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giovedì 30 settembre 2021

Recensione: "The Maleficent Seven", di Cameron Johnston

 Se l’unica cosa che mancava nella vostra vita era un retelling in chiave grimdark del film “I Sette Samurai” di Akira Kurosawa... bè, non abbiate paura: “The Maleficent Seven”, il nuovo romanzo di Cameron Johnston, è qui per aiutarvi a colmare l'assenza!

Un libro fantasy divertente, fracassone e iper-violento, che strizza l’occhio a tanto a “Kill Bill” quanto a Suicide Squad”; ai “Magnifici Sette” di John Sturges quanto all’indimenticabile “I Guerrieri di Wyld” di Nicholas Eames…

 

Potete acquistarlo QUI in inglese


La trama

Un tempo, Black Herran era una temuta demonologa, la più spietata guerriera del continente di Essoran.

Sei generali, i più potenti e vendicativi della nazione, si erano radunati sotto il suo comando, attratti dalla sua sete di sangue e dal suo desiderio di stravolgere il mondo.

Il piano sembrava semplice: annientare i Paladini, impossessarsi della loro capitale, sradicare il sistema...

E, per una volta, stava andando tutto per il verso giusto. I cattivi stavano vincendo, stavano vincendo sul serio...

E poi, il tradimento.

Alla vigilia della battaglia definitiva, una vittoria certa, Black Herran ha deciso di voltare le spalle ai suoi uomini e andarsene per la sua strada.

Alla fine della guerra, il signore degli Inferi avrebbe reclamato la sua anima, dopotutto; e il generale non è mai stato tipo da rinunciare a qualcosa facilmente.

Dopo il suo abbandono, le canaglie che componevano la sua armata si sono sbranate a vicenda, e i Paladini hanno trionfato.

40 anni dopo, il prezzo di quella sconfitta torna a gravare sulle spalle dell’anziana evocatrice di demoni.

Per salvare Tarnbrook, il tranquillo villaggio di contadini e pescatori che l’ha accolta e in cui la donna, nel frattempo, è riuscita a mettere su famiglia, Black Herran dovrà assemblare la vecchia squadra ancora una volta; radunare i suoi sette generali, i più malvagi fra i malvagi, e imbastire una resistenza disperata al confine della città.

Stavolta, i mostri di Black Herran diventeranno l’ultima speranza di sopravvivenza; se falliranno, un male ancora più crudele e ipocrita finirà per dilaniare Essoran e porre fine a ogni parvenza di libertà...


La banda

Il “cast” di personaggi che incontrerete fra le pagine di “The Maleficent Seven” è composto da uno stuolo di canaglie assolutamente irresistibili. Gente molto cattiva, non mi fraintendete; assassini e approfittatori dal cuore nero come l’inferno, ma che vi conquisteranno in virtù della loro esuberanza e del loro inconfondibile carisma.  

Nell’ordine, possiamo contare: un’ex-generalessa anziana esperta di demonologia, un vampiro mutaforma, una necromante assetata di vendetta, un dio della guerra alcolizzato, una regina pirata, uno scienziato pazzo e una nerboruta guerriera appartenente alla tribù degli orchi.

Una combriccola di protagonisti squisitamente sopra le righe, lasciate che ve lo dica; e il cui unico compito nella vita sembra consistere nel seminare caos, combinare casini e saltarsi reciprocamente alla gola.

La maggior parte di loro sembra saltata fuori dalle vignette di un fumetto Marvel o DC. Il dio della guerra, ad esempio, mi ha ricordato una versione ubriacona e spostata di Thor; il vampiro è una via di mezzo fra Morbius e Carnage,  Black Herran è una sorta di John Costantine in versione sbarellata eccetera eccetera.

Ne consegue un livello di caratterizzazione deliberatamente scarso, dal momento che Cameron Johnston si diverte perlopiù a giocare con i cliché cari al genere e a sguinzagliare la sua allegra brigata di villains nel contesto delle situazioni più surreali, grottesche e pazze che gli vengano in mente; ma anche una quantità di scene irriverenti e infarcite di contagioso umorismo nero, una narrazione incalzante e una sfilza di sequenze d’azione al cardiopalma, l’una più spettacolare e sanguinosa dell’altra.  


Cattivissimi Loro!

L’intreccio di “The Maleficent Seven”, come avrete immaginato, è molto lineare, semplicissimo da seguire. Leggete la quarta di copertina, e capirete cosa aspettarvi.

Johnston riesce comunque a riservarci qualche piccolo (e grande) twist degno di nota; una girandola di tradimenti e ribaltamenti inaspettati, che ci consentono di goderci la trama senza un attimo di noia o distrazioni.

L’ambientazione è molto cupa, brutale; dopotutto, in un mondo in cui i nostri sette “eroi” rappresentano la miglior speranza di sopravvivenza per gli innocenti, i deboli e gli indifesi... Bè, voi provate soltanto a immaginarvi come potrebbero essere fatti i “veri” cattivi! XD

Vale tuttavia la pena spendere due parole a proposito dei continui (e quasi schizofrenici) cambi di prospettiva a cui ci sottopone l’autore.

Mi rendo conto che Johnston stava, in un certo senso, cercando di fare il verso a quel filone tipicamente pulp della narrativa fantasy anni Ottanta (“Dragonlance”, “Forgotten Realms” e via discorrendo), vale a dire quella particolare branca “storica” del genere che non sapeva nemmeno dove stessero di casa, “quisquilie” tecniche come questa;  ma lo scrittore, soprattutto nella seconda metà del romanzo, sembra gestire la focalizzazione a fatica, come se i suoi sette personaggi, esuberanti e prorompenti come non mai, stessero mettendo a dura prova la sua capacità di concentrazione.

Un difetto a cui attribuisco anche l’altro, grosso punto debole di “The Maleficent Seven”, vale a dire l’incapacità di risolvere tutte le sottotrame e di regalare un arco completo ai sette protagonisti. A mio avviso, alcuni personaggi avrebbero meritato un pizzico di luce in più sotto i riflettori.

È anche vero che Johnston non ha escluso del tutto la possibilità di tornare a scrivere di loro in futuro…  non possiamo fare altro che tenere le dita incrociate!




lunedì 15 giugno 2020

Recensione: "The Mermaid, The Witch and the Sea" di Maggie Tokuda-Hall



Potete acquistarlo QUI in inglese

"A bordo della nave pirata Dove, una ragazza di nome Flora assume l'identità di un uomo chiamato Florian per riuscire a guadagnarsi il rispetto e la protezione del resto della ciurma. Per Flora, ex orfana di strada perennemente alla mercé dei pericoli del ghetto, la brutale vita di un pirata rappresenta l'unico mezzo di sopravvivenza. Il suo motto è "non fidarti, non legarti, e non provare sentimenti". Ma nel corso di quest'ultimo viaggio, mentre i pirati si preparano a vendere il loro ultimo carico di benestanti passeggeri al mercato degli schiavi, Flora comincia a sentirsi attratta da Lady Evelyn Hasegawa, che si è imbarcata contro la sua volontà per portare a compimento il matrimonio combinato che i suoi genitori hanno programmato per lei. 
Flora non si aspetta di finire sotto l'ala protettiva di Evelyn, e Evelyn non si aspetta di cominciare a sviluppare un legame così intenso con il pirata Florian... Presto la strana coppia metterà in moto una catena di eventi che la porterà a salvare una sirena in catene (bramata per il suo sangue, che causa agli uomini straordinarie visioni e la perdita di ricordi sconvenienti) e a coinvolgere nei loro disperati piani di fuga il misterioso Pirata Supremo, una strega opportunista e il Mare stesso..."



"The Mermaid, the Witch and the Sea" è uno YA fantasy autoconclusivo scritto dall'autrice Maggie Tokuda-Hall.
Per quanto promettente la sinossi possa sembrare, devo confessare di non averlo amato poi molto... Fra poco cercherò di scendere nel dettaglio, ma la versione breve è che ho avuto l'impressione di trovarmi alle prese con un libro per bambini di otto anni infarcito di tematiche forti (colonialismo, guerra, violenza sessuale identità di genere, e chi più ha, più ne metta...) trattate senza alcun tipo di filtro, grazia o profondità.

Il punto è che mi aspettavo di trovarmi alle prese con una lettura leggera, divertente e piacevole OPPURE con un romanzo più serio munito di personaggi plausibili e di una trama vagamente sofisticata... Invece mi sono ritrovata a sbadigliare dietro le pagine di una storia dalla trama banale e dal messaggio forzato, un'opera completamente priva di world building, sistema magico o introspezione psicologica.
La tendenza moraleggiante e "didattica" dell'autrice, da questo punto di vista, non contribuisce certo a risollevare la situazione... soprattutto dal momento che le sue protagoniste difficilmente potrebbero candidarsi al Premio Nobel 2020 per l'Altruismo e la Sensibilità.

L'intreccio e il ritmo di "The Mermaid, the Witch and the Sea", dal mio umile punto di vista, risultano completamente scombinati.
La centralissima storia d'amore si basa su un instalove completamente imposto dall'alto (dal momento che Evelyn e Flora non dimostrano di avere il benché minimo grado di affinità) e gli eventi si avvicendano in maniera molto fluida e caotica, apparentemente senza alcun nesso di causa-effetto.
Le prime 80 pagine del libro scorrono in maniera piacevole e riescono a catturare l'attenzione, questo è certo. Mi sono piaciuti anche i racconti della strega, delle brevi fiabe a sfondo mistico-naturale che nel complesso non sono hanno assolutamente niente a che fare con la trama o i personaggi.
Peccato che il resto di "The Mermaid, the Witch and the Sea" tenda a somigliare più che altro al lungo, terrificante strascico di una giornata trascorsa sotto il sole accecante di metà estate. Nel senso che potrebbe facilmente finire col provocare emicrania, prurito alla nuca e quel caratteristico senso di soffocamento che ti prende alla gola quando scopri che il tuo migliore amico ha intenzione di sposarsi all'aperto nel cuore di agosto, e tu sai di non avere la benché minima possibilità di scamparla.. .

Su Evelyn non mi soffermo a dire niente, perché in pratica è soltanto un love interest il cui POV viene buttato lì per riempire un po' di pagine.
Per tutto il tempo sentiamo tessere le sue lodi in maniera sperticata (Evelyn è bellissima, generosissima, modestissima, simpaticissima, adorabilissima e bla, bla,bla) senza che per tutto il libro ci capiti mai di assistere a un effettivo atto di gentilezza da parte sua o di leggere una sua linea di dialogo anche solo remotamente brillante.
Sospetto del resto che la Tokuda-Hall abbia scritto questo libro soprattutto perché ci teneva molto a far capire al pubblico cosa significhi sviluppare un'identità di genere di tipo non binario. Se è così - mi dispiace dirlo- ma ha fallito anche in questo.
Perché la verità è che sono uscita dalla lettura di "The Mermaid, the Witch and the Sea" ancora più confusa e smarrita di prima in merito all'argomento.

Forse perché l'arco narrativo/viaggio di scoperta di Flora/Florian non è riuscito a convincermi del tutto.Voglio dire, in fondo stiamo parlando di un'orfana che, in tenerissima età, viene strappata dalla strada e portata a bordo di una nave pirata.
Flora non aveva mai messo in dubbio la propria identità prima; ma dal momento che gli spietati energumeni che dettano legge sul vascello la violenterebbero un giorno sì e l'altro pure se sospettassero di avere una ragazza nella cuccetta in fondo alla loro, il nostromo le ordina di travestirsi da ragazzo e di cominciare a farsi chiamare "Florian".
Ora, nel corso del libro la Tokuda-Hall si sofferma a sottolineare in più di un caso l'estrema difficoltà di Flora nel portare avanti questa "recita" (che, ribadisco, le è stata completamente imposta dall'esterno e non è nata da alcun dubbio di natura personale circa il proprio genere di appartenenza). Per anni, Flora viene costretta dai pirati ad alterare il timbro della sua voce, a modificare il suo modo di parlare e a imitare la camminata degli uomini che la circondano. Tutte cose che apprende con fatica, che la fanno sentire a disagio e che non le vengono affatto naturali. Il tutto sempre nel timore di venire smascherata, sempre nel terrore incondizionato di poter andare incontro a qualche terribile violenza. Il che mi fa sospettare (ma giusto un pochino, eh?) che alla base dei suoi dubbi circa il proprio "vero" genere di appartenenza potrebbe anche nascondersi un trauma, e pure uno di quelli belli grossi, quanto a questo.

Dopo tutta una serie di peripezie, si da il caso che la nostra co-protagonista finisca per ritrovare la libertà.
Sennonché, dopo anni e anni passati a interpretare il ruolo di un marinaio di sesso maschile, Flora/Florian capisce di non riuscire a scegliere una sola delle sue identità, perché ormai entrambe fanno parte di lei/lui, e per tornare intera/intero bisogna imparare ad accettarle tutte e due.
Il che mi starebbe più che bene, se non fosse che a un certo punto l'autrice se ne esce a sostenere il seguente concetto: da questo momento in avanti, ogni volta che avrà bisogno di sentirsi forte, inaccessibile e coraggioso/a, lui/lei sceglierà di farsi chiamare "Florian"; ogni volta che avrà bisogno di mostrare sensibilità e empatia nei confronti del prossimo, lui/lei tornerà invece a essere "Flora".

???

Magari non sono riuscita ad afferrare bene il punto, ma la verità è che se la mettiamo in questi termini, a me sembra quasi che sia la Tokuda-Hall ad avere sviluppato un concetto alquanto limitato dei concetti di mascolinità e femminilità.
Ma tipo che mia nonna ha delle idee molto più moderne al riguardo, dal momento che di sicuro non avrebbe nulla da ridire a proposito di una donna temeraria o di un uomo che si mostra partecipe dei dolori altrui... Di sicuro non comincerebbe a mettere in dubbio la loro identità o a farli sentire inadeguati.
Non sto facendo delle infide insinuazioni a favore di J. K. Rowling e delle sue abominevoli sparate vigliacche sui social, badate bene. Quello della fluidità di genere potrà anche essere un argomento che non comprendo (ancora) del tutto, ma nutro il massimo rispetto nei confronti delle scelte di persone costretta a lottare ogni giorno con le unghie e con i denti per riuscire a trovare il proprio posto in un mondo infettato da un'ondata di bigottismo e pregiudizio dopo l'altra.

Dico solo che la rappresentazione messa in scena dalla Takuda-Hall in questo libro mi è sembrata più controproducente che altro: se proprio devi trattare una tematica in maniera forzata e completamente priva di attinenza con il resto della tua trama, per amore della Sacra Madre Terra, cerca almeno di farlo in maniera accurata...
Altrimenti, a fine giornata la cara, vecchia J. K. avrà anche fatto l'ennesima figura meschina, ma sarà ancora una volta una scrittrice dieci volte migliore di te.
Fra parentesi, mi stupirebbe molto venire a sapere che la Takuda-Hall si sia degnata di leggere anche un solo libro fantasy nel corso degli ultimi dieci anni.
Ed ecco perché mi vedo costretta a bocciare in pieno "The Mermaid, the Witch and the Sea": la prossima volta, Maggie, ti prego... Cerca di fare i tuoi compiti a casa, almeno una volta ogni tanto. 
Ti auguro ogni bene e farò ancora il tifo per te, ma per ora il tuo libro rappresenta di gran lunga la mia peggiore lettura del 2020.


Giudizio personale:
2.5/10



giovedì 10 maggio 2018

Recensione: "The Abyss Surrounds Us", di Emily Skrutskie


The Abyss Surrounds Us, Vol. 1
Disponibile in inglese

“Per Cassandra Leung, impartire istruzioni e comandare giganteschi mostri marini è semplicemente un’attività di famiglia. La giovane si è preparata per diventare un’addestratrice di “Reckoners” fin dal giorno in cui ha imparato a camminare, allevando le bestie geneticamente modificate create in laboratorio per difendere le navi dai vascelli pirati che infestano il Neo-Pacifico. Ma quando la regina pirata Santa Elena irrompe sulla scena, pronta a mandare all’aria la prima missione da addestratrice “solista” mai ottenuta dalla ragazza, tutti i sogni di Cass sembrano destinati ad andare in frantumi.
Eppure non c’è tempo per piangersi addosso. Perché ad aspettarla sulla nave pirata di Santa Elena c’è un cucciolo non ancora nato che ha bisogno del suo aiuto…”



The Abyss Surrounds Us” è un libro fantasy/sci-fi per giovani lettori scritto dall’autrice americana Emily Skrutskie.
Come avrete notato, la trama accenna a parecchi colpi di scena, spietate manipolazione genetiche, tradimenti inaspettati, rocambolesche avventure piratesche e terribili mostri marini affamati di carne umana.
Posso confermarvi che il romanzo, di per sé, rappresenta un perfetto concentrato di tutti questi elementi, presentati per lo più nell’ordine preciso in cui ve li aspettereste… vale a dire senza regalare strabilianti sorprese, o personaggi incredibilmente complessi destinati a imprimersi nel vostro cuore a tempo indeterminato.

E… bè, apriamo una piccola parentesi: questa è l’ultima recensione che mi proponevo di recuperare dalla fine del mio terribile “Periodo Nero” (svariati mesi di inattività in cui sono rimasta assente dalla blogsfera, disperdendomi nel vento come un pupazzo di neve che si scioglie ai primi timidi raggi del sole, ndr), per cui immagino di potermi sentire terribilmente fiera di me stessa: per una volta, se non altro, sono riuscita a portare a termine il compito che mi ero prefissata! Perché il punto è che, anche se non sono rimasta particolarmente estasiata dalla lettura di “The Abyss Surrounds Us”, ci tenevo molto a spendere almeno un paio di parole sul suo conto. Un po’ perché il libro, pur non essendosi rivelato travolgente e memorabile a tutti gli effetti, mi ha comunque donato una decina d’ore di lettura piacevole e spensierata, e un po’ perché… okay, ragazzi e ragazze, parliamoci chiaro: nell’era dello yaoi e dei romance M/M a tutti i costi, se non ci fossi qui io a recensire ogni singolo fantasy f/f in circolazione là fuori, mi dite voi chi rimarrebbe mai a tenere alto lo stendardo e a difendere i pericolanti bastioni del genere yuri?!

Scherzo, scherzo… Torniamo sui binari della nostra recensione.
The Abyss Surrounds Us” mi ha ricordato molto un altro titolo per ragazzi di cui abbiamo parlato qualche tempo fa, “Not Your Sidekick” di C.B. Lee. I due romanzi hanno parecchi “ingredienti” in comune (e alcune differenze basilari), ma a onor del vero la cosa che ho apprezzato di più, in entrambi i casi, è stato il manifesto tentativo, da parte delle rispettive autrici, di imbastire un’ambientazione credibile e interessante per i loro lettori.

Bisogna dire che, per essere un libro d’esordio, peraltro pubblicato in patria da una microscopica casa editrice, quello della Skrutskie è un libro abbastanza notevole e coinvolgente. L’intreccio risente probabilmente di uno squilibrio nel ritmo e di un’eccessiva semplificazione dei tratti elementari di alcuni personaggi, ma la combattiva adolescente protagonista, Cass, può quantomeno vantare una personalità abbastanza sfumata e contorta da essersi guadagnata la mia attenzione. E poi ho decisamente adorato i frequenti capitoli dedicati all’addestramento di Bao, il terribile mostro marino “mangiatore di uomini” assegnato alle riluttanti cure di Cass, nonché allo sviluppo del complesso e delicato rapporto d’amicizia, cautela e fiducia che si viene a instaurare a poco a poco fra queste due creature imperfette e ricche di contraddizioni.

Per quanto riguarda la componente “romantica” vera e propria, invece, diciamo che la Skrutski possiede una sorta di irresistibile e (almeno dal mio punto di vista) gradevolmente ponderato “senso pratico”, un freno che le impedisce di approcciarsi all’argomento da qualsivoglia prospettiva destinata a risultare eccessivamente melensa o scontata. L’ambiguità morale delle due dirette interessate (Cass e una piratessa scorbutica di nome Swift) permette loro di ricreare sulla pagina un’atmosfera al tempo stesso tesa, suggestiva e colma di significati nascosti, una sorta di scoppiettante alchimia in grado di trascendere anche il mio stesso scetticismo nei confronti di Swift, un personaggio che, nel corso del prossimo volume della serie, farà davvero bene a comportarsi in maniera esemplare, se intende guadagnarsi anche solo una remota possibilità di riconquistarsi le mie simpatie…

In estrema sintesi: Una piacevole avventura “marinaresca” in salsa YA, capitanata da una credibile coppia f/f e da un incorreggibile mostro marino di nome Bao…



venerdì 19 gennaio 2018

Recensione: "Il Potere e la Vendetta", di Jon Skovron


Titolo originale: Hope and Red
Autore: Jon Skovron
Serie: L'Impero delle Tempeste, Vol. 1
Disponibile: anche in italiano, edito dalla casa editrice Armenia

Puoi comprarlo QUI


Girl Power:

La Trama:

“Hope è l’unica sopravvissuta del massacro del suo villaggio da parte dei Biomanti, servi mistici dell’Imperatore. Trovata da un monaco-guerriero dell’ordine dei Vinchen, è stata addestrata in segreto, per fare di lei un guerriero che vive solo per la vendetta. Red è un orfano adottato da un noto mercenario del mondo malavitoso sotterraneo, pronto a diventare un ladro e un truffatore di talento senza pari. Quando un capobanda sanguinario fa un patto con Biomanciens per controllare i bassifondi della città di Laven, i destini di Hope & Red si intrecciano. La loro improbabile alleanza li porterà molto più lontano di quanto avrebbero mai immaginato...”



Il Potere e la Vendetta”, dell’autore americano Jon Skovron, rientra forse soltanto al cinquanta per cento nella definizione “accademica” di “grimdark fantasy”. Per un’altra metà, invece, potrebbe tranquillamente venire etichettato come romanzo rocambolesco, d’avventura, o addirittura young adult.

La trama generale del romanzo può fregiarsi di un taglio estremamente violento, “grafico” e cruento. Anche i numerosi personaggi, contraddistinti da un linguaggio scurrile tipicamente marinaresco, nonché da un’indole da bassifondi che va’ a sfociare, in alcuni frangenti, direttamente nel campo della volgarità bella e buona, si adattano benissimo a un contesto di questo genere. Personalmente, credo che avrei apprezzato un pizzico di originalità e profondità in più, ma cerchiamo di procedere con ordine…

Tanto per cominciare, spendiamo due parole sulla trama: “Il Potere e la Vendetta” narra l’odissea di due giovani dai caratteri opposti (e inevitabilmente complementari), la leale e ombrosa guerriera Hope, e lo scaltro e ridanciano ladruncolo di periferia Red. Dopo aver attraversato una lunga serie di vicissitudini, i ragazzi si ritrovano a incrociare i rispettivi sentieri e a unire le forze in una disperata e cruenta lotta per la giustizia, contro gli emissari di un tirannico e spietato Imperatore che non ha a cuore le sorti di nessuno e si sforza di provvedere soltanto ai suoi bisogni.

Come dite? Vi sembra di aver già sentito una storia del genere?
Non posso certo contraddirvi… eppure vi assicuro che la sottile vena di bizzarria e macabro umorismo nero di Skovron riesce ampiamente a riscattare una serie di situazioni che, nelle mani di un autore meno eccentrico e talentuoso, avrebbero forse rischiato di degenerare in una triste, commercialissima e convenzionale opera di “riciclaggio” (anti-)tolkeniana.

Lo stile fresco dell’autore, il frenetico ritmo indiavolato dell’intreccio e la spontanea simpatia di molti comprimari (Sadie e Ortica, per citarne soltanto due fra i miei preferiti…) fanno sì che la lettura del libro scorra invece sempre in modo solido e avvincente. L’uso smodato di irritanti espressioni gergali quali “sudditare”, “piscioso” o “mazza”, sinceramente, a lungo andare mi ha un po’ disturbato. Non so se sia un problema legato alla traduzione italiana, o se Skovron abbia proprio un po’ esagerato di suo. Ma credo che, soprattutto in certi frangenti, i dialoghi avrebbero soltanto potuto trarre giovamento dall’uso di un linguaggio un tantino meno estroso, demenziale e sboccato…

La love story preconfezionata e studiata a tavolino è stata un’altra cosa che mi ha fatto storcere il naso. Passino l’estrema semplicità di alcuni elementi legati all’ambientazione, e cerchiamo di farci andar bene anche l’assurda epidemia di faciloneria che sembra guidare i passi di diversi personaggi… ma il legame fra i protagonisti andava senz’altro curato meglio, e la loro psicologia sviluppata secondo linee-guide che si estendessero a contemplare qualcosa di più complesso di un paio di elementari attributi caratteriali in croce.

Ad ogni modo, concluderò affermando di aver trovato la lettura de “L’Impero e la Vendetta” un’esperienza abbastanza soddisfacente, divertente e coinvolgente… Non proprio ai livelli che mi aspettavo, certo; ma prenderò comunque in seria considerazione l’idea di acquistare il sequel, semmai l’Armenia dovesse decidere di farlo uscire anche qui da noi in Italia.


Giudizio personale: 
7.0/10





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