sento disposta ad abbracciare con gratitudine qualsiasi occasione di tornare a sorridere e ricordarmi che la mia vita, con le sue tragicomiche disavventure e i suoi buffi trionfi, è importante anche se è imperfetta, e anche se a volte sembra... bè, totalmente fuori controllo! XD

 

Whodunnit?

The Afterparty”, insomma, è un murder mistery che non ha nulla a che spartire con il 99.9% dei gialli che avete visto e di cui avete letto.

Non sono sicura di aver trovato il finale di questa prima stagione particolarmente soddisfacente, ma in realtà non mi ha nemmeno deluso e, in ogni caso, la verità è che mi sono divertita moltissimo a seguire gli indizi e a cercare di individuare il colpevole insieme alla scatenata detective Danner.

Ora... Non ho la più pallida idea di quanto, e fino a che punto, il doppiaggio possa influire sulla vostra capacità di gustarvi la show, perché, ovviamente, l’ho visto in lingua originale; ma sono stra-arci-sicura che le varie performance degli attori vadano “ascoltate”, oltre che ammirate, specialmente nel caso di una serie eccentrica e scoppiettante come “The Afterparty”.

A questo punto, non ci resta che aspettare di scoprire di cosa parlerà la seconda stagione (già confermata, e ordinata da Apple Tv+), e pregare che comprenda il maggior numero possibile di elementi introdotti nella prima.

Haddish e Richardson, per il momento, sono praticamente una garanzia; ma spero ardentemente di rivedere anche gli altri, soprattutto i buffissimi personaggi di Zoë Chao e Ike Barinholtz! ^____^




domenica 23 gennaio 2022

"Yellowjackets": la recensione della prima stagione della serie tv horror disponibile su Sky/NowTv

Nel corso dell’ultima stagione televisiva, seguire “Yellowjackets” per dieci settimane mi ha fatto ricordare il valore di parole come “suspense”, “mistery” e “Oh-mia-Dea, quando diamine esce la prossima puntata?”.

La serie, disponibile su Sky/NowTV, si staglia sul sottile confine fra survival horror, dramma (forse) sovrannaturale e thriller YA.

Se “Lost”, “The Wilds” e il libro di Alma Katsu “The Hunger” avessero in qualche modo potuto concepire una figlia d’amore, state pur sicuri che si sarebbe trattato di “Yellowjackets”...

 


La trama

Nel 1996, l’aereo di una squadra di calcio femminile liceale precipita in una selvaggia regione desolata dell’Ontario.

I pochi superstiti attendono i soccorsi per diciannove mesi, prima di essere tratti in salvo. Ma non tutte le persone sopravvissute all’impatto tornano a casa...

Venticinque anni dopo, le vittime dell’incidente stanno ancora facendo i conti con i traumi e le terribili conseguenze di quell’esperienza, fra lutti mai elaborati, ricordi frammentari e la consapevolezza di antichi, tremendi peccati collettivi.

Perché fra quei boschi primordiali, assediate dai picchi innevati e dalla fame inconcepibile che spesso l’inverno trascina con sé, le Yallowjackets hanno condiviso qualcosa di cui non possono parlare.

Una catena di fatti di cui hanno solennemente giurato di non parlare mai, a costo della loro sanità mentale; eventi così foschi, violenti e vergognosi da continuare a pendere sulla loro testa, ancora oggi, come la proverbiale spada di Damocle.

Perché, ai piedi di quei boschi, le Yallowjackets hanno deposto tutti i loro segreti, i loro sogni e le loro speranze.

Ma l’oscurità è l’unica forza che ha deciso di rispondere alle loro preghiere...

 

The Wilderness Between Knowledge And Ignorance...

Yellowjackets” è una di quelle serie che molta gente sta tralasciando di guardare, fondamentalmente perché non compare in cima all’elenco delle consigliate su Netflix (è una produzione Showtime, quindi difficilmente la vedremo mai sbarcare sul colosso streaming...) e, come se non bastasse, si dà il caso che sia anche un titolo dal taglio profondamente adulto, dark e maturo.

È anche difficile da inquadrare con precisione: teen-drama, horror, coming-of-age, thriller psicologico, dark comedy... La trama abbraccia una spanna di argomenti e di tonalità, e si affida a una potente narrazione a doppio binario (le due linee temporali del “prima” e del “dopo”) per costruire un intricato e complesso racconto sospeso fra realtà e immaginazione.

Per fortuna, di recente la serie è stata rinnovata per una seconda stagione.

Ho saputo che Stephen King in persona ci ha messo una buona parola (cosa che non mi sorprende: la struttura di “Yellowjackets” richiama, in un certo senso, quella di romanzi come “It” o “L’Acchiappasogni”...), per cui possiamo sperare che gli spettatori interessati al genere abbiano finalmente avuto modo di notare la sua esistenza.

Sarebbe un peccato veder chiudere questa serie prima del tempo, soprattutto perché:

a) il finale di questa prima stagione si chiude con una serie di cliffhanger pazzeschi, e in definitiva offre più domande che risposte;

b) la sceneggiatura è semplicemente brillante, e il formidabile cast in grado di sorreggerla alla perfezione: le attrici “adulte” sono quasi tutte veterane, molto popolari all’interno del circuito del cinema indipendente, mentre le “giovani” sono volti noti o astri potenzialmente in ascesa, dalla Ella Purnell di “Arcane” alla Liv Hewson di “Santa Clarita Diet”, passando per Sophie Nélisse (“Storia di una ladra di libri”) e Jasmin Savoy Brown (“The Leftovers”);

c) non è che esistano poi così tanti show di qualità incentrati sul tema dell’amicizia del femminile, soprattutto nell’ambito del genere horror/fantasy.

 

Le follie di Misty

L’atmosfera di “Yellowjackets” è estremamente ambigua, cupa e straniante.

I personaggi ci vengono presentati lentamente, secondo una modalità “slow burn” successivamente smentita da una luuuunga serie di colpi di scena e rivelazioni destabilizzanti.

Fra i boschi come in città, nessuna delle ragazze (o delle donne che alcune di loro avranno modo di diventare) tende a comportarsi in maniera particolarmente eroica o gradevole; eppure le loro rivalità, le loro amicizie e i loro ostacoli, a poco a poco, riusciranno a diventare anche i nostri, trascinandoci in una spirale apparentemente infinita di omicidi, rituali di sangue e tradimenti assortiti.

Al tempo stesso, la sceneggiatura di “Yellowjackets” tende a servirsi di un’abbondante (e graditissima!) dose di umorismo nero; battute al vetriolo e siparietti di comicità allucinante che riescono ad alleggerire la tensione montante un secondo prima che questa possa correre il rischio di trasformarsi in gravità eccessiva, o addirittura in pesantezza.

Non per niente, la mia Yellowjacket preferita è Misty Quigley, interpretata dalla mitica Christina Ricci in versione adulta e da Sammi Hanratty in versione adolescente.

Psicopatica di categoria superiore, Misty è un po’ una Annie Wilkes dei giorni nostri; spostata, sempre deliziosamente sopra le righe, imprevedibile come un trickster e semplicemente imbattibile nella materia “how to get away with murder”...  ma anche protagonista, assieme ai personaggi interpretati dalle colleghe Melanie Lynskey, Tawny Cypress e Juliette Lewis, di alcuni momenti esilaranti e di numerosi dialoghi tragicomici in stile “Le quattro casalinghe di Tokyo”!

 

Cosa ci aspettiamo dalla seconda stagione

Per contro, c’è da dire che il ritmo di “Yellowjackets” non si rivela sempre all’altezza delle aspettative.

La sensazione che gli sceneggiatori potrebbero, nel lungo periodo, sviluppare la sgradevole tendenza a tenersi stretti gli assi migliori e a tirarla per le lunghe continua ad aleggiare su questa prima stagione come una sorta di nube oscura.

Per ora, abbiamo sentito l’odore del fumo (e del sangue), ci siamo nascosti nell’erba e abbiamo dato una sbirciata fra le fronde... ma i nuovi episodi dovranno necessariamente offrici una porzione di arrosto, e anche abbondante, o correre il serio pericolo di perdersi per strada parte della nostra fascinazione.

Mi sento abbastanza fiduciosa, però.

Mi è piaciuto tutto quello che ho visto fin qui, e resto fermamente convinta del fatto che “Yellowjackets” offra alcune delle scene più terrificanti e/o disturbanti della storia dell’horror in tv.

Quindi l’unica certezza che ho, per il momento, è questo: ne voglio ancora!

Per fortuna, pare che non dovremo aspettare troppo per veder tornare sullo schermo le nostre problematiche ex-calciatrici (e potenziali cannibali) preferite... La seconda stagione di “Yellowjackets”, infatti, è già prevista per la fine del 2022!

 

lunedì 30 agosto 2021

Recensione: "The Falling in Love Montage", di Ciara Smyth

Siamo sicuri che l’amore debba per forza durare in eterno?

Nel suo “The Falling in Love Montage”, l’autrice irlandese Ciara Smyth prova ad affrontare questa scottante tematica: il risultato è una gradevole e scoppiettante romcom dal taglio moderno, incentrata sulle avventure sentimentali di un’adolescente sarcastica e afflitta dall’ombra di un’incurabile malattia genetica degenerativa.

La concentrazione di tenerezza e romanticismo si mantiene su dei livelli esorbitanti per buona parte della narrazione, ma… Attenzione: questo libro si rivela infinitamente più triste e devastante di quanto la scanzonata copertina lasci ad intendere!

 

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La trama

Saoirse non crede alla storia dell’amore a prima vista, e tantomeno nella possibilità di un lieto fine.

Se queste cose fossero reali, sua madre sarebbe ancora in grado di ricordare il suo nome, e di sicuro lei e suo padre non sarebbero mai stati costretti a rinchiuderla in un istituto specializzato nella cura di pazienti afflitti da demenza precoce.

Una malattia genetica che, fra parentesi, potrebbe benissimo aver ereditato anche Saoirse, e non è detto che i primi sintomi tardino poi così tanto a manifestarsi.

Perciò, la nostra eroina non ha nessuna intenzione di cercare una relazione. Non vede il motivo di provare a innescare una scintilla romantica, quando la verità è che non sa nemmeno se, a cinquant’anni, sarà in grado di ricordarsi come si fa ad allacciarsi le scarpe.

Eppure, dopo un incontro casuale a una festa di fine anno, Saoirse finisce per infrangere le sue stesse regole. La colpevole? Una ragazza con una lentiggine blu, un irresistibile istinto per le birichinate, e una smodata passione per i film d’amore.

Quando scopre che Saoirse non se la sente di impegnarsi in qualcosa di serio, Ruby le propone una scappatoia: la verità è che loro non hanno bisogno di inseguire il vero amore per godersi un’estate di divertimento, corredata di tutti i cliché da “montaggio” tipici di qualsiasi commedia romantica che si rispetti.

Allo scoccare dell’autunno, la loro storia si spegnerà serenamente, lasciandosi dietro soltanto una scia di ricordi piacevoli.

Questo è il patto, ed è un piano quasi perfetto.

Peccato che le ragazze abbiano tralasciato un piccolo dettaglio: di solito, nei film sentimentali, alla fine del suddetto “montaggio” i personaggi si ritrovano innamorati… per davvero!

 

Da “Quattro Matrimoni e un Funerale” a “To All the Boys I've Loved Before

The Falling in Love Montage” si rivela, sotto tanti punti di vista, una romcom coinvolgente, fresca e originale.

Le sensazioni che le pagine di Ciara Smyth riescono a evocare potrebbero essere descritte come affini e, al tempo stesso, profondamente diverse da quella sperimentate attraverso la lettura di dozzine di altri titoli simili (“Written in the Stars”, “Her Royal Higness”, “Everything Leads to You” eccetera…).

I dialoghi sono a dir poco brillanti, e l’idea di creare una “compilation” di film d’amore da imitare/prendere affettuosamente in giro, dai grandi classici con Julia Roberts e Hugh Grant all’ultimo successo targato Netflix, si dimostra così incredibilmente gustosa e simpatica da generare in chi legge un autentico brivido di delizia! (In effetti, l’unica pellicola degna di nota che non viene citata all’interno del romanzo è “The Happiest Season” con Kristen Stewart: spero che, nel frattempo, l’autrice abbia avuto modo di recuperarla, perché sospetto che le protagoniste del suo libro ne resterebbero estasiate!).

In “The Falling in Love Montage”, Ciara Smyth riesce anche a dosare la “componente ormonale” in maniera encomiabile! L’assoluta autenticità delle interazioni fra Saoirse e Ruby, i momenti di tenerezza condivisa, l’attrazione fisica che comincia a innescarsi fin dal primo incontro, per poi salire a livelli inimmaginabili con lo scorrere dei capitoli… tutto contribuisce a farci credere nell’inevitabile visceralità dell’alchimia che si viene a instaurare le due protagoniste.

E, per logica conseguenza, anche nell’assoluta necessità di fare il tifo per loro…

Dal punto di vista della caratterizzazione psicologica, invece, non posso fare a meno di lodare il lavoro svolto sul personaggio di Saoirse, con il suo (discutibile) senso dell’umorismo, i suoi conflitti interiori e i suoi innumerevoli difetti.

Per quanto riguarda Ruby, invece… Bè, ammetiamolo: lei è un po’ una “manic pixie dream girl” in versione saffica, con tutte le limitazioni e le problematiche che questo fatto comporta.

Non l’interesse romantico più anticonvenzionale, interessante o indimenticabile di cui abbiate mai letto, certo; eppure, in qualche modo, i suoi lati eccentrici e la sua inconfondibile dolcezza finiscono per renderla accattivante ai nostri occhi.


Il tema della malattia

Come dicevo, “The Falling in Love Montage” non si propone di raccontare una “semplice” love story fra ragazze adolescenti.

Anzi: probabilmente Ciara Smyth aveva in mente ben altro, durante la stesura…

Suppongo che potremmo definirla una storia di formazione dolceamara, incentrata sulla vita di una ragazza che, a poco a poco, comincia a venire a patti con la realtà del mondo e l’inevitabilità della perdita, della sofferenza e della tragedia.

E, forse, perfino con l’inevitabilità di voltare pagina e andare avanti.

Il libro si confronta con il tema della malattia a testa bassa, senza risparmiare a chi legge passaggi dolorosi e colpi sotto la cintura.

Apprezzo l’onestà dello sforzo, anche se, detto fra voi e me, sospetto che l’autrice abbia calcato un po’ troppo la mano in termini di “angst” e malessere esistenziale, soprattutto nell’arco di alcuni capitoli centrali, e specialmente considerando il genere di pubblico che si sarà ritrovato naturalmente attratto da un titolo come “The Falling in Love Montage”.

L’attenzione riservata all’esplorazione dei sensi di colpa di Saoirse, i suoi rapporti tesi con il padre e con la nuova matrigna, gli angoscianti flashback relativi alla degenerazione della condizione della madre… Non lo so: forse è solo che non mi aspettavo di trovarmi alle prese con un libro così pesantemente infarcito di dinamiche famigliari.

Il punto è che, nel corso del secondo atto, il ruolo di Ruby finisce per ridimensionarsi parecchio; a poco a poco, infatti, la ragazza arriva quasi a svanire sullo sfondo di un oceano di visite alla mamma malata, di litigi con il padre, di alterchi con le ex-amiche di un tempo e di deprimenti conversazioni sull’opportunità della scelta di una carriera universitaria.

Il problema è che nessuno di questi personaggi secondari dimostra di avere un grande spessore, né la carica vitale necessaria a tenere alta la nostra soglia di attenzione (a parte Oliver, il miglior nemico/amico di Saoirse).

Ed ecco perché l’avvento del “gran finale”, a lungo andare, si rivela quasi un sollievo…


L’amore è eterno… finché dura!

Apprezzo lo sforzo di scrivere un lieto fino diverso, in qualche modo meno classico e più moderno; una conclusione in grado di spostarsi dal tipico panorama cinematografico a quello, più prosaico e ragionevole, della vita quotidiana.

Lo apprezzo, davvero.

Però… anche no! XD

Nel senso, chiamatemi scema ma, quando leggo una storia del genere, io avverto proprio il BISOGNO di imbattermi in un finale di stampo hollywoodiano! Che sia felice, tragicomico o di una tristezza abissale: per me non fa differenza, purché sia… Bé, l’esatto opposto di “prosaico e ragionevole”, immagino.

L’ultimo capitolo e l’epilogo di “The Falling in Love Montage” hanno esercitato su di me un effetto molto… meh! Non ho riso, non ho pianto e non ci sono rimasta male.

Dopo 300 pagine passate a emozionarmi e lasciarmi trasportare dalle vite di questi personaggi, mi sono limitata a… sbuffare.

Che non è proprio… la manifestazione del top delle sensazioni che un lettore si augurerebbe di provare a fine lettura, diciamo!

Nonostante questo, credo che proverò a leggere i prossimi lavori dell’autrice. Il suo “Not My Problem” è già finito in wish-list; in realtà, la trama accenna già a una madre con un grave problema di alcolismo sul groppone, quindi… Cosa posso dire? Help?! XD





martedì 10 agosto 2021

Recensione: "The Demon Girl Nex Door - Vol. 1"

Quanto vi piacciono le commedie, le storie d’amicizia al femminile e i manga a tema “magical girl”?

Se la risposta è “un sacco, accidenti!”, tiratevi su le maniche e preparatevi a leggere la recensione del primo volume di “The Demon Girl Next Door”, un delizioso manga di Machikado Mazoku, edito in inglese dalla Seven Seas Entertainment!


 

Potete acquistarlo QUI in inglese


La trama

Yuko Yoshida è una quindicenne adorabile, imbranata e ferma sostenitrice dello “tsundere style of life”.

Un bel giorno, la ragazzina si sveglia e scopre che è accaduto l’impensabile: sulla cima della sua testa sono spuntate due corna, e dal nulla pare che si sia addirittura materializzata... una coda?!

Non solo: parlando con sua madre, Yuko scopre di avere ereditato dalla sua famiglia dei “fantastici” superpoteri e una missione speciale… vale a dire l’incarico di ripristinare l’onore perduto della sua famiglia sconfiggendo Chiyoda Momo, amichevole supereroina di quartiere e ragazza magica locale.

Momo, in realtà, è una compagna di scuola di Yuko, ed ha una forza straordinaria!

Mentre Yuko... ehm, fra le lei e un gattino appena nato, diciamo solo che probabilmente vi converrebbe puntare tutti i vostri risparmi sul felino! XD

Ma la nostra protagonista è comunque determinata a fare la cosa giusta, e a ripulire una volta per tutte la reputazione della sua tribù di demoni!

Ora, se soltanto Momo non fosse sempre così dannatamente gentile...

 

Shodow Mistress VS Magical Girl

The Demon Girl Next Door” ha la struttura di un manga “4-panel”. Che cosa vuol dire? Molto semplice: le quattro vignette che formano ciascuna tavola sono disposte in colonna, anziché in formazione orizzontale – un po’ in stile Webtoon, se vogliamo.

Questo tipo di formato è molto comune nei manga di genere comico; mi viene in mente, ad esempio, il delizioso “Puella Magi Homura Tamura” di Magica Quartet, o lo spin-off “My Hero Academia Smash!!” di Hirofumi Neda.

Ovviamente, anche “The Demon Girl Next Door” è una commedia; ed è anche – gioia e tripudio! – una di quelle particolarmente pucciose e divertenti, un titolo da qualche parte a metà strada fra la rassicurante semplicità di “Non Non Biyori” e la follia dissacrante del mitico “Yuru Yuri”.

L’adorabile character design riflette in pieno l’umorismo e la tenerezza della premessa e dei personaggi, e non manca mai di regalarci sospiri e momenti di puro e semplice relax.

Non mi fraintendete, però: malgrado il numero spropositato di gag, generate per lo più dallo spassoso contrasto fra la pigra e irascibile Yuko e la pacata e combattiva Momo… Questo primo volume si spinge anche al punto di mostrarci gli esordi di quella che potrebbe essere una storia dai risvolti sorprendentemente misteriosi e dark!

Questo perché Momo, malgrado tutto il suo aplomb e le pose da guerriera indistruttibile, sembra assolutamente terrorizzata al pensiero che una delle sue colleghe possa arrivare in città, magari attratta da una delle pittoresche sceneggiate di Yuko.

Le ragazze magiche di cui parla Momo... Dovrebbero essere combattenti valorose e paladine della giustizia, in teoria. Possibile che, in realtà, siano molto più brutali e spietate di qualsiasi demone?

Bè, immagino che dovremo aspettare di leggere i prossimi volumi per scoprirlo!

L’unica cosa certa, al momento, è che Momo continuerà sempre a farsi in quattro per impedire che la “sua” Shadow Mistress (il nome da villian che Yuko stessa ha deciso di attribuirsi) possa imbattersi accidentalmente in una di queste colleghe...


Nemiche-amiche per sempre!

Eh, già: perché il nucleo emotivo della narrazione si gioca tutto qui, nel tenerissimo rapporto di rivalità/amicizia che arriva a svilupparsi fra la nostra incantevole “demone della porta accanto” e la sua nemesi, la solitaria ragazza magica Momo!

Nel corso di questo primo volume, infatti, le due protagoniste si ritrovano a trascorrere sempre più tempo insieme, e ad avvicinarsi in modi che nessuna delle due aveva previsto.

Come si fa a progettare di uccidere la persona che ti aiuta ad addestrati ogni mattina, che si prende cura di te quando stai male, e che decide deliberatamente di rinunciare al suo tempo libero per accompagnarti a fare shopping?

Yuko non è molto sicura di quale dovrebbe/potrebbe essere la risposta a questa domanda...

La sua chiassosa e scatenata antenata Lilith, riverita capostipite della sua famiglia di demoni, viceversa, è convinta di saperlo molto bene! Peccato che anche i suoi tentativi di sconfiggere Momo si risolvano in un eclatante disastro dietro l’altro, e che forse a Yuko il fallimento... bè, in fondo non dispiaccia nemmeno così tanto! XD


L’anime

Ho recentemente scoperto che, nel 2019, “The Demon Girl Next Door” è stato adattato in un anime di 12 episodi.

Manco a dirlo, nessuna rete televisiva o servizio streaming disponibile in Italia ne ha acquistato i diritti, per cui non l’ho mai visto... Ma vale la pena notare che le recensioni degli spettatori stranieri sono piuttosto positive, al punto che, nel 2020, è stata addirittura annunciata una seconda stagione!




sabato 19 giugno 2021

Recensione: "Sadako at the the end of the world" (manga)

 

Potete acquistarlo QUI in inglese


Se la fine del mondo fosse già avvenuta da un pezzo, e voi foste fra le uniche persone ancora in giro a godersi quel che resta della civiltà, non credete che sarebbe una buona idea evocare una vendicativa creatura assassina che ha trascorso gli ultimi secoli confinata in un pozzo?

Le due bambine protagoniste di "Sadako at the end of the world" non hanno alcun dubbio: la capelluta protagonista della saga horror "The Ring" è esattamente la compagna di giochi che avevano sempre desiderato!

Dopo aver guardato il famoso video dei "sette giorni", due sorelline incontrano Sadako per la prima volta e ne restano deliziate: chi sarà mai questa taciturna ragazzina? La nuova arrivata non parla e si esprime attraverso una lavagnetta; è una tipa ombrosa e a volte si comporta in un modo che fa un po’ paura, ma è sola, esattamente come loro, e non ha parenti né amici.

Perché non coinvolgerla, allora, in un viaggio all'esplorazione di ciò che resta del Paese in rovina?

Dopotutto, potrebbero esserci altri superstiti. Non sarebbero fantastico, se anche loro arrivassero a guardare quello stupendo video che ha portato la dolce Sadako nelle loro vite? XD

E così, con il passare dei giorni, Sadako comincia ad affezionarsi a queste adorabili e ingenue bambine. Le accompagna, le protegge, si lascia avvolgere nel conforto offerto dalla loro piccola, tenera famigliola acquisita. Ma non per questo il tempo smette di ticchettare: dopotutto, una maledizione è sempre una maledizione… cosa succederà allo scadere della fatidica settimana?

Lasciate che ve lo dica, questo manga per ragazzi è di sicuro uno dei fumetti più stravaganti che abbia mai letto!

La storia è breve, per cui un volume solo basta e avanza; la trama, semplicissima, si pone da qualche parte a metà strada fra horror e commedia. Alcune gag mi hanno fatto sorridere (ad esempio, la scena di Sadako-chan dal parrucchiere) e altri passaggi mi hanno suscitato un senso di dolcezza incredibile (vedi il capitolo dedicato alla solitaria nonnina), ma bisogna ricordare che questo manga è rivolto a un pubblico di lettori giovanissimi.

Fra l'altro, io l'ho preso perché:

a) adoro la saga di "The Ring", soprattutto quella originale giapponese;

b) ho sempre tifato per Sadako/Samara, l’unico personaggio dotato di una sua ragion d’essere in tutto il franchise;

c) la copertina era semplicemente troppo deliziosa per lasciar perdere!

Purtroppo, le illustrazioni all'interno non si sono rivelate altrettanto dettagliate. Soltanto i personaggi presentano un look curato e affascinante; gli sfondi, anonimi e talvolta liquidati attraverso l'uso di quattro o cinque linee stilizzate, non aggiungono e non spiegano nulla, soprattutto in termini di worldbuilng.

Un peccato, perché il manga, per quanto simpatico, si chiude lasciando in sospeso un mucchio di domande: ad esempio, cosa ha scatenato gli eventi che hanno portato all’Apocalisse? Qual è la storia che si dietro al passato delle due sorelline? Ma soprattutto… Che significato ha il finale, e perché l’autore non si è preso la briga di concederci una sorta di epilogo in grado di chiudere il cerchio?

Interrogativi destinati a restare senza risposta…

E voi, amici?

Con quale personaggio cinematografico o letterario vi piacerebbe trascorrere i vostri giorni dopo la fine del mondo? :P


Giudizio personale:

6.5/10




lunedì 26 aprile 2021

Recensione: "Thunder Force" (film Netflix)

 


Qual è il vostro film preferito con Melissa McCarthy?

Personalmente, stravedo per “Spy” di Paul Feig; una commedia esilarante e spassosissima che, guarda caso, riesce anche a essere un godibilissimo film d’azione!

Thunder Force”, purtroppo, non si rivela all’altezza di quegli standard; ma devo ammettere che il film è riuscito comunque a strapparmi parecchie risate. Dopotutto, la McCarthy è un vulcano di energia e il suo assurdo istrionismo è un qualcosa di molto bel collaudato – anche se ho notato che Ben Falcone, regista del film e marito dell’attrice, non riesce quasi mai a contenere i suoi eccessi e a indirizzare verso i canali giusti le sue incontestabili abilità recitative.

In “Thunder Force”, due supereroine sui generis (interpretate dalla stessa McCarthy e dall’immensa Octavia Spencer) uniscono le forze per sconfiggere una banda di sociopatici dotati di superpoteri, i temibili Miscredenti.

Le due donne, goffe e imbranate, ma comunque dotate di un coraggio e un’umanità straordinari, si batteranno per la loro città e per riuscire finalmente a rispristinare la loro amicizia di vecchia data.

Una premessa irresistibile, per gli amanti della commedia e del genere supereroistico, insomma. Peccato che “Thunder Force” rinunci quasi immediatamente ad ogni tipo ambizione cinematografica!

L’obiettivo di Falcone, infatti, non sembra essere quello di confezionare una parodia ad hoc, un divertente film d’azione dedicato agli appassionati Marvel e DC; anzi, la sua pellicola non dimostra alcuna particolare comprensione (né interesse) nei riguardi delle tematiche e delle convenzioni inerenti al genere.

La stessa trama di “Thunder Force” è più che altro un pretesto, un’occasione come un’altra per permettere alla McCarthy di impersonare il suo solito personaggio fracassone, linguacciuto e irriverente, e dare il là a uno dei suoi esuberanti “one-woman-show”.

Se vi sono piaciuti film come “Corpi da Reato” o “Ghostbusters” (e io li ho amati!), esistono ottime possibilità che vi ritroviate a ridere a crepapelle anche guardando “Thunder Force”: dopotutto, la formula è praticamente la stessa! Un assurdo mash-up di “buddy cop”, CGI e gag demenziali, a metà strada fra nonsense e scene di stampo goliardico.

Nulla di raffinato, memorabile o particolarmente innovativo… ma se avvertite l’esigenza di trascorrere una serata all’insegna del buonumore e dell’umorismo scacciapensieri, direi che “Thunder Force” potrebbe essere il vostro nuovo toccasana!

Peraltro, ho apprezzato anche l’idea di incentrare la sceneggiatura su una folgorante storia d’amicizia al femminile; anche se devo ammettere che la Spencer, a tratti, sembra lasciarsi travolgere un po’ troppo dall’uragano Melissa, accontentandosi per lo più di giocare un ruolo di supporto.

Un film che sceglie di volare basso, insomma, e che sembra fare della massima “accontentati e cerca di accontentare” la propria stessa ragion d’essere.  L’ho visto volentieri (tranne per le cringissime gag con Jason Bateman) e anzi, se mai ne annunciassero un sequel, guarderei senz’altro anche quello. 

Ma non commettete l’errore irreparabile di prenderlo troppo sul serio! ;D


domenica 10 gennaio 2021

Recensione: "La Luna di Miele di Mrs Smith", di Shirley Jackson

 


Potete acquistarlo QUI

«Casa nostra spesso era piena di letterati e artisti eminenti» raccontano i figli di Shir­ley Jackson. «Si tenevano feste leggenda­rie e partite a poker con pittori, scultori, musicisti, compositori, poeti, insegnanti e scrittori di ogni genere. Ma il suono della sua macchina da scrivere non mancava mai, la sentivamo battere sui tasti fino a notte fonda». E da quell’ostinato ticchet­tio della Royal di mamma Shirley usciva a getto continuo una produzione che ha po­chi paragoni: celebri romanzi dell’orrore come L’incubo di Hill House e clamorose perle nere come La lotteria, certo, ma an­che una mole imponente di racconti de­stinati a rimanere a lungo sconosciuti – e che solo trent’anni dopo la morte della Jackson verranno alla luce, con un coup de théâtre degno di una delle sue storie: alcu­ni estratti da uno scatolone ritrovato in un fienile del Vermont e spedito senza preav­viso alla famiglia, e altri, moltissimi altri, scoperti alla Library of Congress di Wash­ington e alla San Francisco Public Library. Racconti di cui questo libro offre una ric­ca scelta, dove il lettore troverà non solo il thriller nero e la fiaba gotica di cui la Jack­son è riconosciuta maestra, ma anche – e sarà una gradita sorpresa – commedie sur­reali, sketch stranianti, comici quadri fa­miliari, esplorazioni della psiche, con ful­minanti incursioni nei territori di confine tra normalità e follia. E sempre sarà felice, il lettore, di lasciarsi inghiottire dagli ingra­naggi di una macchina narrativa di diabo­lica perfezione.


Sapete già che adoro Shirley Jackson, vero?

La notizia dell’uscita de “La Luna di Miele di Mrs Smith”, nutrita collezione di racconti firmati dall’autrice di “Abbiamo Sempre Vissuto nel Castello” e “L’Incubo di Hill House”, mi ha reso felice come nessun altro annuncio libroso italiano del 2020. Non vedevo l’ora di tornare a immergermi nelle sue atmosfere surreali, sopraffatta dal desiderio di lasciarmi catturare, una volta ancora, dalla sua penna sagace e magnetica. Senza stare qui a girarci intorno, vi dirò che questo sua “nuova” opera, proposta dalla Adelphi a più di cinquant’anni di distanza dalla sua scomparsa, non ha fatto altro che confermarmi lo smisurato talento di un’autrice che ogni lettore dovrebbe provare, almeno una volta nella vita.

Il range di generi e tonalità compresi all’interno de “La Luna di Miele di Mrs Smith” è vasto e variegato. I miei racconti preferiti – ovviamente – sono stati quelli che tendono a virare un po’ più sull’horror e sul fantastico; ma la verità è che perfino alcuni brani di stampo più “quotidiano”, narrati dal punto di vista di personaggi apparentemente ordinari e ben inseriti all’interno dei corrispettivi contesti sociali, sono riusciti a imprimersi nella mia immaginazione in maniera preziosa e indelebile. La Jackson, del resto, ha basato gran parte della sua carriera proprio sulla sua impareggiabile capacità di analizzare, decostruire e sgretolare le fondamenta di quelli che, agli occhi dei contemporanei, sarebbero forse parsi come dei capisaldi assoluti e incontrovertibili: la famiglia (intesa nel senso più Mulino Bianco e artefatto del termine), il matrimonio, i rapporti di buon vicinato, la definizione del proprio ruolo all’interno della società, la presunta integrità dell’io.

In ciascuno di questi racconti, o quasi, la Jackson ci scaraventa all’interno di una situazione “normale”, quasi uno sketch di vita domestica; dopodiché, con dedizione e perspicacia, l’autrice sovrappone a questi idilliaci squarci la sua personalissima lente di ingrandimento e introduce una dissonanza – nella maggior parte dei casi, basta la voce ansiosa e stupefatta di un narratore inaffidabile. Da quel momento in poi, il senso di straniamento che assalirà il lettore riuscirà a trasformare la più pacifica e innocua delle situazioni in un thriller mozzafiato, in una distopia dalle tinte oniriche, in una commedia surreale dai contorni esilaranti e sfumati.

Ho adorato, in modo particolare, il racconto che presta il titolo alla raccolta – anzi, il doppio racconto che presta il titolo alla raccolta, dal momento che il libro contiene ben due versioni de “La Luna di Miele di Mrs Smith”; le storie vanno assolutamente lette l’una dopo l’altra, per raggiungere il massimo degli effetti possibili, quindi vi consiglio assolutamente di non fermarvi a riprendere il fiato dopo aver finito il primo. Del resto, anche le disavventure della misteriosa Miss X, a spasso per le strade alienanti e disturbate di New York, mi hanno lasciato completamente a bocca aperta. Credo che questo racconto rappresenti un’eco di “Lizzie” molto caratteristica e particolare; laddove le novellette dedicate, rispettivamente, a una certa cartomante improvvisata e a un’annoiata casalinga/scrittrice/alter ego della stessa Jackson non possono fare a meno di ricordarci, invece, le tendenze escapiste e deliranti della Eleanor Vance che tutti noi fan dell’autrice amiamo e conosciamo.

Se avete letto “La Lotteria”, in parte, sapete già cosa aspettarvi. Ma “La Luna di Miele di Mrs Smith”, a parer mio, garantisce un’esperienza di lettura molto più arguta, coinvolgente e stimolante – che non è dire poco. Un grande libro, insomma, che mi ha reso felice e mi ha permesso di cominciare questo 2021 di letture nel migliore dei modi possibili.  

Giudizio personale:

9.3/10 



martedì 15 dicembre 2020

Recensione: "The Prom" (film Netflix, 2020)

 


Non sono una grande fan del regista/sceneggiatore Ryan Murphy, ma "The Prom" era uno di quei "titoloni" dell'inverno su Netflix che mi premeva assolutamente vedere. Vi state chiedendo il perché? Be', andiamo, date un'occhiata alla trama: il Comitato dei Genitori di una cittadina del bigotto entroterra americano proibisce a una ragazzina di partecipare al ballo della scuola in compagnia della sua misteriosa fidanzatina del liceo. Per aiutare Emma (Jo Ellen Pellman) a sbrogliare la matassa, una combriccola di eccentrici e vanesi artisti newyorkesi salta sul primo autobus in partenza da Broadway e piomba in paese, con tutto il suo scintillante carico di frizzi, lazzi e lustrini. Ovviamente, questa masnada di improbabili eroi finirà per scaraventare l'impreparatissima città nel caos più totale...

Non vi basta? Allora aggiungete la presenza nel cast della titanica Meryl Streep, dell'effervescente James Corden e della camalentica Nicole Kidman, oltre a una quantità praticamente esorbitante di coloratissimi numeri musicali in stile "Glee"! A questo punto, sono pronta a fare coming out davanti al mondo intero, signore e signori: la verità è che io ADORO i musical, anche se non ho mai avuto la fortuna e il privilegio di poter assistere a uno spettacolo teatrale dal vivo.

Ora... sui gusti cinematografici personali non si discute (ci mancherebbe!), però ho come l'impressione che "The Prom" sarà uno di quei film che in molti faranno presto a liquidare come "buonista" e "troppo polemicamente corretto" (non fosse altro che perché la madre degli imbecilli si ritrova spesso ad accarezzarsi il pancione... no, no, Sophie, aspetta un secondo: ricordati di essere TU politicamente corretta a beneficio del classico maschio bianco etero incazzato con la vita, o qualcuno finirà per organizzare una petizione online con l'obiettivo di chiedere la tua rimozione dal cast del "Laumes' Journey"...). In ogni caso, non mi vergogno a dire che ho trovato "The Prom" divertentissimo e spassoso, e che mi propongo di rivederlo spesso, nel corso degli anni a venire. Il classico esempio di "feel-good movie" che offre sorrisi, risate e buonumore in cambio di un paio d'ore del tuo tempo, garantendoti un paio di momenti di genuina emotività e senza scordarsi di alzare al massimo (nel bene e nel male) il volume del proprio rampante messaggio progressista.

Una sana iniezione di vitalità, energia e speranza nel corso di questo nostro luuuungo anno "oscuro", per così dire; e (purtroppo!) non credo di essere l’unica ad avvertire il bisogno di un pizzico di ottimismo e buon umore supplementare. Murphy, ormai, è un maestro nella gestione delle scene "ballate e cantate"; e il cast del film, ovviamente, lo supporta alla grande anche da questo punto di vista, dimostrando la propria esperienza e abilità. La sinergia e il senso d'intesa con cui la vecchia e la nuova guardia attoriale si ritrovano a interagire sul set contribuisce a evocare quel senso di spumeggiante entusiasmo che, in fin dei conti, incarna l'essenza stessa del modo di fare cinema e televisione promosso da Murphy. Fra citazioni ai grandi classici del passato e strizzatine d'occhio al pubblico dei più giovani, il film riesce, quindi, a condurre lo spettatore in un’oasi di luci, musica ed empatia, e a fargli completamente dimenticare gli orrori del mondo reale per un po', in un chiassossimo gioco di rimandi e di abbagli che ipnotizza lo spettatore e tiene valorosamente alta la sua soglia di attenzione.

La sceneggiatura di "The Prom" non è perfetta, badate, e si concede senz’altro qualche digressione e sviolinata di troppo; ma l'istrionismo del magico terzetto Streep/Kidman/Corden aiuta senz'altro a lisciare le numerose pieghe e a camuffare le varie sbavature. Del resto, ho trovato divertente - e deliziosamente sopra le righe - anche l'interpretazione dell'ottima Kerry Washington, nel ruolo di una madre "preoccupata" per il tipo di educazione liberale ricevuta da sua figlia.

Un film piacevole, accattivante e ricco di buoni sentimenti, insomma. Dal momento che la nostra quotidianità, ormai, lo è soltanto di rado, non posso che consigliarvene la visione. Finalmente, ho trovato la mia perfetta pellicola (queer) di Natale! *____*


venerdì 27 novembre 2020

Recensione: "Truth Seekers" - Stagione 1 (Amazon Prime Video)

 


Se, come me, pensate che il magico duo formato dagli attori britannici Nick Frost e Simon Pegg sia una delle poche ragioni per cui ancora vale la pena di alzarsi dal letto la mattina, non potete perdervi la serie “Truth Seekers”, la loro ultima “co-creazione” televisiva a tema sovrannaturale.

Gus Roberts (interpretato dallo stesso Frost) è un mite “acchiappafantasmi” di periferia, un indagatore dell’occulto amatoriale (e un po’ sfigato) che, per ragioni di lavoro, viene spesso chiamato a girare per il Paese sul suo mitico furgoncino aziendale. Dopo la tragica scomparsa della moglie Emily, l’uomo, goffo ma volenteroso, ama considerarsi una sorta di lupo solitario; perciò, ormai consacra il 90% del suo tempo libero alle indagini esoteriche e ai suoi personali studi sul paranormale. Il restante 10%, invece, è occupato dai bisticci incessanti con il burbero Richard (interpretato da un irresistibile Malcolm McDowell), l’arzillo “vecchietto” con cui Gus condivide l’appartamento.

La tranquilla routine del nostro eroe viene sconvolta il giorno in cui il suo capo (Pegg) decide di appioppargli un apprendista/assistente chiamato Elton John (sì, avete capito bene…XD), un simpatico ma imbranatissimo ragazzo di colore che rimarrà coinvolto, insieme a Gus, in una delirante spirale di incontri con fantasmi, spiriti ed entità di ogni tipo. E che, piano piano, incoraggerà Gus a uscire dal suo guscio…

Truth Seekers” è quella classica serie tv british incentrata soprattutto sui dialoghi, sulla caratterizzazione dei personaggi e sull’uso indiscriminato di battute fulminanti. Una pioggia di citazioni pop condisce la sceneggiatura, infarcita di riferimenti al mondo del cinema e della tv (non credo che dimenticherò mai l’emblematica scena dell’ipnosi a sfondo “Friends”…) e di una deliziosa dose di umorismo nero. Diciamo che non bisogna per forza considerarsi nerd fin dentro l’anima, per riuscire ad apprezzare la serie fino in fondo… ma di certo un simile prerequisito non guasterebbe!

Purtroppo, devo ammettere che il tentativo di combinare l’ironia dei protagonisti e delle varie situazioni presentate alla tensione al cardiopalma di alcune scene dal taglio un po' più serio (sotto certi aspetti, “Truth Seekers” sconfina quasi nel campo dell’horror vero e proprio...) non è riuscito a convincermi del tutto. La scelta di concentrarsi sulla cosiddetta “trama orizzontale”, piuttosto che sullo sviluppo dei singoli episodi, mi è parsa un po’ eccentrica (considerando le premesse) ma completamente azzeccata, non mi fraintendete. Eppure, il budget risicato, a parer mio, ha compromesso la riuscita di molti di questi sforzi; i dialoghi scoppiettanti possono coprire l’assenza di mezzi solo fino a un certo punto: i personaggi dello show di Frost & Pegg vengono spesso sopraffatti dalla necessità di spiegare allo spettatore portenti e miracoli che, di fatto, non vengono mostrati al pubblico perché alla produzione non sono stati messi a disposizione i finanziamenti necessari per farlo. Perdere interesse, in questo profluvio incessante di parole, aneddoti e spiegoni, purtroppo si rivela più facile del previsto.

Tuttavia, in virtù della sua verve contagiosa, della sua convincente umanità e dei suoi sketch esilaranti, considero “Truth Seekers” una serie potenzialmente moooolto valida  a patto che chi di dovere si prenda la briga di rinnovarla per una seconda stagione, certo. Ad ogni modo, sono convinta che fan di programmi televisivi in stile “Doctor Who” o “Dirk Gently” ne apprezzeranno senz’altro la vena surreale e i colpi di scena in salsa semi-seria; l’unico consiglio che mi sento di darvi, in ogni caso, è di guardarla in lingua originale: per sbaglio, una volta, ho avviato la versione doppiata… vi dico solo che stavo rischiando di restarci stecchita per la noia! XD


Giudizio personale:
7.0/10

Potete attivare il servizio di prova gratuita di Prime Video in qualsiasi momento: cliccate QUI per dare un'occhiata! 


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