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giovedì 24 marzo 2022

"Gallant": la recensione, la trama e la data d'uscita italiana del libro fantasy di V. E. Schwab

Gallant” è il libro fantasy/horror YA che V. E. Schwab ha deciso di scrivere a dimostrazione del suo eterno amore per alcuni fra i più grandi classici moderni del genere: “Coraline”, “Labyrinth”, “La Sposa Cadavere”, “La Forma dell’Acqua”...

Una lettura piacevolissima e avvincente, che consiglierei senz’altro a tutti i fan della narrativa gotica per ragazzi; un titolo che, grazie all’estro creativo e all’impressionante padronanza stilistica dimostrati dalla sua autrice, riesce facilmente a compensare le carenze di originalità insite nella sua trama!

 


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La trama

Alla quattordicenne Olivia Prior mancano tre cose: una madre, un padre, e una voce per potersi esprimere.

Sua madre l’ha abbandonata quando era ancora troppo giovane per formarsi un’opinione in proposito; suo padre, invece, non l’ha mai conosciuto.

Crescere in un orfanotrofio non è facile per nessuno; quando non riesci a parlare, e le tue compagne continuano a etichettarti come la svitata della scuola, l’esperienza si trasforma rapidamente in un vero e proprio incubo.

E non è che le prospettive per la vita dopo l’istituto si prospettino particolarmente rosee... anzi!

Almeno, fino a quando Olivia non riceve una lettera da un uomo che dichiara di essere suo zio; un perfetto sconosciuto che, tuttavia, la invita a raggiungerlo presso la sua dimora atavica, un luogo chiamato Gallant.

Olivia accetta l’invito con entusiasmo. Ma, non appena arriva a destinazione, scopre che suo zio è morto e che la lettera che l’ha chiamata a casa non è stata spedita da lui.

La magione è deserta, fatta eccezione per la servitù e per un cugino scorbutico che, chiaramente, non la vuole lì e non vede l’ora di sbarazzarsi di lei.

A Olivia viene comunque permesso di restare, almeno per un po’; ma solo a patto che accetti di seguire due regole: non uscire mai di casa dopo il tramonto, e stare sempre alla larga dal lato destro di un muro di pietra sbreccata che corre attorno al perimetro occidentale della proprietà.

Perché, dall’altra parte del confine, si nasconde un luogo magico e pericoloso; uno da cui molti Prior prima di lei non sono più tornati, e la cui imprevedibile malia continua a cantare attraverso il sangue che scorre nelle vene di Olivia...

 

Danzando con le ombre: la recensione di "Gallant"

Come alcuni di voi ricorderanno (e pur avendone apprezzato senz’altro una serie di aspetti), non avevo amato alla follia “La Vita Invisibile di Addie LaRue”, il precedente romanzo fantasy firmato da Victoria Schwab.

Eppure, per qualche motivo, continuo a sentirmi inesplicabilmente attratta dai libri di questa autrice... probabilmente perché ammiro immensamente la sua abilità linguistica, le sue atmosfere struggenti e la sua capacità di instaurare con il lettore un rapporto di complicità e rispetto a dir poco impareggiabile.

Da questo punto di vista, “Gallant” mi ha offerto addirittura più di quanto sperassi: il taglio cinematografico di molte scene, la suggestiva ambientazione gotica, il sempreverde tema della famiglia persa (e poi, forse, ritrovata)...

Ogni singolo elemento del libro permette al lettore di immergersi completamente all’interno della narrazione, di “riconoscere” istintivamente le familiari atmosfere in stile “Il Giardino Segreto” e lasciarsi trascinare in una darkeggiante vicenda dall’inconfondibile sapore burtoniano.

Sequenze ammalianti e sottilmente inquietanti come quella del ballo delle ombre, o l’inseguimento dei tre cavalieri d’osso ai danni della povera Olivia, per me possono essere descritte in un modo soltanto: iconiche!

Se siete rimasti deliziati da libri come “La Gita del Terrore” di Katherine Arden, o da uno qualsiasi fra quelli elencati in questa esaustiva lista di romanzi dark fantasy, le probabilità che “Gallant” riesca a conquistarvi sono praticamente stellari.

Fate attenzione, però: il target di riferimento coinvolge una fascia di lettori particolarmente "verde"... Più che di “giovani adulti”, sarebbe forse il caso di parlare di adolescenti e pre-teens dai 12 anni in su!

 

Is that you, Lila?

Fra l’altro, quest’ultima precisazione ci offre l’opportunità di soffermarci a spendere due parole a proposito delle numerose ingenuità strutturali del romanzo.

La trama di “Gallant” risulta piacevole, coinvolgente e decisamente adatta a una trasposizione in formato animato; ma di certo non offre un granché dal punto di vista dei colpi di scena, della caratterizzazione dei personaggi o dell’inclusività.

Un lettore un po’ più “grandicello” e smaliziato potrebbe fare fatica a riconoscersi nelle tribolate traversie della protagonista e dei suoi anticonvenzionali genitori; tanto più che Olivia rappresenta l’archetipo in miniatura di qualsiasi personaggio femminile incontrato finora fra le pagine di un romanzo di Victoria Schwab: ribelle per natura, coraggiosa e intensa per volontà della sua creatrice... e un po’ insolente e petulante per scelta personale, a quanto pare (Lila Bard-style! XD).

In ogni caso - devo ammetterlo - mi sono ritrovata ad apprezzare moltissimo la descrizione del rapporto che si viene a creare fra Olivia e il mondo dell’arte, nonché la grande attenzione posta sul tema della comunicazione in ogni sua forma: che sia poetica, musicale, figurativa, o espressa meditante il linguaggio dei segni...

 

Combattere la Morte: una strana forma di eroismo

Ma il difetto principale di “Gallant”, secondo me, ha più che altro a che fare con il suo villain. Che in pratica è:

a) uno spauracchio assurdo, e una copia-carbone di quello che imperversava per le strade di Londra in “A Darker Shade of Magic”;

b) la classica incarnazione di ogni ansia, paura e fobia esistenziale mai decantata all’interno della bibliografia di Victoria Schwab.

In pratica, il terrore della morte, come già (abbondantemente) trattato all’interno de “La Vita Invisibile di Addie LaRue”, è tutto ciò che permette a questo terribile “mostro” fagocita-vita di prendere i natali.

Ma, anche stavolta, è possibile riscontrare (secondo me) un’eccesiva tendenza alla semplificazione nel modo in cui questo tema viene affrontato: vale a dire, come se la Morte stessa fosse un nemico, un anatema che la volitiva e determinata eroina a un certo punto viene chiamata a sconfiggere, in nome del bene collettivo dell’umanità.

Che è un dualismo un po’ insensato, a guardare bene in fondo al bicchiere. E che mi fa sempre tornare in mente una citazione tratta da “Harrow the Ninth”: «Ma guarda che la morte, Harrow, non è mica un fallimento.»

Ma vabbè, come al solito, ecco che sto divagando...

Il succo della recensione è: se amate il genere, leggete “Gallant”, perché ne vale la pena.

La verità è che Victoria Schwab diventa sempre più brava, a prescindere dal vostro/mio personale livello di compatibilità con i suoi personaggi e le sue trame.

 

“Gallant”: quando esce in Italia?

Sul profilo Instagram ufficiale della Oscar Vault, si ipotizza una data d’uscita italiana prevista per l’estate 2022.

Come sempre, vi farò sapere non appena saranno diffusi ulteriori aggiornamenti! ^^

 


lunedì 14 marzo 2022

"Le Sorprese del Buio": la trama e la data d'uscita (italiana) del nuovo libro fantasy di Kerstin Gier

A quattro anni di distanza dall’uscita de “Il Castello tra le Nuvole”, Kerstin Gier torna a regalare alle sue fan un romanzo fantasy per ragazzi perfettamente in sintonia con le atmosfere gotiche e il romanticismo della sua popolare “Trilogia delle Gemme”: “Le Sorprese del Buio”, primo capitolo della nuova trilogia “Nontiscordardimé”, sarà infatti disponibile in italiano a partire dal 21 aprile 2022!

 


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La trama

Quinn è cool, brillante e molto popolare tra i ragazzi.

Matilda fa parte dell’odiatissima famiglia dei vicini di Quinn, ha una passione per i romanzi fantasy e non è chiaramente il suo tipo.

Ma una notte succede una cosa pazzesca: Quinn viene aggredito per strada da esseri che non hanno nulla di umano e finisce in coma.

Al suo risveglio, si ritrova con qualche osso rotto e con una percezione della realtà molto particolare: vede teschi che gli sorridono e sente statue che gli parlano in versi.

Difficile confidarsi con qualcuno, a meno che quel qualcuno non sia Matilda, una tipa di cui non gli importa nulla e che sua madre gli ha appioppato come «infermiera».

E che comunque Quinn non intendeva catapultare in un’avventura piena di pericoli in un mondo parallelo a quello reale.

Né, tantomeno, pensava che si sarebbe innamorato perdutamente di lei…

 

Kerstin Gier, la regina indiscussa del fantasy tedesco

Kerstin Gier, nata l’8 ottobre 1966 (una data che non può fare a meno di colpirmi, visto che, a quanto pare, io e la scrittrice de “Le Sorprese del Buio” celebriamo il compleanno nello stesso giorno XD...), in patria è una nota autrice di bestseller.

In realtà, in Germania, la nostra Kerstin è nota anche per aver firmato oltre una dozzina di libri per adulti, a volte pubblicati sono pseudonimo.

Ma il pubblico internazionale la “conosce” soprattutto per i suoi scanzonati e rocamboleschi young adult; tant’è che il successo interplanetario di “Red”, primo capitolo di una trilogia incentrata sulle simpatiche avventure di un’adolescente britannica in grado di viaggiare nel tempo, ha fatto sì che l’opera venisse addirittura adattata per il grande schermo!

Nel momento in cui scrivo, il film in questione (“Ruby Red”) è disponibile per la visione sul servizio streaming Amazon Prime Video. Lo stesso vale per le due pellicole successive, “Il Segreto di Zaffiro” e “Verde Smeraldo”.

Oltre alla “Trilogia dei Sogni” (composta dai romanzi “Il Libro dei Sogni”, “La Porta di Liv” e “L’Ultimo Segreto”, proposti sempre dalla Corbaccio...) i lettori italiani possono gustarsi anche una scoppiettante e romantica avventura autoconclusiva, “Il Castello tra le Nuvole”, ambientata in un decadente hotel arroccato fra le Alpi svizzere.

In Germania, intanto, cresce l’attesa per il sequel de “Le Sorprese del Buio”: il primo volume, dopotutto, ha rapidamente scalato i vertici delle classifiche tedesche, confermandosi in breve come uno dei nuovi casi editoriali dell’anno! ^^

 




giovedì 27 gennaio 2022

"Motherland - Fort Salem": la recensione della serie tv sulle streghe di Amazon Prime Video

L’Accordo di Salem, firmato nel 1692, costringe tutte le streghe ad arruolarsi nell’esercito degli Stati Uniti e a combattere i nemici della nazione... In cambio, ogni persecuzione a danno delle donne di poteri magici verrà cessata.

Trecento anni dopo, le giovani streghe stanno ancora tenendo fede alla loro parte del patto... ma a quale prezzo?

Su Amazon Prime Video trovate le prime due stagioni di “Motherland: Fort Salem”, la serie tv fantasy/ucronica creata da Eliot Laurence e prodotta dall’attore Will Ferrell.

Uno show per ragazzi dal taglio moderno, spettacolare e intriso d’azione, interpretato da uno spettacolare cast al femminile e destinato a creare dipendenza fin dal primissimo episodio...

 


Puoi vederla QUI  in italiano


La trama

Dopo che l’Accordo di Salem ha cambiato tutto, le donne si sono riappropriate della maggior parte delle posizioni di potere.

Ad esempio, l’esercito, guidato dall’immortale generale Sarah Alder (Lyne Renée), ormai si compone di sole streghe, peraltro tenute in grande considerazione dalla popolazione civile a causa della loro inconfondibile abnegazione e del loro immenso spirito di sacrificio.

Ogni anno, infatti, ogni ragazza in età da combattimento è tenuta a prestare giuramento e a recarsi a Fort Salem per dare inizio a uno spietato addestramento a base di prodezza fisica, canti di guerra e incantesimi difensivi.

La giovane recluta Raelle Collar (Taylor Hickson), una guaritrice dal talento eccezionale, ha perso la madre in battaglia, e adesso si prepara con amarezza a seguire il suo destino.

Tally Craven (Jessica Sutton) è l’ultima della sua stirpe, e come tale avrebbe diritto a un esonero dal servizio militare... ma il suo idealismo avventato la spinge comunque ad arruolarsi, nonostante la ferma opposizione della madre.

Abigail Bellwheater (Ashley Nicole Williams) proviene invece da una famiglia ricca e influente, e da quand’è nata non sogna altro che di scalare le gerarchie militari e dimostrare alle sue antenate il proprio valore.

Le tre ragazze, contro ogni aspettativa e malgrado le reciproche divergenze, riescono a sviluppare un legame indissolubile e a eccellere in ogni campo dell’addestramento militare.

Eppure il mondo viene costantemente travolto dagli attacchi della Mattanza, un’organizzazione terroristica che cerca di mettere in evidenza le devastanti conseguenze della coscrizione forzata all’interno della comunità magica

È giusto considerare le streghe alla stregua di carne da macello?

Ma è soltanto quando Ralle comincia a innamorarsi perdutamente di Scylla Ramshorn (Amalia Holm), affascinante necromante dal passato ambiguo, che le cose per le tre amiche cominciano a imboccare una svolta inaspettata...


Il potere è nella voce

Adoro questa serie!

Dico sul serio: voglio dire, certo, la sceneggiatura ha dei difetti, il target principale è mooooolto giovane, la prima stagione risulta stranamente sbilanciata, le scene di sesso a volte risultano un po’ intrusive, e... bla, bla, bla!

In fondo, siamo onesti... chi se ne importa?!

La verità è che in “Motherland: Fort Salem” ci sono così tante cose buone da apprezzare, che ostinarsi a concentrarsi sui difetti non avrebbe molto senso.

È una serie tv fantasy per ragazzi. Che parla di matriarcato, e ne mostra ripetutamente in azione le conseguenze (pregi e difetti). 

Che narra le storie di un gruppo di personaggi estremamente complessi e ambivalenti (bè, non il terzetto di protagoniste, magari... ma vogliamo parlare di forze della natura come Scylla o Anacostia?), e non esita a sollevare domande intelligenti durante il tragitto.

La trama gioca pesantemente con i sentimenti primordiali dello spettatore, e cerca di tenerlo avvinghiato a sé con una serie di stratagemmi a base di cliffhanger, amori impossibili ed epiche lotte generazionali in stile romanzo YA?

Ma certo che sì. Diamine, sarei un’ipocrita di categoria superiore, se non ammettessi di aver finito il binge watching compulsivo in tempi da record, soltanto perché avevo disperatamente bisogno di scoprire cosa sarebbe accaduto alla mia adorata ship Raylla! XD

Ma (tanto per dirne una) si dà il caso che “Motherland: Fort Salem” sia anche uno show che si basa un sistema magico molto intrigante, diverso da qualsiasi altra cosa siamo stati abituati a vedere in tv.

Il potere delle streghe passa attraverso l’uso delle loro corde vocali; della complessa manipolazione delle onde sonore, attraverso intricati canti chiamati “semi”. 

Come a dire che la voce delle donne, per antonomasia, si trasforma nel più pericoloso ed elettrizzante dei catalizzatori naturali, una fucina di energie letteralmente impossibile da sottovalutare... figuriamoci da ignorare o mettere a tacere!

Questa caratteristica, fra l’altro, offre allo spettatore la possibilità di assistere a un incredibile numero di combattimenti e sequenze d’azione di stampo pirotecnico; soprattutto nel corso della seconda stagione, con l’avvento di un nuovo, formidabile nemico in grado di rispondere alle mosse delle nostre eroine rima per rima...

 

La realtà alternativa in salsa young adult

La trama di “Motherland: Fort Salem” si basa, inoltre, sullo sviluppo di una mitologia singolare e ricca di spunti affascinanti, parzialmente ispirata alle tradizioni insegnate dalle religioni neopagane.

Il rapporto di sorellanza fra le tre protagoniste si staglia al centro di ogni singolo episodio (o quasi), ma un’altra cosa che ho apprezzato tanto è il fatto che ogni singolo personaggio di questa serie arriva corredato da un suo particolare (e coinvolgente) arco narrativo.

La seconda stagione, da questo punto di vista, si dimostra superiore alla prima; un po’ perché Tally, finalmente, riesce a uscire dal guscio e a svelare parte del suo grande potenziale, e un po’ perché la narrazione si “scinde” ad accompagnare il complesso viaggio di redenzione di un certo personaggio (il mio preferito), ampliando considerevolmente la nostra prospettiva sul mondo di “Motherland: Fort Salem”, sempre più dilaniato da tensioni sotterranee violente e insopprimibili.

Se non siete riusciti mai a spingervi oltre i primi due episodi di “The Chilling Adventures of Sabrina”, e se non riuscite a trattenervi dal sollevare le mani in segno di resa ogni volta che qualcuno si azzarda a scandire la frase «Amo le ucronie, ma penso che “The Man in the High Castle” sia uno dei libri più noiosi del creato!», bè...

Probabilmente questa non è la serie che fa per voi.

Ma sospetto che tutti gli altri troveranno più di un motivo per trasformare “Motherland: Fort Salem” in un guilty pleasure spettacolare, e di andarne dannatamente fieri! :D

 

 


venerdì 29 ottobre 2021

Recensione: "The Hollow Places", di T. Kingfisher

Aspettando Halloween, non poteva assolutamente mancare sul "Laumes' Journey" la recensione del libro horror più elettrizzante, pauroso ed eccentrico che abbia letto quest'anno: "The Hollow Places" di T. Kingfisher!

Un romanzo squisitamente inquietante, a metà strada fra survival e portal horror, che vi spalancherà la strada per un mondo di orrori, misteriose entità sovrannaturali, e... lontre assassine?!

 


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La trama

Kara è appena uscita da un divorzio che l’ha sorpresa come un fulmine a ciel sereno.

Era abituata a una vita tranquilla, comoda e “normale”... e adesso invece si ritrova a lavorare nel “Glory to God Museum of Natural Wonders, Curiosities and Taxiderm”, il museo di assurdità, animali impagliati e chincaglierie assortite gestito dal suo bislacco e attempato zio materno, Earl.

Nonostante il cambiamento improvviso, per Kara tutto procede, più o meno, nel migliore dei modi... almeno fino a quando un intervento chirurgico non costringe zio Earl ad assentarsi per qualche mese, e Kara, completamente sola, non si ritrova ad avvistare un misterioso buco lungo una delle pareti del museo.

Un’apertura inspiegabile, che si spalanca su un bunker che non dovrebbe esistere; una vera e propria camera segreta che, quanto pare, si affaccia addirittura su un altro mondo. Un luogo in cui, neanche a dirlo, il pericolo si annida dietro ogni angolo, pieno di reliquie e di minacce mortali!

Lo stupore di Kara si trasforma ben presto in fascinazione; e, da lì, la strada che porta all’ossessione si rivela veramente breve!

In compagnia di Simon, il simpatico barista gay della porta accanto, la nostra eroina decide quindi di partire all’esplorazione di questa nuova, entusiasmante realtà... soltanto per scoprire che il bunker offre una via d’accesso a infinite realtà alternative, e che ciascuno di questi mondi è abitata da creature che sembrano in grado di origliare i pensieri...

Più pensi a loro, più li rendi forti.

Più li rendi forti... e più difficile diventa ignorarli.

 

L'ordalia di Kara

"The Hollow Place" è uno di quei rari, rarissimi libri horror che riescono a incantarti al primo sguardo.

Sul serio: bastano una o due pagine in compagnia di Kara, Simon e zio Earl per capire che questo è uno di quei viaggi che non vorresti assolutamente rischiare di perderti!

In parte accade perché i personaggi risultano, al tempo stesso, squinternati e credibili, iperbolici e sorprendentemente familiari... in due semplici parole: dannatamente umani!

Ma succede anche perché Kingfisher (alias Ursula Vernon, già autrice del delizioso romanzo fantasy "The Raven and The Reindeer") possiede un diabolico senso del ritmo e un'impareggiabile capacità di sfruttare a proprio vantaggio le principali convenzioni del genere fantastico.

La sua Kara è una logo designer freelancer che ha fatto della “geekiness " a 360 gradi il proprio stile di vita, una millennial innamorata della cultura pop in tutte le sue imprevedibili sfumature.

Divorziata, avida lettrice di speculative fiction, fervente autrice di fan fiction relative a ship impossibili, Kara sarebbe in grado di avvistare un riferimento lovecraftiano, o di tracciare una similitudine fra la sua assurda situazione e quella di un personaggio tratto da un libro di C. S. Lewis, con una velocità che perfino la sottoscritta (nerd per vocazione dalla bellezza di 35 anni a questa parte...), le ammirerebbe senza riserve!

Ma Kara è anche sarcastica, vulnerabile e irrimediabilmente incasinata, una donna sulla trentina senza il becco di un quattrino e in preda a una capacità d'immaginazione che tende a eccedere di gran lunga il buon senso.

Insomma, il suo punto privilegiato di vista sugli eventi, la sua inconfondibile voce narrante (spumeggiante e moderna, complice ed esasperata...), rappresenta senz'altro l'elemento di "The Hollow Place" che ho amato sopra ogni cosa!

 

Prega che siano affamati!

Umorismo a parte, "The Hollow Places" è un horror che funziona anche perché i suoi (numerosi) jump scares sono piazzati a regola d'arte e la sue scene splatter risultano genuinamente raccapriccianti.

Non posso citarvi la mia preferita perché sarebbe uno spoiler tremendo, per cui mi limiterò a dirvi che c'è una sequenza, poco oltre la metà del libro, che "omaggia" espressamente il finale di "Alien"... e, neanche a dirlo, la cosa mi ha semplicemente estasiato! XD

Provare a pensare a "The Hollow Place" come a una sorta di via di mezzo fra il film "Una notte al museo" con Ben Stiller e la light novel giapponese "Otherside Picnic" potrebbe essere riduttivo, in un certo senso... ma, secondo me, vi aiuterebbe anche a farvi un'idea del surreale concentrato di brividi, risate e personalità di cui stiamo parlando!

Le creature che popolano le pagine del libro, dal canto, possono essere descritte soltanto come inquietanti, pittoresche e originali.

"Prega che siano affamati" è un po' lo slogan della vicenda; perché, in effetti, diventare il pasto di una di queste creature si conferma, in breve, un'esperienza molto meno traumatica della prospettiva di trovarsi ad affrontare un mostro in vena di giocare con quello che ha nel piatto.

Tutto questo per dire che, sì... ritengo "The Hollow Places" una lettura alla portata di tutti, compresi gli amanti del genere YA (anche se il target di riferimento ideale si compone soprattutto di lettori adulti).

Dopotutto, si tratta una lettura scorrevole, adrenalinica, divertente e ricchissima di colpi di scena.

Ma sospetto che i deboli di cuore (e di stomaco) farebbero comunque meglio a starne alla larga.

Altrimenti, la combo esplosiva "gore estremo + atmosfera super-creepy" potrebbe mettere seriamente alla prova il loro appetito! XD




martedì 28 settembre 2021

Recensione: "The Whole Of Humanity Has Gone Yuri Except For Me" (manga)

La casa editrice americana Yen Press ci propone un nuovo manga yuri di stampo sci-fi, “The Whole Of Humanity Has Gone Yuri Except For Me” di Hiroki Haruse, la cui trama si pone da qualche a parte a metà strada fra quelle di “Otherside Picnic”, “Bloom into You” e “Y: The Last Man”...

Un esperimento simpatico che, purtroppo, non ha saputo tener fede alle sue premesse e si è intestardito a voltare le spalle alla propria eccentricità, inseguendo un’improbabile vena di serietà pseudo-scientifica.

Ma proviamo a esporre i vari argomenti nel dettaglio...

 

Volume unico

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La trama

In “The Whole Of Humanity Has Gone Yuri Except For Me”, Marika Uruuno, ragazza “ordinaria” che-più-normale-non-si-può (a suo umile avviso, almeno...) viene sbalzata in una realtà alternativa in cui il genere maschile ha finito con l’estinguersi a causa di un terribile virus.

In questa società parallela, le donne superstiti hanno trovato un modo alternativo per evitare il pericolo dell’estinzione e si sono organizzate secondo le nuove esigenze imposte dalla situazione.

Marika, in preda al panico, non desidera altro che di tornare a casa, al mondo che conosceva, e portare avanti il suo piano di vita in cinque fasi: vale a dire diplomarsi, trovare marito, fare carriera, mettere al mondo figli e morire esattamente così come è vissuta, nella più totale e beata anonimità garantita da un’esistenza all’insegna della normalità.

Almeno fino a quando non incontra Lily, avvenente studentessa dai modi un po’ alteri, che la coinvolge in una pericolosa indagine e la sprona a cercare di scoprire i reali motivi del suo arrivo in questo “strano” mondo di sole donne.

Le due ragazze, ciascuna motivata dai propri interessi, stringono un patto per allontanare l’attenzione generale da Marika: per tutto il tempo della sua permanenza, Lily fingerà di essere la sua fidanzata, in modo tale da tenerla al riparo dalla curiosità e dai sospetti delle compagne.

Nel frattempo, l’obiettivò sarà quello di continuare a investigare sui misteriosi segreti che si nascondono dietro all’affascinante teoria degli universi paralleli, in qualche modo coinvolta nell’incidente di Marika.

E se, da qualche parte, fosse in atto un complotto per alterare il corso della storia?

Fra esperimenti illegali, laboratori segreti e sinistri personaggi, Marika e Lily saranno costrette a rischiare il tutto per tutto, pur di riuscire a portare a galla la verità.

Una missione che suonerebbe forse un tantino più fattibile, se soltanto i nascenti sentimenti delle due ragazze non insistessero a intralciare la loro funzionalità operativa...

 

L’intrigo del Multiverso

The Whole Of Humanity Has Gone Yuri Except For Me” si è rivelato un manga profondamente diverso dalle mie aspettative. La trama che vi ho proposto io qui sopra è un po’ più... articolata, diciamo, rispetto a quella ufficiale, e permette già al lettore di formarsi un’idea del tipo di lettura che lo aspetta.

La sinossi rilasciata dalla Yen Press, invece, lascia presagire soltanto l’aspetto buffo – da commedia romantica, o quantomeno degli equivoci – insito nella premessa, evidenziando il legame nascente fra le due protagoniste a scapito di qualsiasi riferimento alla componente sci-fi.

Nella realtà dei fatti, “The Whole Of Humanity Has Gone Yuri Except For Me” cerca di proporsi come un titolo ibrido: gli elementi fantascientifici la fanno sicuramente la padrone, ma vengono somministrati con una leggerezza che, se da una parte mira a qualificare il titolo come “alla portata di tutti”, dall’altra tende sicuramente a frustrare/mortificare gli appassionati hardcore del genere.     

La love story, dal canto suo, si sviluppa lentamente e con un certo livello di carineria (e quello della "fake relationship" è un trope sempreverde); peccato che Hiroki Haruse conceda alle sue eroine pochissimo spazio per brillare, e che la loro caratterizzazione (e relazione) non riesca mai a emergere dai binari della più totale prevedibilità.

 

Un «insta-love»... basato su uno «slow burn»?!

Malgrado i tentativi dell’autrice di gettare un po’ di fumo negli occhi del lettore – e di aumentare il livello di suspense drammatica attraverso la crescente tensione sentimentale fra Marika e Lily – purtroppo il manga non è riuscito a coinvolgermi più di tanto.

La sottotrama pseudoscientifica mi ha tediato e inoltre, con tutto il mio amore per le storie yuri, non credo di aver shippato le due protagoniste neanche per mezzo minuto (anche se sapevo che sarebbero finite insieme; anzi, probabilmente proprio perché lo sapevo: era un dato di fatto inevitabile, quindi perché avrei dovuto prendermi il disturbo di fare il tifo?).

Il finale è forse la parte che ho apprezzato meno; soprattutto perché l’ho trovato frettoloso – oltre che fotocopiato – e perché mi è sembrato che scaturisse da un climax piuttosto improvvisato.

La verità è che, a giudicare dalla modalità “slow burn” dei primi capitoli, “The Whole Of Humanity Has Gone Yuri Except For Me” avrebbe avuto bisogno di almeno un altro centinaio di pagine, per riuscire a portare a compimento il suo arco narrativo in maniera soddisfacente... le dure leggi del mercato editoriale giapponese, purtroppo, devono aver deciso altrimenti.

Un peccato... soprattutto considerando il fatto che le illustrazioni del manga mi sono parse veramente notevoli, e che alcune riflessioni, anche se abbozzate (ad esempio, quelle relative all’inconsistenza stessa del concetto di normalità), vantano senz’altro una certa dose di spessore.

 

 



 

domenica 27 settembre 2020

Recensione: "Harrow la Nona", di Tamsyn Muir

 


The Locked Tomb, Vol. 2

Potete acquistarlo QUI in italiano

“Harrowhark la Nona, ultima negromante della sua Casa, è stata reclutata dall’Imperatore per combattere una guerra impossibile. Costretta a lavorare fianco a fianco con una detestata rivale, Harrow deve perfezionare le sue abilità e diventare un angelo della non-morte... ma la sua salute si sta deteriorando, la sua spada le dà la nausea, e perfino la sua mente sta cominciando a tradirla. Sigillata nel gotico splendore del Mithraeum dell’Imperatore con tre insegnanti ostili, infestata dal fantasma folle di un pianeta assassinato, Harrow dovrà confrontarsi con due scomode domande: qualcuno sta forse cercando di ucciderla? E nel caso in cui ci riuscisse... l’universo sarebbe forse più al sicuro?”

 

Harrow la Nona” è il mio libro preferito del 2020. L’anno non è finito, per cui suppongo che la situazione potrebbe ancora cambiare; eppure, in qualche modo, dubito che riuscirò a trovare un romanzo capace di superare quello di Tamsyn Muir, un’autrice perfettamente in grado di mandare in pappa le mie facoltà cognitive (nel migliore dei sensi possibili) e di rovesciarmi addosso una furiosa scarica di emozioni.

Parlare di “Harrow la Nona” senza spoilerare il finale di “Gideon la Nona” è quasi impossibile, ma farò del mio meglio, considerando che la traduzione italiana a opera della Mondadori (“Gideon la Nona”) non dovrebbe tardare ad arrivare sugli scaffali delle nostre librerie.

Mi limiterò pertanto a elencarvi i 10 motivi per cui la lettura di questo sequel mi ha elettrizzato, spingendosi al punto da farmi prendere in seria considerazione l’idea di arrampicarmi in cima a un tetto a proclamare ufficialmente il mio amore immortale nei confronti di questa serie e dei suoi meravigliosi personaggi! *___*

 1.  L’assurda (e pienamente soddisfacente) tortuosità dell’intreccio

Harrow la Nona” è uno di quei rarissimi libri fantasy in cui niente – ma assolutamente nulla – è come sembra e tutto quello che il lettore credeva di sapere all’inizio viene ribaltato di continuo in uno spietato gioco a incastro di millimetrica precisione chirurgica. Per i due terzi del libro la trama resta un enigma; per il lettore la sfida a raccogliere i numerosi (e criptici) indizi disseminati fra le pagine rappresenta contemporaneamente una delizia e una forma di elaborata tortura psicologica. Bisogna fidarsi dell’assurdo ingegno di Tamsyn Muir per arrivare in fondo senza gettare la spugna; io l’ho fatto senza esitare (basta leggere due righe di “Gideon la Nona” per sapere che questa ragazza ha un QI da record e una passione viscerale per il mondo della speculative fiction...), e ovviamente alla fine sono stata abbondantemente ricompensata.

2.  La protagonista

La verità è che, per quanto Gideon possa risultare irresistibile e divertente sotto alcuni punti di vista, Harrow è sempre stato il mio personaggio preferito della trilogia “The Locked Tomb”. In questo libro, seguiamo il suo punto di vista privilegiato per i due terzi della narrazione, e naturalmente la cosa mi ha riempito di entusiasmo. Anche perché la Harrow con cui abbiamo a che fare in questo secondo romanzo risulta in qualche modo profondamente diversa dalla negromante compita e perfettamente padrona di sé che avevamo imparato a conoscere in “Gideon la Nona”. Harrow qui è sempre infelice, sempre vestita di nero da capo a piedi, cupa e melodrammatica nella sua sepolcrale aura di tragedia incompiuta, ma fin dalle primissime pagine di questo sequel appare evidente che qualcosa è cambiato...  La sua mente sembra danneggiata e il suo potere viene continuatamente messo in ridicolo da quelli che dovrebbero essere i suoi pari. Il fatto che Harrow sia uno dei narratori più inaffidabili di cui abbiate mai sentito parlare non fa altro che rimescolare continuamente le carte in tavola e spingervi a desiderare di poter in qualche modo “craccare” la sua testa per riuscire a scoprire finalmente cosa diavolo stia succedendo...

3. L’ambientazione

Anche da questo punto di vista, la Muir si rifiuta di sottovalutare l’intelligenza e la soglia d’attenzione dei suoi lettori. L’universo in cui si svolge la trilogia è vasto e complicato, una perfetta commistione fra fantasy e sci-fi... ma sarete voi a dover ricomporre lo scenario, unendo un tassello dopo l’altro per riuscire a ricreare il quadro (da un punto di vista politico, religioso, mitologico eccetera). L’autrice non vi servirà mai alcuna informazione su un piatto d’argento; proprio per questo, a volte potrebbe risultare un po’ complicato (nonché enormemente stimolante) riuscire a seguire la trama in tutte le sue innumerevoli sfaccettature. Vi dico solo che programmo di rileggere Harrow la Nona” quanto prima (e voi lo sapete: io non rileggo quasi mai...); nel frattempo, ho trovato piuttosto utile consultare le informazioni contenute in QUESTA pagina.

4.  I “tropes”

     Harrow la Nona” è il frutto dell’estro creativo di un’autrice che non si è mai fatta scrupolo di nascondere il proprio amore per il mondo del pulp e delle fanfiction, per cui forse non vi sorprenderà sapere che anche questo libro è infarcito di temi e stratagemmi letterari ricorrenti. Il più famoso all’interno di “Gideon” era il celebre “enemy-to-lovers” (uno dei miei preferiti), ma state pur sicuri che da questo punto di vista la Muir si è assicurata di non farci mancare niente... Anzi! XD

      5. Il romance

      I fan della ship più “canon” e consolidata potrebbero sentirsi un po’ frustrati leggendo l’inizio di “Harrow la Nona”... ma non scoraggiatevi! Anche quando comincerete a subodorare la creazione di un certo triangolo (anzi, no: un quadrilatero... il Corpo della tipa nella Tomba varrà qualcosa da questo punto di vista, secondo voi?), continuate a leggere e non lasciatevi fuorviare troppo da scene tipo la fatidica ricostruzione del braccio di Ianthe. Se ci riuscite. Non è che potrei biasimarvi troppo, se così non fosse... XD

     6.  Ianthe Tridentarius

      In una recente intervista, Tamsyn Muir ha definito Ianthe come la sua versione “femminile e lesbica” di Draco Malfoy. Da un punto di vista meramente accademico, direi che la descrizione calza a pennello... solo che in realtà Ianthe è molto oh-così-tanto-più-di-questo! Tanto per cominciare, ha delle battute fuori dal mondo e l’astuzia di una vecchia volpe... e poi è ambigua (ma sul serio!), spregevole, divertente, sadica, irrestibile... Se non avessi già regalato il mio cuore a Harrow, credo proprio che avrei permesso a Ianthe di farlo a pezzettini in qualsiasi momento, ecco! *____*

      7. I dialoghi

      “I could protect you, if you’d only ask me to,” said Ianthe the First. A tepid trickle of sweat ran down your ribs. “I would rather have my tendons peeled from my body, one by one, and flossed to shreds over my broken bones,” you said. “I would rather be flayed alive and wrapped in salt. I would rather have my own digestive acid dripped into my eyes.” “So what I’m hearing is … maybe,” said Ianthe. “Help me out here. Don’t be coy.”

       Non ho altro da aggiungere, Vostro Onore...

      8. Le tematiche

      Nonostante le tonalità ironiche, graffianti e condite di umorismo al vetriolo della narrazione, “Harrow la Nona” affonda gli artigli al cuore di un nucleo di tematiche attualissime e, in alcuni casi, spaventosamente universali. Malattia mentale, lutto, colonialismo... Non lasciatevi distrarre dalla geniale stravaganza della premessa (“negromanti queer nello spazio! Yeah!”) e cominciate a leggere questa serie, se ancora non l’avete fatto. Ma tipo... adesso!

      9.  La catarsi

      Il senso di rivelazione che vi coglierà a fine lettura vi lascerà a bocca aperta, facendovi desiderare di ricominciare la lettura seduta stante. Seconda persona singolare, terza persona, presente, passato, mondi alternativi...  Prima o poi ogni elemento andrà a occupare il suo inevitabile collocamento nel puzzle generale (un apparente caos a base di assurdità e nonsense), e fidatevi di me: nel momento in cui accadrà, sarà un’epifania...

     10.  L’epilogo

      Personalmente non ci ho capito una mazza. Eppure ho cominciato a tenere il conto sul calendario dei lunghi e tristi mesi che ancora mi separano dalla lettura di “Alecto la Nona”: perché sospetto che ne vedremo delle belle, ma soprattutto perché adesso ho bisogno di sapere come diavolo continua questa storia... anche perché provare a fare previsioni al riguardo sarebbe impossibile. Forse addirittura ridicolo! *____*

 

Giudizio personale:

10/10



venerdì 10 luglio 2020

Recensione: "The Ones - La Profezia dei Prescelti", di Veronica Roth

Attenzione: la seguente recensione fa riferimento all'edizione originale in lingua inglese del libro!


Potete acquistarlo QUI

"Fin dalla sua prima comparsa, l'Oscuro non ha fatto che generare panico e caos. Entità malefica incredibilmente potente, ha provocato eventi catastrofici capaci di radere al suolo città intere e spezzare migliaia di vite innocenti. Gli unici in grado di sconfiggerlo, a quanto scritto in una profezia, potrebbero essere cinque ragazzini, Sloane, Matt, Ines, Esther e Albie, i Prescelti.
Prelevati dalle loro case da un'agenzia governativa, vengono sottoposti a un training durissimo in cui viene insegnato loro l'uso della magia, indispensabile per affrontare la missione che li attende. La lotta con l'Oscuro prosegue per anni, ma alla fine ne escono vincitori. Tutto il mondo a questo punto può tornare piano piano alla normalità... tutti tranne loro, soprattutto Sloane, che più dei compagni fatica a rimettersi in sesto. I segreti che nasconde non solo la tengono agganciata al passato ma la allontanano inevitabilmente dalle sole quattro persone al mondo in grado di capirla. Subito dopo la celebrazione del decimo anniversario della gloriosa vittoria sull'Oscuro che vede ancora una volta riuniti i cinque Prescelti, accade l'impensabile: uno di loro muore. E quando i restanti quattro si riuniscono per celebrarne il funerale, fanno una tremenda scoperta: hanno commesso il grave errore di sottovalutare l'Oscuro. Il suo obiettivo finale, infatti, è sempre stato molto più grande di quanto loro, il governo e persino la profezia avessero previsto, e questa volta resistergli potrebbe costare a Sloane e ai suoi compagni molto più di ciò che hanno ancora da dare..."


Se dipendesse da me, "The Ones - La Profezia dei Prescelti" entrerebbe immediatamente a far parte di qualsiasi corso di scrittura creativa, in qualità di argomento obbligatorio.
Lo trovereste inserito nel programma alla voce "Ecco quello che succede quando vi sedete a scrivere senza uno straccio di idea, amore per il vostro lavoro o strategia a lungo termine".
Se volete assicurarvi di firmare un romanzo schizofrenico, selvatico, nevrotico, affetto da sindrome bipolare e totalmente fuori controllo... be', voi seguite l'esempio della Roth, e vedrete che riuscirete a centrare il vostro obiettivo senza problemi!

Mi dispiace: giuro che mi sarebbe piaciuto iniziare a parlare di "The Ones" con un mix di serietà e pazienza, magari addirittura di entusiasmo, senza essere costretta a ricorrere all'arma (peraltro a doppio taglio) dell'ironia e del sarcasmo, ma... Onestamente non riesco a capire per quale diamine di motivo un'autrice del calibro (commerciale, se non altro...) di Veronica Roth sia stata completamente abbandonata dal suo staff di supporto editoriale in quest'avventura e lasciata alla mercé di un progetto che ha finito con il trasformarsi dell'equivalente letterario di un giardino invaso dalle erbacce e rosicchiato dalle talpe.

"The Ones - La Profezia dei Prescelti" è un romanzo che fa fatica anche solo a individuare il suo pubblico, per quanto mi riguarda.
Il libro esordisce nelle accattivanti tonalità grigio-scure di un graffiante urban fantasy per adulti in stile "La Nona Casa", per poi fare il verso allo YA "Steelheart" di Brandon Sanderson (con cui condivide un grosso frammento di trama e perfino l'ambientazione...) e cominciare a inserire tropes da classico bestseller per adolescenti come se non ci fosse un domani. 
Accenna subdolamente a promettenti risvolti psicodrammatici e al tema del trauma come colonna portante del suo intreccio, alludendo a questioni serie e non lesinando risvolti importanti (facendo chiaramente riferimento a titoli iconici quali "Siamo Tutti in Ordine" di Daryl Gregory e "Every Heart a Doorway" di Seanan McGuire) salvo poi ritrovarsi a inserire quello che sembra un capitolo scartato e riadattato della trilogia di "Divergent": acerbo, sincopato, fracassone e inutilmente plateale.

Ci presenta il quadretto di questa protagonista trentenne, cinica, misteriosa, sfregiata dalla vita. Ma i suoi schemi mentali sono gli stessi di Tris, teenager ribelle alle prese con l'ennesima rivoluzione, e con la necessità di trovare il suo posto in un mondo che non la non la capisce, e con l'amletica domanda "quale diavolo di maschio alfa credete che farei bene a rimorchiarmi quest'oggi?".
Peggio ancora: la Roth allude, attraverso la stessa scelta del titolo di questa sua nuova opera, alla presenza di ben cinque prescelti; vale a dire di cinque potenziali comprimari in grado di aggiungere il proprio tocco di unicità alla narrazione, ciascuno con un proprio background e un suo punto di vista particolare sulla vicenda.
E invece no, le luci dei riflettori restano puntate su Sloane per tutto il tempo, azzerando ogni prospettiva e imprigionando ciascuno di questi personaggi all'interno di una gabbia dalle sbarre inoppugnabili: la migliore amica festaiola, l'ex fidanzato fustacchione, la lesbica nevrotica e il sensibile cucciolone dal cuore d'oro.
Cinque prescelti: cinque semplici accessori, dei meri ornamenti volti a mettere in risalto l'arco narrativo della protagonista.

Non intendo spoilerarvi nulla dal punto di vista della trama, perché l'obiettivo delle mie recensioni è sempre stato quello di descrivervi la mia personale esperienza di lettura, e non quello di convincervi ad acquistare o non acquistare un libro.
Ma quando avrete letto "The Ones - La Profezia del Prescelti", pretendo che torniate qui a raccontarmi del monumentale facepalm che vi capiterà di affibbiarvi non appena vi imbatterete in un certo twist di inizio seconda parte.
Che non ha senso ed è una totale delusione e viene sbattuto in faccia al lettore senza il minimo accenno di grazia, tatto o semplice accortezza narrativa. Si presuppone che la Roth sia un'autrice professionista, seguita, stimata e supportata da un piccolo esercito di esperti dell'industria, dall'editing al marketing, passando per la correzione di bozze e il proofreading.
Perciò non me ne starò qui a far finta che abbia scritto "The Ones" con passione, dedizione e competenza. Francamente, credo che una panzana del genere costituirebbe più un insulto alle sue doti che altro...


Giudizio personale:
2.5/10





giovedì 7 maggio 2020

Recensione: "The City We Became" di N. K. Jemisin


great cities - migliori libri fantasy 2020 - libri horror

Great Cities, Vol. 1

Potete acquistarlo QUI in inglese


“Ogni città ha un’anima. Alcune sono antiche come miti, altre nuove e distruttive come bambini. New York City? Be’, lei di anime può vantarne addirittura cinque!
Ma ogni città possiede anche un lato oscuro. Un male antico, strisciante, infido, ha cominciato ad agitarsi sotto la terra e a minacciare di distruggere la metropoli. 
A meno che i suoi cinque protettori non riescano a unire le forze e a mettere un freno alle mire di questa diabolica presenza cosmica, una volta per tutte…”



The City We Became” è il primo romanzo urban fantasy scritto da N. K. Jemisin, la brillante autrice de “I Centomila Regni”, della serie "Dreamblood" e della “Trilogia della Terra Spezzata”.
Il libro, che va a inaugurare la nuovissima “Great Cities Trilogy”, prende spunto dal racconto “The City Born Great”, contenuto nella raccolta “How Long ‘Till Black Future Month?” e parzialmente adattato a mo’ di prologo per questa sua nuova opera.

Protagonista assoluta della trama di “The City We Became” è ancora una volta la città di New York, attraverso le incarnazioni personificate dei suoi cinque distretti: Manhattan, Brooklyn, Bronx, Queens e Staten Island. Ogni “quartiere” viene rappresentato da un diverso personaggio, in modo tale da garantire alla narrazione un retrogusto più autentico, fluido e interessante, mentre la più nota metropoli delle città a stelle e strisce si prepara a prendere vita e a ingaggiare battaglia contro una terrificante entità interdimensionale scaturita direttamente dalle pagine di un incubo lovecraftiano.
Non credo di potermi arrischiare a specificare molto di più, per timore di rifilarvi uno spoiler di troppo e guastarvi irrimediabilmente il piacere della sorpresa. Mi limiterò pertanto a ribadire che l’intreccio di “The City We Became” reca in sé un elemento di pura follia, una componente esilarante e geniale che mi ha colto ripetutamente di sorpresa, attirandomi nelle pieghe di una storia che è riuscita contemporaneamente a deliziarmi e a farmi riflettere.

La complessa mitologia (esplicitamente tratta dalla bibliografia lovecraftiana) e l’intrigante sistema magico al cuore della storia si sono confermati per me all’altezza degli alti standard qualitativi ai quali la penna della Jemisin ci ha sempre abituato.
Avevo sentito dire da tempo che “The City We Became” sarebbe stato un libro diverso da tutte le sue opere precedenti.
Nella sua pagina culturale, la rivista Vox lo descrive come un romanzo che parla di un virus (alieno) che si propaga indisturbato attraverso le strade di New York, approdato sugli scaffali in perfetta coincidenza con il picco di massima diffusione del Coronavirus.
Eppure, contro ogni aspettativa, si tratta di un libro gioioso, ottimista, vibrante di passione, entusiasmo, umorismo e vitalità contagiosa; un canto d’amore dedicato alla Grande Mela e ai suoi tenaci, combattivi, inarrestabili abitanti; un feroce grido di sfida al tetro nichilismo esistenziale e al grigio bigottismo sociale di cui l’autore del Ciclo di Cthulhu volente o nolente (e credetemi: ammetterlo ha fatto male anche a me...) nelle sue opere e nelle sue lettere si è sempre fatto portavoce.

Insomma, per farla breve: ho amato lo spirito di questo libro con tutta l’anima e il cuore.
Quella piccola parte di me che aveva inevitabilmente cominciato a rattrappirsi e ad avvizzire a causa della lettura di una sventurata (quanto popolare) raccolta di racconti denominata "Nottuario” (di un certo Thomas Ligotti, noto e fiero emulatore della prosa lussureggiante di H. P. Lovecraft...), grazie a “The City We Became” ha finalmente ricominciato a ritrovare calore, luce e ossigeno; per non parlare poi di forza, emozione, speranza e vigore.
Credo sia accaduto soprattutto perché la mia visione dell’esistenza umana (e dei suoi valori) non differisce poi molto da quella della Jemisin. Non mi aspetto (né mi farebbe necessariamente piacere) che tutti siano disposti a concordare con questa interpretazione. Sta di fatto che anch’io continuo a pensare che la mostruosità che si nasconde nell’anima delle persone rappresenti sempre e comunque una scelta e un errore, non una costante cosmica aberrante che ci è stata imposta dalle leggi della metafisica e contro le quali noi esseri umani saremo sempre del tutto impotenti.
People who say change is impossible, are usually pretty happy with things just as they are.”
Amen, Old J, come direbbe forse Veneza.
Amen, e a buon intenditor, poche parole.

Il finale di “The City We Became”, viceversa, è riuscito a lasciarmi un po’ interdetta. Non che mi sia sembrato necessariamente il frutto di una forzatura, o un po’ troppo tirato per i capelli. Semplicemente, credo di essermi aspettata dagli ultimi capitoli un’epicità e un senso di catarsi che invece, a mio avviso, non sono mai riusciti a manifestarsi pienamente.
Un altro elemento che non ho gradito (anche se immagino di averne inteso perfettamente le ragioni) ha a che fare con l’assenza di un reale legame empatico/emotivo fra i cinque eroi principali.
Personaggi come Brooklyn o Bronca sono sicuramente riusciti a entrarmi nel cuore (che diamine: perfino Aeslyn ci è riuscita, e detto fra noi comincio a sospettare che la Donna in Bianco sia il villain più brillante e carismatico di cui la Jemisin abbia mai scritto o di cui scriverà mai…), ma il fatto che a nessuno di loro sia mai sembrato importare un granché degli altri componente della squadra, a lungo andare ha finito con il frustrarmi e deludermi un pochettino.

Tanto di cappello invece - giusto per concludere - all’innegabile padronanza tecnico/stilistica della Jemisin. Se possedessi la metà del talento letterario che risiede nel dito mignolo di questa donna, sarei comunque in grado di scrivere dieci volte meglio della metà degli autori che ci sono stati proposti in traduzione dalla maggior parte delle case editrici italiane nel corso degli ultimi dieci anni.
Let’s say it again: a buon intenditor…


Giudizio personale:
8.5/10





giovedì 23 gennaio 2020

Recensione: "His Dark Materials - Queste Oscure Materie" (Prima Stagione)


serie tv fantasy 2020 - Sky Atlantic - Philip Pullman


Ieri sera, su Sky Atlantic, sono finalmente andati in onda gli ultimi due episodi della prima stagione di “His Dark Materials”, per cui sono finalmente pronta a scrivere due righe di recensione e a comunicarvi le mie impressioni al riguardo.
Il pubblico sembra rimasto abbastanza soddisfatto da questo nuovo adattamento di “Queste Oscure Materie, la fortunatissima trilogia fantasy di Philip Pullman. Non posso dire di essere in disaccordo; secondo me, “His Dark Materials” è una serie che può vantare moltissimi pregi e qualche difetto, e nel complesso immagino di averla apprezzata abbastanza, seppur con qualche piccola riserva.

Il cast, capitanato dalla giovanissima Dafne Keen (che in “Logan” interpretava l’indimenticabile Laura…), comprende almeno due nomi di alto livello: vale a dire la mefistofelica Ruth Wilson, che per l’occasione riprende un ruolo che al cinema fu di Nicole Kidman, e il dinamico James McAvoy (“Split”). Le loro interpretazioni intense, concentrate e brillanti mi hanno sicuramente impressionato; la Wilson, in modo particolare, è stata capace di restituirci il ritratto di una Signora Coulter infinitamente più complessa, inquietante e mentalmente disturbata di quanto le pagine dei romanzi di Pullman mi avessero mai concesso di sospettare. Una prova che ha sicuramente contribuito ad arricchire e completare i possibili “spazi bianchi” lasciati dalla sceneggiatura, in alcuni punti forse un po’ troppo farraginosa e legata al testo originale.

Il più vistoso limite di “His Dark Materials”, in effetti, potrebbe coincidere tranquillamente con il suo più grande fiore all’occhiello. La serie HBO si propone di adattare pedissequamente i romanzi di Pullman e, sotto questo punto di vista, va anche specificato che lo show potrebbe soltanto essere lodato e tenuto in palmo di mano: questi primi otto episodi mettono in scena gli eventi narrati ne “La Bussola d’Oro” e alcuni episodi tratti da “La Lama Sottile” con il massimo grado di fedeltà e rispetto, e ho senz’altro adorato il modo in cui sceneggiatori, scenografi, cast e produttori hanno continuato a farsi in quattro per cercare di preservare la vera natura e il messaggio originale della trilogia letteraria.
Ma mi è anche sembrato di notare una certa mancanza di personalità, generata forse da una regia timorosa e un po’ troppo afflitta dal senso di soggezione ispirato da un romanzo molto, molto amato, nonché un ritmo “serioso” e dilatato che purtroppo stenta fin troppo ad arrivare al punto, concedendo un margine d’azione eccessivo a personaggi e villains secondari che non credo di essere stata l’unica a considerare di ben scarso interesse. Il tutto a discapito di figure di primo piano quale l’avventuriero Lee Scoresby (Lin-Manuel Miranda) e lo stesso orso Iorek, che secondo me risentono parecchio di questi squilibri e finiscono col perdere completamente di credibilità, importanza e spessore.

Non mi è parso, peraltro, che le sequenze “anticipate” ambientate nel nostro mondo (quelle relative al giovane Will e a sua madre Elaine) siano state ben inserite all’interno della struttura di questa prima stagione. Avendo letto i libri, mi sono ritrovata a seguire le suddette scene in preda a un certo grado di partecipazione e interesse; ma se fossi stata una profana, probabilmente sarei rimasta confusa da questo “inserto” di immagini tratte da una serie crime della BBC all’interno di un telefilm di genere fantastico.

Da un punto di vista prettamente visivo, comunque, la prima stagione di “His Dark Materials” rappresenta un’esperienza spettacolare. Gli effetti speciali sono di buon livello (anche se mi sarebbe piaciuto assistere a un maggior grado di distinzione fra i vari orsi polari: sembrano tutti uguali, compreso Iorek!), mentre scenografie e costumi mi hanno tolto il fiato…
Se avete amato visceralmente i romanzi, insomma, esiste un altissimo livello di probabilità che la serie finisca per rubarvi il cuore. Io non sono ancora a quei livelli, purtroppo…
Ma guarderò sicuramente la seconda stagione, nella speranza, col tempo, di poterci arrivare! ;D


Giudizio personale:
6.8/10



Il bellissimo libro da cui è stata tratta la serie:





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