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martedì 1 febbraio 2022

"Baby": la recensione del film horror disponibile sul canale Midnight Factory

Baby” è un film horror del 2020 diretto dal regista spagnolo Juanma Bajo Ulloa.

Una pellicola a metà strada fra fiaba dark e tesissimo thriller psicologico che, contro ogni aspettativa, è riuscita a tenermi con il fiato sospeso a per la bellezza di un’ora e quarantacinque minuti...

 

Potete vederlo QUI


Trama

Una giovane donna, afflitta dal peso di una tossicodipendenza sempre più invalidante, dà alla luce un neonato nella più completa solitudine del suo appartamento.

All’inizio cerca di allevarlo come può; ma quando diventa chiaro che il suo stile di vita mal si adatta alle esigenze di un bambino (per usare un eufemismo...) decide di sbarazzarsene.

Dal momento che il denaro per comprare la droga è finito da un pezzo, la ragazza pensa bene di cogliere due piccioni con una fava e di vendere il tenero frugoletto a una losca trafficante di bambini.

L’accordo va a buon fine, almeno apparentemente.

Ma poi la donna si pente della sua azione avventata, e si reca presso l’abitazione della sua acquirente per scoprire il fato del figlio appena nato.

A quel punto, però, scopre che la trafficante ha un cuore più nero di quanto dovrebbe essere umanamente concepibile, e cerca di compiere l’impossibile per salvare il neonato.

 

La Madre e la Strega

“Baby” è uno dei film horror più suggestivi e peculiari che abbia mai visto.

Parte della sua originalità è dovuta all’assenza totale di dialoghi: l’opera di Juanma Bajo Ulloa, infatti, vanta una colonna sonora incredibilmente evocativa (nonché coinvolgente, soprattutto dal punto di vista emotivo), ma, per l’intera durata della pellicola, i suoi personaggi non pronunciano neanche una battuta.

All’inizio, credevo che questa caratteristica mi avrebbe spinto a interrompere la visione dopo dieci minuti. Amo il cinema, soprattutto quello di genere, ma tendo a considerarmi una lettrice sopra ogni altra cosa: per me, l’uso della parola è sacro, e di solito sono una grande sostenitrice del motto “dialoghi all’altezza = mezza bellezza”.

Invece la sceneggiatura di “Baby” mi ha sorpreso, regalandomi palpitazioni e brividi in abbondanza.

Forse perché, per forza di cose, la recitazione procede fra un parossismo espressivo e l’altro, come in un vero e proprio spettacolo da grand guignol a base di occhi sbarrati, sogghigni malvagi e denti digrignati.

Questa continua, inquietante esasperazione dei tratti più grotteschi di ogni personaggio fa sì che il film si trasformi presto in una fiaba surreale, spaventosa e nerissima, trascendendo la realtà della situazione per irrompere, a poco a poco, nello sfumato regno del mito e del folclore.

Ad esempio, la trafficante di bambini (interpretata da una spettacolare Harriet Sansom Harris) diventa la Strega per antonomasia; la divoratrice di bambini, una figura malevola e sorniona, pronta ad attirare gli innocenti nella sua isolata casetta di marzapane....

 

La danza dei sopravvissuti

Il contrasto fra la squallida quotidianità della madre protagonista e la natura atavica, quasi mistica, del grande Male che incombe sul suo bambino viene enfatizzato da una serie di splendide inquadrature relative al mondo naturale.

Brevi intermezzi che mostrano cervi, topi e ragni tessitori intenti a lottare per sopravvivere in un mondo che si ostina a porre ai suoi abitanti sempre la stessa domanda: «Chi sei, tu? Il cacciatore o la preda?».

Che poi è lo stesso interrogativo al quale anche la protagonista di “Baby” verrà chiamata a rispondere, durante la sua disperata ricerca di una via di fuga dalla tana della trafficante di bambini. E devo dire che questa parte del film non è affatto malvagia: a prescindere dal simbolismo, Juanma Bajo Ulloa riesce a infondere nello spettatore un senso di suspense e timore non indifferente.

 Altro particolare degno di nota, “Baby” è una pellicola che può vantare un cast interamente al femminile.

La protagonista è interpretata dall’attrice britannica Rosie Day (già intravista nell’horror “Il Convento – Heretiks”, sempre disponibile sul canale Midnight Factory...), ma non credo che si possa concepire l’idea di scrivere una recensione di “Baby” senza citare la giovanissima Mafalda Carbonell.

Il suo personaggio, totalmente fuori di testa, rappresenta una vera e propria “scheggia impazzita”.

Né alleata, né nemica della protagonista (come si premura di confermarci lo stesso regista in questa interessante intervista), l’apprendista della trafficante di neonati arriva a incarnare l’emblema stesso dell’imprevedibilità, dell’amoralità e della sfrenata immaginazione dei bambini.

Un altro archetipo, quindi, se vogliamo; quello della “fata” giocherellona e completamente priva di malizia, che potrebbe sacrificarsi per te il mercoledì, conficcarti un coltello nel cuore il giovedì, dimenticarti per tutto il fine settimane e poi cercare di evocare un demone per riportarti in vita il lunedì mattina.

Purché non ci sia mai da annoiarsi, insomma...

 

 I film horror sono la vostra passione?

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venerdì 15 ottobre 2021

"Child of Light": la trama e la data d'uscita americana del nuovo libro fantasy di Terry Brooks

Mai avrei creduto di assistere al giorno in cui Terry Brooks avrebbe pubblicato un libro completamente svincolato dalle sue due serie principali – Shannara e Landover –, e invece... eccolo qua: “The Child of Light”, primo volume di una nuova serie fantasy dedicata alle avventure di una giovane umana alla ricerca del proprio posto nel magico mondo dei fae!


Potete acquistarlo QUI in lingua inglese


La trama

A diciannove anni, Auris Afton si ritrova ad aver condotto una vita... piuttosto inusuale.

Qualcuno l’ha imprigionata all’età di quindici anni, tanto per cominciare. Per quale ragione? Non ne ha la minima idea! In realtà, non ricorda nulla a proposito del suo passato, con l’eccezione di alcune, vaghe impressioni.

Tutto quello che sa è che sta per crescere abbastanza da uscire dalla prigione riservata ai bambini; e, a quanto pare, voci di corridoio anticipano che la versione per adulti sarà un’opzione molto, molto peggiore.

E così, lei e alcuni amici organizzano una disperata fuga nelle circonstanti terre desolate.

Ed è a questo punto che comincia il viaggio di scoperta di Auris: nel momento in cui viene salvato da un affascinante ma bizzarro sconosciuto.

Harrow, che proclama di essere un Fae – il membro di una magica razza che Auris ha sempre pensato appartenere al mondo della leggenda.

Cosa ancora più strana, Harrow sembra convinto del fatto che anche Auris sia una di loro, sebbene fra loro non esista, in pratica, la benché minima traccia di somiglianza!

Eppure, non appena arriva nella sua terra incantata, Auris comincia a sospettare il peggio: e se Harrow avesse ragione? Come potrebbe una donna dall’aspetto terribilmente umano essere, in realtà, una creatura magica a sua volta?

 

La data di uscita negli USA

Child of Light” debutterà sugli scaffali delle librerie americane il prossimo 19 ottobre.

L’uscita del sequel (per il momento, ancora senza titolo), è invece prevista per il 2022.

La trama, così come descritta nella sinossi ufficiale, offre sicuramente un sapore dal retrogusto molto “classico”, in grado di soddisfare il palato dei fan storici di Brooks; ma, auspicabilmente, “Child of Light” si rivelerà in grado di offrire qualcosa di bello ed emozionante anche ai lettori di nuova generazione.

Da un punto di vista personale, ammetto di aver letto soltanto tre libri di Brooks, fino a oggi, e di essermi ritrovata a detestare il primo (“La Spada di Shannara”) con tutte le mie forze; ho apprezzato moltissimo, invece, i due sequel, “Le Pietre Magiche di Shannara” e “La Canzone di Shannara”.

L’intenzione è sempre stata quella di riprendere la serie, un giorno o l’altro... ma chissà se riuscirò mai a realizzare questo proposito: dopotutto, stiamo parlando di una quantità di opere monumentale, un quantitativo di pagine probabilmente addirittura superiore alla lunghezza complessiva dell’intero ciclo della “Ruota del Tempo”! XD

 

Quando esce “Child of Light” in italiano?

Al momento, non disponiamo ancora di una data d’uscita per un’eventuale edizione di “Child of Light” in lingua italiana.

Ma... andiamo, ragazzi: è pur sempre di Terry Brooks che stiamo parlando, ragazzi!

Il suo nuovo romanzo verrà senz’altro proposto in traduzione; tutto quello che bisogna fare è armarsi di un pochino di pazienza (o, in alternativa, seguire i consigli del mio collaudatissimo “Metodo G.R.I.F.O.N.E.” per imparare a leggere fantasy in inglese in sette semplici passi!).

Nel frattempo, colgo al volo l’occasione per ricordare che “Lo Stiehl Letale”, terzo capitolo del ciclo “La Caduta di Shannara”, è invece arrivato in tutte le nostre librerie a partire dalla fine di ottobre, tradotto da Lia Desotgiu su commissione della Mondadori.




 

domenica 4 luglio 2021

Recensione: "A dark and hollow star", di Ashley Shuttleworth

 

A dark and hollow star, Vol. 1

Potete acquistarlo QUI in inglese


“La mezza-fata emarginata, nata all’interno della famiglia reale fae.

Una Furia irascibile, esiliata sulla Terra dal suo Regno Immortale e intenta a percorrere il sentiero della vendetta.

Uno zelante principe fae, determinato a guadagnarsi il suo diritto al trono.

L’ombroso guardiano del principe, afflitto da un terribile segreto.

Per secoli, le Otto Corti del Popolo hanno continuato a vivere in mezzo a noi, nascoste dalla magia e costrette dalla legge a non fare del male agli umani. Questo accordo ha mantenuto la pace a lungo in mezzo alle Corti – almeno fino a quando una serie di grotteschi omicidi rituali non prende a scuotere la città di Toronto, minacciando di esporre i faeries agli occhi del mondo umano. Quattro ragazzi custodiscono un pezzo del puzzle, la chiave necessaria a risolvere il mistero; per fermare l’assassino, dovranno formare una tenue alleanza e rischiare il destino di entrambi i mondi. Come se non bastasse, pare sia in corso una guerra fra i Regni Mortali e quello Immortale, e soltanto una di loro possiede il potere che serve a far pendere la bilancia da un lato o dall’altro dello scontro. L’unica domanda è: da quale parte?”

 

 

Qualcuno ha detto "Shadowhunters con protagonisti queer", per caso?

Volendo riassumere la trama di "A dark and hollow star", dell'esordiente autrice canadese Ashley Shuttleworth, potremmo limitarci a riportare una serie di somiglianze fra le più popolari serie di Cassandra Clare e Holly Black.

Un urban fantasy per ragazzi che, malgrado le buone intenzioni, non riesce a discostarsi dai suoi modelli e si traduce in un calderone di spunti e mezze idee ancora da chiarificare.

Altri lettori, probabilmente, riusciranno ad apprezzare questo libro più di me. Per quanto mi riguarda, ho trovata carina la premessa e bellina una delle due ship principali (anche se, per il momento, la coppia funziona più che altro nella mia testa, visto che, a parte un bacio frettoloso nel finale, "A dark and Hollow star" vanta giusto il minimo sindacale in termini di romance).

La trama, purtroppo, risulta appesantita da un world-building confusionario che contiene tracce di qualsiasi cosa – fate, demoni, divinità greche, vampiri, robot, alchimisti, inserire una parola a scelta –, oltre che da una struttura inefficiente che porta i personaggi a ristagnare nella medesima situazione per centinaia di pagine filate.

Con una simile ricchezza di creature mitologiche, e una sfilza di ammiccamenti alla cultura pop che grondano a catinelle, mi sarai aspettata perlomeno un ritmo dinamico, descrizioni snelle e sequenze piacevolmente trash. Invece no: i ripetuti infodump ce la mettono tutta per stroncare sul nascere l'interesse del lettore, le descrizioni statiche interrompono l’azione soltanto per riempirti la testa di quisquilie, e i dialoghi forzatamente spiritosi riescono per lo più a scatenare un'alzatina d'occhi al cielo.

Oltretutto, la sinossi di “A dark and hollow star” cerca di incoraggiare l’idea che il libro abbia quattro protagonisti. “Choose your player”, recita addirittura il catch sul retro di copertina: pensate un po’!

Nulla di più lontano dalla verità… la Shuttleworth introduce semplicemente quattro PoV: l’eroina, il suo interesse romantico e un paio di sideckick (a loro volta appaiati). A Nausicaä, in qualità di LI, viene concesso forse un pizzico di spessore in più, ma soltanto all’inizio: sotto il peso del suo crescente interesse per la protagonista, la sua caratterizzazione fa veramente presto a sgretolarsi! Se tanto mi dà tanto, nel corso dei prossimi libri della serie potremo aspettarci un mucchio di “gesti possessivi”, “sguardi incandescenti” e “occhiatine gelose”, da parte sua.

Quello su cui possiamo contare, d’altra parte, è sicuramente un'eclettica collezione di tropes ispirati a questo o quell'altro famoso YA: partendo dal classico dei classici – la Prescelta in possesso di mirabolanti poteri cosmici, gli Artefatti del Potere da recuperare,  – per arrivare a centrare una o più varianti dei trend più in voga del momento (enemies-to-lovers, amici di infanzia che covano cotte segrete, bad-girl immortali che regalano il cuore alla prima adolescente nerd che passa eccetera).

Insomma, non ho ancora deciso se continuerò la serie o no. Se lo farò, sarà soltanto perché Nausicaä, con il suo linguaggio sboccato e la scazzottata facile, di tanto in tanto riesce a strapparmi un sorriso.

Ma spero che la Shuttleworth riesca a compiere un decisivo passo in avanti e ad affinare la sua tecnica; “A dark and hollow star”, purtroppo, è fatto al 90% di esposizione, e nessuno dei conflitti fra i personaggi viene sviluppato in modo tale da valorizzare i (pochi) colpi di scena presentati verso la fine del libro.

Il margine di miglioramento esiste ed è perfettamente abbordabile, insomma.

Non ci resta che confidare nella buona volontà dell’autrice! :)

 

 Giudizio personale:

5.5/10

 





giovedì 3 giugno 2021

Recensione: "Malice", di Heather Walter

 

Potete acquistarlo QUI in inglese

Malice, Vol. 1


La trama

"C'era una volta una strega cattiva che, in un atto di estrema crudeltà, decise di maledire una stirpe di principesse e condannarle a morire. Una maledizione che potrebbe essere spezzata soltanto dal bacio del vero amore.

Avete già sentito questa storia, non è vero? Un affascinante principe. Il lieto fine.

Quante idiozie!

Lasciate che ve lo dica, a Briar quello che accade alle sue principesse non importa a nessuno. Non nel modo in cui alla gente importa dei suoi gioielli, delle feste elaborate e degli elisir che ingolla per preservare la propria bellezza. 

Pensavo che non importasse neanche a me. Finché non l'ho incontrata.

La Principessa Aurora. L'ultima erede al trono di Briar. Gentile. Meravigliosa. La futura regina di cui il regno ha bisogno. Una a cui non interessa se sono Alyce, la Grazia Oscura, la fonte del disprezzo e del terrore di tutti. Il potere che mi scorre nelle vene riempie la gente di spavento, ma Aurora crede che dovrei andare fiera dei miei doni. Lei dice che... che le importa di me. Ma fra un anno la maledizione la ucciderà, ponendo fine a qualsiasi speranza per il futuro io abbia mai potuto avere. 

Voglio aiutarla. Se un potere simile al mio ha creato la sua maledizione, allora forse io sarò in grado di spezzarla. Forse, insieme, riusciremo a forgiare un mondo nuovo...

Ah, ancora idiozie!

Perché sappiamo tutti come finisce questa storia, vero? Aurora è la bellissima principessa, e io...

Io sono la strega cattiva."


La recensione

Ho finito di leggere “Malice” soltanto poche ore fa e mi sento ancora leggermente esaltata/ scombussolata, soprattutto per via di quell’incredibile finale. Ma adesso cercherò di fare un po’ di chiarezza, e magari di farvi capire meglio di cosa parla questo libro e fino a che punto io l’abbia adorato.

Tanto per cominciare, non posso credere che Heather Walter sia un’esordiente. O meglio, posso, perché i primi cinque o sei capitoli di questo suo sorprendente retelling della fiaba de “La Bella Addormentata nel Bosco” presentano un vasto campionario di “difetti” tipici degli autori alle prime armi: infodump, stile esplicativo, esigenza di spiattellare 155 anni di retroscena e sistema politico-sociale di un mondo nell’arco di 25 pagine eccetera eccetera.

A sorpresa, però, la Walters riesce a lasciarsi rapidamente alle spalle la maggior parte di questi limiti e a trasformare il suo “Malice” in una storia dal taglio vivace e passionale, infinitamente ricca di sfumature e di originalità. Un romanzo intriso di temi d’attualità, sullo sfondo di una cornice fiabesca e inquietante, fra riferimenti al femminismo e serrate critiche alla cultura del body shaming.

Voglio dire… non per niente, il suo libro è il primo YA che riesce a emozionarmi da 10 mesi di letture a questa parte. Scusate se è poco.

La protagonista e voce narrante di “Malice” è una giovane Vila (cioè, una sorta di fata oscura) di nome Alyce. L’ho trovata fantastica, un’autentica boccata d’aria fresca. Cioè, a volte Alyce risulta un po’ ingenua, non mi fraintendete; e queste sporadiche concessioni ai suoi risvolti da “Cenerentola-relegata-in-cantina-con-i-topi” risultano forse un tantino eccessive. Eppure, al tempo stesso, ho adorato la sua ambiguità morale, la sua resilienza, l’assurda complessità dei rapporti che intrattiene con il 99% dei personaggi, soprattutto quelli femminili – compresa Rose, la sua bastardissima fata rivale dai vaporosi boccoli rosa.

Ancora più di Alyce (chi l’avrebbe mai detto?), ho apprezzato Aurora, principessa vessata da un maleficio che spinge i suoi genitori a gettarla fra le braccia di qualsiasi sconosciuto di sangue reale le si pari davanti. Non intendo riaprire la sterile polemica della questione del bacio di Biancaneve a Disneyland (soltanto ripensare a tutto quel ridicolo polverone mi mette il mal di pancia…), ma è stato interessare notare come, nel libro della Walter, il concetto di “bacio non consensuale” sia stato portato all’estremo e ribadito in tutta la sua crudezza: in “Malice”, Aurora è una donna forte che deve sopravvivere, giorno dopo giorno, a un triliardo di molestie ufficialmente consentite dalle legge. Gli uomini fanno a gara per baciarla fin da quando aveva cinque anni, infischiandosene della sua infanzia e della sua opinione; ufficialmente, tutto questo avviene per effettuare il fantomatico test del vero amore, certo… ma, in realtà, il tutto non fa che confermare una visione universalmente condivisa: una principessa è prima di tutto un oggetto, un grazioso ornamento da sfoggiare, coccolare o punire a piacimento.

Perché il regno di Bryar è un posto incredibilmente frivolo, insipido e crudele, un luogo in cui i nobili giocano con la magia a scopi puramente ricreativi, per spianarsi le rughe dalla faccia e spargere zizzania fra i propri pari. Nel frattempo, il popolo muore di fame, le Grazie (cioè le fate dispensatrici di incantesimi) vengono schiavizzate e spolpate fino all’osso, e una giovane strega di nome Alyce languisce in un antro oscuro, circondata dallo sdegno e dall’odio di un popolo che riesce a giudicarla soltanto in virtù dei suoi capelli unti e del suo incarnato malsano.

Dico, vi ricorda qualcosa? Qualche altro posto in cui nascere donna equivale più o meno a dire "fregata in ogni caso"? XD

In ogni caso, non riesco neanche a spiegarvi il sollievo, la gioia che ho provato, nel leggere un romanzo per ragazzi la cui protagonista corrisponde a tutti questi requisiti: a) femmina; b) queer; c) tutt’altro che bellissima; d) né dolce come lo zucchero filato, né malvagia quanto la Legge Levi, ma un’interessante e robusta combinazione fra i due estremi.

Come bonus supplementare, manco a dirlo, ci becchiamo una storia d’amore che raggiunge davvero dei picchi dei dolcezza e autenticità inaspettati.

Anche a livello di intreccio,“Malice” fila come un treno. Malgrado le sue quasi 500 pagine, la trama scorre e ti si infila sotto la pelle come una scheggia; per riuscire a rimuoverla, bisognerà mandar giù il finale… ma vi avverto: lo “strappo” definitivo potrebbe comportare un colpo al cuore e ben più di qualche lacrima!

Ora… l’inizio del romanzo, come dicevamo, è lento. Per capire il valore di questo romanzo, bisogna superare lo scoglio delle prime 100 pagine e accettare il fatto che, in qualità di YA, “MaliceNON farà a brandelli ogni singola convenzione inerente al genere.

Ma ne truciderà abbastanza, fidatevi.

Se amate i retelling, il film “Maleficent”, le storie di fate e libri come “The Midnight Lie” di Marie Rutkoski, leggete “Malice”.

Soltanto l’anno scorso, Kalynn Bayron ci ha regalato un impeccabile e divertente retelling in salsa f/f di “Cenerentola. Lo stesso ha fatto la Walter all’inizio di questo 2021, firmando uno dei più tragici, anticonvenzionali e sfumati retelling de “La Bella Addormentata nel Bosco”.

A questo punto, posso soltanto aspettare l’avvento del sequel (perché, sì, “Malice” è soltanto il primo volume di una duologia… per fortuna!) e continuare a domandarmi… quando toccherà a Biancaneve e Riccioli d’Oro? ;D

 

 Giudizio personale:

8.5/10





domenica 16 maggio 2021

Recensione: "Princess Floralinda and the forty-flight tower", di Tamsyn Muir

 

Principess Floralinda, Vol. 1

Disponibile in inglese

"Quando la strega ha costruito la torre dai quaranta piani, si è assicurata di fare le cose per bene. Ogni piano contiene un mostro spaventoso, su una scala che va da un drago ricoperto di scaglie di diamante a un branco di goblin senza arte né parte. Se mai un principe dovesse riuscire a raggiungere l'ultimo piano, verrebbe ricompensato con una meravigliosa spada d'oro... e con la mano dell'adorabile Principessa Floralinda. Peccato che nessun principe sia ancora riuscito a conquistare il primo piano, figuriamoci il quarantesimo! Anzi, le scorte di principi freschi di giornata sembrano sul punto di esaurirsi. E Floralinda sta cominciando a stancarsi di aspettare..."


Princess Floralinda and the forty-flight floor” è un romanzo breve di Tamsyn Muir, già autrice dei fenomenali bestseller sci-fi “Gideon la Nona” e “Harrow la Nona”.

È stato pubblicato dall’americana Subterranean Press, casa editrice specializzata in edizioni di pregio di grandi classici o novità esclusive inerenti al genere fantastico. Per averne una copia sono stata costretta a prenotarla direttamente dal loro sito, con mesi di anticipo rispetto alla data d’uscita (anche se adesso è prevista una seconda edizione), e a farmela spedire in Italia per il “modico” prezzo di quaranta euro più spese di spedizione.

Una spesa che sarei stata disposta a sobbarcarmi soltanto per Tamsyn Muir, Seanan McGuire e pochissimi altri autori che seguo e stimo in modo particolare. La buona notizia è che, se volete leggere il libro, potete tranquillamente acquistare l’ebook o ascoltare la versione audio su Storytel! :)

E se avete amato “Gideon” tanto quanto l’ho amato io, ovviamente vi consiglio di farlo!

Princess Floralinda and the forty-flight tower” è un romanzo esilarante, unico e graffiante, in perfetto stile Muir. Una fiaba moderna ironica e al vetriolo, particolarmente adatta al gusto di una lettrice (apparentemente) cinica e “darkettona” quale la sottoscritta! XD

Floralinda è una protagonista assurdamente brillante, una principessa-in-difficoltà che una strega cattiva ha deciso di intrappolare in una torre straripante di bestie selvagge. Lo scopo della megera è chiaro: attirare principi ignari e darli in pasto ai mostri che affliggono i quaranta piani della sua maestosa struttura. Non c’è nulla di personale, nel rapporto fra la principessa e la strega; semplicemente, Floralinda si ritrova costretta a impersonare un ruolo che, in verità, lei aveva sempre pensato le calzasse a pennello.

Peccato che strane circostanze impongano strani cambiamenti, e che la debolezza e la stupidità della principessa potrebbero essere descritti più come un manto che come una seconda pelle… o forse no?

La fiaba della Muir ci presenta un piccolo cast di personaggi ambigui, buffi e inquietanti al tempo stesso. Senza correre il rischio di fare spoiler, vi dirò soltanto che le fan del rapporto fra Harrow e Gideon nella serie “The Locked Tomb” incontreranno in questo libro una coppia quasi altrettanto irresistibile (e improbabile) per cui fare il tifo fino alla morte! *___*

I dialoghi di “Princess Floralinda and the forty-flight floor” sono un concentrato di ironia e arguzia pazzesca, un connubio in grado di alimentare il trope dell’enemies-to-lovers (per cui la Muir è diventata ormai famosa) in maniera spregiudicata e assolutamente insuperabile.

Ma è il narratore la cosa che ho probabilmente amato più di tutte! Una voce pungente e piena di verve, che riesce a fare tabula rasa di tutti i nostri preconcetti – su tutto quello che credevamo di sapere a proposito dei principi, delle fate e delle principesse che popolano il mondo delle fiabe (e non solo).

Una voce che potrebbe coincidere benissimo con quella della Muir (basta leggere una delle sue interviste online per accorgersene), e che mi ha spinto incontro a uno dei finali più deliziosamente cool e inaspettati di sempre.

Concludo con una nota che farà piacere a tutti coloro che non hanno avuto ancora modo di impratichirsi con la lettura in inglese (state già seguendo tutti i passi elencati dal “Metodo G.R.I.F.O.N.E.per imparare a leggere in lingua, vero? ;D):

Princess Floralinda and the forty-flight floor” è un testo infinitamente più scorrevole e “facile” da divorare rispetto a “Gideon” o “Harrow.” Il linguaggio è più prosaico, le descrizioni risultano quasi archetipe, e le similitudini infinitamente meno vaghe e “concettuali"…

Peraltro, so che la Muir e la Subterranean Press hanno messo già in cantiere il sequel di “Floralinda”… il che vuol dire che presto finirò sotto i ponti, ma poco male: se potrò portare i miei libri con me, vorrà dire che il mio sarà un destino felice! *____*

 

Giudizio personale:

9.0/10


mercoledì 3 febbraio 2021

Recensione: "An Artificial Night", di Seanan McGuire

 


October Daye, Vol. 3

Potete acquistarlo QUI in inglese

"Qualcuno ha cominciato a rapire i bambini - sia quelli umani che i bimbi del popolo delle fate -  e tutti gli indizi conducono a Blind Micheal, uno dei potentissimi Primi Figli discendenti di Maeve, Signora delle Fate. Quando i figli di una delle più care amiche di Toby scompaiono dalla loro stanzetta, in California del Nord, la detective capisce di non avere altra scelta: deve rintracciare il colpevole, anche se l'unica speranza di raggiungerlo passa per tre strade magiche e lungo i territori della leggendaria Caccia Selvaggia. Il problema è che nessuna strada può essere imboccata più di una volta... E se Toby non riuscirà a scappare con tutti i bambini prima che la candela che la guida e la protegge si consumi, sarà costretta a restare in quelle terre diaboliche e mostruose per sempre..."


An Artificial Night” è il terzo libro della serie dedicata a October Daye, detective changeling inventata dalla penna di Seanan McGuire (“Middlegame”, “Into the Drowning Deep”). Un’irresistibile saga urban fantasy ambientata a cavallo fra il misterioso Mondo delle Fate e il nostro, in un perfetto connubio di elementi tratti dal folclore celtico e dal genere poliziesco/thriller.

Come alcuni di voi avranno forse notato, il titolo di ogni romanzo della saga prende spunto da un verso di William Shakespeare. Una scelta che riflette i gusti personali della protagonista, ossessionata dalle opere del Bardo, e che al momento prevede citazioni tratte da “Sogno di Una Notte di Mezza Estate”, “Re Lear”, “Macbeth” o – come in questo caso – da “Romeo e Giulietta”.

In “An Artificial Night”, Toby viene chiamata a indagare su una scia di rapimenti che la coinvolgono piuttosto da vicino. Infatti, quando i figli di una delle sue migliori amiche scompaiono dai loro letti nel cuore della notte, la nostra eroina si rivela l’unica in grado di decifrare gli indizi lasciati sul luogo del delitto. Peccato che, soltanto poche ore, Toby abbia ricevuto la visita di un “fetch”, un doppleganger nato con il solo e unico obiettivo di annunciare la sua morte: riuscirà l’investigatrice a portare in salvo i bambini, prima che il Cupo Mietitore giunga a reclamare la sua anima?

Di questa serie amo soprattutto due cose: i personaggi e l’assurda capacità della McGuire di portare il concetto di “serializzazione” a un livello totalmente diverso da quello applicato dal 99% delle lunghe saghe urban fantasy a cui siamo abituati. Nei romanzi dedicati a October Daye, nulla accade mai per caso. Ogni fatto, retroscena, comprimario e colpo di scena si incastra nell’ottica di un mosaico infinitamente più ampio e denso di segreti. Al tempo stesso, però, ciascun libro si rivela perfettamente fruibile anche a prescindere dai suoi sequel o dai suoi predecessori. Per capire di cosa sto parlando, provate un po’ a pensare al modello tracciato dal MCU, con i suoi finali “singoli” di stampo (per lo più) autoconclusivo e le sue scene post-credits disseminate di "Easter eggs" rivolte al pubblico dei più affezionati!

Bisogna tenere presente che “An Artificial Night” ha esordito nelle librerie americane nel 2010, a solo un anno (uno!!) dalla pubblicazione di “Rosemary and Rue”, romanzo d’esordio ufficiale della McGuire. La prima parte di questo terzo capitolo delle avventure di Toby e compagni ci permette di intravedere chiaramente la stoffa di quella che, nel giro di cinque o sei anni o giù di lì, sarebbe diventata un’autrice di livello finissimo, senz’altro uno dei nomi di riferimento all’interno del panorama attuale della speculative fiction. Ma la seconda presenta dei piccoli vizi di forma, sui quali potrebbe valere la pena soffermarsi a riflettere.

La trama del libro esplode sulla carta come una bomba a orologeria, un ineguagliabile concentrato di azione, umorismo ed emozioni al cardiopalma. La voce narrante di Toby regala i consueti momenti di irresistibile ironia alla “Buffy – The Vampire Slayer”, e gli eventi si succedono a un ritmo forsennato, diabolico, costringendoti a voltare le pagine come se ne andasse della tua salute mentale.

Ho adorato la “new entry” del cast – la tenera ed eccentrica “foriera di sventura” May, che spero continuerà a far parte della saga anche nel corso dei volumi a venire – e la doverosa importanza concessa alla Luidaeg, l’onnipotente Strega del Mare che, fra un incantesimo del sangue e una bestemmia scandita a denti serrati, sospetto finirà per diventerà la miglior amica a cui un’inguaribile cinica dello stampo di Toby avrebbe mai potuto aspirare.

Da un punto di vista tecnico, purtroppo, c’è da dire che la struttura risente ancora molto di quella che ormai considero la Prima Fase autoriale della McGuire. La sua carriera è iniziata con la stesura di innumerevoli fan faction; va da sé che non ci sia nulla di male in questo, ma questo tipo di approccio, purtroppo, comprende anche una serie di limiti e controindicazioni. Non per ultima, una considerevole meccanicità nelle sequenze di intermezzo, vale a dire tutti quegli “spezzoni” che dovrebbero permettere allo spettatore di passare dal punto “A” al punto “B” della trama. E vi assicuro che, in "An Artificial Night", di questi momenti ce ne sono veramente a iosa!

In più di un’occasione, lo stile farraginoso mette a repentaglio la fluidità della lettura. Peraltro, una punta di insicurezza (tipica degli autori alle prime armi) spinge la scrittrice a cedere all’impulso di spiegare ripetutamente determinati passaggi della storia che, in realtà, risultavano chiari e lapalissiani fin dal principio.  

Questo atteggiamento finisce per compromettere soprattutto la qualità del climax e del finale, a mio avviso eccessivamente tirato per le lunghe. Non mi dilungherò troppo per evitare spoiler; ci tengo solo a ribadire che, secondo me, per evitare una certa tiritera di azioni, reazioni e assurdi sproloqui interiori (incastrati in un loop narrativo abbastanza avvilente), sarebbe bastato provare a concedere un po’ più di spazio alla caratterizzazione del villain. Blind Micheal (contrariamente a quanto la McGuire sembri pensare) non è un cattivo interessante. Nessun fiume di parole o arioso spiegone a pagina 300 – per quanto brillante o ben congegnato – avrebbe potuto avere il potere di ovviare a questo errore.

In ogni caso, sospetto che continuerò a consigliarvi questa serie a ogni piè sospinto, per cui tanto vale che cominciate ad arrendervi! XD La McGuire è una delle pochissime autrici disposte a scrivere urban fantasy (con protagonista femminile, nientemeno…) senza sconfinare nel campo del campo del paranormal hormonal romance. 

La sua immaginazione brillante, vividissima, le permette di evocare scenari meravigliosi; e il senso di aspettativa mozzafiato che ciascuno dei suoi volumi sembra contribuire a fomentare non fa altro che rafforzare la mia brama smodata di arrivare ai capitoli più recenti della saga. Scommetto che ne vedremo delle belle! *___*

 

 Giudizio personale:

7.2/10


venerdì 8 gennaio 2021

"Il Regno Capovolto": "The Kingdom of Back" in italiano, in libreria dal 26 gennaio...

Il 26 gennaio, arriverà in libreria "Il Regno Capovolto" di Marie Lu; una popolare autrice di romanzi YA, con cui, purtroppo, la sottoscritta ha un rapporto abbastanza  conflittuale.

La sua nuova opera affonda le radici in uno storico episodio di rivalità fra fratelli; un aneddoto di cui - sarò sincera al 100%, - ero consapevole soltanto grazie a un certo episodio speciale de "I Simpson"! XD 

Ma andiamo a scoprire la trama de "Il Regno Capovolto" nel dettaglio...


Potete acquistarlo QUI

"Nata con uno straordinario dono musicale, la piccola Nannerl Mozart ha un solo desiderio: essere ricordata per sempre. Ma, anche se incanta le platee con le sue straordinarie interpretazioni, ha poche speranze di diventare una celebre compositrice. È una ragazza nell'Europa del Diciottesimo secolo, e ciò significa che comporre per lei è proibito. Suonerà fino a quando avrà raggiunto l'età da marito: su questo il suo tirannico padre è stato ben chiaro. Ogni anno che passa le speranze di Nannerl si fanno più sottili, mentre il talento del suo amato fratellino Wolfgang diventa sempre più brillante, e finisce per oscurarla. Ma un giorno giunge un misterioso straniero da una terra magica, con un'offerta irresistibile: può far diventare il sogno di Nannerl realtà. Ma il prezzo da pagare potrebbe essere altissimo."


Perciò, siamo alle prese con una sorella gelosa-ma-giustamente-incazzata, un accenno folcloristico che potrebbe rimandare tanto al Diavolo quanto al Piccolo Popolo, e un taglio autoconclusivo in stile "Spinning Silver"; abbastanza da incoraggiarci a prendere per buoni i numerosi elogi avanzati dai fan di Marie Lu, quindi.

Peccato solo (e spero tanto di sbagliarmi) che le parole "misterioso straniero da una terra magica", allo stesso tempo, tendano a farmi pensare a parecchi precedenti, nessuno dei quali particolarmente esaltante (uno su tutti, il recente "La Vita Invisibile di Addie LaRue" di Victoria Schwab).

Della Lu, finora, ho letto solo "Legend" e "Batman: Nightwalker"; non ho apprezzato in modo particolare nessuno dei due, ma bisogna ammettere che il "Il Regno Capovolto" potrebbe avere un paio di assi a sorpresa nella manica. 

Il rapporto con la musica, la possibilità di giocare con l'ambientazione - a cavallo fra storia e magia - e l'apparente maturità delle tematiche trattate potrebbero renderlo un libro assai più coinvolgente e interessante del previsto... Per una volta, però, il condizionale non mi basta: mi sa che aspetterò di leggere alcune delle vostre recensioni, prima di cliccare sul famoso pulsantino "want-to-read" di Goodreads! ;D




sabato 5 dicembre 2020

"La Regina del Nulla": recensione e data d'uscita italiana del romanzo "The Queen of Nothing" di Holly Black

Sembra ufficiale: “La Regina del Nulla”, traduzione italiana del romanzo fantasy bestseller “The Queen of Nothing” di Holly Black, arriverà in libreria il prossimo 12 gennaio! Il romanzo, terzo volume della serie “The Folk of the Air”, concluderà la trilogia iniziata con “Il Principe Crudele” e “Il Re Malvagio”.

Se seguite il blog da un po’, probabilmente avrete già letto la mia recensione – ma, come da prassi, a beneficio dei nuovi arrivati e dei più smemorati fra voi, ecco arrivare un puntuale re-post! ;D

 


The Folk of the Air, Vol. 3

Potete acquistarlo QUI in italiano

“Lui porterà la corona e il trono alla distruzione Il potere è più facile conquistarlo che mantenerlo: un'amara lezione che Jude ha dovuto imparare sulla propria pelle dopo aver accettato di liberare dal suo controllo Cardan, il re malvagio, in cambio di un potere sconfinato. Ora la ragazza, Regina degli Elfi esiliata e mortale, ancora sconvolta dal tradimento di Cardan, attende solo il momento in cui potrà riprendersi ciò che lui le ha sottratto. L'occasione propizia si presenta grazie a Taryn, la sua gemella, la cui vita mortale è in pericolo. Per salvarla Jude sarà infatti costretta a fare ritorno alla corte del re e a fare i conti con i sentimenti che prova per lui. Ma nulla è come lo ha lasciato. Una guerra feroce è in arrivo e Jude finisce per esserne coinvolta. Quando poi un maleficio potente e fino a quel momento silente si diffonde, generando il panico ovunque, sarà costretta a scegliere tra la sua ambizione e la sua umanità.”


 La mia recensione:

Avevo aspettato l’uscita de “La Regina del Nulla” con molta ansia. Purtroppo, non posso affermare di essere rimasta particolarmente estasiata da questo "gran finale", anche se, a conti fatti, le svolte imboccate dalla trama non sono riuscite a sorprendermi più di tanto. In realtà, la lettura di questa terzo libro si è rivelata piacevole, avvincente, a tratti addirittura soddisfacente. Dal punto di vista dell'intrattenimento puro e semplice, capiamoci bene, non ho nulla di cui lamentarmi!

Ma temo che “La Regina del Nulla” rappresenti anche la conferma definitiva a una tesi che coltivo da un pezzo: a Holly Black l’idea di “vincere facile” piace parecchio, perfino quando la sua volontà di accontentare a tutti i costi i desideri del suo “fandom” arriva a cozzare con la sua necessità di imbroccare scelte narrative coerenti e d’impatto. Dovete capire che ciò che amavo di questa serie, ciò che, ai miei occhi, riusciva a differenziarla in maniera efficace dalla grande massa di YA in circolazione là fuori, ha sempre avuto a che fare con la grande complessità delle relazioni fra i suoi vari personaggi. Ero rimasta intrigata, in modo particolare, dalle implicazioni del tormentato rapporto di rivalità/odio/ammirazione/sconfinato affetto fra Jude e suo padre, il sanguinario Generale Madoc, e dal tribolato legame fra la protagonista e le sue due sorelle, l'insidiosa Taryn (vedi il racconto "The Lost Sisters") e la strampalata mezzafata Vivienne.

Ne "La Regina del Nulla", purtroppo, tutte queste intricate relazioni familiari vengono ricondotte entro gli angusti confini di una serie di schemi molto più limitati e convenzionali. Una sorta di banalizzazione emotiva, un'ondata di semplificazione generale che - lo ribadisco - in realtà non è riuscita minimamente a cogliermi alla sprovvista... ma che ha comunque contributo a sfilacciare il velo di magia speciale che aleggiava attorno a questa serie.

La trama de "La Regina del Nulla" comprime un numero straordinario di eventi in poco più di trecento pagine, per cui, ovviamente, il libro concede pochissime opportunità alla noia. Le descrizioni risultano ancora più vaghe e scarnificate del solito, però. In più di un’occasione, durante la lettura, mi sono trovata un po' in difficoltà, perché non riuscivo a "visualizzare" bene né i personaggi, né gli scenari ricorrenti. 

L'intreccio di "The Queen of Nothing", dal canto suo, è una sorta di fiume in piena: con il suo impeto straordinario, il ritmo di questo libro ti abbranca e ti travolge, ti stordisce e ti trascina, ti trasporta e ti sbatacchia, sbalzandoti infine, elettrizzato e ansante, sulle sponde di una riva familiare: il più classico e fiabesco dei finali immaginabili  ... (potete leggere QUI il resto della recensione, ovviamente basata sull'edizione originale in lingua inglese del romanzo).


 

domenica 29 novembre 2020

Recensione: "The True Queen", di Zen Cho

 


The Sorcerer Royal, Vol. 2

Potete acquistarlo QUI in inglese

"Le sorelle Muna e Sakti si svegliano su una pacifica spiaggia dell'isola di Janda Baik. Non riescono a ricordare niente del loro passato, eccetto la forza del loro legame. Un incantatore sconosciuto ha lanciato una maledizione su di loro, e Sakti sta iniziando a svanire, lentamente ma in modo sempre più inesorabile. Adesso, l'unica speranza di salvarla risiede in un viaggio verso la distante Bretagna, e presso l'Accademia che Prunella Whyte ha istituito per addestrare le donne dotate di poteri magici. Se Muna intende salvare la sorella, dovrà imparare a navigare i pericoli dell'alta società e a ingannare i maghi inglesi, perché, se non riuscirà a convincerli di essere un prodigio dell'arte magica, nessuno si prenderà la briga di aiutarla. Oppure sì?"


The True Queen” è il sequel di “Sorcerer to the Crown”, delizioso romanzo fantasy ambientato in un’ucronica Inghilterra ottocentesca “alternativa” di cui abbiamo già parlato qualche tempo fa. In teoria, il libro potrebbe essere considerato autoconclusivo, dal momento che la trama si regge perfettamente sulle sue gambe; non vedo per quale motivo privarsi del piacere di leggere entrambe le incursioni dell’autrice Zen Cho in questo suo brillante e affettato universo magico, però. In fondo, l’Età della Reggenza, con il suo “manierismo”, le sue imposizioni e le sue allucinanti contraddizioni, offre all’autrice una perfetta opportunità per creare contrasti e associazioni e avviare una divertente conversazione in chiave satirica con i suoi lettori.

The True Queen” introduce, fin dalle sue prime battute, una protagonista nuova di zecca: la giovane Muna, una ragazza di Janda Baik dal passato avvolto nel mistero. L’amnesia di Muna coinvolge anche sua sorella, Sakti; le due si svegliano su una spiaggia assolata, a pochi passi dalla giungla in cui vive la famigerata strega Mak Genggang, e da quel giorno vengono accolte al servizio della vegliarda e dalla sua ampia congrega di lamie. La loro vita semplice, scandita dai pacati ritmi quotidiani dell’isola, viene interrotta dal dipanarsi di un intrigo magico e dall’esplosione di un incidente diplomatico dai risvolti epocali. Per mettere al sicuro le sue due “apprendiste”, la strega decide di inviarle presso la neonata Accademia “Lady Maria Whyte Per Gentilmaghe”, una chiacchieratissima scuola di magia inglese messa su dall’intraprendente “Stregona Reale” Prunella Whyte. Peccato che anche Prunella e la sua cara amica di infanzia, Miss Henrietta Stapleton, si ritrovino per la mani una scandalosa quantità di gatte da pelare, fra blasonati maghi intenzionati a difendere il loro privilegio con le unghie e con i denti e un’assurda dichiarazione di guerra scandita dalle labbra delle temibile Regina di Faery in persona!

The True Queen” è, a mio avviso, un romanzo estremamente piacevole e divertente da leggere. La sua scorrevolezza sottintende un senso di estrema “leggerezza” contraddetta (almeno in parte) dalle tematiche tirate in ballo: lotta fra i sessi, classismo, colonialismo e sfruttamento culturale, per citare solo i quattro più importanti. Rispetto a “Sorcerer to the Crown”, questi argomenti si inseriscono all’interno della narrazione in maniera molto più fluida e avvincente e – soprattutto - senza interrompere la nostra sospensione dell’incredulità neanche per un secondo. La Cho eccelle nella stesura di dialoghi (come avevo già notato, mesi fa, leggendo il suo rocambolesco racconto wuxia “The Order of The Pure Moon Reflected in Water”) e si lancia in un perfetto tentativo di caratterizzazione dei personaggi in stile Jane Austen, la sua somma Maestra di stile.

Ciò premesso, credo che questa sua tendenza “emulativa” abbia finito con il compromettere un po’ la sua capacità di scrivere delle buone scene d’azione (se così vogliamo chiamarle) e di organizzare la macrostruttura del suo libro secondo una logica moderna. Di fatto, non ho apprezzato i continui salti di prospettiva né l’inclinazione a riassumere alcuni snodi fondamentali della trama in un paio di paragrafi. E ho fatto seriamente fatica ad affezionarmi o fare il tifo per la principale “coppia romantica” del romanzo, dal momento che le interazioni dei due personaggi in questione, in pratica, per il 99% del libro si limitano a “x guarda timidamente y con la coda dell’occhio o cerca disperatamente di attirare la sua attenzione, mentre y fissa il soffitto e cerca di trovare un modo per impantanarsi ancora di più nella sua tragicomica situazione personale”. Salvo poi far saltar fuori (praticamente dal nulla) una frettolosa dichiarazione d’amore con tanto di bacio censurato.

Se siete alla ricerca di una conferma al fatto che le parole “fantasy” e “romanzo d’epoca”, a volte, possano coesistere felicemente all’interno della stessa frase, vi esorto a leggere “The True Queen” e qualsiasi altra cosa Zen Cho abbia scritto finora. Non troverete molti dettagli storici a cui fare riferimento, ma penso che resterete ammaliati dall’abilità con cui cui questa giovane autrice riesce a catturare lo spirito di un’era, con tutto il suo inevitabile corredo di eco e ripercussioni sul presente.

 

Giudizio personale:
7.3/10


lunedì 31 agosto 2020

Recensione: "Rosemary and Rue" + "A Local Habitation", di Seanan Mcguire

October Daye Vol. 1 - migliori romanzi sulle fateoctober daye - Volume 2 - migliori libri sulle fate


October Daye, Vol. 1 e 2

Potete acquistare QUI il primo volume in inglese

"October 'Toby' Daye, una changeling per metà umana e per metà fae, è stata un'outsider fin dalla nascita. Dopo aver rinnegato il mondo di Faerie, Toby ha deciso di ritirarsi in quello mortale per condurre una vita "normale".
Sfortunatamente per lei, il mondo delle fate ha altre piani.
L'omicidio della contessa Evening Winterrose trascina di nuovo Toby nel vortice del passato. Incapace di resistere alla maledizione della contessa agonizzante, che la costringe a investigare sulle strane circostanze della sua morte, Toby dovrà riassumere la sua vecchia posizione di cavaliere errante e rinnovare antiche alleanze. Ma la sua vita non sarà l'unica a rischio, e ben presto la sua ricerca del killer si trasformerà in una disperata lotta contro il tempo..."


Ho professato il mio amore per Seanan Mcguire in lungo e in largo, quindi non vi sorprenderà sapere che anche la sua serie urban fantasy dedicata alle avventure della detective changeling October Daye è riuscita a entrarmi nel cuore.
"Rosemary and Rue" e "A Local Habitation", in realtà, sono i primi due episodi di una serie mooooolto lunga (per il momento siamo a quota 14 romanzi, con parecchie altre storie ancora a venire). Dicono che l'urban fantasy ormai è passato di moda (o per lo meno, è quello che sostengono gli editori italiani...), ma per me si tratta di un sottogenere che ha ancora moltissimo da offrire, soprattutto in termini di carica emotiva, intrattenimento e personalità. Se non mi credete, provate a dare un'occhiata a libri come "Trail of Lightning" di Rebecca Roanhorse o "La Nona Casa" di Leigh Bardugo: scommetto che cambierete idea!

Ma torniamo a parlare di Toby Daye, adesso. Una singolare detective privata a cavallo fra due mondi, per metà umana e per metà Daoine Sidhe, una delle più potenti razze fatate che il nostro mondo abbia avuto il privilegio di ospitare.
La nostra (anti-)eroina è particolarmente esperta nel campo della cosiddetta "magia del sangue", una forma di stregoneria che le permette di interrogare i resti mortali della gente assassinata e di trasformarsi in una versione particolarmente dark e faery di Gil Grisson in "CSI". Ciascun volume seguirà una diversa indagine di Toby e la porterà a scontrarsi con le tradizioni dei due diversi mondi a cui appartiene: quello degli uomini e quello della fate, in egual misura popolati da mostri e assassini sanguinari.

"Rosemary and Rue" è un libro estremamente introduttivo, che serve per lo più a presentare la sconfinata, complessa e affollatissima ambientazione. In quanto tale, risente di una struttura vagamente sbilanciata e di una quantità di infodump superiore alla norma; calcolando che si tratta del primissimo romanzo scritto dalla Mcguire, mi sento tuttavia incline a perdonare un bel po' di debolezze tecniche. La fervida immaginazione e l'inconfondibile acume dell'autrice compensano ampiamente i difetti, anche se chiaramente siamo ben lontani dalle vette di istrionismo stilistico raggiunte in alcune delle sue opere più recenti (tipo "Middlegame" o i vari volumi della serie "Wayward Children").

Con "A Local Habitation" l'atmosfera comincia a scaldarsi; dico solo che, a fine lettura, le mie aspettative nei confronti di questa serie si erano rafforzate parecchio! La trama presenta ancora qualche piccola inconsistenza qua e là e una serie di ripetizioni smorzano l'efficacia di alcune trovate, ma nel complesso il libro funziona in maniera egregia, presentandosi come un perfetto connubio fra action story, fantasy e hard boiled. I dialoghi esuberanti e l'eccentricità dei personaggi, uniti al fascino di un'ambientazione "insolita e crudele" che conquisterebbe immediatamente il cuore di qualsiasi fan dei romanzi di fate di Holly Black, trascinano il lettore in una vorticosa girandola di esplosioni, magie e colpi di scena.

Peraltro, quella dedicata a October Daye è una delle pochissime serie urban fantasy con protagonista femminile a non fare del romance e delle scene di sesso torrido (spoiler: non c'è neanche una!) i propri stereotipati assi nella manica. Attorno alla protagonista ruotano diversi "love interests" imbottiti di steroidi, non fraintendetemi; ma credo che l'endgame di questa serie, in termini di relazioni sentimentali, sia chiaro fin dal primissimo capitolo. Di conseguenza, le (relative) tribolazioni sentimentali di Toby rappresentano solo una guarnizione; il piatto forte sono la trama, le fate e il carattere della protagonista.

Un'altra particolarità che mi preme sottolineare è che il ritmo adrenalinico e la natura "episodica", deliberatamente leggera della narrazione, rendono questi libri particolarmente adatti agli amanti delle serie tv. Se successi televisivi vecchi e nuovi del calibro di "Buffy", "Sabrina", "Carnival Row" o "Wynonna Earp" sono il vostro pane quotidiano, vi esorto quindi a non lasciarvi sfuggire l'opportunità di tuffarvi nell'inquietante, suggestivo e seducente universo magico creato dalla Mcguire...



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