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lunedì 28 marzo 2022

Recensione: "Dead Silence", di S. A. Barnes

Dead Silence” è un elettrizzante libro horror/sci-fi di S.A. Barnes, ambientato nello spazio profondo e ispirato ad alcuni fra i più grandi classici della narrativa e del mondo del cinema: “Shining”, “Titanic”, “Alien”, “Gravity”...

Un survival horror che è praticamente un blockbuster, e che, tuttavia, riesce a elevarsi al di sopra della stragrande maggioranza di titoli affini grazie all’impeccabile uso del suo narratore inaffidabile, alla sua inquietante atmosfera claustrofobica e allo sviluppo di una trama talmente incalzante e coinvolgente da rischiare seriamente di creare dipendenza!


Potete acquistarlo QUI in inglese


La trama

Claire Kovalik è a un passo dal ritrovarsi senza lavoro. La sua figura professionale, ormai, è diventata obsoleta: ben presto, la sua squadra di “riparatori” spaziali verrà sostituita da un sistema automatizzato, e a lei non resterà altro da fare se non tornare sulla Terra e rassegnarsi a un impiego d’ufficio dietro una comoda scrivania.

Ma, nel bel mezzo della sua ultima missione fra le stelle, la squadra di Claire intercetta un segnale di soccorso proveniente da una nave sconosciuta.

Claire, che non ha più nulla da perdere (e nessun desiderio di rimettere piede sulla Terra), decide di investigare.

Il team fa quindi una scoperta scioccante, e si imbatte nell’Aurora, una famosa nave spaziale da crociera scomparsa, nel pieno del suo viaggio inaugurale, insieme al suo carico di personalità di spicco, membri dell’alta società e piccole celebrità del mondo dello spettacolo.

Un incidente avvenuto vent’anni prima, e di cui mai nessuno era riuscito a svelare il mistero.

Poiché nello spazio vige una regola su tutte – “chi lo trova, se lo tiene” – Claire e il resto della squadra decidono di sbarcare sul ponte della Aurora e procurarsi le prove necessarie a rendere legale e vincolante il loro ritrovamento.

Ma basta un’occhiata per rendersi conto che, a bordo dell’Aurora, c’è qualcosa che non quadra.

Sussurri nell’oscurità. Ombre in movimento. Messaggi inquietanti scribacchiati con il sangue.

Claire dovrà lottare con le unghie e con i denti per rimanere aggrappata alla propria sanità mentale, ma anche per scoprire cos’è veramente accaduto a bordo dell’Aurora... prima che il suo equipaggio vada incontro allo stesso destino.

 

“Dead Silence”: la recensione

L’immagine che apre il romanzo di S. A. Barnes è talmente primordiale ed espressiva da rendere immediatamente chiaro quale sarà il tema della narrazione: un’istantanea della sua protagonista, Claire, sospesa nello spazio. Un cavo sottilissimo costituisce il suo unico legame con la sua nave e, soprattutto, con le persone che la aspettano a bordo.

Claire tiene molto al suo equipaggio. Li considera quasi una famiglia; l’unica che le sia rimasta, dopo che un’esperienza traumatica della sua infanzia le ha portato via tutto il resto... anche se lei dubita seriamente che i suoi colleghi siano disposti a vederla allo stesso modo.

Ma, ormai, Claire sta per perdere il lavoro, insieme a ogni speranza di continuare a fare quello che ha sempre desiderato, o di vivere come ha sempre sognato. Così, a poco a poco, il suo collegamento con la realtà, comincia a farsi più fragile e intermittente; ed ecco che la mano della donna comincia a spostarsi -  dapprima timidamente, poi sempre con maggior convinzione - verso il cavo che le impedisce di perdersi definitivamente fra le stelle.

Sganciarlo potrebbe rappresentare un piccolo passo per l’umanità, un grande passo per il suo sogno inconfessabile di rinunciare a tutto e lasciarsi scivolare via nell’oscurità una volta per tutte...

Dead Silence” comincia così, all’insegna dell’eterna dicotomia fra l’istinto di sopravvivenza e il desiderio di morte; fra la voglia di lottare e la tentazione di piegare le ginocchia e rimanere a terra.

Un’immagine vividissima, viscerale e universale, che mi ha scaraventato al centro della narrazione con la forza di un motore propulsore, incoraggiandomi a divorare i capitoli del romanzo uno dopo l’altro...

 

In the dark...

Ma sia messo agli atti il fatto che “Dead Silence” si propone di essere, sopra ogni altra cosa, un romanzo deliziosamente terrificante; la storia di una nave spaziale infestata che galleggia a centinaia di milioni di anni luce da tutto ciò che la nostra specie conosce, di cui ha bisogno per sopravvivere e prosperare.

Nel corso del suo romanzo, S. A. Barnes riesce a regalarci parecchi jump scares, quasi tutti efficaci, e lo fa con la grazia consumata di un’autentica maestra del brivido.

Dopotutto, durante la lettura, la suspense comincia ad avvolgersi intorno al petto del lettore come una specie di coperta bagnata; e quel senso di ansiosa aspettativa, di febbrile anticipazione, non fa altro che crescere esponenzialmente con lo scorrere dei capitoli – e, chiaramente, delle scioccanti rivelazioni che attendono l’equipaggio a bordo dell’Aurora.

Claire, dal canto suo, incarna una protagonista al tempo stesso forte e vulnerabile. I suoi punti di debolezza controbilanciano perfettamente le sue qualità, per cui il lettore viene scaraventato in un vortice di dubbio costante: riuscirà la donna a superare le mille (e agghiaccianti) prove che la aspettano fra i tetri corridoi dell’Aurora? Oppure soccomberà alle sue paure, lasciandosi definitivamente consumare dai suoi demoni?

Il suo conflitto interiore è talmente realistico, talmente convincente, da evocare in chi legge uno stato di imprevedibilità assolutamente magnetico.

Per scoprire il finale, puoi soltanto continuare a leggere fino a perdere ogni cognizione del tempo, e rassegnarti all’idea di trascorrere una paio di notti insonni.

Ma ne vale la pena...

Insomma, se vi piace il genere, se pensate che film come “Sunshine” e “Prometheus” siano fin troppo sottovalutati, provate a leggere “Dead Silence”: vi lascerà senza fiato! ;D



domenica 6 febbraio 2022

Recensione: "Chiuditi dentro", di Riley Sager

In “Chiuditi dentro”, Riley Sager torna a flirtare con la nebulosa zona di confine che separa l’horror dal thriller...

Stavolta, l’autore di “A casa prima di sera” e “Final girls” ci propone una diabolica incursione in un prestigioso condominio di New York, una località ammantata dalla massima segretezza e da una mistica atmosfera di tensione.

Fan di “Rosemary’s Baby” e “Archive 81”, preparatevi a immergervi in una nuova, frenetica discesa nella follia!

 


Potete acquistarlo QUI in italiano


La trama

Nessun visitatore. Nessuna notte trascorsa lontano dall'appartamento. Non disturbare gli altri residenti, tutti ricchi o famosi o entrambi.

Queste sono le uniche regole per il nuovo lavoro di Jules Larsen come custode di un appartamento al Bartholomew, uno degli edifici più conosciuti e misteriosi di Manhattan.

Con il cuore spezzato e semplicemente al verde, Jules è affascinata dallo splendore di ciò che la circonda e accetta l'offerta, pronta a lasciarsi alle spalle la sua vita passata. In fondo, il suo lavoro non ha nulla di pericoloso.

Quando conosce i residenti e il personale del Bartholomew, Jules si ritrova attratta dalla compagna di casa Ingrid, che le ricorda in modo confortante, e al tempo stesso inquietante, la sorella che ha perduto otto anni prima.

Quando Ingrid le confida che il Bartholomew non è ciò che sembra e le racconta la storia che nasconde la facciata scintillante di quel luogo... qualcosa o qualcuno inizia a spaventarla. Ma Jules la respinge con forza, catalogandola come un'innocua storia di fantasmi. Questo fino al giorno successivo, quando Ingrid scompare.

Alla ricerca della verità, Jules scava più a fondo nel passato oscuro del Bartholomew e nei segreti custoditi tra le sue mura.

E quando scopre che Ingrid non è la prima custode di un appartamento a scomparire, sarà costretta a muoversi velocemente se vuole rivelare il passato di quell'edificio e sfuggire al Bartholomew.... prima che il suo status temporaneo diventi permanente.

 

Brividi di mezzo inverno

Per me, Riley Sager sta rapidamente diventando sinonimo di divertimento, brividi e intrecci mozzafiato.

Ogni volta che ho bisogno di scovare una lettura coinvolgente, veloce e ricca di suspense, faccio ricorso a uno dei suoi libri. Quasi come una medicina, potremmo dire; un rimedio efficace e garantito contro le numerose beghe della vita quotidiana.

Chiuditi dentro” mi ha offerto tutto quello che cercavo, e anche di più.

In effetti, lo considero un ottimo esempio di horror psicologico adatto al palato di tutti, e non soltanto a quello dei grandi appassionati del genere: incalzante, misterioso, gotico e suggestivo, il romanzo omaggia tutti i grandi classici e mescola gli ingredienti a comporre un “impasto” dinamico e ricco di verve, alla portata di qualsiasi lettore.

Diciamo che la struttura dei thriller di Riley Sager, in qualche modo, mi ricorda un po’ Dean Koontz. Ma, in realtà, dei due preferisco Sager per almeno una valanga di motivi, primo fra tutti: la sua ovvia riluttanza ad approcciare il genere romance, e la sua caparbia determinazione a restare fuori da quel campo a qualsiasi costo!

 

Millenial Gothic

La protagonista/voce narrante di “Chiuditi dentro” è Jules, una ragazza al verde che decide di rispondere alla classica offerta di lavoro un po’ sospetta, ma francamente impossibile da rifiutare: dopotutto, chi è il disperato che non accetterebbe un posto da “appartament-sitter” per tre mesi in un esclusivo complesso di appartamenti popolato di ex celebrità e altri grandi nomi dell’alta società newyorkese?

Soprattutto quando il compenso si rivela inaspettatamente da capogiro...

Jules è un personaggio gradevole, piuttosto piacevole da seguire, anche se, a tratti, la sua assurda ottusità potrebbe riuscire a frustrare leggermente il lettore.

Ad esempio, la sua tendenza a ignorare tutti gli ammonimenti e i segnali di pericolo, all’inizio, risulta abbastanza incomprensibile. Così come la sua decisione di accettare qualsiasi assurda regola l’amministratrice dell’edificio scelga di imporle... primo fra tutti, il famoso divieto di ricevere visitatori.

Questo atteggiamento si spiega, in parte, con l’ovvia ambizione di Sager a rifarsi a quell’ampia porzione di tradizione gotico-romantica a cui la trama di “Chiuditi dentro” strizza ripetutamente l’occhio: dopotutto, la presenza di un’eroina ingenua ma combattiva, onesta ma sempre un po’ lenta a collegare i pezzi, rappresenta praticamente una componente fondamentale in qualsiasi romanzo dell’orrore ottocentesco!

Per quanto riguarda, invece, la soluzione finale del mistero, confesso di averla trovata... bè, non molto credibile, in realtà, ma comunque perfettamente in sintonia con lo scopo del romanzo: vale a dire divertire, deliziare e strabiliare, senza mai prendersi la briga di stare lì a porre al lettore domande eccessivamente impegnative.

Per citare il blog specializzato in narrativa thriller “Crime by the book”: «Se vi siete mai chiesti cosa sarebbe successo se fosse stata una millenial a capitombolare nella trama di una storia di Ira Levin, “Chiuditi dentro” è il libro che fa per voi

Onestamente, dubito che potrei trovare una chiosa migliore! ;D

 


NB: la mia recensione fa riferimento a “Lock every door”, edizione americana originale di “Chiuditi dentro”. Il romanzo sarà disponibile in italiano a partire da marzo 2022.


martedì 1 febbraio 2022

"Baby": la recensione del film horror disponibile sul canale Midnight Factory

Baby” è un film horror del 2020 diretto dal regista spagnolo Juanma Bajo Ulloa.

Una pellicola a metà strada fra fiaba dark e tesissimo thriller psicologico che, contro ogni aspettativa, è riuscita a tenermi con il fiato sospeso a per la bellezza di un’ora e quarantacinque minuti...

 

Potete vederlo QUI


Trama

Una giovane donna, afflitta dal peso di una tossicodipendenza sempre più invalidante, dà alla luce un neonato nella più completa solitudine del suo appartamento.

All’inizio cerca di allevarlo come può; ma quando diventa chiaro che il suo stile di vita mal si adatta alle esigenze di un bambino (per usare un eufemismo...) decide di sbarazzarsene.

Dal momento che il denaro per comprare la droga è finito da un pezzo, la ragazza pensa bene di cogliere due piccioni con una fava e di vendere il tenero frugoletto a una losca trafficante di bambini.

L’accordo va a buon fine, almeno apparentemente.

Ma poi la donna si pente della sua azione avventata, e si reca presso l’abitazione della sua acquirente per scoprire il fato del figlio appena nato.

A quel punto, però, scopre che la trafficante ha un cuore più nero di quanto dovrebbe essere umanamente concepibile, e cerca di compiere l’impossibile per salvare il neonato.

 

La Madre e la Strega

“Baby” è uno dei film horror più suggestivi e peculiari che abbia mai visto.

Parte della sua originalità è dovuta all’assenza totale di dialoghi: l’opera di Juanma Bajo Ulloa, infatti, vanta una colonna sonora incredibilmente evocativa (nonché coinvolgente, soprattutto dal punto di vista emotivo), ma, per l’intera durata della pellicola, i suoi personaggi non pronunciano neanche una battuta.

All’inizio, credevo che questa caratteristica mi avrebbe spinto a interrompere la visione dopo dieci minuti. Amo il cinema, soprattutto quello di genere, ma tendo a considerarmi una lettrice sopra ogni altra cosa: per me, l’uso della parola è sacro, e di solito sono una grande sostenitrice del motto “dialoghi all’altezza = mezza bellezza”.

Invece la sceneggiatura di “Baby” mi ha sorpreso, regalandomi palpitazioni e brividi in abbondanza.

Forse perché, per forza di cose, la recitazione procede fra un parossismo espressivo e l’altro, come in un vero e proprio spettacolo da grand guignol a base di occhi sbarrati, sogghigni malvagi e denti digrignati.

Questa continua, inquietante esasperazione dei tratti più grotteschi di ogni personaggio fa sì che il film si trasformi presto in una fiaba surreale, spaventosa e nerissima, trascendendo la realtà della situazione per irrompere, a poco a poco, nello sfumato regno del mito e del folclore.

Ad esempio, la trafficante di bambini (interpretata da una spettacolare Harriet Sansom Harris) diventa la Strega per antonomasia; la divoratrice di bambini, una figura malevola e sorniona, pronta ad attirare gli innocenti nella sua isolata casetta di marzapane....

 

La danza dei sopravvissuti

Il contrasto fra la squallida quotidianità della madre protagonista e la natura atavica, quasi mistica, del grande Male che incombe sul suo bambino viene enfatizzato da una serie di splendide inquadrature relative al mondo naturale.

Brevi intermezzi che mostrano cervi, topi e ragni tessitori intenti a lottare per sopravvivere in un mondo che si ostina a porre ai suoi abitanti sempre la stessa domanda: «Chi sei, tu? Il cacciatore o la preda?».

Che poi è lo stesso interrogativo al quale anche la protagonista di “Baby” verrà chiamata a rispondere, durante la sua disperata ricerca di una via di fuga dalla tana della trafficante di bambini. E devo dire che questa parte del film non è affatto malvagia: a prescindere dal simbolismo, Juanma Bajo Ulloa riesce a infondere nello spettatore un senso di suspense e timore non indifferente.

 Altro particolare degno di nota, “Baby” è una pellicola che può vantare un cast interamente al femminile.

La protagonista è interpretata dall’attrice britannica Rosie Day (già intravista nell’horror “Il Convento – Heretiks”, sempre disponibile sul canale Midnight Factory...), ma non credo che si possa concepire l’idea di scrivere una recensione di “Baby” senza citare la giovanissima Mafalda Carbonell.

Il suo personaggio, totalmente fuori di testa, rappresenta una vera e propria “scheggia impazzita”.

Né alleata, né nemica della protagonista (come si premura di confermarci lo stesso regista in questa interessante intervista), l’apprendista della trafficante di neonati arriva a incarnare l’emblema stesso dell’imprevedibilità, dell’amoralità e della sfrenata immaginazione dei bambini.

Un altro archetipo, quindi, se vogliamo; quello della “fata” giocherellona e completamente priva di malizia, che potrebbe sacrificarsi per te il mercoledì, conficcarti un coltello nel cuore il giovedì, dimenticarti per tutto il fine settimane e poi cercare di evocare un demone per riportarti in vita il lunedì mattina.

Purché non ci sia mai da annoiarsi, insomma...

 

 I film horror sono la vostra passione?

Sapevate che la nota etichetta Midnight Factory offre la possibilità di abbonarsi a un canale tematico interamente dedicato al mondo del cinema del terrore? 

 Come tutti gli altri Prime Video Channels, Midnight Factory permette anche di usufruire di un periodo di prova gratuita!

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domenica 23 gennaio 2022

"Yellowjackets": la recensione della prima stagione della serie tv horror disponibile su Sky/NowTv

Nel corso dell’ultima stagione televisiva, seguire “Yellowjackets” per dieci settimane mi ha fatto ricordare il valore di parole come “suspense”, “mistery” e “Oh-mia-Dea, quando diamine esce la prossima puntata?”.

La serie, disponibile su Sky/NowTV, si staglia sul sottile confine fra survival horror, dramma (forse) sovrannaturale e thriller YA.

Se “Lost”, “The Wilds” e il libro di Alma Katsu “The Hunger” avessero in qualche modo potuto concepire una figlia d’amore, state pur sicuri che si sarebbe trattato di “Yellowjackets”...

 


La trama

Nel 1996, l’aereo di una squadra di calcio femminile liceale precipita in una selvaggia regione desolata dell’Ontario.

I pochi superstiti attendono i soccorsi per diciannove mesi, prima di essere tratti in salvo. Ma non tutte le persone sopravvissute all’impatto tornano a casa...

Venticinque anni dopo, le vittime dell’incidente stanno ancora facendo i conti con i traumi e le terribili conseguenze di quell’esperienza, fra lutti mai elaborati, ricordi frammentari e la consapevolezza di antichi, tremendi peccati collettivi.

Perché fra quei boschi primordiali, assediate dai picchi innevati e dalla fame inconcepibile che spesso l’inverno trascina con sé, le Yallowjackets hanno condiviso qualcosa di cui non possono parlare.

Una catena di fatti di cui hanno solennemente giurato di non parlare mai, a costo della loro sanità mentale; eventi così foschi, violenti e vergognosi da continuare a pendere sulla loro testa, ancora oggi, come la proverbiale spada di Damocle.

Perché, ai piedi di quei boschi, le Yallowjackets hanno deposto tutti i loro segreti, i loro sogni e le loro speranze.

Ma l’oscurità è l’unica forza che ha deciso di rispondere alle loro preghiere...

 

The Wilderness Between Knowledge And Ignorance...

Yellowjackets” è una di quelle serie che molta gente sta tralasciando di guardare, fondamentalmente perché non compare in cima all’elenco delle consigliate su Netflix (è una produzione Showtime, quindi difficilmente la vedremo mai sbarcare sul colosso streaming...) e, come se non bastasse, si dà il caso che sia anche un titolo dal taglio profondamente adulto, dark e maturo.

È anche difficile da inquadrare con precisione: teen-drama, horror, coming-of-age, thriller psicologico, dark comedy... La trama abbraccia una spanna di argomenti e di tonalità, e si affida a una potente narrazione a doppio binario (le due linee temporali del “prima” e del “dopo”) per costruire un intricato e complesso racconto sospeso fra realtà e immaginazione.

Per fortuna, di recente la serie è stata rinnovata per una seconda stagione.

Ho saputo che Stephen King in persona ci ha messo una buona parola (cosa che non mi sorprende: la struttura di “Yellowjackets” richiama, in un certo senso, quella di romanzi come “It” o “L’Acchiappasogni”...), per cui possiamo sperare che gli spettatori interessati al genere abbiano finalmente avuto modo di notare la sua esistenza.

Sarebbe un peccato veder chiudere questa serie prima del tempo, soprattutto perché:

a) il finale di questa prima stagione si chiude con una serie di cliffhanger pazzeschi, e in definitiva offre più domande che risposte;

b) la sceneggiatura è semplicemente brillante, e il formidabile cast in grado di sorreggerla alla perfezione: le attrici “adulte” sono quasi tutte veterane, molto popolari all’interno del circuito del cinema indipendente, mentre le “giovani” sono volti noti o astri potenzialmente in ascesa, dalla Ella Purnell di “Arcane” alla Liv Hewson di “Santa Clarita Diet”, passando per Sophie Nélisse (“Storia di una ladra di libri”) e Jasmin Savoy Brown (“The Leftovers”);

c) non è che esistano poi così tanti show di qualità incentrati sul tema dell’amicizia del femminile, soprattutto nell’ambito del genere horror/fantasy.

 

Le follie di Misty

L’atmosfera di “Yellowjackets” è estremamente ambigua, cupa e straniante.

I personaggi ci vengono presentati lentamente, secondo una modalità “slow burn” successivamente smentita da una luuuunga serie di colpi di scena e rivelazioni destabilizzanti.

Fra i boschi come in città, nessuna delle ragazze (o delle donne che alcune di loro avranno modo di diventare) tende a comportarsi in maniera particolarmente eroica o gradevole; eppure le loro rivalità, le loro amicizie e i loro ostacoli, a poco a poco, riusciranno a diventare anche i nostri, trascinandoci in una spirale apparentemente infinita di omicidi, rituali di sangue e tradimenti assortiti.

Al tempo stesso, la sceneggiatura di “Yellowjackets” tende a servirsi di un’abbondante (e graditissima!) dose di umorismo nero; battute al vetriolo e siparietti di comicità allucinante che riescono ad alleggerire la tensione montante un secondo prima che questa possa correre il rischio di trasformarsi in gravità eccessiva, o addirittura in pesantezza.

Non per niente, la mia Yellowjacket preferita è Misty Quigley, interpretata dalla mitica Christina Ricci in versione adulta e da Sammi Hanratty in versione adolescente.

Psicopatica di categoria superiore, Misty è un po’ una Annie Wilkes dei giorni nostri; spostata, sempre deliziosamente sopra le righe, imprevedibile come un trickster e semplicemente imbattibile nella materia “how to get away with murder”...  ma anche protagonista, assieme ai personaggi interpretati dalle colleghe Melanie Lynskey, Tawny Cypress e Juliette Lewis, di alcuni momenti esilaranti e di numerosi dialoghi tragicomici in stile “Le quattro casalinghe di Tokyo”!

 

Cosa ci aspettiamo dalla seconda stagione

Per contro, c’è da dire che il ritmo di “Yellowjackets” non si rivela sempre all’altezza delle aspettative.

La sensazione che gli sceneggiatori potrebbero, nel lungo periodo, sviluppare la sgradevole tendenza a tenersi stretti gli assi migliori e a tirarla per le lunghe continua ad aleggiare su questa prima stagione come una sorta di nube oscura.

Per ora, abbiamo sentito l’odore del fumo (e del sangue), ci siamo nascosti nell’erba e abbiamo dato una sbirciata fra le fronde... ma i nuovi episodi dovranno necessariamente offrici una porzione di arrosto, e anche abbondante, o correre il serio pericolo di perdersi per strada parte della nostra fascinazione.

Mi sento abbastanza fiduciosa, però.

Mi è piaciuto tutto quello che ho visto fin qui, e resto fermamente convinta del fatto che “Yellowjackets” offra alcune delle scene più terrificanti e/o disturbanti della storia dell’horror in tv.

Quindi l’unica certezza che ho, per il momento, è questo: ne voglio ancora!

Per fortuna, pare che non dovremo aspettare troppo per veder tornare sullo schermo le nostre problematiche ex-calciatrici (e potenziali cannibali) preferite... La seconda stagione di “Yellowjackets”, infatti, è già prevista per la fine del 2022!

 

martedì 28 dicembre 2021

Le mie 10 serie tv preferite del 2021

Dando un’occhiata al mio profilo sulla App TvTime, mi sono resa conto di aver guardato un numero di serie tv sorprendentemente alto, quest’anno.

Molte, per fortuna, le ho anche apprezzate. Qualcuna, l’ho addirittura amata dal profondo dell’anima.

Cosa ne dite? Andiamo a sbirciare insieme l’elenco delle mie preferite? ;D

 

Arcane – Prima Stagione


La prima volta che ne ho sentito parlare, ho storto un po’ il naso. La seconda, ho cominciato a incuriosirmi. La terza... ci sono cascata. E meno male! “Arcane” è l’incarnazione animata del concetto di “arcanepunk”, uno dei sottogeneri più affascinanti (e meno inflazionati!) del genere fantastico. Le animazioni di “Arcane” sono divine, la storia è un pugno nello stomaco, i personaggi ti entrano nel cuore, e il doppiaggio è semplicemente impareggiabile (parlo di quello in lingua originale, ovviamente, con le mitiche Hailee Steinfeld e Ella Purnell nei panni delle due sorelle protagoniste). Trovate QUI la mia recensione!

 

Yellowjackets – Prima Stagione


A metà strada fra “Lost”, “The Wilds” e il romanzo a sfondo cannibalistico “The Hunger”, “Yellowjackets” è semplicemente la serie tv del 2021 di cui il pubblico non sta parlando abbastanza. Misteriosa, intrigante, sconvolgente e, a tratti, genuinamente terrificante, vanta un cast impreziosito da una Christina Ricci in stato di grazia e da una Juliette Lewis in un ruolo che sembra cucito su misura per lei. Sulle doti di Melanie Lynskey, invece, non mi esprimo... ma solo perché, se la conoscete, sapete già che lei è una delle attrici più in gamba della sua generazione, nonché una delle più sottovalutate. Su Sky Atlantic sono già andati in onda i primi 6 episodi di “Yellowjackets”; poche settimane fa, la produzione ha anche confermato l’arrivo di una seconda stagione. Trovate QUI la mia recensione. 

 

Dickinson – Terza Stagione


L’ultima stagione della serie biopic/fantasy incentrata sulla vita, artistica e familiare, della più grande poetessa americana mai vissuta si rivela anche, a mio avviso, la più matura e la più convincente. Parentesi anacronistiche di pura e semplice leggerezza pop a parte, la verità è che “Dickinson” riesce a centrare in pieno il suo obiettivo: trasformare la figura di Emily Dickison in un’icona femminista, un’anima moderna e contradditoria in cui qualsiasi giovane donna dei giorni nostri potrebbe tranquillamente identificarsi.

 

Legends of Tomorrow – Settima Stagione 



Per me il 2021, televisivamente parlando, è stato l’anno di “Legends of Tomorrow”. Nel senso che ho recuperato le prime sei stagioni in meno di tre settimane, per rimettermi in pari con la programmazione americana e cominciare a smaniare disperatamente per i nuovi episodi insieme al resto del mondo. Se dovessi cominciare a elencarvi i motivi che mi spingono ad amare follemente questa pazza, sciocca, esilarante, brillante serie targata DC, credo che potrei continuare tranquillamente fino all’alba del 2025. Per farla breve, mi limiterò a dirvi che ogni singolo personaggio è diventato un membro della mia famiglia, e che ormai credo fermamente in un mantra soltanto: Beebo for President! XD

 

L’Assistente di Volo – Prima Stagione


Kaley Cuoco è la mia “Harley Quinn” del cuore XD, e, fortunatamente, questa serie le ha permesso di dimostrare al mondo intero la sua considerevole bravura. Uno show frizzante, intelligente e mai scontato, incentrato sulle disavventure di una hostess alcolizzata che, per caso o per destino, finisce con il ritrovarsi invischiata al centro di un complotto intenzionale. Se volete, potete leggere QUI la mia recensione completa.


WandaVision


Ho visto ogni singolo film del MCU sotto il sole. Eppure, prima di “WandaVision”, non avevo mai preso in considerazione, neanche remotamente, l’idea di potermi affezionare ai personaggi di Wanda e Visione come a una coppia di vecchi, adorabili, romanticissimi e tragici amici personali! Il pubblico (che, a volte, soffre un po’ di memoria corta...) ultimamente sembra determinato a scovare ogni genere di difetto in questa miniserie, probabilmente il progetto più originale, ambizioso e innovativo a cui i Marvel Studios abbiano mai dato l’ok. Ma io non dimenticherò mai il brivido di emozione sperimentato il mercoledì sera, la pura delizia nata dall’attesa di un nuovo episodio di “WandaVision” ogni settimana: le teorie, i colpi di scena, i cliffhanger, le scene post credits e i ritorni imprevisti... quando ci penso, ho ancora la pelle d’oca, ragazzi! *____*   

 

Midnight Mass



Filosofica, complessa, dolceamara, dark, terrificante... “Midnight Mass” è il nuovo capolavoro di Mike Flanagan, già regista delle miniserie horror “The Haunting of Hill House” e “The Haunting of Bly Manor”. Un carismatico predicatore arriva in città, ed è subito il delirio: un’ondata di miracoli prende a riversarsi per le strade, mentre, dall’ombra, una presenza inquietante continua a tenere gli ignari abitanti sotto stretta sorveglianza. Un esplicito omaggio ai libri di Stephen King, corredato da una sceneggiatura impeccabile e da alcuni dei migliori monologhi di cui si abbia mai avuto notizia. Trovate QUI la mia recensione completa.

 

Omicidio a Easttown


L’anello di congiunzione mancante fra “Miystic River” e “Broadchurch”. Kate Winslet è sempre stata una delle mie attrici preferite; vederla interpretare il ruolo di Mare, cinica detective di mezza età alle prese con una vagonata di problemi (di natura tanto lavorativa, quanto personale...) mi ha ricordato ancora una volta il perché. Se amate le serie crime, ma anche i drammi famigliari angoscianti e densi di torbide emozioni represse, “Omicidio a Easttown” è la serie che fa al caso vostro!

 

Hawkeye


La serie disneyana natalizia per eccellenza! Leggera, divertente, spiritosa e colma di riferimenti al mondo dei fumetti, “Hawkeye” ha allietato le mie serate e mi ha regalato, nell’ordine: a) la Kate Bishop eccentrica, spaccona, chiassosa e piena di energia per cui tutti noi fan della Marvel stavamo smaniando... peraltro, interpretata dalla miglior attrice possibile per il ruolo; b) un grande Clint Burton, finalmente all’altezza della situazione... e delle nostre speranze!; c) quel doveroso tributo alla memoria di Natasha, che il pessimo “Endgame” aveva così clamorosamente fallito nell’elargire. Per non parlare, ovviamente, delle spettacolari scene d’azione, dell’entrata in scena di Echo e della rentrée di un certo personaggio... adesso non abbiamo più che da aspettare il ritorno del Diavolo Rosso, ragazzi! *____*

 

Servant – Seconda Stagione


Un suggestivo racconto di stregoneria, superstizione, perdita e mistero, diretto dalla mano inimitabile del grande maestro della suspense in persona, M. Night Shymalan. La seconda stagione di “Servant” ci offre un inquietante scorcio nella lenta spirale di follia che sembra pronta a travolgere le vite dei quattro protagonisti, mentre la trama si infittisce e la tensione lievita come in uno dei migliori film di Alfred Hitchcook. Con un grande, imprevedibile, inaspettatamente impeccabile Rupert Grint. A gennaio parte la terza stagione... non vedo l’ora! <3

 

E voi, amici?

Quali sono state le vostre serie tv preferite del 2021? ^___^




martedì 7 dicembre 2021

"Follow Me": la recensione del film horror disponibile sul canale Midnight Factory

Follow Me” è un film horror diretto dal regista americano Will Wernick.

La pellicola è sbarcata di recente su Midnight Factory, il canale streaming “aggiuntivo” di Amazon Prime Video.

Da un punto di vista tematico, “Follow Me” sembra un po’ un episodio mancante della serie tv “Black Mirror”.

Non mi fraintendete: la trama fa acqua da tutte le parti e i personaggi sono abbastanza patetici, ma la visione si dimostra per lo più piacevole e adrenalinica, soprattutto grazie a una riuscita combinazione di suspense, adrenalina e colpi di scena...

 



La trama

Cole (Keegan Allen) è un vlogger famosissimo, di quelli in grado di vantare svariati milioni di follower a spasso per il globo – anche se nessuno ha capito bene il perché. Di fatto, Cole è un ragazzo alla mano ma un po’ vanesio, pronto a condividere con i suoi seguaci ogni più insignificante dettaglio della sua vita pubblica e privata.

Per celebrare un’importante ricorrenza del suo canale, Cole accetta quindi di intraprendere un viaggio a Mosca, a caccia di emozioni forti

I suoi amici e la fidanzata Erin (Holland Roden) gli organizzano un evento a sorpresa e lo trascinano per le strade della capitale russa, con l’evidente obiettivo di fornirgli dell’altro, succoso materiale da caricare sul suo canale.

Le onnipresenti luci delle telecamere tallonano Cole dappertutto.

Il gruppo di turisti americani trova un cicerone d’eccezione nella figura di Alexei (Ronen Rubinstein), entusiasta ammiratore del lavoro di Cole e ricco esponente di un’influente casata locale.

Per un po’, i ragazzi si godono la bella vita e si preparano a trascorrere la nottata del secolo...

Ma gli eccessi della serata culminano presto in un mare di violenza, orrore e paura, sullo sfondo di un’escape room gestita da un nugolo di malavitosi che, forse, hanno più di un piccolo conto in sospeso con la famiglia di Alexei...

 

Le dieci fatiche del vlogger

L’intreccio di “Follow Me” è un po’ troppo prevedibile per i miei gusti, ma devo ammettere che, tutto considerato, si lascia seguire senza grossi scossoni.

Quello di Wernick è sicuramente un B-movie, e si diverte a ostentarne tutte le caratteristiche senza alcuna traccia di vergogna: gangster misogini, belle ragazze in pericolo, grassoni mascherati in camici di cuoio, pazzi sadici armati di manette, siringhe e chissà quali altri strumenti di tortura... Rientra tutto abbastanza nel quadro.

Probabilmente non è un caso se, mentre guardavo il film, continuavo a ripensare ai due registi italiani Roberto De Feo e Paolo Strippoli, e alla loro recente pellicola “A Classic Horror Story”.

Come da copione, Cole e i suoi amici sono degli esseri umani pessimi, e ogni tentativo di entrare in sintonia con chiunque di loro si trasforma presto in un colossale buco nell’acqua.

Al centro di tutto, l’onnipresente tematica del voyeurismo mediatico, della tipica superficialità da social anni Duemila che, francamente, ha un po’ cominciato a sembrare l’ultimo remedium peccatorum dei registi a corto di ispirazione.

Oltretutto, “coerenza interna” e “rigore narrativo” sono due termini decisamente estranei alla forma mentis dello sceneggiatore...

D’altro canto, Will Wernick riesce perlomeno a tenere sveglia la curiosità dello spettatore fino ai titoli di coda, e a giocare con i suoi sospetti in un modo che depone (quasi completamente) a favore del film.

Il finale spiazzante, in modo particolare, getta una luce veramente sinistra sugli eventi, e bandisce rapidamente ogni traccia residua di noia o frustrazione.

 

Vale la pena vederlo, allora?

Follow Me” è, in poche parole, il vostro classico film horror del venerdì sera in compagnia degli amici.

Non fa paura, non mette a disagio, non fa riflettere, ma intrattiene e riesce a centrare benissimo il suo obiettivo: creare nello spettatore un senso di tensione piacevolmente “onesto”, del tutto privo di complicazioni.

La corsa contro il tempo di Cole per salvare gli amici è solo un’espediente per suscitare queste effimere sensazioni da cuore in gola e palmi sudati, certo... Ma il finale si dimostra, quantomeno, abbastanza sconcertante da assicurarsi di lasciare una piccola traccia nella memoria.

Bè...

A meno che non abbiate visto tanti, tantissimi altri film dello stesso genere, prima di questo.

Perché, in quel caso, può anche darsi che il principale fiore all’occhiello di “Follow Me” finisca per ritorcersi contro di voi.

Dopotutto, a nessuno piace ascoltare una storiella lunga un’ora e mezza, quando conosce già la fine.

 Neanche quando si tratta della storia di un ragazzo che sembra piombato al centro di una leggenda metropolitana, o di un film pieno di smembramenti, annegamenti e villain esteuropei dall’accento particolarmente straziante.

 

 I film horror sono la vostra passione?

Sapevate che la nota etichetta Midnight Factory offre la possibilità di abbonarsi a un canale tematico interamente dedicato al mondo del cinema del terrore? 

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venerdì 3 dicembre 2021

Recensione: "La Casa in Fondo a Needless Street", di Catriona Ward

La Casa in Fondo a Needless Street”, traduzione italiana di “The Last House on Needless Streetdi Catriona Ward, arriverà in Italia a fine gennaio per la Sperling and Kupfer.

E questa è la prima buona notizia.

La seconda?

Questo libro è una bomba, ragazzi! Uno dei migliori thriller psicologici che abbia mai letto.

Un imprevedibile concentrato di colpi di scena, emozioni e tematiche in salsa horror, dalla penna di un’autrice di cui lo stesso Stephen King non ha potuto fare altro che tessere le lodi.

Catriona Ward, pronta a esplodere sulla scena letteraria come una delle più incisive e coinvolgenti eredi spirituali dell’immensa Shirley Jackson...


Potete acquistarlo QUI in italiano

 

La trama

 La Casa in Fondo a Needless Street” racconta la storia di un omicidio. Di una ragazzina scomparsa. Di una vendetta.

La storia di Ted, che vive nell’ultima casa prima della foresta, di sua figlia Lauren e della sua gatta Olivia, e della loro vita ordinaria in quartiere che più normale e ordinario di così non si può.

Tutte queste cose sono vere. Eppure, alcune di queste cose sono bugie.

Perché un segreto inenarrabile lega gli abitanti dell’ultima casa in fondo a Needless Street, e quando una nuova vicina si trasferisce nella casa accanto, bè... la verità non sempre basta a liberare chi è prigioniero. A volte, una cosa così può anche distruggerti.

Perché nella foresta è stato sepolto qualcosa, qualcosa di oscuro. Ma non è quello che pensate...

 

Il gioco della matrioska

«The first thing I hate is called a Russian doll. It holds a smaller version of itself inside it, and another inside that and so on. How awful. They are prisoners. I imagine them all screaming in the dark, unable to move or speak. The doll’s face is broad and blankly smiling. It looks so happy to be holding its children captive.» 

 

Impazzisco dalla brama di raccontarvi qualcosa di più sulla trama de “La Casa in Fondo a Needless Street”. Giuro che è così: non sto deliberatamente cercando di fare la misteriosa... è solo che una parola in più rischierebbe di rovinarvi almeno una delle millemile sorprese che questo romanzo tiene in serbo per voi.

Avete presente “L’amore bugiardo” di Gillian Flynn? Ecco, allora forse potete cominciare a farvi un’idea di cosa aspettarvi.

Catriona Ward porta il concetto di “narrazione inaffidabile” su tutto un altro livello. Il protagonista, Ted, è un uomo che nasconde molti segreti, anche (e forse soprattutto) a se stesso. Beve troppo, soffre di amnesia, passa il 50% del suo tempo a cercare nuove amicizie su Internet... e ogni settimana vede uno psicologo che assomiglia un po’ a un insetto a stecco, un uomo che cerca costantemente di svelare i misteri della sua mente.

Ted, al mondo, ha soltanto due priorità: l’incolumità di sua figlia Lauren, che a volte sembra veramente un po’ bizzarra, e quella della sua gatta, Olivia, uno dei Pov del libro, nonché assoluta beniamina del lettore.

Dall’altra parte della strada vive Dee, che a 14 anni, nel corso di una gita al lago insieme alla famiglia, ha perso sua sorella. E, forse, anche qualcos’altro...

Tutte queste storie si incastrano insieme come i pezzi della bambolina russa che dimora sulla mensola del caminetto in casa di Ted. Un oggetto che sembra quasi maligno, per la stessa natura del suo contenuto: una genitrice che divora le sue figlie, che le ingloba come se non fossero altro che carburante, estensioni di sé, pezzi di ricambio da usare a piacimento.

Ma anche affascinante, per l’incredibilità complessità che accomuna, in realtà, tutte quelle vite nascoste...

Un mosaico di sogni struggenti e incubi terrificanti: l’unica descrizione possibile per questo libro, in cui il sospetto regna sovrano e il lettore realizza, in breve tempo, di poter contare su un’unica certezza: quella di non potersi fidare di nessuno.

Insomma, “La Casa in Fondo a Needless Street” mi ha offerto tutto quello che speravo di trovare leggendo il recente (e pompatissimo) “Sorelle” di Daisy Jonhson: palpitazioni, suspense, ossessione, brividi, una valanga di emozioni e... un cuore spezzato.

 

«I pensieri sono porte attraverso cui i morti passano attraverso»

Non credo che quello di Catriona Ward sia un libro adatto a tutti.

Ma se avete amato titoli come “Abbiamo Sempre Vissuto nel Castello”, “La Casa delle Voci”, A Casa Prima di Sera” o “Bunny”, sospetto che “La Casa in Fondo a Needless Street” vi ruberà il cuore.

Forse non capirete subito di cosa parla questa storia, e vi sentirete addirittura frustrati, per un capitolo o due; smarriti in un labirinto di indizi e false piste, pistole di Čechov e agnizioni pronte a esplodere come crudeli epifanie.

Ma vi assicuro che, a lungo andare, la tematica al cuore della narrazione vi centrerà come un pugno nello stomaco.

Catriona Ward è una narratrice eccezionale e, onestamente, non credo di essermi sentita travolgere così tanto da un’atmosfera, una voce narrante o un cast di personaggi dei tempi dello stratosferico “The Drowning Girl” di Caitlìn R. Kiernan.

Ogni volta che provo a chiudere gli occhi, mi pare di vedere l’Ankou di Ted che mi fissa dall’oscurità. Allora mi ritrovo a domandarmi: che faccia indosserà questa volta, il messaggero della Morte? E gli dei della Foresta, proveranno mai a parlare con me attraverso il volo degli uccelli, il canto del vento fra le fronde?

 La Casa in Fondo a Needless Street” è uno di quei rarissimi libri horror che tendono a entrarti sotto la pelle. Restano con te soprattutto perché fanno male, e perché sono autentici.

In effetti, riescono a essere onesti con te perfino mentre ti mentono, e ti mostrano più mondi, tempi e azioni di quanti la logica dovrebbe essere in grado di rendere conto.

Ma, come in fondo sanno anche i bambini, la mente umana non è fatta di sola logica.

E, a volte, basta attraversare una porta per ritrovarsi in una stanza fatta di echi e rimpianti profondi, vite spezzate e ricordi che ritornano a infestarci...


 

 PS: la mia recensione, come spesso accade, si riferisce all'edizione in lingua originale del romanzo, "The Last House on Needless Street" :)


giovedì 14 ottobre 2021

Recensione: "A Lesson in Vengeance", di Victoria Lee

Dark Academia, ambientazione goticheggiante, riferimenti ai processi alle streghe, coppiette saffiche…  “A Lesson in Vengeance”, nuovo romanzo di Victoria Lee, in pratica contiene tutti gli ingredienti dei miei sogni e anche di più! XD

In qualche modo, però, l’autrice di “The Fever King” riesce a sbagliare il “dosaggio” e a consegnare ai posteri un mistery in chiave YA che mi sentirei di definire soltanto nel solito modo: un thrillerino simpatico e darkettone, senza lode né infamia, da divorare rapidamente e senza troppe pretese...


Potete acquistarlo QUI in inglese



La trama

Felicity Morrow è tornata alla Dalloway School. Un’accademia appollaiata sulle Catskill Mountains, antica di secoli, corredata da un campus soffocato dall’edera velenosa e teatro della tragica morte di Alex, la ragazza di Felicity.

Adesso, a un anno di distanza dall’incidente, le viene assegnata di nuovo la stessa stanza all’esclusivo dormitorio della Godwin House; un luogo che si dice infestato dagli spettri delle streghe di Dalloway, cinque ragazze morte in modo misterioso ai tempi del sospetto e della superstizione.

I collegamenti con il mondo della stregoneria fanno parte del passato della Dalloway tanto quanto le lezioni o i banchi di scuola, in un certo senso. Agli insegnanti non piace parlarne; mentre le studentesse, ovviamente, non fanno altro che bisbigliarne e cercare di riportare in vita gli antichi fasti del passato.

Anche Felicity, prima che Alex morisse, era stata attirata dal lato oscuro della scuola.

Adesso, invece, la ragazza è determinata a lasciarsi tutto alle spalle...  anche se non è esattamente la cosa più facile del mondo; non quando la storia occulta della Dalloway sembra determinata a inseguirla come un’ombra.

Neanche l’entrata in scena di Ellis Haley, affascinante ragazza prodigio e autrice di un libro che le ha già guadagnato riconoscimenti prestigiosi, si rivela particolarmente d’aiuto in questo senso.

Eccentrica e brillante, Ellis comincia infatti a esercitare un ascendente irresistibile e pericoloso su Felicity... e, neanche a dirlo, ovviamente la nuova arrivata sembra nutrire una fascinazione morbosa nei confronti delle vecchie leggende che aleggiano intorno alla scuola!

Riuscirà Felicity a trovare un modo per impedire alla storia di ripetersi? Ma, soprattutto, riuscirà a fronteggiare l’oscurità che si annida nella scuola... e nel suo cuore?


Too little, too late...

Il punto è questo: ho adorato l’idea alla base della trama di “A Lesson in Vengeance”. Il modo in cui il suddetto plot è stato sviluppato da Victoria Lee... bè, purtroppo, posso soltanto ammettere che mi ha soddisfatto infinitamente meno!

Considero l’ambiguità morale di alcuni (tutti?) i personaggi e la tenebrosa atmosfera gotica come i due più grandi fiori all’occhiello del romanzo. Come alcuni di voi ricorderanno, amo il concetto stesso di narratore inaffidabile, e naturalmente ho apprezzato moltissimo il tentativo di confezionare un arco narrativo in grado di ribaltare ogni cliché e regalarci un finale in grado di fare letteralmente scempio di ogni mia remota aspettativa.

Ciò premesso, i colpi di scena “centrali” non sono riusciti a elettrizzarmi in alcun modo, soprattutto perché mi sono sembrati: a) troppo distanziati; b) telefonatissimi; c) scarsamente interessati dal principio di causa ed effetto.

Il ritmo di “A Lesson in Vengence”, anche per questo motivo, mi è parso altalenante ed eccessivamente dilatato; magari non deliberatamente annacquato, come nel caso del suo “gemello” spirituale, il “romanzone” horror “Plain Bad Heroines” di Emily M. Danforth, ma... quasi.

Abbastanza lento e scarnificato da uccidere la suspense e assestare un colpo fatale all’entusiasmo del lettore, in ogni caso.


Almost there...

In verità, sospetto che “A Lesson in Vegeance” abbia tutte le carte in regola per intrigare una solida base di fan. Lo stile di Victoria Lee, per quanto semplice e scorrevole, riesce a irretire e a coinvolgere; la sua voce narrante, angosciata e angosciante, riesce per lo più a mantenere un sano equilibrio fra le tonalità (congenitamente) melodrammatiche di una giovane psiche tormentata dai disagi adolescenziali e un certo, teatrale gusto per il macabro e per il decadente.

La verità è che, da un punto di vista personale, non stravedo per il genere del “dark academia"; credo di aver iniziato "A Lesson in Vengeance" con tanto fiducioso ottimismo soprattutto perché la trama mi faceva pensare a una sorta di “Una Grande e Terribile Bellezza” incontra “La Nona Casa”, con il bonus aggiuntivo di due protagoniste saffiche e costanti rimandi al mondo della letteratura horror... e, sotto alcuni aspetti, si potrebbe dire che la mia concezione non si è rivelata poi troppo lontana dalla verità.

Quello che NON avevo messo in conto, ovviamente, era la terribile prospettiva di ritrovarmi a leggere dozzine e dozzine di scene popolate da giovani donne privilegiate con più soldi in banca che neuroni nel cervello; annoiate rampolle di buona famiglia, che non sembrano avere niente di meglio di fare se non sbevazzare, criticarsi l’una con l’altra e filosofeggiare sui massimi sistemi, manco a 19 anni avessero già visto, fatto e capito tutto della vita.

L’alchimia pericolosa fra Felicity e Ellis funziona, e incarna sicuramente il polo magnetico della narrazione; gli altri personaggi, invece, in pratica se ne stanno lì tanto per creare atmosfera.

Ne conseguono un paio di sottotrame senza capo né coda, e una serie di dialoghi artificiosi e inconcludenti su un paio di tematiche interessanti.

Nulla di troppo grave, insomma; se siete alla ricerca di una lettura veloce a tema Halloween, o magari del vostro primo titolo in lingua inglese, “A  Lesson in Vengeance” potrebbe fare sicuramente al caso vostro!







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