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domenica 4 novembre 2018

Recensione: "The Hunger - Affamati", di Alma Katsu


libri horror - copertina - The Hunger

"1846. Dopo aver viaggiato per settimane verso ovest, in direzione della California, un gruppo di pionieri si trova davanti a un bivio. Per il leader della spedizione, George Donner, è il momento di fare una scelta. Quelle che si trovano davanti, infatti, sono due strade che conducono alla stessa destinazione. Una è già nota come una pista sicura, ma dell’altra, ancora sconosciuta, si vocifera che potrebbe essere più corta. La decisione di Donner avrà ripercussioni sulle vite di tutti coloro che sono in viaggio con lui. Il caldo cocente del deserto sta per lasciare il posto a venti pungenti e a un freddo acuto in grado di congelare il bestiame. Spinti verso la follia dalla fatica e dalle privazioni, i membri del gruppo dovranno lottare per la sopravvivenza. Mentre i bambini cominciano misteriosamente a scomparire. Ma la minaccia più pericolosa che i pionieri dovranno affrontare non è la furia della natura, bensì qualcosa di più primitivo e feroce che si sta risvegliando."




Cominciamo la nostra recensione partendo dalla premessa che : “The Hunger – Affamati”, il nuovo romanzo horror di Alma Katsu, è un libro molto, molto inquietante. Ho letto da qualche parte che Luke Scott (figlio di Ridley, già regista di “Morgan”) adatterà l’opera per il grande schermo, e non posso fare a meno di sentirmi elettrizzata alla prospettiva; mentre leggevo, infatti, non facevo che ripetermi: “Dei del cielo, se mai dovessero girare un film su questa storia, e per qualche ragione io non dovessi venirne a conoscenza per tempo, mi fionderei al cinema anche in pigiama, con una nuvola di bigodini in testa e una tazza di cioccolata calda in mano!”.

Non è la prima volta che qualcuno prova a ricamare un po’ sulla tragica vicenda della spedizione Donner. Per chi non lo sapesse, ci stiamo riferendo allo sfortunato gruppo di coloni (più di un centinaio di persone, fra uomini, donne e bambini) che sul finire del diciannovesimo secolo si armò di carri, buoi, fucili e bagagli, e si accinse ad attraversare il continente americano quasi da una parte all’altra. La loro destinazione era la California, una terra verde e ridente che ai tempi chiamava a sé i più coraggiosi fra i pionieri, allettandoli con la promessa di campi, risorse e cibo per tutti. Peccato che il viaggio fosse pericoloso e irto di complicazioni… e che forse non tutti questi “incidenti”, nella suggestiva versione degli eventi fornita dalla Katsu, potessero essere imputati a eventi “normali” come maltempo, irregolarità del terreno e scambi “culturali” non proprio pacifici con le popolazioni locali.

L’incredibile atmosfera di paranoia, sospetto e disagio che aleggia attraverso le pagine di “The Hunger” rappresenta senz’altro l’elemento più formidabile del libro. Suppongo che qualcuno potrebbe usare la definizione di “slow burn” per definire la sensazione di tensione e paura crescente che si impossessa del lettore a poco a poco, e secondo me non andrebbe troppo lontano dalla verità. L’assoluta inaffidabilità della maggior parte dei narratori non fa altro che aggiungere una conturbante patina di mistero alle varie tragedie, morti e scomparse. La natura incontaminata diventa un riflesso, violento e letale, della psiche contorta di diversi personaggi; il senso di smarrimento che mi ha pervaso leggendo certe scene mi ha fatto tornare più volte con la mente alle oniriche sequenze di “Picnic ad Hanging Rock” (la recente serie televisiva, non il film di Peter Weir, che purtroppo non ho mai avuto occasione di vedere).

In realtà, avrei preferito che la narrazione si concentrasse su un paio di protagonisti e qualche antagonista e lasciasse fuori la maggior parte degli altri. Il fatto che la Katsu abbia provato a integrare, in quattrocento pagine scarse, le storie di una trentina di personaggi o giù di lì, mi ha dato abbastanza filo da torcere; a volte risultava difficile perfino tenere a mente chi fosse chi, quale fosse la sua famiglia e (soprattutto) perché diavolo dovesse fregarci qualcosa di ciò che costui o costei stava dicendo o facendo in un dato momento. In ogni caso, la psicologia dei membri “principali” della spedizione Donner mi è parsa molto curata e sfaccettata, approfondita da una serie di flashback che ci permettono di tornare indietro di pochi mesi o addirittura anni, a seconda dei casi.

Ciò non toglie che la maggior parte di loro si riveli sgradevole e perfettamente indegna di stare al mondo, si intende. L’unica che sia riuscita ad accattivarsi le mie simpatie, alla resa dei conti, è la presunta “fattucchiera” Tamsen Donner; i difetti non le mancano senz’altro, ma fortunatamente neanche le doti, e comunque i suoi dilemmi interiori riflettono una battaglia dal taglio molto moderno e relazionabile…

In estrema sintesi: L’allucinante e paranoica cronaca di un viaggio all’inferno, fra cataclismi di ordine meteorologico e minacce di origine sovrannaturale. Morboso e seducente, rielabora in chiave orrifica e magistrale una delle prime, grandi tragedie della storia americana…





giovedì 18 ottobre 2018

"Ghoul" (serie tv - 2018)






Ghoul” è una miniserie horror prodotta dalla Blumhouse (“The Visit”, “Auguri per la tua morte”) e ambientata nello squallido contesto di una terrificante prigione indiana. Non ho ben capito perché sia stata suddivisa in 3 episodi, quando si tratta evidentemente di un lungometraggio di durata standard (poco più di 120 minuti complessivi), ma la visione si è rivelata comunque piacevole e coinvolgente, quindi facciamo che per stavolta non mi lamento…

La miniserie è ambientata durante una fase di precarietà politica in cui le fazioni estremiste hanno preso il potere e fondato una specie di dittatura nel nome del nazionalismo sfrenato. Il che vuol dire che il governo ficca il becco dappertutto e si è fatto garante di ogni singola regola comportamentale, religiosa, etica, culturale. Perciò provvede una manica di burocrati dal colletto inamidato a decidere quali libri la gente possa leggere e quali volumi, invece, vadano immediatamente arsi sul rogo; e sono sempre loro a decretare come ci si debba vestire, che genere di musica si possa ascoltare, quali parole possano essere pronunciate a voce alta e quali invece identifichino le intollerabili avvisaglie del dissenso. E vi lascio immaginare cosa possa mai accadere a questi (improbabili) ribelli, certa che non farete troppa fatica a sommare due più due.

Ghoul” segue, in particolare, le vicende di Nida Rahim (Radhika Apte), giovane nazionalista convinta, nonché “secondina” incaricata di sorvegliare (con le buone o con le cattive) una manica di detenuti sciupati e male in arnese. La situazione si complica con l'arrivo imprevisto di Ali Saeed (Mahesh Baleaj), un prigioniero di altissimo profilo, il cui comportamento inquietante e imprevedibile inizia a far strisciare un sottile rivolo di paura lungo le schiene degli ufficiali in comando...

Non voglio anticiparvi altro, in relazione alla trama di “Ghoul”, perché ritengo che sarebbe un peccato. I colpi di scena previsti dalla sceneggiatura non sono tantissimi, anche se le ambientazioni claustrofobiche e il ritmo serrato del montaggio contribuiscono a tenere viva l'attenzione. Vi basti sapere che, non appena il fattore sovrannaturale inizia a metterci lo zampino, sembra quasi di venire trapiantati di peso sul set di “Resident Evil”... Senza Milla Jovovich, ma con uno spirito maligno molto incazzato pronto a rivoltare i prigionieri e i guardiani gli uni contro gli altri.
Ad ogni modo, l'episodio conclusivo è quello che mi è piaciuto di più, probabilmente perché l'80% dell'azione va a concentrarsi proprio in quest'ultima cinquantina di minuti; e poi, l'evidente “omaggio” al film “La Cosa” contenuto nella suddetta puntata mi ha elettrizzato, peraltro riuscendo a riscattare pienamente, a mio avviso, un esordio dai toni vagamente monocordi.

Qual è il vero volto dell'orrore? È questa la domanda che continua a echeggiare fra le celle soffocanti, le sale di tortura e le anonime camere di esecuzione in cui si aggirano i personaggi della miniserie. I confini fra buoni e cattivi potranno anche sembrare sfumati, all'inizio, ma la verità è che, dal punto di vista di Patrick Graham (creatore e regista di “Ghoul”), alla fine della fiera bisogna anche saper prendere posizione, aprire gli occhi e imparare a distinguere la differenza che corre fra un mostro e un uomo, o fra un incubo incarnato e una persona innocente, semmai dovessimo avere la fortuna sfacciata di incontrarne una...

Qualcuno potrebbe forse essere indotto a pensare, a questo punto, che noi occidentali, facilitati in questo compito dalla nostra secolare familiarità con il concetto di “democrazia”, dovremmo essere più bravi di tanti altri e riuscire ad aggiudicarci questa “partita” con estrema facilità. Ma voi e io ormai conosciamo la verità su questa arrogante presupposizione, dal momento che il recente clima politico ha contribuito a rivelarla per ciò che era in realtà (vale a dire un gran bel mucchio di fragranti “cazzabubbole”, se mi si concede di prendere in prestito un termine caro a Tullio Dobner, traduttore storico di tanti romanzi di Stephen King). Con i tempi che corrono, meglio evitare di dare troppe cose per scontate... Perciò sì, guardiamoci “Ghoul”, senza esitare e, soprattutto, senza lasciarci sopraffare da nessun inutile moto di superiorità nei confronti di una cultura così diversa (ma mica poi tanto…) dalla nostra. Ché davvero non avrebbe senso, fidatevi, né da un punto di vista morale, né da uno prettamente televisivo/cinematografico... Anche perché, miniserie di questo livello, per il momento in Italia possiamo anche sognarcele...

In estrema sintesi: Un interessante “survival horror” indiano dedicato al classico tema del “delitto + castigo”. L’esecuzione non brilla certo per originalità, ma il risultato finale mi è sembrato comunque più che discreto…



martedì 2 dicembre 2014

Recensione: "Afterworlds"

"Il primo amore è sorprendente e meraviglioso, ma un senso di panico gli fa' da corrente sotterranea, la sensazione costante di non sapere quello che fai . 
I romanzi d'esordio sono fatti allo stesso modo."



Titolo:  Afterworlds
Autore: Scott Westerfeld
Serie: //
Disponibile: in inglese!
Trama: "Darcy Patel ha messo il college e tutto il resto da parte pur di pubblicare il suo romanzo, "Afterworlds."
Arrivata a New York senza avere un appartamento o degli amici, si sta chiedendo se ha preso la decisione giusta quando si imbatte in un gruppo di altri scrittori, alcuni maturi e altri alle prime armi, che la prendono sotto la loro ala.
A capitoli alterni, viene narrato anche il romanzo di Darcy, un thriller ad alta tensione che parla di Lizzie, una ragazza che scivola nell' "Afterworld" per sopravvivere a un attacco terroristico.
Ma l'Afterworld è un luogo al confine fra il mondo dei vivi e quello dei morti, e mentre Lizzie continua a spostarsi dal nostro a quello dell'Afterworld, scopre che molte storie irrisolte - e terrificanti - hanno bisogno di essere appianate.
E quando una minaccia riappare, Lizzie impara che i suoi doni speciali potrebbero non essere sufficienti a proteggere coloro che ama e di cui ha più a cuore le sorti."
Le mie opinioni:
Fin dalla prima volta in cui ho lanciato un'occhiata alla trama di "Afterworlds", ho capito che questo romanzo per me avrebbe significato qualcosa.
Non chiedetemi perchè, o come diamine facessi a saperlo.
Suppongo di non essere una persona molto spirituale, e le circostanze hanno fatto sì che smettessi di credere nell'esistenza di fate, folletti, troll, fantasmi e via dicendo quando forse ero ancora troppo piccola, un pò troppo giovane e immatura anche solo per cominciare a sospettare che un giorno avrei sentito la mancanza di queste fondamentali figure attraverso la mia infanzia.
A salvaguardia della mia immaginazione, però (il bene più prezioso, e l'arma più decisiva che le stelle mi abbiano concesso in sorte, per come la vedo io...) è intervenuto un altro genere di incantesimo, se possibile ancora più potente... un tipo di magia in cui non smetterò mai di credere, fino a che avrò fiato in petto per respirare: la magia dei libri, il potere che si nasconde dietro una buona storia, la piccola scossa di riconoscimento che alcuni personaggi sono in grado di trasmetterti, come se fossero un gruppo di vecchi amici, o l'eco di un riflesso intravisto nello specchio con la coda dell'occhio; il prezioso frammento di calore che alcune svariate migliaia di parole e di paragrafi disposti in una certa sequenza sono in grado di instillarti.

E così, quando si arriva a parlare di racconti e romanzi, dicevamo, per chiudere il cerchio...
Ecco che torno a diventare la più appassionata e ostinata seguace della teoria della predestinazione! XD

Perciò, "Afterworlds"...
Seicento pagine di carta stampata per un romanzo che, in realtà, ne nasconde ben due dentro di se'.
Le storie parallele di Darcy e di Lizzie, rispettivamente autrice e protagonista del romanzo d'esordio scritto dalla prima; due ragazzine proiettate in due scenari e contesti di segno opposto e complementare, e che pure condividono molto più di quanto potrebbe inizialmente sembrare.

Tutto ha inizio il giorno in cui Darcy, che ha solo diciotto anni e ha appena terminato il liceo, riesce a vendere il proprio romanzo fantasy (uno YA dalle tinte molto dark incentrato su alcuni particolari e rivisitati aspetti della fede indù...) a un'importantissima casa editrice newyorkese.
Sfruttando la grossa somma ricavata dalla vendita del libro, la ragazza si trasferisce a Manhattan, praticamente il "cuore della civiltà YA" XD, quando si arriva a parlare di narrativa per giovani lettori.
Da questo momento in poi, la ragazza si ritroverà catapultata nel cuore di una vera e propria missione impossibile: imparare a destreggiarsi fra le mille incombenze richieste dalla vita adulta e conquistare la propria agognata indipendenza, mentre lotta per trovare il finale perfetto per il suo "Afterworlds" e riuscire a superare tutte le sue nevrotiche insicurezze e i suoi deprimenti problemi di budget.
Come se queste sfide non bastassero, inoltre, la sera stessa in cui arriva a New York, Darcy finisce col perdere la testa (per la prima volta in vita sua) per una giovane e brillante scrittrice di nome Imogen Gray, una ragazza molto esuberante e complessa di qualche anno più grande di lei.

Nello stesso momento, in un altro mondo - uno che esiste soltanto grazie al potere della sconfinata immaginazione di Darcy - l'adolescente Lizzie Scofield è appena miracolosamente scampata a un brutale attacco terroristico.
Un'oscura e seducente divinità della morte hindù, di nome Yamaraj, sta aiutando adesso Lizzie a sviluppare i suoi nuovi, strani e formidabili poteri (la possibilità di camminare attraverso i muri, ad esempio, o quella di comunicare con le anime dei defunti...) e a comprendere appieno le responsabilità portate dal suo nuovo rango di "psicopompo".

C'è da dire che i capitoli dedicati all'esplorazione della storia di Lizzie si alternano a quelli riservati al resoconto particolareggiato dell'odissea molto più "quotidiana" di Darcy in una maniera assai singolare, e che tuttavia io ho trovato decisamente efficace.

Dove comincia e dove termina, esattamente, il confine che separa la realtà della fantasia?
Stilisticamente e tematicamente parlando, quello escogitato da Scott Westfeld è un esperimento tremendamente interessante.
In che modo si riflettono le paure, i dubbi, i conflitti personali di un autore sulla creazione di un intero mondo fantastico?
E viceversa?
Quanti può essere di supporto, quanto può essere terapeutica per una persona la vocazione della scrittura?

Mentre osserviamo Darcy affrontare a testa alta tutti gli interminabili inghippi legati alla sua intricata situazione contrattuale, al suo nuovo alloggio a Manhattan e ai suoi problemi finanziari, e mentre la vediamo imparare a gestire goffamente tutte le inevitabili complicazioni portate dall'arrivo del suo primo amore (che, guarda caso, come in ogni YA che si rispetti si rivela presto essere anche il suo Vero, e Unico Amore...), seguiamo il personaggio di Lizzie inoltrarsi verso sentieri sempre più sanguinosi ed oscuri.
La guardiamo crescere e maturare insieme alla sua creatrice, mentre presta inconsapevolmente parte della propria forza, della propria indomabile combattività di valchiria a Darcy,  una ragazzina così tenera, eccentrica e ingenua...

Sulla pagina scritta, Lizzie si innamora inoltre di Yamaraj, che ha l'aspetto di un bellissimo ragazzo mortale, ma in realtà ha più di tremila anni, e porta sulle spalle il peso della sopravvivenza di incalcolabili migliaia di anime.
Nella vita "reale", Darcy scopre di amare Imogen, che è sopravvissuta a un'adolescenza difficile e al trauma di una grande perdita, e che in qualche modo ne porta ancora i segni.
Autrice e personaggio si confrontano, di continuo, con il medesimo senso di inadeguatezza, con la stessa necessità di crescere e di cercare di farlo nel modo giusto; si interrogano sui medesimi temi (il ruolo giocato dalla fortuna all'interno della nostre esistenze, il superamento del cosiddetto "complesso dell'impostore", che ci induce continuamente a credere che i nostri successi siano il frutto di qualche trucco del destino o mistificazione involontaria, e non del nostro lavoro e del nostro talento...) e lo fanno in perfetta sincronia, con la massima spontaneità e semplicità.

Certo, il romanzo, di per se', è tutt'altro che impeccabile...
Alcuni capitoli di Darcy, a mio avviso, sono troppo lunghi e particolareggiati, mentre quelli di Lizzie, forse, avrebbero giovato di qualche pagina in più.
La figura di Yamaraj, inoltre, per quanto suggestiva, non spicca come e quanto dovrebbe, e sicuramente mi avrebbe fatto piacere se gli fosse stato concesso un altro po' di spazio.

Ma "Afterworlds" rimane comunque uno dei romanzi più interessanti che io abbia letto nel corso di quest'anno, e sicuramente il miglior YA dedicato... al magico mondo degli YA in cui mi sia mai imbattuta! XD

Sinceramente, non saprei neppure dire quale delle due parti io abbia apprezzato di più, in ogni caso: il romance dark e originale di Lizzie rappresenta senz'altro la parte più avvincente e mozzafiato del libro, ma è soprattutto sulla psicologia dei personaggi di Darcy e Imogen che Westerfled ha lavorato di fino, arrivando a servirci su un piatto d'argento lo splendido ritratto di due personaggi sorprendentemente sfumati e realistici...

Da provare, insomma, e da leggere tutto d'un fiato... nella speranza molto viva che, un giorno, qualche casa editrice italiana arrivi a portarci in dono anche la possibilità di una bella traduzione! ;D

Giudizio personale: 8.2/10



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