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lunedì 20 luglio 2020

Recensione: "Isola - Vol. 1"


Volume 1 - Brenden Fletcher -  Karl Kerschl - migliori graphic novel 2020

Potete acquistarlo QUI

"Una ragazza e una tigre, improbabili viandanti per lande desolate dopo una lunga guerra, in un paesaggio allo stesso tempo devastato e bucolico. Ma la ragazza è il capitano della guardia della regina di Maar, e la tigre… è molto più di quello che sembra. Tra intrighi di palazzo, guerre millenarie e misticismo dai risvolti terrificanti, Isola è una serie creata da Brenden Fletcher e Karl Kerschl, nominata a più premi Eisner, che si lascia scoprire lentamente, che non ha fretta di scoprire tutte le proprie carte. Un modo di narrare sontuoso, consapevole e maturo, per una storia che si dipana con l’inesorabile, letale maestosità di un’onda che si erge per infrangersi sulla battigia."


Fan di "Monstress" e "Black Panther", tenetevi forte: è arrivata una nuova, stupefacente avventura fantasy in città...
Il suo nome è "Isola" e il primo volume è stato pubblicato un mesetto fa dalla casa editrice Bao.

La trama è piuttosto articolata e richiede un minimo di impegno, soprattutto durante la lettura dei primissimi capitoli. Il lettore viene sbalzato direttamente nel mezzo di una quest scaturita da retroscena che verranno svelati soltanto più avanti, e lo stupefacente lavoro di world building all'inizio potrebbe rischiare di sopraffare e confondere, oltre che intrigare e sorprendere...
Ma il singolare rapporto fra le due protagoniste di "Isola" riesce a catalizzare l'attenzione fin dall'inizio, dal momento che presenta innumerevoli sfumature e spalanca le porte a un impressionante numero di interrogativi: chi è la tigre, in realtà? Perché è così importante che lei e il suo soldato riescano a arrivare a Isola? Chi ha scagliato il maleficio che ha dato il via a tutto quanto, e soprattutto... perché?

Le illustrazioni, dettagliatissime e altamente evocative, probabilmente non avrebbero neanche bisogno dei testi per riuscire a comunicare lo struggimento, la forza e il carisma di questi personaggi.
Tant'è che molti dialoghi vengono resi in uno strano idioma "tribale" altamente disorganizzato, oppure lasciati direttamente all'immaginazione del lettore: non ha importanza, è come se gli incantevoli e suggestivi scenari di "Isola" parlassero da soli.
Il "sense of wonder" che trapela dalle pagine di questo volume è un dono prezioso, una componente che si amalgama perfettamente con il ritmo incalzante degli eventi e con l'intreccio rocambolesco.

L'unico limite, per quanto mi riguarda, ha a che fare con una certa difficoltà di fruizione. Nel senso che l'opera di Brenden Fletcher e Karl Kerschl sembra rivolgersi espressamente agli appassionati hardcore del genere: se non avete mai letto un romanzo fantasy in vita vostra (in forma tradizionale o "graphic", non fa differenza...) difficilmente riuscirete ad apprezzare da subito le squisite potenzialità della narrazione o l'evocativa poesia di determinate scelte estetiche.
Per tutti gli altri, bé... Che cosa state aspettando?
Preparatevi a prendere un respiro profondo e a tuffarvi nella magia! ;D


Giudizio personale:
8.5/10




lunedì 8 giugno 2020

Recensione: "La Città di Ottone", di S. A. Chakraborty


Attenzione: la seguente recensione fa riferimento all'edizione originale in lingua inglese del libro!

Mondadori - the city of brass - libri fantasy ambientati nel deserto

Daevabad Trilogy, Vol. 1

Potete acquistarlo QUI in italiano

"Egitto, XVIII secolo. Nahri non ha mai creduto davvero nella magia, anche se millanta poteri straordinari, legge il destino scritto nelle mani, sostiene di essere un'abile guaritrice e di saper condurre l'antico rito della zar. Ma è solo una piccola truffatrice di talento: i suoi sono tutti giochetti per spillare soldi ai nobili ottomani, un modo come un altro per sbarcare il lunario in attesa di tempi migliori. Quando però la sua strada si incrocia accidentalmente con quella di Dara, un misterioso jinn guerriero, la ragazza deve rivedere le sue convinzioni. Costretta a fuggire dal Cairo, insieme a Dara attraversa sabbie calde e spazzate dal vento che pullulano di creature di fuoco, fiumi in cui dormono i mitici marid, rovine di città un tempo maestose e montagne popolate di uccelli rapaci che non sono ciò che sembrano. Oltre tutto ciò si trova Daevabad, la leggendaria città di ottone. Nahri non lo sa ancora, ma il suo destino è indissolubilmente legato a quello di Daevabad, una città in cui, all'interno di mura metalliche intrise di incantesimi, il sangue può essere pericoloso come la più potente magia. Dietro le Porte delle sei tribù di jinn, vecchi risentimenti ribollono in profondità e attendono solo di poter emergere. L'arrivo di Nahri in questo mondo rischia di scatenare una guerra che era stata tenuta a freno per molti secoli."


"La Città di Ottone" è il primo libro della trilogia fantasy "Daevabad", scritta dall'autrice S. A. Chakraborty.
Un paio di mesi fa abbiamo parlato del fatto che Edgar Wright e Joe Cornish proveranno a produrre un adattamento televisivo del romanzo da distribuire su Netflix. Vi ricordo anche che la traduzione italiana dovrebbe esordire nelle nostre librerie il prossimo 16 giugno, a opera della casa editrice Mondadori.

E...
Non so: una parte di me comincia a sospettare di aver voluto cominciare la recensione de "La Città di Ottone" con un mucchio di dettagli tecnici perché in realtà questo libro mi ha lasciato abbastanza indifferente, per lo meno dal punto di vista emotivo.
Mi dispiace anche un sacco doverlo ammettere, fra parentesi, dal momento che l'idea alla base dell'ambientazione è brillante e nutro senz'altro un grande senso di rispetto nei confronti del desiderio dell'autrice di regalare ai lettori un world building basato su un contesto culturale completamente diverso dal nostro.

Ciò premesso, mentirei se affermassi di aver trovato "La Città di Ottone" notevole sotto un qualsiasi altro aspetto. La trama è quella di un qualsiasi YA fantasy moderno, e difatti continuo a non capire perché la gente si ostini a definirlo un libro per adulti.
I personaggi mi sono sembrati relativamente credibili; dico "relativamente" perché, per essere una città popolata da ultracententenari jinn dotati di fenomenali poteri cosmici, alla fine Daevabad mi è parsa per lo più abitata da personaggi in preda a desideri e ambizioni prettamente terreni... Con un paio di picchi adolescenziali non indifferenti, soprattutto in relazione ai tre vertici del triangolo Nahri-Dara-Ali.
La protagonista de "La Città Segreta" è la figlia segreta di Lila Bard e una qualsiasi Mary-Sue da libricino, e gli eroi maschili sono evidentemente stati modellati sul classico stampo "bel tenebroso tormentato da un tragico passato vs migliore amico serio e responsabile che-a-te-ci-tiene-per-davvero."
Non esistono personaggi femminili al di fuori della protagonista, anche se presumo - spero - che questa situazione possa poi andare a migliorare nel corso dei volumi successivi.

Sospetto comunque che molti di voi riusciranno ad apprezzare questo romanzo in modi che a me sono completamente sfuggiti.
L'ambiguità morale dei jinn (e in fondo, di Nahri stessa...) mi ha piacevolmente sorpreso, questo sì. All'interno de "La Città di Ottone" è difficile trovare un vero "cattivo", così come risulta praticamente impossibile individuare un personaggio che non ti faccia saltare la mosca al naso per almeno un milione di ragioni diverse. Tutti hanno le loro ragioni per comportarsi da bastardi figli di buona donna, e apprezzo il fatto che la Chakraborty non sia sentita in dovere di chiedere scusa per nessuna delle loro mancanze e dei loro difetti.

Ciò non toglie che la lettura de "La Città di Ottone" mi abbia fatto sbadigliare come se l'insonnia di cui non ho mai sofferto fosse diventata d'un tratto la più cara e dolce amica.
Sicuramente sarò stata una delle poche al mondo a pensarla così. Ma per me, ad esempio, le particolareggiate, incessanti descrizioni di gioielli e capi di vestiario vari ed eventuali si sono rivelate estremamente monotone, e anche poco significative dal punto di vista comunicativo (nel senso che riuscire a immaginare nei minimi dettagli la sfumatura turchese di questo o quel diadema non mi ha minimamente aiutato a entrare in sintonia con la psicologia di nessuno).

L' inclinazione smodata a riversarci addosso una spropositata dose di infodump nei momenti più assurdi mi ha fatto precipitare nell'apatia totale. Per di più anche le prolisse sequenze descrittive di ambienti e utensili assortiti mi sono sembrate ripetitive, ridondanti, esagerate. Non so se procedere per accumulo possa mai rivelarsi una tecnica vincente; suppongo che la Chakraborty abbia cercato in ogni modo di lanciare un incantesimo immersivo sui suoi lettori, ma le sue scelte stilistiche, su di me, hanno finito piuttosto per esercitare l'effetto contrario.
E in fondo anche il fatto che la trama completa de "La Città di Ottone" - un bel romanzone di 500 pagine e passa - possa praticamente riassumersi in tre paragrafi scarsi di sinossi la dice lunga sul ritmo che la Chakborty ha ritenuto opportuno impartire alla sua narrazione, o almeno questa è l'impressione che ne ho avuto io...

Leggerò i sequel, quindi?
Mmm... Difficile a dirsi.
Forse si. Probabilmente no. Di sicuro non mi precipiterò domani a ordinare "Kingdom of Copper".
Come sempre, amici lettori, aspetto di scoprire la vostra opinione nei commenti! ^^


Giudizio personale:
5.5/10




domenica 31 maggio 2020

"She-Ra e le Principesse Guerriere"



Lasciate che vi dica una cosa: credo che se avessi visto questo cartone da bambina, sarei letteralmente impazzita di gioia!
Anche così, confesso di essermi lasciata piacevolmente risucchiare nel vortice, e di aver trascurato parecchi doveri pur di scoprire cosa sarebbe successo nelle nuove stagioni di "She-Ra e le Principesse Guerriere", la serie d'animazione fantasy per ragazzi creata da Noelle Stevenson (già autrice del popolarissimo romanzo a fumetti "Nimona").

E... che posso dirvi?
Per me questo è uno show semplicemente delizioso!
Una delle cose che più ho apprezzato, è che in pratica "She-Ra e le Principesse Guerriere" parte con una trama semplice- semplice per poi riuscire a svilupparsi in un intreccio interessante ed elaborato che prende a sconfinare via via in un territorio sempre più iper-tecnologico, fantascientifico e semi-marveliano (qualcuno ha detto Thanos, per caso?), senza per questo rinunciare alla sua natura di coloratissimo cartone animato per ragazzine strabordante di unicorni, castelli, principesse fatate e chi più ne ha, più ne metta.

Per di più mi sono innamorata dei personaggi (quasi tutti, buoni e cattivi) e delle relazioni che sono riusciti a costruirsi nel corso di cinque stagioni. Perché, parliamone, ragazzi...
Quando ho cominciato a vedere "She-Ra", in pratica ho continuato a premere il tasto "play" sul telecomando soltanto perché volevo scoprire se la mia bambina Catra sarebbe riuscita a far pace con l'altra mia bambina Adora. All'inizio era tutto qui: una coppia di pazze da cartone animato, una cattiva e una buona, un tempo amiche, poi separate da un grosso malinteso, da un mucchio di insicurezze e da una terribile orda di invasori mostruosi intenzionati ad annientare lo zuccheroso regno del Bene.
E poi... be', non so bene cosa sia successo, ma suppongo che a un certo punto l'incantesimo lanciato dalla Stevenson abbia semplicemente cominciato a fare effetto su di me, perché di colpo ho capito che stavo cominciando a entusiasmarmi.

Che volevo veramente sapere cosa sarebbe successo al mondo di Etheria, qual era il segreto di Mara, come se la sarebbe cavata Spark... ehm, volevo dire Glimmer una volta ascesa al trono, eccetera, eccetera.
Che aveva iniziato a importarmi, ecco, perché di colpo questo mondo popolato da mutaforma sibillini e sirene sarcastiche, uomini fungo, pirati canterini e allegre principesse scorpione aveva preso a sembrarmi stranamente autentico, come se gli autori fossero riusciti a donare alla loro creazione un'irresistibile scintilla vitale.

E da quel punto in avanti, non so, è stato come se avesse completamente smesso di importarmi di inutili quisquilie tipo il comparto grafico o la qualità del doppiaggio originale (per la prima volta dopo anni mi sono ritrovata a impostare l'audio in italiano, un vistoso e sorprendentemente miglioramento in questo caso).
Mi sono messa piuttosto a seguire "She-Ra" perché gli episodi mi divertivano; perché mi facevano sorridere, perché mi emozionavano e mi restituivano il buon umore e mi aiutavano a dimenticarmi di ogni singola preoccupazione per un po'.

Perché "She Ra" in fondo parla di questo posto incantato in cui il Bene e il Male esistono, ma molto spesso risultano piuttosto difficili da distinguere, perché nessun personaggio è fatto solo di Luce o solo di Ombra, solo di Gioia o solo di Dolore. In cui i cattivi a volte hanno più ragione della protagonista, in cui l'eroina spesso sbaglia e non sa cosa fare, e finisce col combinare casini peggiori dei nemici; in cui i migliori amici non sono solo spalle ma individui, e in cui sei costretto a imparare che le persone che ti amano, quelle che dovrebbero proteggerti e guardarti le spalle, a volte sono le stesse che si allontanano e finiscono per spezzarti... ma anche che quelle persone alla fine torneranno sempre, sempre da te, per tenderti la mano e aiutarti a guarire e permetterti di aiutare loro a guarire, per quanto furioso o disperato o spaventoso tu possa diventare.
Perché è cosi che funziona l'amore, no? Se accetti di imbarcartici, sai già che finirai per beccarti un sacco di calci sui denti, qualche gomitata nelle costole e svariati squarci sul braccio... ma anche qualcos'altro, qualcosa di prezioso, e credo che quell'essenza il finale della quinta stagione di "She-Ra" sia riuscito a coglierlo piuttosto bene.

E poi è stato bello poter visitare un mondo in cui TUTTI - a prescindere dall'aspetto, dalle convinzioni, dall'orientamento, dalle truppe psicologiche, dalle debolezze o dal temperamento scontroso - vengono considerati i benvenuti e trattati con il rispetto che meritano, dal momento che la forza - la magia - di un pianeta alla fine risiede sempre nella diversità, e mai dell'omologazione.

Insomma, adesso che l'ho finito, comincio già a sentirne disperatamente la mancanza...
E voi, amici, cosa ne pensate?
Avete visto questa serie, o per caso progettate di farlo? :)


giovedì 14 novembre 2019

Recensione: "In The Vanishers' Palace", di Aliette de Bodard


libri fantasy sui draghi - 2018 - paranormal romance - distopia - mitologia asiatica

Disponibile in inglese

Potete acquistarlo QUI


"In un mondo in rovina, completamente devastato, in cui la terra è stata avvelenata e creature da incubo popolano il paesaggio...
Una donna terrorizzata, tradita dalla sua gente, viene venduta per pagare i debiti del suo villaggio ed è costretta a lottare per sopravvivere nel mondo degli spiriti.
Quando l'erudita mancata Yen viene venduta a Vu Con, una degli ultimi draghi mutaforma rimasti sulla terra, la ragazza si aspetta di essere uccisa o quanto meno torturata, non fosse altro che per garantire a Vu Con una fonte di intrattenimento.
Invece Vu Con ha un compito per lei: Yen diventerà l'istruttrice personale dei suoi due figli. 
Porta quindi Yen con sé nella sua residenza, una sorta di vertiginoso palazzo-prigione in cui ogni soglia potrebbe potenzialmente condurre incontro alla morte.
Vu Con sembra severa e implacabile, ma con il passare dei giorni, Yen comincia a vedere delle altre qualità in lei, un lato generoso e gentile, e a sentirsi attratta dal drago in maniera inspiegabile.
Eppure alla fine Yen sarà costretta a compiere una scelta tremenda: cercare di capire dove risiede veramente la sua felicità... e cercare di stabilire se una cosa del genere riuscirà a sopravvivere alla sconvolgente rivelazione degli oscuri segreti custoditi da Vu Con."



"In the Vanishers' Palace" è un romanzo breve, di genere romantico/distopico, scritto dall'acclamata autrice Aliette de Bodard.
Si tratta di un intenso ed esplicito retelling della fiaba de "La Bella e la Bestia", riletta in chiave queer e integrata da una serie di affascinanti elementi tratti dalla mitologia vietnamita.

Ho dei trascorsi un po' particolari con questo libro. Nel senso che ho iniziato a leggerlo nel periodo sbagliato e l'ho accantonato dopo aver letto appena una ventina di pagine. L'ho ricominciato daccapo un paio di mesi più tardi, e... non saprei bene come spiegarlo, ma, tempo di finire un capitolo, e già avevo capito di essermene perdutamente innamorata!
La Bodard, sia messo agli atti, scrive in una maniera assolutamente divina. Il suo stile squisito, sensuale e "misterioso" riuscirebbe a trasformare il canovaccio più banale in una storia d'avventura, passioni e tragedie a dir poco impossibile da dimenticare.
Conosco soltanto due autrici in grado di rivaleggiare con lei, da questo punto di vista: una è Laini Taylor (nome abbastanza noto al grande pubblico italiano da non aver bisogno di presentazioni), e l'altra è la giovanissima (nonché, purtroppo, sottovalutatissima...) K. Arsenault Rivera, autrice nell'incantevole trilogia "Their Bright Ascendency".
E...

Be', "In The Vanishers' Palace", tecnicamente parlando, è un libro fantasy a tema sentimentale. Il legame, tenero e inusuale, che comincia timidamente a svilupparsi fra la protagonista, la sensibile ma pragmatica maestra di scuola Yen, e Vu Con, questa regale e autoritaria "dragonessa" madre di due gemelli, rappresenta senz'altro il delicato nucleo emotivo della narrazione.
Ma se dovessi citarvi così, sull'unghia, i due elementi che ho apprezzato di più durante la lettura, mi ritroverei senz'altro a rispondere, senza alcuna ombra di esitazione: l'ambientazione e il sistema magico.
La dolente, brutale e fin troppo credibile decadenza della prima, mescolata all'inconcepibile, brillante e tortuosa originalità del secondo, riescono secondo me a trasformare "In The Vanishers' Palace" in una piccola gemma da non lasciarsi scappare.

Certo: se azione, inseguimenti e combattimenti sono il vostro pane quotidiano, probabilmente non riuscirete a restare ammaliati dalle delicate sfumature della trama, o a lasciarvi irretire dalla suggestiva e mefistofelica atmosfera.
Forse.
Eppure una particina di me continua a sospettare che "In the Vanishers' Palace" potrebbe avere una sorpresina o due in serbo anche per voi! ;D


Giudizio personale:
8.5/10





domenica 1 settembre 2019

Recensione: "Wilder Girls", di Rory Power (horror, 2019)

"Impara a cambiare, 
e potresti sopravvivere."

libri distopici 2019 - virus - Wilder Girls

Wilder Girls

Potete acquistarlo QUI in italiano

Un “Lord of the Flies” in versione femminista, che racconta la storia di tre amiche costrette a vivere in quarantena nella loro prestigiosa scuola privata, situata su un’isola misteriosa. 
Sono passati 18 mesi da quando la Raxter School per giovani ragazze è stata posta in isolamento. Una malattia dai sintomi imprevedibili e inquietanti ha cominciato a spargersi e a strappare il suolo da sotto i piedi di Hetty. E’ cominciata lentamente. Dapprima sono morti gli insegnanti, uno dopo l’altro. Poi il morbo si è propagato alle studentesse, ed è stato allora che i loro corpi hanno cominciato a mutare in modi strani e imprevisti. Adesso, tagliate fuori dal resto del mondo e lasciate a battersi per se stesse sulla loro isola, le ragazze non osano avventurarsi fuori dai cancelli della scuola, soprattutto considerando il fatto che la malattia ha reso i boschi selvaggi e pericolosi. Mentre il morbo si diffonde ovunque, le studentesse aspettano la cura promessa e sperano per il meglio. Ma non appena la sua amica Byatt scompare, Hetty scopre di essere disposta a fare qualsiasi cosa per lei… compreso affrontare gli orrori in agguato oltre il cancello, e la terribile verità su ciò che sta realmente accadendo alla Raxter.”


Credo che le prime venti o trenta pagine di “Wilder Girls”, il romanzo horror dell’esordiente Rory Power, bastino tranquillamente a qualificare il libro come uno degli YA più singolari, suggestivi e affascinanti che io abbia mai letto.
Se dovessi basarmi solo su quei capitoli iniziali, credetemi: la valutazione finale al termine di questa recensione riporterebbe ben altri punteggi, e anche il resto dell’articolo cambierebbe tonalità di pari passo. La Power riesce a evocare, con una grazia e una tranquillità veramente fuori dal comune, un’atmosfera talmente sinistra e metaforicamente intensa da riuscire a scaraventarvi immediatamente fra le braccia della claustrofobica ambientazione: un istituto femminile sperduto fra i boschi e assediato da una malattia insidiosa, strana, aliena, che si impossessa dei corpi delle ragazze adolescenti e ne sfrutta gli ormoni per cominciare a cambiarne i corpi, oltre che a distorcerne lentamente le menti. 

Spine che spuntano da sotto la pelle; squame di metallo che irrobustiscono la colonna vertebrale; ali membranose che squarciano l’epidermide e annientano la carne. I sintomi del contagio sono sempre diversi, e variano da persona a persona. Ogni singola studentessa della prestigiosa Raxter viene scaraventata nel suo incubo personale, mentre sprofonda in un torbido limbo fatto di paranoia, violenza, lealtà tribale e incubi a occhi aperti. La lotta per la sopravvivenza è infida, spietata; si basa sulla collaborazione, ma viene spesso minacciata da gelosia e competizione. Una metafora abbastanza cristallina, ma non per questo noiosa o scontata, che ci incoraggia a riflettere sul modo in cui le donne di ogni classe sociale continuano a essere allevate nel nostro mondo: per vincere, dovremmo allearci e imparare a guardarci le spalle a vicenda; per continuare a perpetrare i vecchi giochi di potere, invece, non dobbiamo fare altro che permettere alle nostre insicurezze di avere il sopravvento e seguitare a gettarci addosso tutto il fango del mondo.

Wilder Girls” è stato definito – come potete leggere anche nella trama – come una sorta di versione alternativa e aggiornata ai giorni nostri de “Il Signore delle Mosche”. Non ho ancora letto quel libro, per cui non saprei spiegare fino a che punto possa rivelarsi accurata questa descrizione. Se dovessi azzardare un paragone, vi direi che per me “Wilder Girls” rappresenta piuttosto un punto di incontro fra “Annientamento” (più il film che il libro), a cui alcune scene sono palesemente ispirate, e “Picnic ad Hanging Rock” (più la serie televisiva che il film), di cui riflette le evidenti suggestioni oniriche e le intense tematiche ribel-femministe.

Sulla carta, avrei dovuto adorare questo romanzo con tutto il cuore; e difatti, credo di averlo apprezzato abbastanza, al punto che mi ritroverò senz’altro a leggere il sequel, semmai l’autrice dovesse spingersi ad annunciarne uno (eventualità che a questo punto reputo tutt’altro che improbabile).
Purtroppo i personaggi di “Wilder Girls” (a cominciare dall’irritante e saccente protagonista, la petulante e lamentosissima Hetty…) non mi hanno convinto al cento per cento; senza contare il fatto che i dialoghi, a un certo punto, secondo me cominciano ad assomigliare un po’ troppo a una trasposizione in chiave distopica della sceneggiatura di un episodio di “Dawsons’ Creek”, versione anno 2019. La Power si sforza di porre molto l’accento sulle dinamiche adolescenziali (e vagamente melodrammatiche) che legano le varie studentesse; non sarebbe necessariamente un male, se soltanto evitasse di farlo a scapito di ritmo, sviluppo psicologico e credibilità complessiva del racconto.

La storia d’amore (f/f, che è il nuovo trend del momento in campo fantasy… e la ragione per cui ultimamente mi sveglio con un gran sorrisone stampato sulle labbra ogni mattina! XD) mi è sembrata viceversa molto dolce e convincente. Peccato solo che al personaggio di Reese sia stato dedicato molto meno spazio di quello che avrebbe meritato, e che a conti fatti la Power abbia deciso di dispensarle un ruolo abbastanza marginale.

In definitiva: ritengo che la Power ci abbia regalato un libro d’esordio abbastanza solido, se non proprio imprescindibile. La carta vincente di “Wilder Girls” è senz’altro l’atmosfera – onirica, schizoide, sovversiva, inquietante – che vanta l’innegabile virtù di riuscire a trasmettere appieno il senso di disagio costante, di ansia, di inadeguatezza, di prigionia e pericolo incessante che sembra aleggiare attorno alla vita di qualsiasi donna della nostra era (o di qualsiasi altra era, se per questo). L’esecuzione mi è parsa un po’ traballante, ma il design generale resta senz’altro variegato e interessante. 
Attenderò pertanto di scoprire i prossimi progetti dell’autrice con grande curiosità! ^____^ 




Giudizio personale:

6.5/10




sabato 31 agosto 2019

"Leopardo Nero, Lupo Rosso": il "fantasy letterario" di Marlon James arriva anche in Italia...

Leopardo Nero, Lupo Rosso”, il celebrato e chiacchieratissimo libro fantasy di Marlon James, arriverà nelle librerie italiane il prossimo 29 ottobre, per opera della casa editrice Frassinelli.

Questo romanzo è riuscito a guadagnarsi parecchia attenzione negli USA, in parte per via della sua accattivante premessa narrativa (un romanzo per adulti basato sulla misteriosa e sanguinosissima mitologia africana!) e in parte perché la critica l’ha subito accolto come un ottimo esempio di “fantasy letterario”…

Andiamo quindi a scoprire insieme la trama e a dare un’occhiata all’immagine di copertina di “Leopardo Nero, Lupo Rosso”, che fra l’altro resterà in questo caso invariata rispetto a quella dell’edizione in lingua originale! ^^


libri fantasy 2019- Marlone James- Leopardo Nero Lupo Rosso

Dark Star, Vol. 1

Potete acquistarlo QUI


“Mistero e magia, potere e sangue sono gli elementi portanti di questo straordinario romanzo epico, il primo fantasy ambientato in un'Africa dove leopardi e lupi si mescolano con uomini dai poteri sovrannaturali. Già opzionato per una serie televisiva, Leopardo nero, lupo rosso è il primo libro di una trilogia, accolto con enorme successo in US e UK. Nello straordinario primo romanzo della trilogia Dark Star di Marlon James, mito, fantasia e storia fanno da sfondo alle avventure dell'Inseguitore, un mercenario ingaggiato per trovare un bambino scomparso tre anni prima. L'Inseguitore è famoso per le sue doti di cacciatore solitario - «Ha un gran fiuto», dice la gente -, ma per questa missione deve lavorare con un eterogeneo gruppo di personaggi, ciascuno dei quali si porta dietro un segreto. Primo fra tutti il muta-forma Leopardo. In viaggio sulle tracce del bambino, l'Inseguitore si sposta da un'antica città all'altra, si addentra in fitte foreste, attraversa fiumi vorticosi e si scontra con mostruose creature decise a ucciderlo. In quella lotta quotidiana per la sopravvivenza, comincia allora a chiedersi chi sia veramente il bambino che sta cercando, chi vuole impedirgli a tutti i costi di trovarlo e soprattutto chi mente e chi dice la verità.”


Voglio confessarvi la verità: questo è uno di quei libri che non sono (ancora) del tutto sicura di voler leggere. Per carità: la maggior parte delle recensioni straniere di “Leopardo Rosso, Lupo Nero” lascia trapelare un grande entusiasmo, e un apprezzamento a dir poco smodato per le doti stilistiche di Marlon James (per approfondire l’argomento, vi consiglio ad esempio di dare un’occhiata a questa recensione).

La trama lasci presagire grandi cose, e ho sicuramente apprezzato la dichiarazione rilasciata dall’autore in occasione di un’intervista, secondo la quale questo romanzo vuole essere una sorta di “risposta” a “Il Signore degli Anelli”, riletto in una chiave completamente diversa e supportata dalla suggestiva e iper-brutale mitologia africana.

Diciamo che a lasciarmi un po’ perplessa è il fatto che, a conti fatti, sembra che finora siano stati soprattutto i non-lettori di fantasy abituali ad aver amato molto questo libro! XD Sicuramente si tratterà di un’opera un po’ particolare, molto più raffinata ed esteticamente curata del 90% dei romanzi di genere indirizzati al grande pubblico… Ma questo sarà un bene o un male?  Suppongo che non riuscirò a farmi un’idea precisa della risposta da dare a questa domanda fino a quando non mi sarò decisa a comprare il libro e a concedergli un’occasione…




E voi, amici, cosa ne pensate?
Leggerete “Leopardo Nero, Lupo Rosso”? :)



mercoledì 26 giugno 2019

"Captain Marvel" - Finalmente il Blu-Ray!



Potete acquistarlo QUI


Non vi sorprenderà scoprire che colleziono i film Marvel in edizione Blu-Ray. Di solito, a essere del tutto sincera, mi accontento di aspettare che le varie steelbook o i cofanetti riepilogativi siano disponibili in offerta nei negozi o in promozione su Amazon; considerando il fatto che tanto vado sempre a vedere i cinecomics in sala, non ho nessuna fretta particolare di accaparrarmi gli ambiti dischetti.

Nel caso di “Captain Marvel” però, ho deciso di seguire un iter leggermente diverso. Nel senso che i continui sproloqui degli haters mi hanno fatto talmente incazzare da spingermi a prenotare l'edizione Deluxe del film prima ancora di avere la possibilità di andare a vederlo al cinema, peraltro trascinandomi dietro il maggior numero di persone possibili e procurandomi una quantità astronomica di materiale promozionale a tema. Così, senza manco sapere se la chiacchieratissima pellicola di Anna Boden e Ryan Fleck mi sarebbe piaciuta o meno. Semplicemente perché detesto vedere una persona colta e intelligente attaccata a causa delle sue opinioni. Opinioni che, manco a dirlo, la sottoscritta condivide e approva al centomila per mille.

E così eccomi qua, alle prese con il mio Blu-Ray nuovo fiammante appena consegnato dal postino.
Per chi si stesse chiedendo come ho trovato il film, la risposta è molto semplice: credo che “Captain Marvel” sia un blockbuster divertente, ironico, scanzonato, scoppiettante e ricco di verve, illuminato dall’interpretazione di un'attrice protagonista talmente brillante e auto-ironica da essersi praticamente trasformata nel suo personaggio.
Mi ha fatto piacere scoprire che la produzione del film è stata fortemente influenzata dalla lunga serie di fumetti a stelle e strisce firmati da Kelly Sue Deconnick, peraltro coinvolta nel progetto cinematografico in virtù di consulente speciale. Ammiro moltissimo il lavoro di questa straordinaria artista, e stravedo per il personaggio di Carol Danvers praticamente fin dal giorno in cui sono venuta a sapere della sua esistenza, quindi...

Quello che sto cercando di dire, immagino, è che questo film aveva circa il 99,9% di probabilità di centrare il bersaglio, per quanto mi riguarda. 
Quello che invece non potevo prevedere, ma che mi ha comunque procurato un piccolo brivido di gioia lungo la schiena (vai con la danza di Snoopy, Sophie, vai!) è che, in questa versione di Captain Marvel, la bionda supereroina dai poteri più impressionanti e pirotecnici del MCU avrebbe avuto un aspetto e un atteggiamento così deliziosamente queer da mandare completamente in cortocircuito qualsiasi eventuale gay-radar mi sia stato concesso in dotazione alla nascita! XD

E boh, non è che adesso voglio dire che questo sia un fattore aggiunto (non è che faccio parte di quella schiera di scalmanate adoratrici di Ruby Rose, convinte che la tizia sia all’altezza del ruolo principale in “Batwoman” anche se in realtà la loro beniamina è un'attrice terribile!). E non è nemmeno detto che la versione cinematografica del nostro colonnello Danvers abbia davvero appeso la bandiera arcobaleno sulle pareti di casa sua, come senz'altro un paio di momenti particolari del film di Boden e Fleck sembrerebbero pronti a darci a intendere... Però mai, come in questo caso, il largo pubblico è sembrato pronto ad accogliere l'evidente diversità di un personaggio; il fatto che una donna possa dimostrare di essere forte, carismatica, divertente, indipendente e nel complesso magnifica... senza bisogno di ricorrere a un tipo di alimentazione che ricordi sospettosamente da vicino quella adottata dal personaggio di Tom Hanks in “Cast Away”; senza ancheggiare in giro con un sorriso gigione stampato perennemente in faccia; senza mettere necessariamente le esigenze di un qualsiasi Chris (Evans, Hemsworth, Pratt, Pine, fate un po’ voi…) davanti alle proprie.

E così, accantonando per un momento il discorso LGBT, eccoci tornare al punto di partenza, vale a dire al perché, prima dell'uscita del film, Brie Larson si è evidentemente sentita in dovere di dire quello che ha detto, e perché secondo me (e i tre quarti del mondo libero) ha fatto benissimo a farlo.
Voglio dire che “Captain Marvel” è un film dedicato, rivolto, scritto, pensato e girato per NOI. Per le donne; per le ragazze; per le bambine; di qualsiasi età, etnia, orientamento e classe sociale. Non è che a un uomo questo genere di film non possa piacere; figuriamoci!
Solo che, per una volta, perfino Hollywood sembra aver deciso di abbracciare la possibilità che un film d’azione di questa portata possa non essere specificamente indirizzato a un pubblico composto prevalentemente da maschi bianchi eterosessuali. Chissà perché, questa piccola premessa è riuscita a mandare i più insicuri e vulnerabili nerd “vecchio stampo” talmente fuori dai gangheri da spingerli a iniziare una crociata personale contro una delle attrici più determinate e promettenti che la Marvel sia stata finora in grado di arruolare.

Prevedevano che il film sarebbe stato un flop, questi signori.
Be', anche, se non ne aveva bisogno, mi sa che stavolta Captain Marvel è riuscita a dimostrare loro qualcosa. Una lezioncina piccola piccola, intendiamoci, combattuta a suon di dollaroni fruscianti… Un miliardo e cento quarantacinque, se non ricordo male.  
Del resto, da qualche parte bisognerà pur cominciare, no?! :P





domenica 4 novembre 2018

Recensione: "The Hunger - Affamati", di Alma Katsu


libri horror - copertina - The Hunger

"1846. Dopo aver viaggiato per settimane verso ovest, in direzione della California, un gruppo di pionieri si trova davanti a un bivio. Per il leader della spedizione, George Donner, è il momento di fare una scelta. Quelle che si trovano davanti, infatti, sono due strade che conducono alla stessa destinazione. Una è già nota come una pista sicura, ma dell’altra, ancora sconosciuta, si vocifera che potrebbe essere più corta. La decisione di Donner avrà ripercussioni sulle vite di tutti coloro che sono in viaggio con lui. Il caldo cocente del deserto sta per lasciare il posto a venti pungenti e a un freddo acuto in grado di congelare il bestiame. Spinti verso la follia dalla fatica e dalle privazioni, i membri del gruppo dovranno lottare per la sopravvivenza. Mentre i bambini cominciano misteriosamente a scomparire. Ma la minaccia più pericolosa che i pionieri dovranno affrontare non è la furia della natura, bensì qualcosa di più primitivo e feroce che si sta risvegliando."




Cominciamo la nostra recensione partendo dalla premessa che : “The Hunger – Affamati”, il nuovo romanzo horror di Alma Katsu, è un libro molto, molto inquietante. Ho letto da qualche parte che Luke Scott (figlio di Ridley, già regista di “Morgan”) adatterà l’opera per il grande schermo, e non posso fare a meno di sentirmi elettrizzata alla prospettiva; mentre leggevo, infatti, non facevo che ripetermi: “Dei del cielo, se mai dovessero girare un film su questa storia, e per qualche ragione io non dovessi venirne a conoscenza per tempo, mi fionderei al cinema anche in pigiama, con una nuvola di bigodini in testa e una tazza di cioccolata calda in mano!”.

Non è la prima volta che qualcuno prova a ricamare un po’ sulla tragica vicenda della spedizione Donner. Per chi non lo sapesse, ci stiamo riferendo allo sfortunato gruppo di coloni (più di un centinaio di persone, fra uomini, donne e bambini) che sul finire del diciannovesimo secolo si armò di carri, buoi, fucili e bagagli, e si accinse ad attraversare il continente americano quasi da una parte all’altra. La loro destinazione era la California, una terra verde e ridente che ai tempi chiamava a sé i più coraggiosi fra i pionieri, allettandoli con la promessa di campi, risorse e cibo per tutti. Peccato che il viaggio fosse pericoloso e irto di complicazioni… e che forse non tutti questi “incidenti”, nella suggestiva versione degli eventi fornita dalla Katsu, potessero essere imputati a eventi “normali” come maltempo, irregolarità del terreno e scambi “culturali” non proprio pacifici con le popolazioni locali.

L’incredibile atmosfera di paranoia, sospetto e disagio che aleggia attraverso le pagine di “The Hunger” rappresenta senz’altro l’elemento più formidabile del libro. Suppongo che qualcuno potrebbe usare la definizione di “slow burn” per definire la sensazione di tensione e paura crescente che si impossessa del lettore a poco a poco, e secondo me non andrebbe troppo lontano dalla verità. L’assoluta inaffidabilità della maggior parte dei narratori non fa altro che aggiungere una conturbante patina di mistero alle varie tragedie, morti e scomparse. La natura incontaminata diventa un riflesso, violento e letale, della psiche contorta di diversi personaggi; il senso di smarrimento che mi ha pervaso leggendo certe scene mi ha fatto tornare più volte con la mente alle oniriche sequenze di “Picnic ad Hanging Rock” (la recente serie televisiva, non il film di Peter Weir, che purtroppo non ho mai avuto occasione di vedere).

In realtà, avrei preferito che la narrazione si concentrasse su un paio di protagonisti e qualche antagonista e lasciasse fuori la maggior parte degli altri. Il fatto che la Katsu abbia provato a integrare, in quattrocento pagine scarse, le storie di una trentina di personaggi o giù di lì, mi ha dato abbastanza filo da torcere; a volte risultava difficile perfino tenere a mente chi fosse chi, quale fosse la sua famiglia e (soprattutto) perché diavolo dovesse fregarci qualcosa di ciò che costui o costei stava dicendo o facendo in un dato momento. In ogni caso, la psicologia dei membri “principali” della spedizione Donner mi è parsa molto curata e sfaccettata, approfondita da una serie di flashback che ci permettono di tornare indietro di pochi mesi o addirittura anni, a seconda dei casi.

Ciò non toglie che la maggior parte di loro si riveli sgradevole e perfettamente indegna di stare al mondo, si intende. L’unica che sia riuscita ad accattivarsi le mie simpatie, alla resa dei conti, è la presunta “fattucchiera” Tamsen Donner; i difetti non le mancano senz’altro, ma fortunatamente neanche le doti, e comunque i suoi dilemmi interiori riflettono una battaglia dal taglio molto moderno e relazionabile…

In estrema sintesi: L’allucinante e paranoica cronaca di un viaggio all’inferno, fra cataclismi di ordine meteorologico e minacce di origine sovrannaturale. Morboso e seducente, rielabora in chiave orrifica e magistrale una delle prime, grandi tragedie della storia americana…





martedì 2 ottobre 2018

Recensione: "The Sisters of The Winter Wood", di Rena Rossner




Disponibile in lingua inglese

“In un remoto villaggio circondato dalle foreste, sul confine fra Moldavia e Ucraina, le sorelle Liba e Laya sono state allevate circondate da dolci odori speziati e dal leggero mormorio delle preghiere. Ma quando una truppa di uomini misteriosi fa la sua comparsa, Laya cade sotto il loro incantesimo – nonostante la madre le avesse severamente avvertite di prestare molta, molta attenzione a questi sconosciuti. Ma il punto è che questo non è neanche il solo pericolo in agguato nei boschi. Mentre una forza oscura si avvicina al loro piccolo villaggio, Liba e Laya scoprono un segreto di famiglia tramandato di generazione in generazione. Costrette ad affrontare un’eredità magica di cui non avevano mai sospettato l’esistenza, le sorelle realizzano finalmente che le vecchie fiabe potrebbero essere vere, dopotutto… e che, stavolta, potrebbero anche essere la chiave per la salvezza di tutti.”



The Sisters of The Winter Wood” è un retelling in salsa YA de “Il Mercato dei Goblin”, un famoso poemetto di Christina Rossetti (una poetessa britannica di cui sentii parlare per la prima volta solo una manciata di anni fa, leggendo il suggestivo romanzo gotico “La Tomba Proibita” di Tim Powers). Rena Rossner, in ogni caso, ha condito il tutto con un pizzico di folclore russo, e con una strabordante dose di riferimenti alla cultura ebraica.

Ora, lasciate che ve lo dica: quella di cui vi accingo a parlarvi si è rivelata una delle esperienze di lettura più bizzarre, singolari e, ehm, francamente ridicole di tutta la mia vita. Non so bene neanch'io da dove cominciare; perciò, nel dubbio, credo che esordirò spiegandovi che “The Sisters of The Winter Woods” segue, a capitoli alterni, i punti di vista delle due sorelline adolescenti Liba e Laya, tanto diverse l'una dall'altra quanto il giorno dalla notte. Nonostante le differenze, le ragazze si considerano molto legate... Dico “si considerano” perché, boh?! A parte un paio di spiazzanti episodi di natura vagamente incestuosa, non è che mi sia parso di imbattermi in momenti di interazione particolarmente rilevanti, fra le due protagoniste. Ma d’accordo… concediamo pure all'autrice il beneficio del dubbio, quanto meno da questo punto di vista.



La profondità psicologica dei personaggi di questo libro si avvicina molto a quella di Paris Hilton in un momento di blackout causato da abuso di alcolici, un cinque secondi abbondanti prima di schiantarsi con la macchina contro un palo della luce a caso. Il problema è che la natura opposta delle due protagoniste viene resa in maniera troppo semplicistica e schematica, secondo me; una divisione categorica, che si riflette nella struttura stessa del romanzo. Per cui Liba, la sorella posata, concreta e pragmatica, si esprime in prosa; mentre Laia, la sorella eterea, delicata e sfuggente, si esprime per mezzo della poesia.

Solo che si tratta, per citare l’interessante recensione di Liz Bourk letta su Tor.com, di rime parecchio strane, nel senso che non seguono nessuna metrica e sfruttano pochissime figure retoriche. Non si capisce nemmeno bene perché l'autrice si prenda la briga di andare a capo alla fine di ciascun verso; in effetti, se solo decidessimo di non tener conto di tutte queste interruzioni, ci accorgeremmo facilmente che si tratta di normalissime frasi, del tutto simili a quelle contenute nei capitoli di Liba. L’unica particolarità che balza all’occhio, secondo me, è l'uso insistente e ossessivo della parola “wet” in posizione chiave, uno stratagemma che la Rossner intende magari usare per cercare di aumentare la carica erotica (?!) del romanzo, in omaggio sempre al poema originale della Rossetti.



Per essere un libro che esordisce presentando un'intrigante premessa alla “Wolf Children”, a ogni modo, l’intreccio di “The Sisters of The Winter Wood” riesce a degenerare sorprendentemente in fretta.  A livello di trama, infatti, la Rossner si limita a seguire un copione ben collaudato. Liba e Leya incontrano un paio di giovanotti aitanti e scoprono l'amore per la prima volta. Da questo momento in poi, le nostre due impavide eroine non faranno altro che riversarci addosso il loro inevitabile scroscio di turbamenti e piagnistei adolescenziali da primadonna sull'orlo di una crisi di nervi (con tanto di fughe a rotta di collo con le guance rigate di lacrime e petti annaspanti per i troppi singhiozzi...) da qui al gran finale, un paio di capitoli talmente frettolosi e abborracciati da far pensare a una specie di farsa in costume.

Il tentativo di inserire le cruciali tematiche del razzismo e dell'antisemitismo sullo sfondo di questa chiassosa sciarada sentimentale mi è parso un po' tardivo, per non dire inopportuno, anche se ho quantomeno apprezzato la forte componente d'orgoglio per le proprie radici che sembra accompagnare alcuni passaggi del libro nello specifico.

Ormoni e fede... Se dovessi riassumere in due parole il contenuto di “The Sisters of The Winter Wood”, vi direi che l'obiettivo dell’autrice era proprio quello di tracciare un’edificante parabola morale sulla stretta interconnessione che potrebbe esistere, in determinate circostanze, fra questi due temi così apparentemente lontani e antitetici.

Ah, bè…




I dialoghi, se non altro, si sono rivelati abbastanza esilaranti, soprattutto considerando il fatto che, nel fiabesco mondo creato dalla Rossner, la gente si limita per il 90% del tempo a ciangolare incessantemente di sentimenti, corna e patemi; preferibilmente con il corpo scosso dai singhiozzi, mentre si è intenti a vagolare nei boschi con gli occhi offuscati dalle lacrime, e sempre e comunque con una mano premuta sul petto in segno di alta tensione drammatica…

In estrema sintesi: Dopo un paio di capitoli vagamente convincenti, il libro d’esordio di Rena Rossner fa presto a trasformarsi nel classico YA senza arte né parte. La sottile vena eccentrica di questo retelling ne rappresenta forse l’unica nota apprezzabile…


martedì 18 settembre 2018

Recensione: "Bloody Rose", di Nicholas Eames



The Band, Vol. 2
Disponibile in inglese

"Tam Hashford è stufa di lavorare come cameriera presso il pub locale, versando drink a incalliti mercenari di fama mondiale per tutto il giorno, e ascoltando i bardi cantare le avventure e la gloria che attendono appena oltre le porte della sua sonnacchiosa cittadina.
Quando i Fable, la più celebre band di mercenari del momento, guidata niente meno che dall'infame guerriera Bloody Rose in persona, arriva in città, Tam coglie al volo l'occasione di proporsi come loro nuovo bardo. La ragazza è in cerca di avventure... e state pur sicuri che le otterrà, soprattutto considerando il fatto che il gruppo sta per imbarcarsi in una missione che potrà terminare soltanto in uno di due modi: gloria o morte..."



Bloody Rose” è il sequel di uno dei libri fantasy più acclamati e apprezzati degli ultimi anni, vale a dire quello spettacolare e adrenalinico campionario di effetti speciali, combattimenti al cardiopalma e umanità travolgente che risponde in Italia al suggestivo titolo de “I Guerrieri di Wyld – L’Orda delle Tenebre”.
Non ho idea se anche questo secondo volume verrà presto tradotto da noi (ma spero vivamente di sì; anche perché, in caso contrario, mi vedrò davvero costretta a farmi due domande circa l’effettiva lungimiranza della casa editrice Nord….) e non potevo assolutamente resistere all’idea di buttarmi a capofitto sulle avventure di questa nuova, scatenata banda di mercenari guidata da Bloody Rose in persona, vale a dire l’indomabile figlia del leggendario guerriero Golden Gabe.

Se pensate di ritrovare, all’interno di questa nuova fatica firmata Nicholas Eames, lo stesso fragile, ambiguo personaggio dai capelli rossi intravisto sul finire del primo libro, bé, posso solo dire che vi sbagliate di grosso… eppure, in un certo senso, al tempo stesso avete anche ragione da vendere! Quello che posso assicurarvi, al di là di ogni ragionevole dubbio, è che Rose non vi deluderà… e che non lo farà neppure il resto degli straordinari membri della nuova banda al centro dell’epica odissea narrata in questo indimenticabile secondo libro della serie.

I Fable, al contrario dei Saga, sono dei giovanissimi – ma già temprati dal fuoco di innumerevoli scontri - mercenari avviati sul sentiero del successo.
La trama inizia a svilupparsi nel momento in cui Tam - la nostra nuova protagonista - entra a far parte dei Fable nei panni di bardo ufficiale, e nuovo di zecca, della band di mercenari più "calda" e popolare del momento.
Di Tam posso dire di aver amato praticamente tutto: dal suo contagioso umorismo "british" alla sua capacità di relazionarsi in maniera spontanea e divertente ai più squinternati e folli soggetti che vi riesca di immaginare; dal suo coraggio quieto, incrollabile e sereno, al suo contagioso spirito ottimista, intriso di romanticismo e solido senso pratico al tempo stesso. Provate a pensare un po' a lei come a una sorta di "figlia spirituale" di Clay Manolenta, se ci riuscite.

Perché la verità è che, oltre a essere un libro d'azione e avventura, "Bloody Rose" rappresenta anche - e forse soprattutto - la storia di una ragazza che diventa donna, e di una donna pronta a entrare a far parte della leggenda. L'emozionante viaggio di formazione di una persona determinata a trovare un posto, un clan e una famiglia da chiamare suoi nel mondo.
I temi centrali del libro, quindi, sono ancora una volta l'amicizia, il cameratismo, la famiglia, l'amore e il peso del passato.

Il fattore "nostalgia", ovviamente, gioca un ruolo molto più ridimensionato, rispetto a quanto avveniva ne "L'Orda delle Tenebre". In compenso, attraverso le pagine di questo sequel abbiamo finalmente la possibilità di assistere alle conseguenze degli infiniti  traumi e orrori lasciati in eredità da quel turbolento e sanguinoso passato vissuto dalle generazioni precedenti, e dunque anche di scoprire, per la prima volta, quanto e fino a che punto i peccati di padri e madri continuino a ricadere sulle spalle di figli e figlie.

Anche se non tutte le sottotrame sono riuscite a coinvolgermi allo stesso modo, ho senz'altro amato il modo in cui Eames è riuscito ad amalgamare le scorribande di Tam, Brune, Rod, Cura e gli altri a quelle dei vecchi compagni di ventura che avevamo già avuto occasione di imparare a conoscere e amare.
Il tutto attraverso una tempesta incessante e irresistibile di omaggi, citazioni, riferimenti e "easter eggs" tutti da scovare: da "Il Trono di Spade" a "Zootopia", passando per "Shadow of the Colossus" e "Final Fantasy". Il decimo capitolo della saga videoludica di casa Square Enix rappresenta forse la principale fonte di materiale da omaggiare, in questo senso; una predilezione testimoniata dai  numerosi e impliciti riferimenti alla figura di Yuna ( attraverso il meraviglioso e tormentato personaggio dell'evocatrice Cura) e dall'aspetto '"grafico'" di numerosi mostri dall'aspetto familiare provenienti dal Wyld.
Una scelta che non posso fare a meno di appoggiare, dal momento che FFX è sempre stato il mio videogame preferito in assoluto!

Quali pre-requisiti vi occorreranno, quindi, per apprezzare questo libro? Basterà che siate degli avidi lettori, e che negli anni abbiate sviluppato un discreto senso dell’immaginazione.

E per innamorarvi follemente di “Bloody Rose” e dei suoi scalmanati, eccentrici, inimitabili e “danneggiati” compagni di ventura?
1) Per prima cosa, occorrerà che amiate il fantasy... ma proprio visceralmente, con ogni singola fibra del vostro traboccante, smanioso cuoricino...
2) E poi sarebbe consigliabile disporre di un senso dell’umorismo abbastanza affilato (e sboccato) da permettervi di apprezzare fino in fondo i numerosi siparietti divertenti e le millemila gag presenti all’interno del libro...
3) Dovrete credere fermamente nel fatto che l’autentico appeal di un romanzo risieda, prima di tutto e sopra ogni altra cosa, nella forza e nell'umanità dei suoi personaggi...


In estrema sintesi : potremmo definire "Bloody Rose" un sequel addirittura migliore, più compatto, organico e avvincente del suo illustre predecessore? Assolutamente sì!
La maturità della trama, la profondità delle tematiche e la qualità della scrittura lasciano presagire l'ascesa di un astro - quello di Nicholas Eames - destinato a lasciare un'impronta indelebile nel cuore di ogni appassionato...



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