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domenica 10 aprile 2022

"Wolf Like Me": la recensione della miniserie horror/sentimentale di Prime Video

Su Amazon Prime Video è arrivata la miniserie horror/drammatica “Wolf Like Me”, con Isla Fisher e Josh Gad nei ruoli principali.

Lo show targato Peacock narra la storia d’amore fra un malinconico vedovo che non riesce più a comunicare con sua figlia e un’eccentrica psicologa in preda a una condizione piuttosto... singolare.

Un “morbo” che sembra affliggerla soltanto in fase di plenilunio e che, proprio durante le notti di luna piena, la costringe a confinarsi dietro una massiccia porta blindata...

 


La trama

Gary (Josh Gad) è un timido vedovo che ancora stenta a riprendersi dalla perdita dell’amata moglie Lisa.

A complicare la situazione, un rapporto teso e problematico con la figlioletta, Emma (Ariel Joy Donaghue); una ragazzina dall’indole particolarmente matura e perspicace, costretta a crescere prematuramente dal peso della tragedia.

Una mattina, l’auto di Gary e Emma viene tamponata dal veicolo di una bizzarra sconosciuta dai capelli rossi.

La donna, Mary (Isla Fisher), chiede loro scusa e si mostra affranta, ma continua anche a comportarsi in modo strano, attirando l’attenzione di Gary.

Nel corso dei giorni successivi, il destino continua a metterci lo zampino: il sentiero di Gary continua a sovrapporsi a quello di Mary nei modi più impensati, portando i due “malcapitati” a gravitare continuamente l’uno nell’orbita dell’altra.

Fra i due scatta qualcosa, ed ecco che le scintille cominciano a volare per aria come coriandoli.

L’attrazione sembra reciproca e, a poco a poco, la stessa Emma inizia ad abbassare le sue difese e a fidarsi dell’ondata di vitalità promessa dalla nuova fiamma di suo padre.

Ma Mary nasconde un segreto, qualcosa di oscuro; una minaccia che continua ad aleggiare sulla loro ritrovata serenità famigliare come la proverbiale nuvola di Paperino...

 

A cena con la lupa

Wolf Like Me” è una miniserie relativamente breve: si compone di sei episodi della durata di mezz’ora, e perfino il finale non sembra lasciare un grande margine di manovra per la realizzazione di un’eventuale seconda stagione.

Onestamente, non sono del tutto convinta della validità di questo “format”: lo realizzazione di un lungometraggio avrebbe, forse, permesso alla sceneggiatura di acquistare qualcosa in termini di concentrazione e potenza; mentre la produzione di una serie tv “regolare” avrebbe potuto facilmente rendere l’intreccio più coinvolgente, le fasi principali dell’arco narrativo dei due protagonisti più nette ed esplosive.

Eppure, secondo me, perfino stretto nelle maglie delle sue (vistose) limitazioni, “Wolf Like Me” resta un prodotto interessante.

Ricordate “Maniac”, la miniserie-evento di Netflix con Emma Stone e Jonah Hill? Ecco, per qualche motivo, questo è sicuramente il primo termine di paragone che tende a balzarmi in testa!

Certo, nel caso di “Wolf Like Me”, la trama risulta sicuramente secondaria; nel senso che tende a svilupparsi in una direzione abbastanza prevedibile, e a confermare, a ogni svolta, la maggior parte delle nostre aspettative iniziali.

Ma stiamo anche parlando di uno show che riesce ad affrontare, a testa alta, una serie di nuclei tematici profondamente delicati, e che riesce a mettere a nudo le infinite vulnerabilità dei suoi protagonisti con una sincerità disarmante.

Fra l’altro, la connessione fra i personaggi di Gary e Mary si dimostra immediata e terribilmente credibile; lo stesso vale per i loro demoni interiori, per la loro quotidiana battaglia contro la solitudine, l’autodisprezzo e la disperazione.

Il merito di questo successo va attribuito soprattutto alle interpretazioni dei due attori principali.

Malgrado l’evidente povertà dei mezzi messi a loro disposizione dalla produzione, infatti, Fisher e Gad riescono a intessere un incantesimo speciale sulla scena; un’alchimia che permette alla regia di portare a casa parecchie piccole “perle” dall’inequivocabile sapore cinematografico (vedi, ad esempio, il ballo silenzioso sotto la pioggia sul portico di Mary).

Una magia intrisa di romanticismo, tenerezza e autentica emozione.

 

Prendre la vie comme elle vient

Insomma, non commettete l’errore di cominciare a guardare “Wolf Like Me” aspettandovi i toni spumeggianti e ironici di una commedia nera, né i colpi di scena e le sequenze rutilanti di una vera e propria storia d’azione.

La serie tv proposta da Prime Video esorta gli spettatori a riflettere, piuttosto, e a interrogarsi sul ruolo che il caso (o il fato) tende a giocare all’interno delle nostre vite.

Accettare il fatto che il 90% di ciò che accade ogni giorno a noi e ai nostri cari sfugge completamente dalla nostra capacità di controllo, può facilmente trasformarsi nell’esperienza più terrificante dell’universo.

Un po’ come trasformarsi in una creatura affamata e selvaggia, e non poter fare assolutamente niente per impedirlo.

Ma è anche l’unico modo per sopravvivere; forse, addirittura per prosperare, e farsi partecipi di alcuni dei più grandi miracoli della vita: l’amore – in tutte le sue sfumature; la gioia, la libertà, la speranza, il mistero.

Chiaramente, ho apprezzato molto anche il modo in cui la sceneggiatura è riuscita a trasformare l’assolata, affascinante e sterminata ambientazione australiana in un ulteriore freccia al suo arco.

Dopotutto, poche cose hanno il potere di farti sentire più umile, arrendevole, meravigliato e connesso al Grande Tutto della potenza di determinati scenari naturali.

Il famigerato outback australiano è senz’altro uno di questi.

 



sabato 2 aprile 2022

"Servant": la recensione della terza stagione della serie tv di M. Night Shyamalan

La terza stagione di “Servant” ripaga la paziente attesa degli spettatori più fedeli... e lo fa con gli interessi!

Spostando finalmente il focus della narrazione sul personaggio più emblematico e ambiguo della serie – vale a dire Leanne, la “servitrice” cui accenna il titolo – la serie tv prodotta da M. Night Shyamalan riesce finalmente a consegnarci la valanga di brividi e suspense che la misteriosa e inquietante atmosfera ci aveva promesso fin dal primissimo episodio...

 


La trama

Dopo i tumultuosi eventi narrati nel corso della seconda stagione, Leanne (Nell Tiger Free) è tornata a convivere pacificamente con i Turner.

Dorothy (Lauren Ambrose) e Sean (Toby Kebbell) sono al settimo cielo: il loro piccolo Jericho è di nuovo fra le loro braccia, e tutti i sacrifici (e gli eventi inspiegabili) superati per arrivare a questo punto cominciano finalmente a sfumare dalla loro memoria.

Persino il cinico Julian (Rupert Grint) sembra determinato a riprendere il corso di un’esistenza normale e a cercare di superare i propri demoni... nonché a lasciarsi alle spalle un passato fatto di segreti inenarrabili e dipendenze letali.

L’unica che non ha dimenticato (né la minaccia rappresentata dal culto, né la vera fonte del potere sovrannaturale che sembra averle permesso di compiere una piccola resurrezione o due...) è proprio Leanne, sempre più terrorizzata al pensiero della vendetta che i suoi ex-compagni di setta potrebbero tornare a esigere da un momento all’altro.

Quando un gruppo di giovani senzatetto si stabilisce nel parco dall’altra parte della strada, e comincia a tenere d’occhio gli spostamenti della balia con crescente interesse, la paranoia si impadronisce definitivamente di Leanne... dando vita a conseguenze imprevedibili.

 

Ogni volta che guardi nell’abisso

La terza stagione di “Servant” si è rivelata incredibilmente elettrizzante e ricca di soprese.

L’amletica sceneggiatura comincia finalmente a rivelare le sue carte, e... diavolo, la verità è che si tratta di una mano addirittura più stupefacente del previsto!

La prima parte della stagione si concentra soprattutto sul tema del miracolo, e ci illustra i travagliati modi in cui i vari membri della famiglia Turner (ciascuno, a suo modo, chiamato a rappresentare una diversa sfumatura dell’animo umano...) cominciano ad affrontare le conseguenze del loro contatto con l’ignoto.

Sean, ad esempio, decide di rivolgere lo sguardo alla fede, mentre cerca di fare del suo meglio per espiare le proprie colpe e tenere unito un gruppo di persone che, a conti fatti, forse finirà sempre con il farsi più male che bene.

Dorothy, invece, si lascia ricadere nella consueta spirale di iperattività e negazione, ogni oncia della propria vulcanica energia assorbita da una slavina di frivolezze e manfrine quotidiane...  Qualsiasi cosa, pur di non guardare in faccia quella verità che continua a mostrarle i denti ogni mattina, attraverso il suo stesso riflesso nello specchio.

Julian, intanto, cerca di smuovere mari e montagne per dimostrare scientificamente che Leanne è una pazza e/o un’imbrogliona, per demistificare l’operato della giovane e trovare conforto nella sua solita patina di razionalismo... salvo poi continuare a gravitare, contro ogni buon senso, nell’orbita a di quella conturbante babysitter che lo attrae e lo respinge ogni giorno con la forza di un magnete.

Nel frattempo, l’unica persona che sembra possedere ogni risposta si ritrova a gestire il peso di una responsabilità e di una solitudine assurde. Una balia dall’apparenza angelica e lo sguardo inquietante, i cui segreti hanno continuato a tenere noi spettatori sulle spine per la bellezza di tre anni consecutivi.

Una ragazzina che, a poco a poco, comincia a trasformarsi in una donna, a prendere consapevolezza del proprio potenziale e delle proprie risorse.

Una ragazzina che, a poco a poco, comincia a liberarsi dalle catene delle repressione e ad abbracciare l’inquietante evidenza del proprio lato oscuro...

 

Astri polari

La seconda parte di questa terza stagione si focalizza, invece, sul conflitto fra Leanne e Dorothy.

Due personalità fortissime, problematiche, manipolatrici, terrificanti, che (come ogni spettatore di “Servant” sarà in grado di confermarvi) in fondo sono sempre state destinate a scontrarsi.

Fra colpi di ingegno e sequenze genuinamente terrificanti (l’inquietante conversazione con la ministra, attorno al tavolo della cena dei Turner, e l’efferata aggressione in seguito alla festa di quartiere, sono solo due fra gli esempi possibili...) si dipana quindi un coinvolgente racconto di formazione e decostruzione; una storia che parla di maternità e spiritualismo, emancipazione e fanatismo, orrore e innocenza... del modo complicato e tortuoso in cui, in fondo, umanità e mostruosità sembrano adattarsi a convivere perfettamente sotto la stessa pelle.

Probabilmente, a questo punto, non ci sarà davvero bisogno di specificarlo, ma il fatto è che le interpretazioni del cast di “Servant” restano di altissimo livello.

Quest’anno, ovviamente, sono state soprattutto le incontenibili Nell Tiger Free e Lauren Ambrose a dominare la scena; due opposti complementari, i poli di luce e oscurità attorno a cui le loro controparti maschili, inevitabilmente, si limitano a ruotare intorno come satelliti.

Fra l’altro, l’inconcepibile mobilità dei loro visi ha consentito loro reggere dei primi piani che mi sentirei di definire quasi espressionisti; un mix esplosivo di tensioni sotterranee, istinti primordiali ed emozioni represse, che consente alle due attrici di comunicare con il pubblico su un livello che sfida i confini della mera razionalità.

Cos’altro potrei aggiungere?

Attendere la quarta - e ultima - stagione sarà un’agonia.

 

lunedì 28 marzo 2022

Recensione: "Dead Silence", di S. A. Barnes

Dead Silence” è un elettrizzante libro horror/sci-fi di S.A. Barnes, ambientato nello spazio profondo e ispirato ad alcuni fra i più grandi classici della narrativa e del mondo del cinema: “Shining”, “Titanic”, “Alien”, “Gravity”...

Un survival horror che è praticamente un blockbuster, e che, tuttavia, riesce a elevarsi al di sopra della stragrande maggioranza di titoli affini grazie all’impeccabile uso del suo narratore inaffidabile, alla sua inquietante atmosfera claustrofobica e allo sviluppo di una trama talmente incalzante e coinvolgente da rischiare seriamente di creare dipendenza!


Potete acquistarlo QUI in inglese


La trama

Claire Kovalik è a un passo dal ritrovarsi senza lavoro. La sua figura professionale, ormai, è diventata obsoleta: ben presto, la sua squadra di “riparatori” spaziali verrà sostituita da un sistema automatizzato, e a lei non resterà altro da fare se non tornare sulla Terra e rassegnarsi a un impiego d’ufficio dietro una comoda scrivania.

Ma, nel bel mezzo della sua ultima missione fra le stelle, la squadra di Claire intercetta un segnale di soccorso proveniente da una nave sconosciuta.

Claire, che non ha più nulla da perdere (e nessun desiderio di rimettere piede sulla Terra), decide di investigare.

Il team fa quindi una scoperta scioccante, e si imbatte nell’Aurora, una famosa nave spaziale da crociera scomparsa, nel pieno del suo viaggio inaugurale, insieme al suo carico di personalità di spicco, membri dell’alta società e piccole celebrità del mondo dello spettacolo.

Un incidente avvenuto vent’anni prima, e di cui mai nessuno era riuscito a svelare il mistero.

Poiché nello spazio vige una regola su tutte – “chi lo trova, se lo tiene” – Claire e il resto della squadra decidono di sbarcare sul ponte della Aurora e procurarsi le prove necessarie a rendere legale e vincolante il loro ritrovamento.

Ma basta un’occhiata per rendersi conto che, a bordo dell’Aurora, c’è qualcosa che non quadra.

Sussurri nell’oscurità. Ombre in movimento. Messaggi inquietanti scribacchiati con il sangue.

Claire dovrà lottare con le unghie e con i denti per rimanere aggrappata alla propria sanità mentale, ma anche per scoprire cos’è veramente accaduto a bordo dell’Aurora... prima che il suo equipaggio vada incontro allo stesso destino.

 

“Dead Silence”: la recensione

L’immagine che apre il romanzo di S. A. Barnes è talmente primordiale ed espressiva da rendere immediatamente chiaro quale sarà il tema della narrazione: un’istantanea della sua protagonista, Claire, sospesa nello spazio. Un cavo sottilissimo costituisce il suo unico legame con la sua nave e, soprattutto, con le persone che la aspettano a bordo.

Claire tiene molto al suo equipaggio. Li considera quasi una famiglia; l’unica che le sia rimasta, dopo che un’esperienza traumatica della sua infanzia le ha portato via tutto il resto... anche se lei dubita seriamente che i suoi colleghi siano disposti a vederla allo stesso modo.

Ma, ormai, Claire sta per perdere il lavoro, insieme a ogni speranza di continuare a fare quello che ha sempre desiderato, o di vivere come ha sempre sognato. Così, a poco a poco, il suo collegamento con la realtà, comincia a farsi più fragile e intermittente; ed ecco che la mano della donna comincia a spostarsi -  dapprima timidamente, poi sempre con maggior convinzione - verso il cavo che le impedisce di perdersi definitivamente fra le stelle.

Sganciarlo potrebbe rappresentare un piccolo passo per l’umanità, un grande passo per il suo sogno inconfessabile di rinunciare a tutto e lasciarsi scivolare via nell’oscurità una volta per tutte...

Dead Silence” comincia così, all’insegna dell’eterna dicotomia fra l’istinto di sopravvivenza e il desiderio di morte; fra la voglia di lottare e la tentazione di piegare le ginocchia e rimanere a terra.

Un’immagine vividissima, viscerale e universale, che mi ha scaraventato al centro della narrazione con la forza di un motore propulsore, incoraggiandomi a divorare i capitoli del romanzo uno dopo l’altro...

 

In the dark...

Ma sia messo agli atti il fatto che “Dead Silence” si propone di essere, sopra ogni altra cosa, un romanzo deliziosamente terrificante; la storia di una nave spaziale infestata che galleggia a centinaia di milioni di anni luce da tutto ciò che la nostra specie conosce, di cui ha bisogno per sopravvivere e prosperare.

Nel corso del suo romanzo, S. A. Barnes riesce a regalarci parecchi jump scares, quasi tutti efficaci, e lo fa con la grazia consumata di un’autentica maestra del brivido.

Dopotutto, durante la lettura, la suspense comincia ad avvolgersi intorno al petto del lettore come una specie di coperta bagnata; e quel senso di ansiosa aspettativa, di febbrile anticipazione, non fa altro che crescere esponenzialmente con lo scorrere dei capitoli – e, chiaramente, delle scioccanti rivelazioni che attendono l’equipaggio a bordo dell’Aurora.

Claire, dal canto suo, incarna una protagonista al tempo stesso forte e vulnerabile. I suoi punti di debolezza controbilanciano perfettamente le sue qualità, per cui il lettore viene scaraventato in un vortice di dubbio costante: riuscirà la donna a superare le mille (e agghiaccianti) prove che la aspettano fra i tetri corridoi dell’Aurora? Oppure soccomberà alle sue paure, lasciandosi definitivamente consumare dai suoi demoni?

Il suo conflitto interiore è talmente realistico, talmente convincente, da evocare in chi legge uno stato di imprevedibilità assolutamente magnetico.

Per scoprire il finale, puoi soltanto continuare a leggere fino a perdere ogni cognizione del tempo, e rassegnarti all’idea di trascorrere una paio di notti insonni.

Ma ne vale la pena...

Insomma, se vi piace il genere, se pensate che film come “Sunshine” e “Prometheus” siano fin troppo sottovalutati, provate a leggere “Dead Silence”: vi lascerà senza fiato! ;D



sabato 26 marzo 2022

“Youngblood”: Mondadori porterà in Italia il romanzo horror/queer di Sasha Laurens

Youngblood” non è ancora uscito negli USA (anche se, ormai, manca poco...), eppure l’autrice Sasha Laurens,  tramite i suoi accont social, ci ha già comunicato una notizia fantastica: il suo nuovissimo libro YA, a metà strada fra dark academia e commedia nera, arriverà prossimamente anche sugli scaffali delle librerie italiane!

La traduzione avverrà a opera della Mondadori...

  

Potete acquistarlo QUI in inglese

 

Youngblood”: la trama

Per Kat Finn e sua madre, non è facile vivere in mezzo agli umani.

Dal momento che la maggio parte dell’umanità è stata infettata da un virus letale per i succhiasangue, per sopravvivere le due donne sono costrette a bere Hema, un sostituto sintetico del sangue estremamente costoso; lo stesso, ovviamente, vale ormai per tutti i vampiri.

Kat non è esattamente entusiasta all’idea di trascorrere una vita immortale di stenti e fatica; ma non appena apprende di essere appena stata ammessa presso la Harcote School, una prestigiosa scuola preparatoria che, in segreto, accoglie solo vampiri, comincia a pensare che la sua fortuna stia finalmente per cambiare.

Taylor Sanger, dal canto suo, è cresciuta nel mondo dell’abbiente alta società vampira, ma sta cominciando seriamente a stancarsi dei suoi valori arretrati, terribilmente conservatori – soprattutto nel campo della sessualità, dal momento che Taylor è una lesbica dichiarata, soddisfatta e orgogliosa.

Ormai deve stringere i denti e sopportare soltanto un altro paio d’anni alla Harcote, prima di conquistarsi l’agognata libertà. Ma quando scopre che la sua nuova compagna di stanza è Kat Finn, rimane orripilata: perché Taylor e Finn erano le migliori amiche del mondo, tanto tempo fa, ma quella storia non è affatto finita bene!

E poi, Taylor si imbatte nel corpo morto di un vampiro, e Kat fa una scoperta scioccante negli archivi della scuola...

A poco a poco, le due iniziano a realizzare che i segreti della Harcote potrebbero essere assai più oscuri del previsto – segreti peraltro collegati alle più potenti figure del Vampirdom, e a quello stesso sangue sintetico su cui tutti loro, ormai, sono costretti a fare affidamento.

 

Sasha Laurens

Youngblood” è il secondo romanzo di Sasha Laurens.

L’uscita americana è prevista per luglio 2022; se tanto mi dà tanto, probabilmente occorrerà aspettare almeno fino al 2023 per mettere le mani sull’edizione italiana, ma intanto sappiamo già che uscirà, fra l’altro per opera della più influente e affermata casa editrice del nostro Paese.

Oltre che per l’Italia, nel frattempo i diritti di traduzione sono già stati acquistati anche per la Francia, il Brasile, l’Ungheria e una manciata di altre nazioni.

La campagna promozionale descrive “Youngblood” come la lettura ideale per gli amanti della serie “Vampire Diaries” e del sottogenere dark academia, e ogni singolo elemento citato all'interno della sua trama sembra confermarlo.

In realtà, anche se la maggior parte di voi (probabilmente) non avrà la più pallida idea di cosa io stia parlando XD, mi è sembrato di scorgere fra le righe anche un velato (deliberato?) riferimento alla webserie canadese che, fra il 2014 e il 2016, ha fatto impazzire le giovani spettatrici lesbiche di tutto il mondo: vale a dire, l’inimitabile “Carmilla”.

Ma, in realtà, al momento tutto quello che mi aspetto – e prego! - di ottenere leggendo “Youngblood”, è la possibilità di trascorrere qualche ora spensierata in compagnia di un libro divertente, ironico e leggero.

Ci riuscirò?

A quanto pare, dovremo aspettare l’estate per scoprirlo! ;D

 

 



giovedì 24 marzo 2022

"Gallant": la recensione, la trama e la data d'uscita italiana del libro fantasy di V. E. Schwab

Gallant” è il libro fantasy/horror YA che V. E. Schwab ha deciso di scrivere a dimostrazione del suo eterno amore per alcuni fra i più grandi classici moderni del genere: “Coraline”, “Labyrinth”, “La Sposa Cadavere”, “La Forma dell’Acqua”...

Una lettura piacevolissima e avvincente, che consiglierei senz’altro a tutti i fan della narrativa gotica per ragazzi; un titolo che, grazie all’estro creativo e all’impressionante padronanza stilistica dimostrati dalla sua autrice, riesce facilmente a compensare le carenze di originalità insite nella sua trama!

 


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La trama

Alla quattordicenne Olivia Prior mancano tre cose: una madre, un padre, e una voce per potersi esprimere.

Sua madre l’ha abbandonata quando era ancora troppo giovane per formarsi un’opinione in proposito; suo padre, invece, non l’ha mai conosciuto.

Crescere in un orfanotrofio non è facile per nessuno; quando non riesci a parlare, e le tue compagne continuano a etichettarti come la svitata della scuola, l’esperienza si trasforma rapidamente in un vero e proprio incubo.

E non è che le prospettive per la vita dopo l’istituto si prospettino particolarmente rosee... anzi!

Almeno, fino a quando Olivia non riceve una lettera da un uomo che dichiara di essere suo zio; un perfetto sconosciuto che, tuttavia, la invita a raggiungerlo presso la sua dimora atavica, un luogo chiamato Gallant.

Olivia accetta l’invito con entusiasmo. Ma, non appena arriva a destinazione, scopre che suo zio è morto e che la lettera che l’ha chiamata a casa non è stata spedita da lui.

La magione è deserta, fatta eccezione per la servitù e per un cugino scorbutico che, chiaramente, non la vuole lì e non vede l’ora di sbarazzarsi di lei.

A Olivia viene comunque permesso di restare, almeno per un po’; ma solo a patto che accetti di seguire due regole: non uscire mai di casa dopo il tramonto, e stare sempre alla larga dal lato destro di un muro di pietra sbreccata che corre attorno al perimetro occidentale della proprietà.

Perché, dall’altra parte del confine, si nasconde un luogo magico e pericoloso; uno da cui molti Prior prima di lei non sono più tornati, e la cui imprevedibile malia continua a cantare attraverso il sangue che scorre nelle vene di Olivia...

 

Danzando con le ombre: la recensione di "Gallant"

Come alcuni di voi ricorderanno (e pur avendone apprezzato senz’altro una serie di aspetti), non avevo amato alla follia “La Vita Invisibile di Addie LaRue”, il precedente romanzo fantasy firmato da Victoria Schwab.

Eppure, per qualche motivo, continuo a sentirmi inesplicabilmente attratta dai libri di questa autrice... probabilmente perché ammiro immensamente la sua abilità linguistica, le sue atmosfere struggenti e la sua capacità di instaurare con il lettore un rapporto di complicità e rispetto a dir poco impareggiabile.

Da questo punto di vista, “Gallant” mi ha offerto addirittura più di quanto sperassi: il taglio cinematografico di molte scene, la suggestiva ambientazione gotica, il sempreverde tema della famiglia persa (e poi, forse, ritrovata)...

Ogni singolo elemento del libro permette al lettore di immergersi completamente all’interno della narrazione, di “riconoscere” istintivamente le familiari atmosfere in stile “Il Giardino Segreto” e lasciarsi trascinare in una darkeggiante vicenda dall’inconfondibile sapore burtoniano.

Sequenze ammalianti e sottilmente inquietanti come quella del ballo delle ombre, o l’inseguimento dei tre cavalieri d’osso ai danni della povera Olivia, per me possono essere descritte in un modo soltanto: iconiche!

Se siete rimasti deliziati da libri come “La Gita del Terrore” di Katherine Arden, o da uno qualsiasi fra quelli elencati in questa esaustiva lista di romanzi dark fantasy, le probabilità che “Gallant” riesca a conquistarvi sono praticamente stellari.

Fate attenzione, però: il target di riferimento coinvolge una fascia di lettori particolarmente "verde"... Più che di “giovani adulti”, sarebbe forse il caso di parlare di adolescenti e pre-teens dai 12 anni in su!

 

Is that you, Lila?

Fra l’altro, quest’ultima precisazione ci offre l’opportunità di soffermarci a spendere due parole a proposito delle numerose ingenuità strutturali del romanzo.

La trama di “Gallant” risulta piacevole, coinvolgente e decisamente adatta a una trasposizione in formato animato; ma di certo non offre un granché dal punto di vista dei colpi di scena, della caratterizzazione dei personaggi o dell’inclusività.

Un lettore un po’ più “grandicello” e smaliziato potrebbe fare fatica a riconoscersi nelle tribolate traversie della protagonista e dei suoi anticonvenzionali genitori; tanto più che Olivia rappresenta l’archetipo in miniatura di qualsiasi personaggio femminile incontrato finora fra le pagine di un romanzo di Victoria Schwab: ribelle per natura, coraggiosa e intensa per volontà della sua creatrice... e un po’ insolente e petulante per scelta personale, a quanto pare (Lila Bard-style! XD).

In ogni caso - devo ammetterlo - mi sono ritrovata ad apprezzare moltissimo la descrizione del rapporto che si viene a creare fra Olivia e il mondo dell’arte, nonché la grande attenzione posta sul tema della comunicazione in ogni sua forma: che sia poetica, musicale, figurativa, o espressa meditante il linguaggio dei segni...

 

Combattere la Morte: una strana forma di eroismo

Ma il difetto principale di “Gallant”, secondo me, ha più che altro a che fare con il suo villain. Che in pratica è:

a) uno spauracchio assurdo, e una copia-carbone di quello che imperversava per le strade di Londra in “A Darker Shade of Magic”;

b) la classica incarnazione di ogni ansia, paura e fobia esistenziale mai decantata all’interno della bibliografia di Victoria Schwab.

In pratica, il terrore della morte, come già (abbondantemente) trattato all’interno de “La Vita Invisibile di Addie LaRue”, è tutto ciò che permette a questo terribile “mostro” fagocita-vita di prendere i natali.

Ma, anche stavolta, è possibile riscontrare (secondo me) un’eccesiva tendenza alla semplificazione nel modo in cui questo tema viene affrontato: vale a dire, come se la Morte stessa fosse un nemico, un anatema che la volitiva e determinata eroina a un certo punto viene chiamata a sconfiggere, in nome del bene collettivo dell’umanità.

Che è un dualismo un po’ insensato, a guardare bene in fondo al bicchiere. E che mi fa sempre tornare in mente una citazione tratta da “Harrow the Ninth”: «Ma guarda che la morte, Harrow, non è mica un fallimento.»

Ma vabbè, come al solito, ecco che sto divagando...

Il succo della recensione è: se amate il genere, leggete “Gallant”, perché ne vale la pena.

La verità è che Victoria Schwab diventa sempre più brava, a prescindere dal vostro/mio personale livello di compatibilità con i suoi personaggi e le sue trame.

 

“Gallant”: quando esce in Italia?

Sul profilo Instagram ufficiale della Oscar Vault, si ipotizza una data d’uscita italiana prevista per l’estate 2022.

Come sempre, vi farò sapere non appena saranno diffusi ulteriori aggiornamenti! ^^

 


lunedì 21 marzo 2022

"Master": la recensione del film horror disponibile su Prime Video...

Su Amazon Prime Video è arrivato “Master”, un inquietante thriller psicologico interpretato da Regina Hall e diretto da Mariama Diallo.

Una pellicola che è al 40% Dark Academia, 60% Black Horror, e 100% denuncia sociale; una storia dai risvolti drammatici, scioccanti e pessimisti che va a collocarsi sulla scia di titoli come “Antebellum”, Them e “Noi”...

 



La trama

Gail Bishop (Regina Hall) è appena diventata la prima preside di colore in una prestigiosa e snobbissima scuola del New England.

Jasmine Moore (Zoe Renee) è una matricola del primo anno alle prese con un numero di difficoltà estremamente superiore al normale.

Il loro è un istituto antico, rinomato e privilegiato. Studenti e insegnanti amano dichiararsi (ipocritamente) progressisti, ma la verità è che fra le loro fila militano quasi esclusivamente bianchi, persone facoltose e viziate che fanno fatica anche soltanto a relazionarsi con le vere sfide e insidie del mondo reale.

E, in effetti, è come se costoro vivessero in un mondo parte. Uno che fa veramente fatica ad accettare Jasmine, con la sua pettinatura afro e l’indole da outsider. 

Ma, in fondo, non è che a Gail le cose vadano poi tanto meglio: non nel momento in cui si trova costretta a prendere possesso di una sinistra magione in stile coloniale, un posto che sembra fare il possibile per richiamare in vita i “fasti” di un passato a base di pregiudizio, sofferenza e schiavitù.

La situazione degenera nel momento in cui Jasmine entra in contatto con l’incarnazione di un’oscura leggenda, una sinistra figura che si aggira per i corridoi e che, secondo alcune voci, rappresenterebbe nientemeno che il fantasma di una strega giustiziata sul terreno della scuola.

Da quel momento in avanti, la ragazza si ritrova invischiata in una rete di bugie, sospetti ed eventi inspiegabili, una spirale che sembra determinata a trascinare la sua vita in una direzione alquanto oscura... e pericolosa.

Riuscirà la nuova preside a risolvere il mistero della maledizione che aleggia sul college, prima che sia troppo tardi?

 

Dead Poets Society...  un corno! 

Nonostante le sue pecche, ritengo “Master” un film estremamente affascinante.

Nel complesso, certo, temo di averlo trovato un po’ didascalico, e tutt’altro che sottile nell’elaborazione delle sue tematiche... ma sfido chiunque a mettere in discussione la potenza massacrante del suo finale, o quel particolare senso di disagio, infido e strisciante, che continua a insinuartisi sotto la pelle per l’intera durata della visione.

Mariama Diallo offre agli spettatori la sua personale prospettiva sulle tematiche “gemelle” del razzismo e del privilegio; e si potrebbero forse tirare fuori molti difetti dalla sceneggiatura – che sia un bulldozer, ad esempio, è indubbio; il fatto che le sue componenti horror e di satira sociale avrebbero potuto legarsi a creare una sinfonia più armonica, pure -  ma la verità è che si tratta di un’interpretazione dannatamente convincente!

Il terzo atto, deliberatamente ambiguo, si presta a più di una lettura: sovrannaturale o di ordine psicologico, a seconda della personale inclinazione del pubblico. Ma, in fondo, non è che faccia poi tutta questa differenza: il messaggio, dopotutto, arriva forte e chiaro, e perfino il più ignaro e meno incline all’(auto-)introspezione degli spettatori rischierà di restare tramortito dalla sua intensa carica vitale.

Aldilà di tutto, non posso fare a meno di apprezzare il coraggio e l’intraprendenza dimostrata da Mariama Diallo: dopotutto, se esiste un genere più “bianco” ed elitario del Dark Academia, confesso di non averlo ancora mai trovato.

Sfruttare le sue convenzioni, evocare le sue suggestive atmosfere e cercare di ampliare i suoi orizzonti per raccontare la storia di due donne emarginate, respinte da quello stesso sistema culturale occidentale “classico” che, in teoria, avrebbe dovuto accoglierle, nutrirle e proteggerle... non so voi, ma l'ho trovata un'idea decisamente brillante!

 

Anatema sociale

D’altro canto, confesso che mi sarebbe piaciuto vedere “Master” abbracciare la sua natura “orrifica” con un pizzico di convinzione in più, e magari anche concedere a noi spettatori la possibilità di scoprire qualcosa in più a proposito della “maledizione” che affligge la scuola... e intendo ovviamente aldilà della sua incontrovertibile valenza metaforica.

Le atmosfere rarefatte, i dialoghi criptici e le apparizioni appena intraviste con la coda dell’occhio contribuiscono senz’altro a suggerire un senso di suspense e pericolo incombente; ma se il film avesse concesso più spazio alla caratterizzazione psicologica dei personaggi, anche al di là delle loro ansie, delle loro paure e dei loro stigmi sociali, probabilmente il mio cuore avrebbe battuto più forte in almeno una dozzina di occasioni.

Il discorso vale tanto per le due protagoniste, quanto per i personaggi secondari: ad esempio, l’insegnante d’arte Liv Beckman (Amber Gray) rimane secondo me un enigma dall’inizio alla fine e, onestamente, ho trovato il tentativo di inserire il suo abbozzato arco narrativo all’interno della storyline principale un’operazione abbastanza goffa e fallimentare.

Inoltre, capisco la necessità di presentare il gruppetto di mean girls formato dai personaggi di Sofia Hublitz, Talia Ryder e Ella Hunt sotto una luce completamente negativa: dico sul serio, lo capisco. “Master” racconta la storia di Jasmine e Gail, non la loro, per cui tenerle relegate ai margini risulta indubbiamente giusto e sacrosanto.

Ma siamo sicuri al 100% che trasformarle in spauracchi, sottrarre ogni forma di complessità dal loro rapporto con Jasmine, sia stata la scelta ideale, dal punto di vista del potenziale narrativo... o dello stesso personaggio interpretato da Zoe Renee, quanto a questo?



domenica 20 marzo 2022

Recensione: "Goodwill", di Manlio Castagna

Goodwill” è un libro horror per ragazzi, un romanzo che rappresenta contemporaneamente uno spin-off e un prequel della straordinaria serie a fumetti “Mercy” di Mirka Andolfo.

La trama escogitata da Manlio Castagna si concentra sull’origin story di Ambrosiosus Goodwill; in modo particolare, sul grande mistero che circondò la sua infanzia, e sulle terrificanti conseguenze che ricaddero sulla sua piccola comunità di pionieri, nel pieno dell’America di metà Ottocento, in seguito a questo evento...

 

Potete acquistarlo QUI in italiano


La trama

In una livida alba di novembre del 1851, dopo un viaggio di sette mesi, i coloni approdano a quella che diverrà Seattle. Speranza, felicità e disperazione si mescolano alla pioggia che li inzuppa fino alle ossa.

È in questa comunità di uomini e donne volenterosi che nasce il piccolo Ambrosius Goodwill. La sua infanzia trascorre serena finché all'età di quattro anni, giocando nel bosco, il bambino sparisce.

Resta lontano da casa per una settimana. A nulla serve battere la foresta palmo a palmo, e il Viaggio di Conoscenza intrapreso dal grande sciamano indiano per ritrovare tracce del bambino non dà risposte rassicuranti. Poi, in una giornata di tempesta, Goodwill riappare sulla soglia di casa. Ma non è più il bambino spensierato di prima: sembra non soffrire la fame, il freddo, non sentire il sonno né provare emozioni.

E quando a Seattle cominciano ad accadere tragedie che coinvolgono tutta la comunità, si dice che sia proprio quel bambino a portare la sventura...

 

"Goodwill": la recensione

Voglio essere del tutto sincera con voi: ho amato moltissimo “Mercy”, e penso che Mirka Andolfo sia una delle artiste più brillanti, coinvolgenti e ricche di immaginazione che il panorama del fumetto italiano abbia da offrire.

Esattamente per questo motivo, ho deciso di approcciarmi alla lettura di “Goodwill” in preda a un carico di aspettative moderatamente basso.

Perché, siamo seri... L’uscita stessa di un titolo come “Goodwill” emana un chiaro sentore di trovata commerciale casuale. Dopotutto, non è che le parole “libro horror per ragazzi” e “Mercy” siano in grado di evocare un chiaro e immediato collegamento nella mente del lettore.

Anzi: credo che, considerando le situazioni ambigue, i toni dark e i temi maturi affrontati nella graphic novel originale, a una persona verrebbe piuttosto spontaneo domandarsi da dove sia scaturita, esattamente, un’idea del genere.

Come se a qualcuno venisse improvvisamente in mente di dedicare un romanzo per tredicenni all’infanzia tormentata di Vanessa Ives in “Penny Dreadful”: un’operazione talmente stravagante e improbabile che, probabilmente, finirei con il pre-ordinare la mia copia con almeno tre mesi di anticipo rispetto all’uscita! XD

Ma sempre continuando a tenere una guardia alta.

Perfino così, ammetto di aver trovato la lettura di “Goodwill” deludente, stancante e vagamente frustrante.

In rete, è possibile imbattersi in svariate recensioni alternative alla mia; vi consiglio di buttarci un’occhiata, così potrete prendere atto dei loro toni entusiastici e ricchi di apprezzamento, e capire che la mia è solo un’opinione fra le tante.

Nel mio piccolo, però...

Bè, voglio essere del tutto sincera con voi: la verità è che ho trovato “Goodwillnoioso, pasticciato e sciropposo da qualsiasi possibile punto di vista!

 

Al punto di incontro fra trailer e sceneggiatura

L’aspetto peggiore, probabilmente, è che considero “Goodwill” una lettura inappropriata per qualsiasi fascia di età.

Mi spiego meglio: l’intreccio dell’opera di Castagna è troppo “basico”, superficiale e semplicistico, per essere davvero in grado di esercitare un qualche tipo di appeal sul lettore adulto. La storia di un bambino che svanisce nel bosco, per tornare indietro “cambiato” e cominciare a comportarsi in maniera imprevedibile?

Abbiamo letto/visto questa storia un’infinità di volte. È un canovaccio ricorrente, nell’ambito della letteratura e del cinema di genere; changeling e bambini scambiati di ogni genere hanno sempre fatto parte del nostro folclore, dopotutto.

E il pubblico contemporaneo ha ampiamente dimostrato di saper apprezzare ancora questo tema (lo dimostra, ad esempio, il recente successo del notevole dark fantasy di Krystal Sutherland “House of Hollow”...), a patto che venga trattato con originalità, personalità, sensibilità e/o profondità da parte dell’autore. 

Cosa che Castagna, purtroppo, secondo me in questo caso non si è sforzato troppo di fare.

D’altro canto, dubito che consiglierei la lettura di “Goodwill” a un teenager o a un preadolescente. Un po’ perché contiene un paio di immagini molto grafiche relative a scene di violenza ai danni di animali, e un po’ perché la tendenza dell’autore al “riassunto e raccontato” (a discapito del mostrato) finisce per rendere il romanzo inutilmente lento, macchinoso e ridondante.

Soprattutto nel corso del primo atto. Vi dico solo che, per tutto il tempo, continuavo ad avere la sensazione di sentire quel classico vocione “da trailer” che mi leggeva i paragrafi di “Goodwill” in fondo alla mente, in quell’inconfondibile tono gongolante e carico di autocompiacimento: «Quest’inverno, preparatevi ad assistete all’evento dell’anno: oh oh oh, adesso sì che ne vedrete delle belle

Solo che io, alla fine, non ho visualizzato un bel niente.

Ho giusto preso atto di questo o quell’altro cliché, preso in prestito da un ampio filone di cinema horror e “mixato” agli elementi caratteristici dell’opera della Andolfo.

 

Antologia dei “creepy kids”: un compendio

E così siamo arrivati al punto in cui vi spiego in quale campo, invece, la sottoscritta ritiene che Castagna abbia svolto un lavoro eccellente.

Vale a dire nello scovare, rielaborare e presentare ai suoi lettori ogni singolo trope mai apparso nell’ambito del filone dominato dai famigerati “eerie children”.

Il Villaggio dei Dannati”, “ll Presagio”, “Grano Rosso Sangue”, “Rosemary’s Baby”...  L’autore possiede una conoscenza pressoché enciclopedica di questi grandi classici, e fortunatamente riesce a sfruttarla per inserire all'interno del suo libro una serie di scene cariche di suspense, sottile maliziasospensione onirica.

Avrebbero potuto aspirare a esercitare un impatto maggiore, a livello emotivo e/o intellettuale, le suddette scene?

Sicuramente sì.

Se, ad esempio, l’autore fosse riuscito a trattenersi dall’irritare e confondere il suo lettore, continuando a saltare da un punto di vista all’altro in una maniera che mi sentirei di definire soltanto come isterica.

 Se la narrazione avesse scelto di seguire una focalizzazione di qualsiasi tipo, anziché mirare soltanto a ricreare l’occhietto asettico e ballerino di una telecamera invisibile.

Se l’ambientazione storica fosse stata ricreata con un qualsiasi grado di autenticità e verosimiglianza (la famiglia di Goodwill è essenzialmente il tipico nucleo famigliare da Mulino Bianco, sbalzato in un contesto simil-western che sembra rifarsi alle avventure di Tex Willer e Kit Carson più che a qualsiasi altra cosa).

E se i dialoghi non sembrassero la somma di un milione di trite battute da B-movie visti da bambini nel cuore dell’estate.

Insomma, un titolo che consiglierei soltanto come possibile introduzione all’oscuro e conturbante mondo di “Mercy”, o a un lettore di horror alle primissime armi

I neofiti potrebbero trovare appagante l’uso di determinati spunti tematici evergreen, soprattutto quelli intenzionati a compiere una rapida “toccata e fuga” nel regno della narrativa dell’orrore, prima di tornare a tuffarsi all’interno della propria confort zone! :)

 

 



sabato 12 marzo 2022

"La Stirpe delle Luci": vampiri, fantasmi e mostri nel libro fantasy di Nicole Jarvis

Ricordate l’articolo di maggio 2021 dedicato al gaslight fantasy? A quanto pare, avremo l’opportunità di leggere presto in italiano un altro “esemplare” appartenente a questo pittoresco e divertente sottogenere della speculative fiction: “La Stirpe delle Luci”, romanzo d’esordio di Nicole Jarvis, verrà infatti tradotto dalla Multiplayer.it Edizioni, per arrivare in libreria il 19 maggio 2022... imprevisti di ogni tipo permettendo, naturalmente!

 

Potete acquistarlo QUI in italiano


La trama

Per le silenziose strade di Praga, ogni sorta di misteriosa creatura si nasconde tra le ombre.

L’unica speranza dei cittadini ignari contro quest’orda di predatori sono gli intrepidi lampionai, segreti cacciatori di mostri la cui luce tiene a bada ogni notte l’oscurità incombente.

L’esistenza di Domek Myska è scandita da continui scontri con la peggior specie di esseri malvagi: i pijavice, creature vampiresche senz’anima e perennemente assetate di sangue.

Ciò nonostante, Domek trova conforto nei momenti trascorsi in compagnia della sua intelligente e affascinante amica Lady Ora Fischerová, una vedova che nasconde a sua volta molti segreti.

Quando Domek si ritrova perseguitato dallo spirito della Dama Bianca, un fantasma che infesta le sale barocche del Castello di Praga, si imbatte nell’essenza senziente di un fuoco fatuo rinchiuso in un misterioso contenitore.

Diventato il suo possessore, Domek può sfruttare anche i suoi poteri, ma la creatura, ben nota per attirare gli ignari viandanti verso la morte, non si farà controllare molto facilmente.

Dopo aver scoperto una cospirazione dei pijavice che potrebbe scatenare il terrore in città, Domek sarà coinvolto in una lotta contro il tempo contro coloro che mirano a piegare la scienza alchemica ai propri pericolosi scopi.

 

Lampionai VS Vampiri: chi vincerà?

La Stirpe delle Luci”, fantasy storico ambientato nella Praga del diciannovesimo secolo, viene classificato come romanzo autoconclusivo.

Non so perché, ma la trama mi fa pensare a una sorta di via di mezzo fra “The Witcher” e “I Guardiani della Notte”. Anche se, in realtà, la maggior parte delle recensioni straniere si premura di sottolineare il ritmo ponderato, tutt’altro che improntato all’azione, della narrazione, e lo stile affascinante, vividamente suggestivo di Nicole Jarvis.

Una qualità che, probabilmente, tenderà più che altro ad avvicinare “La Stirpe delle Luci” ai gusti di fan di autrici come V. E. Schwab e Chloe Gong, abituate a tratteggiare ambientazioni estremamente curate e personaggi ombrosi, dall’indole caratteristicamente tormentata.

Personalmente, posso dire di essere abbastanza incuriosita dall’idea di base; in modo particolare, mi piacerebbe scoprire in che l’autrice ha deciso di contribuire alla sempreverde mitologia della figura del vampiro. Soprattutto perché il romanzo dovrebbe introdurre, fra le altre cose, una serie di elementi ispirati al folclore ceco, nel nostro piccolo angolo di mondo ancora abbastanza misconosciuto! ^^




domenica 20 febbraio 2022

Recensione: "Archive 81 - Universi alternativi" (Stagione 1)

La verità è che nutro dei sentimenti abbastanza ambivalenti nei confronti della serie tv “Archive 81: Universi alternativi”. 

Nel complesso, però, credo che sia uno show interessante, soprattutto per i fan di piccoli film horror indipendenti tipo “The empy man” (lo trovate su Disney+), “Nessuno ne uscirà vivo” (Netflix), o “The endless” (disponibile su Amazon Prime Video).

Più in generale, immagino che consiglierei la visione di “Archive81” a tutti gli appassionati di Lovecraft e Ira Levin; ma solo se vi considerate spettatori dalla natura estremamente paziente, e soltanto se l’eventualità di rimanere invischiati in un racconto dalla struttura fortemente circolare non vi spaventa...

 


 

La trama

Dan Turner (Mamoudou Athie) è un giovane e mite archivista a cui viene assegnato l’incarico di restaurare una nutrita collezione di nastri magnetici.

Sul piatto fa capolino la possibilità di ricevere uno stipendio particolarmente allettante, per cui Dan decide di ignorare le strane condizioni imposte dal suo datore di lavoro (che comprendono uno stato di isolamento totale, da trascorrere presso un misterioso edificio sperduto fra i boschi...) e di cominciare a rimboccarsi le maniche.

Il ragazzo scopre così che le cassette contengono una fedele testimonianza del soggiorno della studentessa universitaria Melanie Pendras (Dina Shihabi) presso il complesso residenziale Visser, da molti considerato un edificio maledetto.

Una reputazione comprensibile, soprattutto considerando il fatto che, nel corso degli anni Novanta, il Visser è bruciato fino alle fondamenta, portandosi appresso una buona quantità dei suoi abitanti... fra cui, presumibilmente, la stessa Melanie.

Eppure, guardando i nastri, Dan comincia a imbattersi in una serie di indizi sconcertanti: perché, a quanto pare, Melanie sospettava che dietro la sinistra fama del palazzo si nascondesse addirittura un culto dedito all’adorazione di un’antica divinità oscura!

E, non appena salta fuori che la famiglia di Dan potrebbe aver svolto un ruolo all’interno della cospirazione, almeno in qualche misura, il ragazzo comincia a lasciarsi sprofondare in un complesso acquitrino di complotti, coincidenze disturbanti e salti temporali senza precedenti...

 

“Archive 81”: ovvero, l’arte segreta di diluire il brodo, fino a farlo diventare sciapo

 Archive 81” è una serie tv dal taglio estremamente singolare. Si potrebbe dire, anzi, che è unica nel suo genere.

Capiamoci bene: l’idea alla base dell’intreccio non è certamente nuova (i fan dell’horror saranno sicuramente in grado di indentificare le varie fonti di ispirazioni senza problemi).

Allo stesso tempo, però, lo show di Rebecca Sonnenshine riesce a reinventare la formula e a infonderle un inconfondibile tocco personale; un’identità molto forte, che tende a basarsi soprattutto sulla potente morbosità delle sue atmosfere e sul carattere onirico del suo immaginario.

Una combinazione intrigante, insomma, dal momento che si rivela in grado di esercitare un potente effetto stimolante sull’immaginazione dello spettatore!

Eppure, allo stesso tempo, la sceneggiatura si ritrova a incorrere in una (lunga) serie di errori che, secondo me, finiscono per appesantire terribilmente la visione; una sorta di ridondanza logorante, scaturita probabilmente dalla necessità di “spalmare” nell’arco di otto ore un arco narrativo che avrebbe potuto benissimo essere contenuto in sei...

 

Tanti universi alternativi... per un protagonista che non brilla!

 Archive 81” porta il marchio – inconfondibile, nel bene e nel male – del famoso produttore e regista di film horror James Wan.

Per quanto mi riguarda, la sua influenza si avverte soprattutto nel corso degli ultimi due o tre episodi; vale a dire le puntate più coinvolgenti, quelle che tornano a legare finalmente insieme le maglie di una storia che, ahimè, aveva cominciato a farsi deliberatamente criptica e convoluta.

È soltanto a questo punto, infatti, che la mitologia della serie comincia a farsi più chiara, mentre il racconto comincia ad assumere una forma riconoscibile e i personaggi ad acquisire un po’ di... non voglio nemmeno chiamarlo “spessore”.

Probabilmente “calore” sarebbe il termine più adeguato.

Perché, in fin dei conti, “Archive 81” è una serie dall’innegabile fascino intellettuale, dark e ambiziosa come non mai... ma la cui estetica particolare tende, per sua stessa natura, a scoraggiare qualsiasi spettatore affamato di emozioni forti.

Onestamente, non sono rimasta un granché impressionata neanche dall’interpretazione di Athie (che, invece, avevo apprezzato tanto nel piccolo gioiello targato Netflix “Unicorn Store”).

Ma, dopotutto, forse non è nemmeno colpa dell’attore: il suo personaggio non fa altro che trascinarsi sullo schermo senza capire niente, imbambolato e privo di credibili conflitti nei quali immedesimarsi...

Potete biasimarmi, allora, se ai vagabondaggi incoerenti di Dan ho preferito, in ogni momento, il secco umorismo di Mark (Matt McGorry), l’ironia senza freni di Annabelle (Julia Chan) o l’istrionica isteria di Melanie? XD

 

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